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sabato 14 novembre 2009

A cena col Vampiro (1988)

Va bene, ce l’ho fatta. Questo blog stava rischiando di diventare un monotematico su Lamberto Bava, ma sono arrivata alla fine del cofanetto e mi sono sorbita anche A cena col vampiro, del 1988. Alla fine ho detto: mai più, perché indulgere in questa inutile tortura? Lamberto, io e te non ci incontreremo più se non per caso o per qualche nostalgica replica di Fantaghirò, te lo posso giurare.


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La trama: quattro attori dilettanti vengono scelti dopo un provino per recitare in un film del famosissimo regista Jurek, ed invitati a cena nella sua sontuosa magione. Lì scoprono che il regista in realtà è un vampiro millenario che vorrebbe venire ucciso da loro così da porre fine alla sua esistenza. Solo che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare…


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Un cultore del trash dovrebbe come minimo commuoversi davanti alla recitazione, ai dialoghi, alle squallidissime scenografie, agli zombie fatti con dei sacchetti di plastica messi in testa a povere comparse, all’inutilità di alcuni personaggi ecc. ecc. Potenzialmente quindi avrei dovuto innamorarmi di questo film. Ma non ce la faccio, perché sono anche una fedele adepta di ogni causa vampirica, e vedere la figura di un succhiasangue così bistrattata è per me una tortura. Cominciamo a sparare sulla croce rossa segnalando un errore talmente grossolano da far saltare subito all’occhio come il film sia stato sceneggiato coi piedi: Jurek viene sgamato in quanto Vampiro proprio perché non si riflette nello specchio. Peccato che per tutto il resto del film la sua figuretta sminchia si veda in ogni superficie riflettente e soprattutto che, a rigor di logica, non dovrebbe nemmeno poter venir ripreso. Eppure proprio in un film che lo vede solo attore protagonista (come scomodare il metacinema per dare un po’ di spessore a questa fuffa…) risiede il segreto per sconfiggerlo. E questa è solo la punta dell’iceberg.


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Se avrete la forza di superare le pietose scene dei provini all’inizio (e il modellino del castello dove svolazza un pipistrello di gomma appeso ad un filo, ovviamente…), arriverete al cuore della vicenda e alla delirante proposta di Jurek durante una cena: uccidetemi perché non ho più voglia di vivere ma occhio perché le regole dei Vampiri impongono che io ve lo impedisca. A parte che non s’è mai sentita una simile stronzata, se ti vuoi uccidere apri una finestra e levati da ammorbare il prossimo, ma non puoi anche bullarti di essere un millenario vampiro Mesopotamico morso all’età di 11 anni: dovresti avere come minimo l’aspetto di un bambino e non di un attempato gigolò che, a seconda dei momenti, diventa la fotocopia di Nosferatu. Ma d’altronde, la sfiga di questo Vampiro è quella di avere anche dei servitori del menga, che ovviamente portano al suicidio e alla psicosi: parlando di fotocopie, non si può non citare il servo identico all’Aigor di Frankenstein Junior (altrettanto pasticcione e infamino), ma alla cricca si aggiungono anche un non meglio precisato assistente umano, spocchioso come pochi e incerto se parteggiare per gli umani o per il padrone, e una vajassa sguaiata e ridanciana, senza nome, dal dubbio gusto per la moda e, anche lei, incerta se essere vampira (ma allora perché alla fine lei non schiatta come tutti gli altri mostri dopo la scomparsa di Jurek?) o umana. Altro fatto che denota la furbizia del vampiro è l’aver scelto quattro dementi come sicari. Se l’unico uomo del gruppo infatti è vivace, a suo modo simpatico, e anche dotato di pelo sullo stomaco, le tre sgallettate che lo accompagnano stanno lì solo a far la figura delle guardiane delle oche: una passa per l’intellettuale della compagnia ma gratta gratta non fa nulla di nulla, l’altra passa per essere la più zoccolona delle tre, ma si limita a svenire alla vista di un film in bianco e nero, mentre la più “ragazzina” è in realtà la più sciacquetta e l’unica che soccomberebbe volentieri alle voglie del vampiro. Le tre assieme vagano per il film seguendo il maschio del branco urlando e litigando, senza dubbio molto utili ad uno che si ritrova a combattere contro un vampiro a colpi di battutine, ragni di gomma ed altre simili amenità.


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Come ho detto, gli attori sono tutti pessimi a parte un paio. Il vecchio leone George Hilton gigioneggia dall’inizio alla fine e risulta persino simpatico, Riccardo Rossi ci mette del suo e dà vita ad un personaggio se non buono almeno verosimile e “vivo”, gli altri interpreti invece risultano N/C, come a scuola, non classificati. Gli effetti speciali sono abbastanza inguardabili e caserecci, con abbondanza di pupazzi poco realistici, però il trucco incartapecorito di Jurek non è male, così come è fatto assai bene il “film nel film”, la pellicola in bianco e nero che guardano i protagonisti, un horror gotico dal sapore nostalgico. La scenografie, al limite del kitsch, sono sicuramente state riutilizzate anche in Una notte al cimitero, perché le catacombe sono identiche. A cena col vampiro abbonda di citazioni: al di là di Frankenstein Junior, ci sono rimandi a Nosferatu, a Nightmare (“una volta ho visto un film dove le persone sognavano di morire, e poi lo facevano veramente”) e in una videocassetta usata come “arma impropria” si legge il titolo dello splendido film di Roman Polanski, Per favore non mordermi sul collo. Un piccolo appunto: se in Una notte al cimitero lo zombie palpava la zomba e rimediava un ceffone, anche qui il vampiro si lancia in una scena di palpeggio me, in quanto vampiro, pur se incartapecorito, sortisce effetti un po’ diversi: una sorta di “continuità della tetta palpata” in questa serie di film? Non me ne stupirei… Evitatelo, gente, evitatelo come la peste.


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Di Lamberto Bava ho già parlato qui e qui, Yvonne Sciò, che interpreta una delle tre sciacquette, la trovate qui.


George Hilton interpreta Jurek. L’attore non ha nessuna parentela con la mia amica Paris, visto che è Uruguayano e il suo vero nome è Jorge Hill Acosta y Lara, e in Italia costui si è affermato come caratterista per piccole perle trash del passato come Due mafiosi contro Goldginger e per capisaldi dei cupissimi gialli all’italiana come Lo strano vizio della signora Wardh, La coda dello scorpione, Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?, per poi declinare lentamente con roba tipo Abbronzantissimi 2 – Un anno dopo e Natale in Crociera. Per la TV ha lavorato nella famosissima (in Italia, ovvio) serie College. Ha 75 anni.


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Riccardo Rossi interpreta Gianni. Per la serie: dove ho già visto sta faccetta, l’attore romano era uno de I ragazzi della terza C, ha partecipato a parecchi programmi della RAI e anche ad alcune pubblicità (io mi ricordo la sua faccia in quella della Ferrarelle..). Tra i suoi film ricordo Grandi magazzini, l’orrido Piccolo grande amore accompagnato dall’indegno S.P.Q.R. e l’improponibile Scusa ma ti chiamo amore. Per la TV ha anche lui lavorato nella serie College, poi Don Matteo e Tutti pazzi per amore. Ha inoltre doppiato episodi di Barbapapà e Jeeg robot d’acciaio. Ha 46 anni.


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Patrizia Pellegrino interpreta Rita. La carriera cinematografica di costei è praticamente inesistente, ma diciamo che, come futura protagonista de L’isola dei famosi, può giustamente essere considerata la punta di diamante trash di tutto il film. Ha partecipato ad un episodio di Don Matteo ma ora lavora soprattutto per il teatro. Ha 47 anni.


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Isabel Russinova interpreta la mezza umana/mezza vampira che non smette un attimo di ridere. Lungi dall’essere russa o che, la nostrana Maria Isabella Cociani ha recitato in film come Tex e il signore degli abissi, Momo, Rimini, Rimini – Un anno dopo (giusto a voler confermare la sua bravura, eh..), il geniale Il commissario Lo Gatto e I miei primi quarant’anni. Ha 51 anni e un film in uscita.


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Valeria Milillo interpreta Sasha. Attrice milanese, ha partecipato soprattutto a produzioni televisive come Il commissario Montalbano, Distretto di polizia e il recente L’onore e il rispetto. Tra i suoi film ricordo il già citato Il commissario Lo Gatto e Uomo d’acqua dolce. Ha 43 anni.


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Vi lascio ora con il trailer del DVD USA... che contiene anche la pregevole colonna sonora "spagnoleggiante", unico pregio del film. ENJOY!


giovedì 22 novembre 2007

Il Nascondiglio (2007)

Nella serata di ieri, facendomi abilmente gabbare da Ale (per il consiglio) e da Toto (per i soldi) sono andata al cinema a vedere Il Nascondiglio del sempre ameno Pupi Avati.. Ecco, solo due parole: mortacci mia.

La trama, in breve, è questa: a Davenport, USA, una vedova appena uscita dal manicomio decide di aprire un ristorante italiano. Ovviamente il sito che la sconfinfera maggiormente è una casa dove almeno 50 anni prima era stato commesso un delitto efferato, le cui colpevoli non sono mai state trovate. Quando ricomincerà a sentire le voci, assieme a delle palesi presenze nelle intercapedini, la vedova novella Clerici deciderà di indagare.

 




Pupi Avati è tornato al thriller horror, quello di Zeder e La casa dalle finestre che ridono. Da quest’ultimo modello però non si è mai staccato, tant’è che il film risulta un blando calco della sua pellicola più famosa: un delitto insoluto da anni i cui strascichi permangono nel presente e una persona che si improvvisa detective, pagandone le conseguenze del caso. Aggiungiamoci anche una citazione involontaria de La Casa nera di Wes Craven, e il quadro è completo.

 

Avati abbandona la piccola realtà della provincia italiana a lui tanto cara ed ambienta una pellicola in America, con attori d’oltreoceano che affiancano la protagonista, Laura Morante. Il risultato è scialbo e privo di verve come la stessa Davenport. La Morante gira a vuoto per paesaggi anonimi e banali, incontra personaggi altrettanto vacui, solo per risolvere un mistero che lo spettatore medio aveva già risolto al decimo minuto di film e quello un po’ più attento ai trailer al quinto. In assenza di suspance rimane dunque l’esercizio di stile? No, perché il film è piatto anche a livello stilistico, banale calco delle produzioni Americane più infime, affossato ancor di più da un’orrida colonna sonora che richiama le pellicole di serie Z anni ’70 (a Riz Ortolani dovrebbero tagliare le mani: non mi puoi sottolineare l’”orrore” di una lampadina che si spegne con un suono di violino che, in tempi di dolby surround, mi renderà sorda per una settimana!!).

 

Gli attori, nonostante la Morante dichiari di essersi divertita moltissimo durante la realizzazione del film, sono intollerabili. La protagonista vaga per la città con la stessa verve di Asia Argento dopo 20 canne, Treat Williams e Burt Young sono i fantasmi dei bravi caratteristi che erano, e sugli altri protagonisti e sul doppiaggio pessimo è meglio non commentare, soprattutto sulla vecchia che parla come Gollum, con un sacco dal dubbio contenuto al posto di Sméagol. Peccato perché l’inizio, che richiama i vecchi horror della Hammer, non è male, ed è anche sottilmente inquietante. Ma è l’unico punto a favore di un film da dimenticare. Sorry, Pupi.  

 

Giuseppe “Pupi” Avati è uno dei registi italiani di punta, dallo stile ironico e particolare, e dalla sottile vena thriller. Ama raccontare storie ambientate in piccoli paesini della sua Romagna, mostrando allo spettatore la realtà della provincia italiana, regalando solitamente piccoli e particolari film. Tra le sue pellicole, oltre i già citati Zeder e La Casa dalle finestre che ridono, ricordo Bordella, Tutti defunti tranne i morti, Regalo di natale, L’arcano incantatore, La rivincita di natale e La seconda notte di nozze. La maggior parte dei suoi film sono sceneggiati da lui stesso, e come scrittore ha lavorato anche a Salò e le 120 giornate di Sodoma. Ha 69 anni.





Laura Morante interpreta Lei, la protagonista (con i nomi Pupi si è sbizzarrito questa volta: Lei, Egle, Liuba…). Personalmente non ci vedo nulla di particolare in questa attrice, che è invece molto amata dal pubblico. Tra i suoi film ricordo La stanza del figlio, Vajont e Ricordati di me, forse quelle più famose. Ha 41 anni e due film in uscita.





Treat Williams interpreta Padre Amy, viscido prete della cittadina. Questo caratterista statunitense è molto famoso, ha partecipato ad uno dei film che amo di più in assoluto, C’era una volta in America di Sergio Leone. Tra le altre pellicole citerei Il maratoneta, Hair, 1941: allarme a Hollywood, L’impero colpisce ancora, Cosa fare a Denver quando sei morto, Scomodi omicidi ed è stato protagonista del telefilm Everwood. Ha 56 anni.





Burt Young interpreta Mueller, agente immobiliare innamorato (ovviamente non ricambiato) di Lei. Costui è un altro apprezzato caratterista, anche lui presente in C’era una volta in America, famoso per aver dato il volto al Paulie di Rocky. Tra gli altri suoi film ricordo Spiaggia di sangue (incredibile e noiosissimo pseudo horror che dovrei recensire) Amityville Possession, She’s so lovely. E’ stato anche il papà di Bobby “Baccalà” Baccalieri in alcuni episodi de I Soprano. Ha 67 anni e due film in uscita.





Yvonne Sciò interpreta Ella Murray, nuora del giudice che emise la sentenza. Incredibile che una donzella lanciata da Non è la Rai sia diventata un’attrice utilizzata per produzioni francesi e americane ma, tant’è. Ha partecipato a film come Rose Red e The Pink Panther, inoltre ad alcuni episodi de La Tata (è la migliore amica di Fran Drescher) nonché ad una puntata del mitico (almeno per me) telefilm E vissero infelici e contenti, con protagonista un coniglio di peluche doppiato (nella versione originale) da Bobcat Goldthwait *____*. Yvonne ha 38 anni.

 




Come guest appearence del film c’era anche Cesare Cremonini, non chiedetemi perché e per fortuna che non l’ho riconosciuto….  E ora ecco a voi il trailer del capostipite... La Casa dalle finestre che ridono! Enjoy!









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