Folgorata dal trailer, completamente digiuna del romanzo di Lev Tolstoj da cui è stato tratto, lunedì sera sono andata a vedere Anna Karenina, diretto nel 2012 dal regista Joe Wright e vincitore di un premio Oscar per i migliori costumi.
Trama: Russia, fine '800. Anna Karenina è sposata con un rispettabile ufficiale governativo ma si innamora perdutamente del giovane Conte Aleksej Vronskij. L'uomo ricambia il suo affetto ma le convenzioni sociali porteranno Anna alla follia e alla rovina...
La mia ignoranza è crassa, lo ammetto, ma ogni tanto sono contenta di essermi persa qualche opera fondamentale della letteratura, così posso gustarmi appieno film dalla trama "risaputa" come questo Anna Karenina. Che, giusto cielo, è un film popolato da personaggi così odiosi che mi chiedo come il romanzo di Tolstoj abbia potuto sopravvivere al passare dei secoli visto che, a partire dalla protagonista, verrebbe voglia di prendere a badilate nella faccia tutti i coinvolti. Salvo solo il povero, sfigatissimo pel di carota Levin, che prima si vede rifiutata una proposta di matrimonio e poi, dopo anni, riesce a conquistare la finta oca giuliva che ama da sempre. La storia della "santa" Anna, infatti, è la storia di una stronza (esemplare il modo in cui prima chiede perdono al marito perché in punto di morte e poi, appena guarita, lo manda a spigolare per tornare dall'amante), egoista, zoccola e pure piagnona, che si innamora di un dongiovanni efebico e francamente pure leppegoso, alla faccia del marito mollo, succube e senza palle. Completano l'opera un fratello fedifrago, una cognata talmente scema da farsi intortare e rimanere assieme al marito traditore, una mocciosetta che manda a quel paese il pretendente per gli occhi blu di un ufficialetto da quattro soldi e un numero imprecisato di pettegole, peppie, zitelle e cutrettole della peggior specie. Insomma, un bel quadretto di perversione che fa rimpiangere più di una volta i complessi e compassati personaggi de L'Età dell'innocenza, catturati in una storia simile eppure ammantati di incredibile dignità.
Detta così, potreste pensare che il film non mi sia piaciuto, invece l'ho adorato. Della storia, lo ammetto, non me n'è fregato nulla. Anzi, pur non avendo letto il romanzo ho trovato persino discutibile l'idea di mettere tra i personaggi il fratello di Levin ed abbozzare appena una breve e risibile sottotrama relativa ad una specie di "rivoluzione Russa", visto che il personaggio serve giusto a far capire a Levin la profondità di spirito della novella moglie e non certo a farlo riflettere sulla condizione del proletariato. Questa volta, quindi, i miei occhi sono stati completamente catturati dalla bellezza incredibile delle immagini che scorrevano sullo schermo, tanto che avrei potuto continuare a guardare Anna Karenina per ore ed ore. Ogni scena è un'opera d'arte, un tassello di una vicenda ambientata all'interno di un teatro, dove i servitori danzano attorno ai padroni, gli impiegati timbrano documenti a ritmo di musica, i treni sono giocattoli e le case sono quelle delle bambole, dove ogni sequenza si riversa in un'altra grazie alla semplice apertura di una porta, dove persino i prati vengono rinchiusi all'interno di un palcoscenico e l'unico personaggio che arriva a meritare un ambiente "reale", un vero paesaggio innevato, è l'unico che riesce a ragionare al di fuori delle convenzioni e coronare il suo sogno senza venire meno alla propria natura. La regia di Joe Wright è un capolavoro, le scenografie e i costumi sono pura arte e le coreografie sono magnifiche, una su tutte quella del ballo che segna la nascita dell'amore tra Anna e Vronsky. Davanti a questo florilegio di luci e colori, davanti a questo tripudio di incastri e sfasamenti, sinceramente, che Anna Karenina abbia la faccia da vajassa di Keira Knightley, che lo sfigato Kick-Ass passi per essere un irresistibile ufficiale e che Jude Law sembri un prete pedofilo che giocherella con l'inquietante prototipo di un preservativo sono cose che passano in secondo piano, come molti dei ridondanti dialoghi. Il mio consiglio è di buttarvi nella Russia di fine '800 e prepararvi a un incredibile spettacolo!
Di Kelly MacDonald (Dolly), Keira Knightley (Anna Karenina), Jude Law (Karenin), Olivia Williams (Contessa Vronsky), Susanne Lothar (la principessa Shcherbatsky, madre di Kitty) e Aaron Taylor-Johnson (Vronsky) ho già parlato ai rispettivi link.
Joe Wright è il regista della pellicola. Inglese, ha diretto film come Orgoglio e pregiudizio e Hanna. Anche produttore e attore, ha 40 anni.
Matthew Macfadyen (vero nome David Matthew Macfadyen) interpreta Oblonsky. Inglese, ha partecipato a film come Orgoglio e pregiudizio, Funeral Party, Grindhouse (era nel fake trailer Don’t), Frost/Nixon – Il duello, Robin Hood e I tre moschettieri. Ha 38 anni e un film in uscita.
Domhnall Gleeson interpreta Levin. Irlandese, figlio del grande Brendan Gleeson, lo ricordo per film come Non lasciarmi, Harry Potter e i doni della morte: Parte 1, Il Grinta e Harry Potter e i doni della morte: Parte 2. Ha 30 anni e tre film in uscita.
Emily Watson interpreta la contessa Lydia Ivanova. Inglese, la ricordo per film come Gosford Park, Red Dragon ed Equilibrium, inoltre ha doppiato un personaggio de La sposa cadavere. Ha 45 anni e otto film in uscita.
Tra gli altri interpreti segnalo anche la presenza del figlio di Stellan Skarsgård, Bill, nei panni di Makhotin, uno degli avversari di Vrosnky durante la corsa di cavalli. Quanto allo stesso Vronsky, era proprio destinato ad essere rappresentato come un essere molle ed implume, perché Robert Pattinson era stato preso in considerazione per il ruolo, mentre per quelli di Levin, Kitty e della Contessa Lydia sono stati rispettivamente convocati James MacAvoy, Saoirse Ronan e Cate Blanchett, che però hanno tutti rifiutato. Se Anna Karenina vi fosse piaciuto, consiglio la visione del già citato e meraviglioso L'età dell'innocenza, Moulin Rouge e Romeo + Giulietta. ENJOY!
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mercoledì 6 marzo 2013
lunedì 16 aprile 2012
Bollalmanacco on Demand: Funny Games (1997)
Come ho già avuto modo di dire nel post di ieri, il Bollalmanacco on Demand questa settimana raddoppia. Dopo la recensione di Il segreto del Bosco Vecchio, cambiamo completamente genere ed esaudiamo la richiesta del buon Vincent, che con tutto il bene che (spero!!) mi vuole, mi ha comunque costretta a rivedere Funny Games, diretto nel 1997 dal regista Michael Haneke. Avviso intanto la gentile clientela che il prossimo film che recensirò su richiesta sarà I duellanti di Ridley Scott.

Trama: una famiglia composta da padre, madre e figlio, viene tenuta in ostaggio da due ragazzi, che li torturano fisicamente e psicologicamente...

Sono pochi i film che ho odiato e amato allo stesso tempo, che mi hanno costretta a rimanere con lo sguardo fisso davanto allo schermo affascinata e orripilata in egual misura. Funny Games rientra sicuramente in questa categoria: lo odio, i due mocciosi che seviziano la famigliola sciorinando loro motivazioni false ed assurde mi stanno sulle palle come pochi altri personaggi al mondo, durante la prima visione avevo inveito in più modi contro il regista e alla fine mi ero ripromessa di buttare via la videocassetta... nonostante ciò l'ho rivisto altre tre volte (questa sarebbe la quarta), cercando di trovarci ogni volta un significato che non fosse l'orripilio o la violenza fini a sé stessi. Arrivando ad apprezzare l'uso della colonna sonora, gli attori, le inquadrature, persino quell'unico, bastardo e surreale escamotage che tanto mi aveva fatta inca**are la prima volta. Facendomi coinvolgere da questo gioco che non si limita solo alle vittime e i loro carnefici, ma anche, e soprattutto, si rivolge allo spettatore.

Volendo trovare "per forza" un significato a Funny Games, per come l'ho capito è una riflessione sulla desensibilizzazione alla violenza provocata dai media. Paul e Peter danno l'idea di essere due ragazzi appartenenti alla classe medio - alta, Paul è sicuramente colto e anche di bell'aspetto, apparentemente non avrebbero alcun motivo di seviziare famiglie inermi: eppure lo fanno, seguendo le regole di un perverso gioco e cercando di seguire le regole che anche lo spettatore si aspetterebbe vengano rispettate in un thriller. Infatti la "genialata", se così si può dire, di Funny Games, è che Paul, a differenza di Peter, è assolutamente consapevole di essere il personaggio di un film: la chiacchierata finale tra i due personaggi, durante la quale Peter racconta a Paul di una storia in cui il protagonista si rende conto di essere finito all'interno di una pellicola, un universo parallelo che non è la realtà in cui sono rimasti a vivere i suoi genitori, offre la chiave di lettura di Funny Games. Paul, infatti, risponde che la consapevolezza di vivere in un film non rende l'universo che circonda il personaggio meno reale, se questo universo viene osservato da qualcuno; quindi, ogni gesto che i due compiono, in quanto osservato da noi spettatori, diventa automaticamente reale e per questo ancora più terribile.

In qualche modo, questa chiave di lettura rende lo spettatore, ormai abituato ad essere passivo di fronte alla violenza propinata dai media, complice attivo di quanto accade sullo schermo. Non basta tifare, palesemente, per la famiglia, anzi: Paul è consapevole dei sentimenti di chi sta guardando Funny Games e, da bravo stronzo e fine psicologo, infrange la cosiddetta "quarta parete" e ci coinvolge attivamente, invitandoci a scommettere con lui sulle loro possibilità di sopravvivenza, illudendoci che la moglie riesca a trovare aiuto, rimproverandola quando minaccia di far finire il gioco proprio quando il film non ha ancora raggiunto la lunghezza standard di una pellicola, arrabbiandosi con Tom quando, durante una scena cruentissima, infrange le aspettative e le speranze dello spettatore. Infine, in quanto solo personaggio consapevole di trovarsi in un film, è anche l'unico in grado di modificare gli eventi con il semplice click di un telecomando. Il grandissimo figlio di sultana. L'unico modo di "salvare" la famiglia, paradossalmente, sarebbe smettere di guardare il film... ma Paul, sul finale, ci rivolge uno sguardo come a dire "ma chi volete prendere in giro?" mentre tutto ricomincia come se niente fosse successo, stesso copione, altra famiglia. E noi a guardare. Impotenti, inorriditi, scandalizzati forse, ma comunque curiosi. Shame on us. Mi vergogno a dirlo, ma a prescindere da tutto Funny Games è un film che consiglio. Magari non a chi è di stomaco debole, ecco.
Michael Haneke è il regista e sceneggiatore della pellicola. Tedesco, ha diretto film come La pianista, Funny Games U.S. e Il nastro bianco. Anche attore, ha 70 anni e un film in uscita.

Susanne Lothar interpreta Anna. Tedesca, ha partecipato a film come La pianista e Il nastro bianco. Ha 52 anni e tre film in uscita.

Ulrich Mühe interpreta Georg. Tedesco, ha partecipato al film Le vite degli altri. Anche regista, è morto di cancro nel 2007, all'età di 54 anni.

Nel 2007 il regista ha girato un remake dal titolo Funny Games U.S., con Naomi Watts e Tim Roth nei panni di Anna e Georg, Michael Pitt e Brady Corbet in quelli di Paul e Peter. Non l'ho visto, ma mi dicono sia identico all'originale, che riprende scena per scena. Nonostante il mio amore sviscerato per Tim Roth, dunque, rifiuto categoricamente una visione! ENJOY!

Trama: una famiglia composta da padre, madre e figlio, viene tenuta in ostaggio da due ragazzi, che li torturano fisicamente e psicologicamente...

Sono pochi i film che ho odiato e amato allo stesso tempo, che mi hanno costretta a rimanere con lo sguardo fisso davanto allo schermo affascinata e orripilata in egual misura. Funny Games rientra sicuramente in questa categoria: lo odio, i due mocciosi che seviziano la famigliola sciorinando loro motivazioni false ed assurde mi stanno sulle palle come pochi altri personaggi al mondo, durante la prima visione avevo inveito in più modi contro il regista e alla fine mi ero ripromessa di buttare via la videocassetta... nonostante ciò l'ho rivisto altre tre volte (questa sarebbe la quarta), cercando di trovarci ogni volta un significato che non fosse l'orripilio o la violenza fini a sé stessi. Arrivando ad apprezzare l'uso della colonna sonora, gli attori, le inquadrature, persino quell'unico, bastardo e surreale escamotage che tanto mi aveva fatta inca**are la prima volta. Facendomi coinvolgere da questo gioco che non si limita solo alle vittime e i loro carnefici, ma anche, e soprattutto, si rivolge allo spettatore.

Volendo trovare "per forza" un significato a Funny Games, per come l'ho capito è una riflessione sulla desensibilizzazione alla violenza provocata dai media. Paul e Peter danno l'idea di essere due ragazzi appartenenti alla classe medio - alta, Paul è sicuramente colto e anche di bell'aspetto, apparentemente non avrebbero alcun motivo di seviziare famiglie inermi: eppure lo fanno, seguendo le regole di un perverso gioco e cercando di seguire le regole che anche lo spettatore si aspetterebbe vengano rispettate in un thriller. Infatti la "genialata", se così si può dire, di Funny Games, è che Paul, a differenza di Peter, è assolutamente consapevole di essere il personaggio di un film: la chiacchierata finale tra i due personaggi, durante la quale Peter racconta a Paul di una storia in cui il protagonista si rende conto di essere finito all'interno di una pellicola, un universo parallelo che non è la realtà in cui sono rimasti a vivere i suoi genitori, offre la chiave di lettura di Funny Games. Paul, infatti, risponde che la consapevolezza di vivere in un film non rende l'universo che circonda il personaggio meno reale, se questo universo viene osservato da qualcuno; quindi, ogni gesto che i due compiono, in quanto osservato da noi spettatori, diventa automaticamente reale e per questo ancora più terribile.

In qualche modo, questa chiave di lettura rende lo spettatore, ormai abituato ad essere passivo di fronte alla violenza propinata dai media, complice attivo di quanto accade sullo schermo. Non basta tifare, palesemente, per la famiglia, anzi: Paul è consapevole dei sentimenti di chi sta guardando Funny Games e, da bravo stronzo e fine psicologo, infrange la cosiddetta "quarta parete" e ci coinvolge attivamente, invitandoci a scommettere con lui sulle loro possibilità di sopravvivenza, illudendoci che la moglie riesca a trovare aiuto, rimproverandola quando minaccia di far finire il gioco proprio quando il film non ha ancora raggiunto la lunghezza standard di una pellicola, arrabbiandosi con Tom quando, durante una scena cruentissima, infrange le aspettative e le speranze dello spettatore. Infine, in quanto solo personaggio consapevole di trovarsi in un film, è anche l'unico in grado di modificare gli eventi con il semplice click di un telecomando. Il grandissimo figlio di sultana. L'unico modo di "salvare" la famiglia, paradossalmente, sarebbe smettere di guardare il film... ma Paul, sul finale, ci rivolge uno sguardo come a dire "ma chi volete prendere in giro?" mentre tutto ricomincia come se niente fosse successo, stesso copione, altra famiglia. E noi a guardare. Impotenti, inorriditi, scandalizzati forse, ma comunque curiosi. Shame on us. Mi vergogno a dirlo, ma a prescindere da tutto Funny Games è un film che consiglio. Magari non a chi è di stomaco debole, ecco.
Michael Haneke è il regista e sceneggiatore della pellicola. Tedesco, ha diretto film come La pianista, Funny Games U.S. e Il nastro bianco. Anche attore, ha 70 anni e un film in uscita.

Susanne Lothar interpreta Anna. Tedesca, ha partecipato a film come La pianista e Il nastro bianco. Ha 52 anni e tre film in uscita.

Ulrich Mühe interpreta Georg. Tedesco, ha partecipato al film Le vite degli altri. Anche regista, è morto di cancro nel 2007, all'età di 54 anni.

Nel 2007 il regista ha girato un remake dal titolo Funny Games U.S., con Naomi Watts e Tim Roth nei panni di Anna e Georg, Michael Pitt e Brady Corbet in quelli di Paul e Peter. Non l'ho visto, ma mi dicono sia identico all'originale, che riprende scena per scena. Nonostante il mio amore sviscerato per Tim Roth, dunque, rifiuto categoricamente una visione! ENJOY!
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