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martedì 19 dicembre 2023

Belle (2021)

Volevo già vederlo alla sua uscita cinematografica, ma sapete che a Savona non arriva praticamente nulla, quindi è solo grazie a Netflix che sono riuscita a recuperare Belle (竜とそばかすの姫 - Ryu to Sobakasu no Hime - Il drago e la principessa lentigginosa), diretto e sceneggiato nel 2021 dal regista Mamoru Hosoda.


Trama: Suzu è una ragazza schiva, che vive sola col padre in un paesino di montagna. Quando una compagna di classe la incoraggia ad iscriversi a "U", mondo virtuale dalla tecnologia futuristica, Suzu riscopre la gioia del canto nei panni di Belle, arrivando ad ottenere un successo mondiale. Tutto cambia, però, dopo l'incontro con un violento drago...


Nonostante avessi adorato le precedenti opere di Hosoda, Wolf Children in primis, ho fatto un po' fatica ad entrare nel mood di Belle e ad apprezzarlo nella sua totalità. Premesso che qualunque opera "minore" di Hosoda rientra tranquillamente nella definizione di capolavoro, rapportata a buona parte dell'animazione che arriva sui nostri schermi, quello che mi è risultato un po' fastidioso è che, almeno fino a metà film, Belle sembra non portare da nessuna parte e complica inutilmente una storia semplice e delicata, infarcendola di tecnicismi nerd che rallentano tantissimo il ritmo dell'opera. La direzione che intraprende il film, infatti, è simile a quella di un anime majokko, con la protagonista malinconica e segnata da un passato tragico, incapace di allacciare rapporti di amicizia o di comunicare col padre, che all'interno di un mondo virtuale diventa la splendida Belle, misteriosa principessa dotata di una voce celestiale. Il giorno di un concerto planetario, lo spettacolo viene rovinato dall'arrivo di un drago, considerato dagli utenti del programma come un elemento dannoso e per questo ricercato dalla sicurezza di "U", eppure Belle sembra prendere a cuore il mostro ricoperto di lividi e, come nella migliore tradizione de La bella e la bestia, cerca di avvicinarsi a lui e di comprenderlo, sia nel mondo virtuale che in quello reale. Se Belle fosse stato "solo" questo, ammetto che il mio giudizio sull'opera sarebbe stato ben diverso. Invece, la risoluzione del mistero del drago si allontana dalla banalità di un cliché sentimentale e offre all'autore l'occasione di parlare di un aspetto particolarmente orribile della società, e del coraggio necessario per prendere la vita tra le mani ed affrontare tutto il male e la tristezza, cercando di aprire il proprio cuore agli altri anche quando sembra avere smesso di battere (o, peggio, quando pensiamo che non meriti di battere, che la nostra sola esistenza sia una vergogna o un disturbo per coloro a cui vogliamo bene). Hosoda ci dice che, tante volte, siamo noi a precluderci la felicità, qualunque essa sia, perché non siamo capaci a fidarci né degli altri né di noi stessi; Suzu riesce a cantare solo quando è Belle, protetta dall'anonimato di un avatar, ma da sempre le canzoni sono un veicolo per esprimere pensieri e sentimenti nascosti, da qui l'importanza fondamentale della musica nel film, potente e malinconica come solo la melodia nata da un animo incredibilmente sensibile può essere.


Ciò detto, le due anime del film non mi sono sembrate particolarmente amalgamate. Il segreto del drago occupa il terzo atto di Belle ma risulta quasi difficile empatizzare per questa figura approfondita giusto nel giro di un paio di minuti, e il finale lascia sospesa una situazione impossibile da risolvere solo con un singolo atto di coraggio e un abbraccio. Anche il mondo di "U", a mio avviso, è poco approfondito. Al di là dei tecnicismi di cui parlavo su, molto poco viene spiegato su ciò che è realmente questo mondo virtuale: l'AI crea un personaggio in base a ciò che nascondono realmente i cuori degli utenti, ma com'è possibile, quindi, che non esista un corpo di polizia ufficiale (ci sono solo degli avatar che decidono di elevarsi a tutori della legge) quando tanti rischierebbero di nascondere un animo da depravati, criminali o psicopatici? Forse il programma li scarta automaticamente senza farli nemmeno entrare? Chissà. A parte tutto (e a parte la presenza del buon Toto, che, durante la visione, si è impegnato a rovinare ogni minima oncia di sentimentalismo impedendomi persino di piangere le mie usuali lacrime di commozione) Belle è visivamente un'opera stupenda, che unisce lo stile classico del character design di Hosoda a un mondo virtuale dove, neanche a dirlo, oltre a un delirio di creature kawaii, un omaggio ambulante al genere tokusatsu e a squarci di architettura reale, impera lo stile del rinascimento Disney, tanto che moltissime sequenze sono omaggi fotogramma per fotogramma al mio lungometraggio animato preferito, La bella e la bestia: gli occhioni di Belle sono i medesimi della sua omonima disneyana, il balcone dove si incontrano i due personaggi, la scena del ballo, persino il modo in cui il drago si accascia, disperato, prima che la protagonista fugga spaventata da lui, mettono i brividi per il modo in cui riprendono e riaggiornano il film di Gary Trousdale e Kirk Wise. Anche le canzoni, che sono la spina dorsale del film, sono notevoli, per quanto forse un po' "pesantine" a livello emotivo, e soprattutto il pezzo finale, A Million Miles Away, fa venire il magone sia per l'intensità della situazione in cui viene cantato che per la bellezza della voce di Kaho Nakamura. In definitiva, Belle è un altro splendido tassello della filmografia di un autore mai banale, un film che merita una seconda visione "col senno di poi", probabilmente anche per apprezzare alcuni dettagli che rischiano di fuggire la prima volta.


Del regista e sceneggiatore Mamoru Hosoda ho già parlato QUI.


Se Belle vi fosse piaciuto recuperate La bella e la bestia, Paprika e Summer Wars. ENJOY!

mercoledì 27 febbraio 2019

Mirai (2018)

E' stato il penultimo film visto in occasione dei recuperi pre-Oscar, nonché uno dei più graditi. Sto parlando di Mirai (未来のミライ - Mirai no Mirai), diretto e sceneggiato nel 2018 dal regista Mamoru Hosoda, candidato come Miglior Film d'Animazione.


Trama: Kun è un bimbo tra i quattro e i cinque anni che, un giorno, vede la sua vita sconvolta dall'arrivo della sorellina Mirai. I suoi eccessi d'ira e disperazione richiamano il potere di un albero in giardino, che gli consente di viaggiare nello spazio e nel tempo...



Mi mancava la quotidiana poesia di Mamoru Hosoda, mi mancava il suo tocco delicato nello sfiorare vite ordinarie di genitori giovani ed inesperti, di bambini capricciosi che non riescono a trovare il loro posto nel mondo, di ragazzi malinconici e ribelli, il tutto condito da un pizzico di magia. In questo caso, i riflettori sono puntati sul piccolo Kun, bimbo amante dei treni, costretto a cedere lo "scettro" di re della casa alla sorellina Mirai, appena portata a casa dai genitori. Dopo i primi momenti di tenera fascinazione, ecco subentrare l'inevitabile sconforto dato dai ritmi di vita completamente scombussolati, dalla privazione di tutte quelle piccole attenzioni che ora, inevitabilmente, spettano a Mirai, ed ecco che il bimbo vivace ma tutto sommato carino si trasforma in piccolo mostro piangente ed urlante, in perenne conflitto coi genitori "cattivi" e pronto a fare ogni genere di dispetto alla sorellina rifiutandosi di accettarla. Hosoda è molto abile a non farci detestare Kun, motivando ogni suo eccesso di rabbia quasi volesse dirci "mettetevi un po' nei suoi panni"; allo stesso tempo, il regista e sceneggiatore sviluppa anche il punto di vista dei genitori, giovani lavoratori con molti pregi ma anche tanti difetti, che si sentono inadeguati davanti al desiderio frustrato ed impossibile di offrire ai figli solo amore e felicità eppure, poverelli, si arrabattano come possono, facendo buon viso a cattivo gioco e cercando di fare fronte alle intemperanze del primogenito. La quotidianità giapponese dipinta da Hosoda è una realtà in cui le innovazioni del presente (l'architettura moderna della casa, per esempio, oppure gli smartphone) sono unite inestricabilmente alla tenacia con la quale vengono mantenuti i legami col passato e con le tradizioni, piccoli tasselli di un puzzle che, alla fine, vanno a comporre gli individui nella loro totalità perché, senza il passato, senza i legami familiari, non ci sarebbe futuro. Ed è qui che subentra la "magia" che permea buona parte di Mirai.


Mirai è infatti strutturato come un film a episodi dove ogni capriccio di Kun scatena il potere dell'albero in giardino, una quercia dalla quale si dipanano tutti i fili del passato, del presente e del futuro della famiglia del piccolo protagonista che, in questo modo, riuscirà ad incontrare mirai no Mirai (la Mirai del futuro, come da titolo originale), qualcuno che ha avuto modo di risentire dell'arrivo di un "fratellino" come lui, qualcuno che gli ha passato quel bel caratterino testardo che si ritrova, qualcuno grazie al quale è nata la sua famiglia, qualcuno che si rivelerà, inaspettatamente, molto importante. Ad ogni viaggio nel passato o nel futuro, Hosoda da sfogo alla sua vena onirica e poetica, trasformando i pensieri, i sogni e gli incubi di Kun in qualcosa di tangibile che richiama piccoli particolari apparentemente insignificanti, espresso in un'animazione elegante e delicata anche sul prefinale, un incubo futuristico a misura di bambino dove i treni diventano draghi e la cortese ma impersonale efficienza dei servizi nipponici equivale a una condanna a morte. La struttura ad episodi potrebbe infastidire e potrebbe far pensare a un film basato sul "nulla"; la verità è che Mirai tira tutti fili del discorso sul finale, palesandosi come un piccolo, grande affresco familiare dove ogni evento è strettamente concatenato all'altro, e sta alla sensibilità del singolo spettatore farsi colpire dall'aura nostalgica e dolceamara che permea ogni fotogramma del film, lasciandosi catturare dai singoli eventi di vita quotidiana, quanto meschina, quanto eroica, quanto frivola ed importante. Neanche a dirlo, io sul finale ero in lacrime pur avendo le mani che mi prudevano per la voglia di tirare due scappellotti a Kun, e ammetto di aver abbandonato a malincuore lui, i suoi genitori imperfetti ma tanto umani, e la piccola, adorabile Mirai. Insomma, un altro piccolo gioiellino di animazione nipponica, peccato che in Italia sia arrivato, come al solito, giusto per tre miseri giorni.


Del regista e sceneggiatore Mamoru Hosoda ho già parlato QUI.


Mamoru Hosoda ha dichiarato di essersi ispirato a tre film per la realizzazione di Mirai: Il mio vicino Totoro, Lo spirito dell'alveare e Yi Yi - E uno... e due!. Il primo già lo adoro, gli altri due non li conosco ma proverò a recuperarli!  ENJOY!



venerdì 13 maggio 2016

The Boy and the Beast (2015)

Il 10 e 11 maggio è arrivato in Italia, ovviamente in pochissime sale, ci mancherebbe, The Boy and the Beast (バケモノの子 - Bakemono no ko), diretto e sceneggiato nel 2015 dal regista Mamoru Hosoda.


Trama: Dopo la morte della madre, divorziata dal padre di cui il bambino non ha più notizie, il piccolo Ren decide di non appoggiarsi alla famiglia materna ma di vivere solitario nelle strade di Shibuya. Proprio lì incontra Kumatetsu, un guerriero orso antropomorfo che vive nella città delle bestie, e decide di seguirlo e diventarne il discepolo...


Mamoru Hosoda dev'essere una bestia reincarnatasi in un essere umano, non c'è dubbio. E' il solo modo in cui mi spiego come il regista giapponese riesca a realizzare delle pellicole pregne di poesia tratteggiando con incredibile delicatezza il compenetrarsi di due mondi così diversi, creando storie in bilico tra la favola, la leggenda e il racconto di formazione. Se in Wolf Children l'attenzione veniva posta, appunto, su due bambini mezzosangue che con la crescita si ritrovavano costretti a scegliere tra la loro parte umana e quella lupina, qui il protagonista Ren è senza dubbio un piccolo essere umano ma coloro che ne determinano la crescita e la maturazione sono degli animali antropomorfi che vivono in una dimensione parallela alla nostra e la sua condizione di incertezza è molto simile a quella dei piccoli Ame e Yuki. Ren è un bambino solitario con il cuore appesantito e svuotato dall'odio nei confronti di un padre assente e una famiglia materna che palesemente lo disprezza, una creatura che rischierebbe di perdersi in quel crogiolo di volti tutti uguali che è la grande metropoli; il suo carattere schivo e la grande rabbia che lo divorano fanno a pugni con la personalità debordante e il temperamento esplosivo del guerriero Kumatetsu, che tuttavia decide di prenderlo sotto la sua ala protettiva e farne il suo discepolo, sotto lo sguardo perplesso degli animali che lo conoscono fin dalla più tenera età. Mano a mano che il loro tempestoso rapporto di discepolo e maestro evolve, la cosa che balza maggiormente all'occhio è che Ren e Kumatetsu sono due facce della stessa medaglia, entrambi reietti, entrambi "forti" quando si tratta di caratteristiche fisiche o mentali ma allo stesso tempo deboli proprio a causa della loro solitudine e dell'atavica incapacità di fidarsi degli altri; la cosa bella di The Boy and the Beast è il modo in cui viene sottolineato che Kumatetsu non potrà mai diventare Gran Maestro perché ha dimenticato ciò che lo aveva spinto a diventare forte, concentrandosi sempre più sul combattimento fine a sé stesso (al punto da non essere neppure capace ad insegnarne le tecniche), mentre Ren è incapace, nonostante lo desideri, di incanalare la propria educazione di "bestia" per diventare un umano migliore e completo.


Alla luce di tutto ciò, guardando The Boy and the Beast mi è scappato da ridere per tutto il tempo buttato a guardare ed apprezzare Dragonball, i cui personaggi concentrati solo sull'aumentare la propria forza al fine di diventare "i guerrieri più potenti dell'Universo" vengono proprio parodiati da Kumatetsu, però mi sono ritrovata anche a pensare alla completezza di One Piece, dove in un episodio Zef dai piedi rossi dice a Sanji che "nessuno può spezzare la lancia che una persona nasconde nel cuore"; questo concetto è la base fondante di The Boy and the Beast, dove si sottolinea l'importanza di trovare questa lancia (o spada che dir si voglia), un qualcosa che ci completi e ci spinga a diventare persone migliori, capaci di affrontare non tanto le difficoltà della vita, quanto piuttosto noi stessi. Mamoru Hosoda, attraverso il sapiente uso di un'animazione bellissima, cita a piene mani il capolavoro di Melville, Moby Dick, e ci apre gli occhi dinnanzi al fatto che la bestia peggiore, quella che dovremmo temere di più, è proprio la nostra parte oscura, che ci riempie di terrore, rabbia ed insicurezza, impedendoci di diventare umani a tutti gli effetti. Tanti pensieri profondi sono racchiusi in una storia solo all'apparenza superficiale, fatta sì di molte sequenze divertenti (Kumatetsu e i suoi amici Tatara e Hyakushubo, per non parlare del Gran Maestro Coniglio sono tra i personaggi migliori mai visti in un anime) e combattimenti mozzafiato, ma anche di confronti toccanti e momenti drammatici, che insieme contribuiscono a creare un'opera emozionante e difficile da dimenticare. Sebbene abbia preferito Wolf Children, credo che Mamoru Hosoda sia riuscito a girare un altro capolavoro ed è un peccato che simili film godano nel nostro Paese solo di una distribuzione limitata: se riuscite in qualche modo a recuperare The Boy and the Beast fatelo e innamoratevi anche voi di Kumatestu, Ren e compagnia.


Del regista e sceneggiatore Mamoru Hosoda ho già parlato QUI e se The Boy and the Beast vi fosse piaciuto recuperate ovviamente Wolf Children, sempre scritto e diretto da questo talentuoso autore, e La città incantata. ENJOY!

mercoledì 13 novembre 2013

Wolf Children (2012)

Stasera, nelle fortunate sale di buona parte d'Italia, dovrebbe venire proiettato grazie alla Nexo l'anime Wolf Children (おおかみこどもの雨と雪 -  Ōkami Kodomo no Ame to Yuki), diretto nel 2012 dal regista Mamoru Hosoda. Poiché, ovviamente, il multisala della mia città non ha aderito all'iniziativa, mi sono dovuta arrangiare e per fortuna, o mi sarei persa un capolavoro dell'animazione nipponica (raccomandato anche da Muze, tra l'altro!).


Trama: Hana è una semplice studentessa che, un giorno, si innamora, ricambiata, di un misterioso ragazzo. Dalla loro unione nascono Yuki e Ame, due bimbi che, come il padre, sono sia umani che lupi. Rimasta sola dopo la morte dell'amato, Hana si trova nella difficile condizione di dover crescere due figli di cui non comprende appieno la natura...


Guardando Wolf Children mi è venuto in mente il mio viaggio in Giappone. Soprattutto, mi è venuta in mente un’inquietante pubblicità che passava nella Metro: in essa, si vedeva una ragazza che, d’un tratto, decideva di non scendere alla fermata stabilita ma di seguire un uomo sconosciuto e, praticamente, fare quello che faceva lui (che poi, molto banalmente, era andare a bersi una birra in un Izakaya). La pubblicità si concludeva con l’invito ad espandere i propri orizzonti e ad usare la Metro per dare un po’ di brio alla propria vita e io, guardandola, mi sono sentita vincere da una tristezza tale che mi sarei buttata sotto il primo treno. Purtroppo, da quel poco che mi è parso di capire, la vita del giapponese medio, del salaryman se vogliamo, è proprio questa: una vita fatta di routine, governata da regole ferree, dove i rapporti umani sono scarsi, praticamente inesistenti, e persino pranzare o cenare diventano più delle fastidiose azioni di sostentamento da portare a termine il più rapidamente possibile piuttosto che un’occasione di convivio. E voi ora direte, ma cosa c’entra tutto questo con la storia di due bambini lupo? C’entra perché, come nella migliore tradizione Miyazakiana, in Wolf Children si toccano argomenti come la solitudine, la libertà, il contrasto tra una città opprimente e una campagna che offre la possibilità di vivere in una dimensione più umana, tra le regole imposte e l’opportunità di sovvertirle trovando così il proprio cammino e, soprattutto, riscoprendo un’innocenza e una semplicità perdute nella grande metropoli.


Wolf Children è sì una favola, ma in essa si può tranquillamente leggere una pungente critica verso la società moderna, dove il debole viene condannato all’emarginazione e alla solitudine e solo chi riesce ad adattarsi, affrontare le proprie paure e cambiare può sperare di trovare il proprio posto nel mondo. Il destino di Hana e dei suoi due figli, Yuki e Ame, si compie quindi in maniera graduale ed asseconda naturalmente la personalità dei tre protagonisti, che vengono fatti maturare e diventare consapevoli dei loro desideri, delle loro priorità e, soprattutto, della loro vera natura, così come accade nella vita reale, in maniera per nulla scontata (emblematica, in questo, la seconda parte della pellicola) e, soprattutto, senza che nessuna delle loro scelte venga giudicata come buona o cattiva. La loro evoluzione ci viene mostrata semplicemente, mettendo i personaggi di fronte ai problemi della vita di tutti i giorni, come le malattie dei piccoli, la necessità di guadagnarsi da vivere, il bisogno di avere un’istruzione e di farsi degli amici o, magari, trovare l’amore; questi eventi comuni o i piccoli gesti di vita quotidiana vengono complicati dalla natura lupesca dei bambini ed è divertente e commovente vedere la forte e dolce Hana impegnarsi per capire i suoi strani figli così da poterli crescere al meglio ed aiutarli ad integrarsi in una società che, da sempre, considera il lupo come un crudele predatore da cacciare o lo dipinge come il "cattivo" della storia. I protagonisti, come avrete capito, sono tratteggiati in maniera così perfetta da sembrare vivi e reali e sono circondati da figure altrettanto tridimensionali, persone che chiunque di noi potrebbe incontrare nella vita di tutti i giorni e che, in qualche modo, influenzano il nostro modo di essere e di porci nei confronti del prossimo.


Alla storia apparentemente "banale" ma molto complessa e profonda di Wolf Children si accompagnano un character design di una delicatezza incredibile (e incredibilmente acuto per quel che riguarda l'antropomorfismo o meno dei lupi) e un'animazione semplice ma comunque d'impatto, fatta di lunghe, silenziose sequenze "casalinghe" e molto intime che si mescolano a frenetici momenti dove sono la vivacità dei bambini e la forza della Natura a farla da padrone, soprattutto per quel che riguarda prati fioriti (Hana), pioggia (Ame) e neve (Yuki). Il tutto è impreziosito da una colonna sonora che accompagna alla perfezione ogni momento e si conclude nei titoli di coda con la struggente Okaasan no uta (La canzone della madre), il modo ideale per trattenere nell'animo e lasciar riverberare a lungo tutta la potenza del commovente finale. Insomma, non esagero nel definire Wolf Children un capolavoro che poco ha da invidiare alle migliori pellicole dello Studio Ghibli e che potrebbe tranquillamente diventare una delle punte di diamante in un'eventuale collezione dedicata all'animazione nipponica; se, come me, non avete avuto occasione di vederlo al cinema, recuperatelo in ogni modo possibile e preparatevi ad emozionarvi, meravigliarvi e piangere a dirotto con ogni fotogramma di questo splendido anime.

Mamoru Hosoda è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Giapponese, ha diretto film come Digimon - Il film, One piece - L'isola segreta del barone Omatsuri, La ragazza che saltava nel tempo e Summer Wars oltre a episodi delle serie Digimon. Ha 46 anni.


Se Wolf Children vi è piaciuto, non perdete capolavori come Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento, Princess Mononoke e Ponyo sulla scogliera. ENJOY!

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