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mercoledì 3 aprile 2013

C'era una volta in America (1984)

In aereo, durante il ritorno a casa, sono riuscita ad imbarcarmi nella titanica impresa di affrontare per quella che penso sia la ventesima volta uno dei film più belli che abbia mai visto, ovvero C’era una volta in America (Once Upon a Time in America), diretto nel 1984 da Sergio Leone e tratto dal libro The Hoods di Harry Grey.


Trama: ormai vecchio, l’ex gangster Noodles torna nei luoghi dell’infanzia e della giovinezza dopo essere stato convocato dalla misteriosa lettera di un facoltoso uomo politico che gli chiede di sbrigare un ultimo lavoro per lui…


Come si fa a recensire un capolavoro sul quale eminenti critici e saputi competenti cinefili hanno ormai detto di tutto e di più? Semplice, come al solito mi sottrarrò all’ingrato compito e mi limiterò ad elencare qui mille motivi per cui C’era una volta in America è diventato, subito dopo la prima visione, uno di quei film che non mi stancherei mai di vedere nonostante la lunghezza e la complessità (la versione vista in aereo era quella nuova presentata l’anno scorso a Cannes, quasi 4 ore, ma per me già quella “classica” rappresenta l’assoluta perfezione). Chissà che, così, non venga voglia a chi legge il post di recuperare, se non l’avesse mai vista, una di quelle pellicole che mi rende assolutamente orgogliosa di essere italiana.


Il mio amore per C’era una volta in America nasce innanzitutto dal suo raccontare una storia di gangster, genere che ovviamente adoro, e dal fatto che buona parte dell’azione si concentri sull’infanzia scellerata dei protagonisti, altro escamotage narrativo tra i miei preferiti. Sergio Leone riesce abilmente ad equilibrare le due anime del film, la violenza spesso triviale di questi criminali che parrebbero mafiosi italiani ma sono in realtà figli del quartiere ebraico e la poesia del loro difficile passaggio da ragazzini ad adulti, confezionando delle sequenze che mi emozionano ad ogni visione. La mia preferita in assoluto è quella in cui il giovane Patsy non resiste al desiderio di mangiarsi il dolcetto zeppo di panna che avrebbe dovuto dare alla prostituta in erba Peggy come pagamento per l’eventuale prestazione: in questa scena si può percepire palpabile tutta l’inadeguatezza di questi mocciosetti che giocano a fare i grandi, la loro innocenza repressa a forza per poter sembrare più adulti ed affrontare da sbruffoni una realtà pericolosissima e spesso ingrata. Noodles, Max, Patsy, Cockey, Deborah, sono tutti nomi che arriviamo a sentire familiari verso la fine del film, perché sono diventati quelli di amici che ci sembra di conoscere da sempre, che abbiamo visto crescere, sbagliare, lottare e soffrire, ognuno impegnato a seguire le proprie aspirazioni, discutibili o meno. Delle persone, rese vive dall'incredibile bravura di tutti gli interpreti coinvolti, per cui il tempo è passato, per alcuni più che per altri. E qui arriviamo a parlare del personaggio protagonista dell'intera vicenda, il povero Noodles.


Se per Deborah e Max ho sempre provato un odio incredibile, incapace di accettare la loro perfidia e il loro egoismo (sebbene il modo in cui la ragazza legge a Noodles la sua versione del Cantico dei Cantici sia a dir poco geniale), verso Noodles ho sempre nutrito sentimenti contrastanti. Il primo aggettivo che mi viene in mente per definire il personaggio di De Niro è "perdente", ma lo dico con un senso di pietà, non di disgusto. Noodles è quello che, diciamocelo pure, se la prende sempre nel pertugio perché totalmente inadatto alla vita di gangster. E' il romantico del gruppo (e dico romantico in senso lato, ché le scene dei due stupri non le dimentico, ma diciamo che il primo è praticamente indotto e il secondo causato dalla disperazione per l'ennesimo rifiuto...), quello che darebbe la vita per i suoi compari, quello per cui il gruppo è innanzitutto una famiglia e solo dopo un mezzo per ottenere soldi, quello che mollerebbe tutto se solo Deborah rinunciasse alla sua carriera di attrice per lui, quello che si fa sempre fregare dal geloso e megalomane Max, fin dal loro primo incontro, e che nonostante tutto continua ad amarlo come un fratello. E' il personaggio che prima ha perso l'innocenza della gioventù nel modo peggiore, finendo in prigione dopo aver giustamente vendicato il piccolino della banda, e poi si è visto rubare amici, soldi, giovinezza, amore e vita da una mano ignota. "Noodles, che cosa hai fatto in tutti questi anni? - Sono andato a letto presto". Cosa c'è di più triste e definitivo di questa battuta, che mi provoca sempre, inevitabilmente, una malinconia incredibile? Dopo la morte degli amati Max, Patsy e Cockeye, uccisi dalla polizia per una sua soffiata (fatta a fin di bene, ma purtroppo è il risultato che conta), Noodles scopre che qualcuno lo ha incastrato e gli ha rubato i soldi messi da parte in tutti gli anni di attività, di conseguenza è costretto a fuggire per salvarsi la vita, ma quale vita rimane quando alla perdita di identità si aggiungono il senso di colpa, il dubbio e la solitudine? A cosa serve il tempo, quando l'esistenza si è fermata trent'anni prima? E la tristezza, il senso di pietà verso il personaggio aumentano più ci si avvicina verso il finale, crudele e devastante... ma anche ambiguo, perché come ci insegnano i libri di cinema tutta la vicenda potrebbe essere solo un'allucinazione di Noodles, che all'inizio del film troviamo sconvolto e strafatto all'interno di una fumeria d'oppio.


Arrivati a questo punto, vogliamo anche parlare (brevemente perché, lo ripeto, non oso!!) della regia, del montaggio e della colonna sonora? Leone è un genio, non offre soluzioni facili né un'interpretazione lineare dell'intera vicenda. Prende il tempo e lo dilata all'infinito, giocandoci come se non esistessero limiti di durata, ci rintrona per i primi minuti con un trillo del telefono che suona come una condanna a morte, ci costringe a infilare le unghie nella poltrona per la tensione mentre De Niro lentamente gira il caffé col cucchiaino, ci porta a spalancare gli occhi per lo stupore fondendo passato e presente nella magistrale sequenza della stazione (accompagnata da Yesterday dei Beatles!!), ci fa entrare a forza nei sogni romantici di un ragazzino che vede la sua amata ballare e denudarsi come una Dea, ci sconvolge alternando tutta questa poesia alla crudezza inusitata del pestaggio iniziale, dello stupro in macchina, della rozza parlata di Burt Young e degli uomini riconosciuti dai loro membri. In tutto questo, Ennio Morricone ci sguazza e crea una delle colonne sonore più belle di tutti i tempi, uno score diventato, nel tempo, così famoso che credo ogni italiano conosca "a orecchio" la melodia fischiettata continuamente dal piccolo Dominic. Personalmente, non riesco a non tirare fuori il fazzoletto e a non commuovermi ascoltando Poverty o la Canzone di Deborah, ma direi proprio che tutta la musica che accompagna le immagini del film meriti la definizione di capolavoro indimenticabile. E con questo, siccome mi è tornata una voglia pazza di mettere su il CD e chiudere gli occhi senza pensare a nulla, chiudo... sperando che invece a voi sia venuta voglia di vedere o recuperare questo trionfo.


Di Robert De Niro (David “Noodles” Aaronson), James Woods (Maximilian “Max” Berkovitcz), Burt Young (Joe), Treat Williams (James Conway O’Donnell), Danny Aiello (Il capo della polizia), William Forsythe (Philip “Cockeye” Stein) e Jennifer Connelly (Deborah da ragazzina) ho già parlato ai rispettivi link.

Sergio Leone è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Originario di Roma, ha diretto film come Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo e C’era una volta il west. Anche attore e produttore, è morto per un attacco cardiaco nel 1989, all’età di 60 anni.


Elizabeth McGovern interpreta Deborah. Americana, ha partecipato a film come Ragtime, Johnny il bello e Kick-Ass. Anche sceneggiatrice, ha 52 anni.


Joe Pesci (vero nome Joseph Frank Pesci) interpreta Frankie Manoldi. Parlando di Joe sconfiniamo nel mito, perché si tratta di uno dei miei attori preferiti, uno che non mi stancherei mai di vedere e rivedere, che mi ha regalato perle soprattutto in ambito scorse siano, con le sue magistrali interpretazioni in Quei bravi ragazzi (non a caso ha vinto l’Oscar come miglior attore non protagonista) e Casinò. Lo ricordo inoltre per film come Toro scatenato, Arma letale 2, Mamma ho perso l’aereo, JFK – Un caso ancora aperto, Mio cugino Vincenzo, Arma letale 3, Mamma ho riperso l’aereo, Bronx e Arma letale 4. Americano, ha 70 anni.


Tuesday Weld (vero nome Susan Ker Weld) interpreta Carol. Americana, ha partecipato a film come In cerca di mr.Goodbar (nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista), Un giorno di ordinaria follia e Due mariti per un matrimonio. Ha 70 anni.


Mario Brega interpreta Mandy. Originario di Roma, ha partecipato a film come Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo, Anche gli angeli mangiano fagioli, Un sacco bello, Bianco, rosso e Verdone, Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio e Vacanze di Natale. Anche produttore, è morto nel 1994 all'età di 71 anni.


Brian Bloom interpreta il giovane Patsy. Tra i ragazzini che interpretavano i giovani protagonisti è l'unico ad "avercela fatta". Assai impegnato come doppiatore, ha partecipato anche ai film The Stuff - Il gelato che uccide, A-Team e alle serie 21 Jump Street, Melrose Place, La tata, CSI: Scena del crimine, CSI: Miami, CSI: NY, Cold Case, Senza traccia e Dollhouse. Anche sceneggiatore, ha 43 anni e un film in uscita.


James Russo intepreta Bugsy. Americano, ha partecipato a film come Beverly Hills Cop - Un piedipiatti a Beverly Hills, Trauma, Occhi di serpente, Donnie Brasco, La nona porta, Django Unchained e alle serie Miami Vice, CSI: Scena del crimine, CSI: Miami e Numb3rs. Anche sceneggiatore, ha 60 anni e sei film in uscita.


Pare che alla fine delle riprese il film durasse quasi 10 ore. Sergio Leone e Nino Baragli erano riusciti a tagliarlo fino a raggiungere le 6 ore, con l’idea di distribuire C’era una volta in America in due parti, ma davanti all’opposizione dei distributori sono stati costretti ad effettuare ulteriori tagli fino ad arrivare alla durata attuale (che peraltro varia in base alle versioni). Nonostante tutto, in America la pellicola era però stata distribuita originariamente con altri 90 minuti di tagli e rimontata in ordine cronologico, una roba indecente che per fortuna risulta ora introvabile e che, come si può ben immaginare, aveva ricevuto critiche negativissime, mentre nel 2012 al Festival di Cannes è stata presentata invece la versione restaurata di 256 minuti, che poi è quella che ho visto in aereo, con una buona mezz’ora di interessante girato reinserito dove  avrebbe voluto il regista. Passiamo ora a parlare degli attori. Il povero Joe Pesci voleva il ruolo di Max, ma Leone non lo riteneva adatto; per rispetto dell’amicizia che legava il buon Joe a De Niro, però, il regista gli ha concesso di scegliersi liberamente un altro personaggio da interpretare e la scelta è caduta su Frankie, la cui parte doveva essere ben più consistente di quanto effettivamente è poi risultato nel film. A parte questo, comunque, Pesci è stato della partita, ma vediamo chi non ce l’ha fatta, per un motivo o per l’altro: nel 1975 Leone aveva dichiarato che del cast avrebbero fatto parte Gerard Dépardieu (Noodles), Richard Dreyfuss (Max), James Cagney e Jean Gabin (rispettivamente i due personaggi da vecchi), ma alla fine il progetto è stato completamente stravolto e già nel 1980 si facevano ben altri nomi, tra i quali quelli di Paul Newman come vecchio Noodles, Dustin Hoffman, John Malkovich, Harvey Keitel o Jon Voight come Max, Liza Minelli come Deborah e Claudia Cardinale come Carol. Brooke Shields, Jodie Foster e Daryl Hannah hanno invece direttamente rifiutato la proposta di partecipare al film col ruolo della giovane Deborah, a cui la Hannah per esempio ha preferito quello di Madison in Splash! Una sirena a Manhattan. Gran rifiuto anche da parte di Al Pacino e Jack Nicholson, ai quali era stato offerto il ruolo di Noodles, e da parte di Clint Eastwood per quello di O’Donnell, mentre il povero John Belushi, a cui era stata proposta la parte di Max, è morto prima che cominciassero le audizioni (e giuro che avrei voluto vederlo, sarebbe stata la sua consacrazione da attore serio!!). E dopo questa marea di informazioni, ecco le pellicole che vi consiglio di guardare se avete amato C’era una volta in America: Bronx, La 25sima ora, Mean Streets, Gangs of New York, Quei bravi ragazzi e la trilogia de Il padrino. Come vedete, avrete di che sbizzarrirvi, quindi… ENJOY!!

venerdì 14 dicembre 2012

Cosa fare a Denver quando sei morto (1995)

Con il tempo che scarseggia per scrivere recensioni e queste ultime che si cancellano dagli hard disk (sì, vi perderete La spada nella roccia e soprattuttamente After Death di Fragasso, ché non ho voglia di riscriverle, sorry...) non so sinceramente come verrà fuori quella dedicata ad uno dei miei film preferiti, Cosa fare a Denver quando sei morto (Things To Do in Denver When You're Dead, diretto nel 1995 da Gary Fleder), visto che è una settimana che macera nel mio cervello. Siate indulgenti e via che si va...


Trama: Jimmy "il santo" è un ex gangster impegnato in un'attività particolare, quella di registrare videomessaggi che le persone in punto di morte lasceranno ai loro cari rimasti in vita. Quando il suo ex capo deciderà di affidargli un'ultima missione, il rischio che sia lo stesso Jimmy a finire dietro una telecamera sarà molto concreto...


Negli anni '90 gli emuli di Pulp Fiction e, in generale, del cinema "di maniera" tarantiniano si sprecavano. Cosa fare a Denver quando sei morto è uno degli esempi più mirabili del genere perché è uno dei pochi che non cerca di fare il verso al mio adorato QT, bensì cerca di crearsi una propria personalità all'interno di questo sfruttatissimo filone. Niente arditi giochi di macchina, dialoghi interminabili e campati in aria (in questo caso, l'unico vezzo è quello del vecchietto che racconta la storia dei protagonisti agli avventori del bar o il fatto che uno dei due tirapiedi di Christopher Walken usi un linguaggio molto forbito) o citazionismo dispensato come se non ci fosse un domani: Cosa fare a Denver quando sei morto ha un taglio e una regia molto classici, quasi un po' retrò, il difficile slang che utilizzano i personaggi sembrerebbe un mix di modi di dire da galera, gergo del Vietnam e dialetto di strada e, per quanto riguarda la trama, ha davvero poco di scanzonato e "trendy", per così dire.


Come si evince dal titolo, infatti, il film porta avanti una malinconica e particolare riflessione sulla vita e la morte. All'inizio vediamo il protagonista, Jimmy il Santo, come un uomo apparentemente pacato, sicuro di sé, perfettamente in grado di controllare la sua vita dopo essersi lasciato il passato di criminale alle spalle. L'attività che conduce è infinitamente triste e poco remunerativa, ma ancor più tristi sono le vite del suo ex capo, di quelli che un tempo erano i suoi compagni di "sventura", della prostituta Lucinda e del figlio ormai folle del cosiddetto Man with a plan. Davanti a questi personaggi patetici Jimmy, con i suoi modi garbati, i capelli e gli abiti impeccabili, sembrerebbe svettare come chi guarda alle vite altrui con distacco e una blanda commiserazione, ma tutto cambia drasticamente quando nella sua esistenza entra il vero amore... proprio quando il fallimento dell'ultima missione, accettata banalmente per bisogno di soldi, decreta la sua condanna a morte. Il film racconta gli ultimi giorni di un uomo che ha finalmente trovato una cosa per cui vivere e cerca disperatamente di recuperare il tempo perduto lasciando un ricordo di sé e, parallelamente, racconta il modo in cui le persone decidono di affrontare la morte: chi non ha rimpianto alcuno e si prepara ad affrontare il momento fatidico con dignità, chi pensa soprattutto alla moglie e ai figli, chi si prepara a dare una folle battaglia, chi non rispetta la vita neppure quando è ormai ad un passo dal concluderla.


Per rendere più incisiva questa riflessione, il film si avvale di attori a dir poco superbi. I migliori sono senza dubbio Christopher Lloyd che, per una volta, interpreta un personaggio stranamente pacato e dignitoso, diverso da quelli folli e nevrastenici a cui siamo abituati, il pazzo e detestabile (per quanto è deficente il suo Critical Bill) Treat Williams, l'inquietantissimo Christopher Walken in sedia a rotelle e, soprattutto, Steve Buscemi e il suo Mr. Shh: l'incarnazione stessa della morte, freddo, silenzioso, sparuto e insignificante nella sua faccetta di uomo qualunque.. perché d'altronde anche una morte violenta non deve essere necessariamente spettacolare o strana. Insomma, se non lo avete mai visto e avete perso i radi passaggi televisivi di Cosa fare a Denver quando sei morto, cercate di recuperarlo perché ne vale veramente la pena.


Di Christopher Lloyd (Pieces), William Forsythe (Franchise), Treat Williams (Critical Bill), Steve Buscemi (Mister Shhh), Christopher Walken (The man with the plan), Bill Cobbs (Malt), Don Cheadle (Rooster) e Jenny McCarthy (l'infermiera bionda) ho già parlato nei rispettivi link.

Gary Fleder è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Il collezionista ed episodi di serie come Racconti di mezzanotte. Anche produttore, ha 47 anni e due film in uscita.


Andy Garcia (vero nome Andrés Arturo García Menéndez) interpreta Jimmy il santo. Cubano, lo ricordo per film come The Untouchables - Gli intoccabili, Black Rain - Pioggia sporca, Il padrino - Parte III, Ocean's Eleven - Fate il vostro gioco, Ocean's Twelve, Ocean's Thirteen e La Pantera Rosa 2, inoltre ha partecipato alle serie La signora in giallo, Alfred Hitchcock presenta, Will & Grace e doppiato un episodio de I Simpson. Anche produttore, regista, compositore e sceneggiatore, ha 56 anni e sei film in uscita.


Bill Nunn (vero nome William G. Nunn) interpreta Easy Wind. Americano, ha partecipato a film come Cadillac man, A proposito di Henry, Sister Act - Una svitata in abito da suora, Palle in canna, L'inferno nello specchio (Candyman 2), Extreme Measures - Soluzioni estreme, Il collezionista, La leggenda del pianista sull'oceano, Spider - Man, Spider - Man 2, Spider - Man 3 e alla serie Millenium. Anche produttore, ha 59 anni.


Jack Warden (vero nome John H. Lebzelter) interpreta Joe Heff. Americano, ha partecipato a film come Tutti gli uomini del presidente, Assassinio sul Nilo, Giallo in casa Muppet, Piccola peste, Piccola peste torna a far danni, Toys - Giocattoli, Piccola peste s'innamora e alle serie Ai confini della realtà e Vita da strega. E' morto nel 2006, all'età di 85 anni.


Fairuza Balk (vero nome Fairuza Alejandra Feldthouse) interpreta Lucinda. Benché poco "sfruttata", quest'attrice americana è una delle mie preferite e la ricordo per film come Nel fantastico mondo di Oz, Giovani streghe,Valmont, L'isola perduta, American History X e Quasi famosi, inoltre ha partecipato alle serie I Soprano, Masters of Horror e doppiato alcuni episodi de I Griffin. Ha 38 anni e due film in uscita.


Gabrielle Anwar interpreta Dagney. Inglese, ha partecipato a film come Scent of a Woman - Profumo di donna, Ultracorpi - L'invasione continua, I tre moschettieri e alle serie Beverly Hills 90210, I Tudors e Burn Notice. Anche produttrice, ha 42 anni.


Marshall Bell (vero nome Archibald Marshall Bell) interpreta Atwater. Americano, ha partecipato a film come Nightmare 2: la rivincita, Stand by Me - Ricordo di un'estate, Manhunter - Frammenti di un omicidio, I gemelli, Atto di forza, Dick Tracy, Oscar - Un fidanzato per due figlie, Amore all'ultimo morso, il geniale e meraviglioso Il silenzio dei prosciutti, Airheads - Una banda da lanciare, Natural Born Killers, Starship Troopers - Fanteria dello spazio, Identità, Capote e alle serie X - Files, Millenium, Jarod il camaleonte, CSI e Dr. House. Ha 70 anni e due film in uscita.


Se Cosa fare a Denver quando sei morto vi fosse piaciuto, consiglio un paio di film forse poco conosciuti ma molto carini, Insoliti criminali e Compagnie pericolose. ENJOY!!






giovedì 22 novembre 2007

Il Nascondiglio (2007)

Nella serata di ieri, facendomi abilmente gabbare da Ale (per il consiglio) e da Toto (per i soldi) sono andata al cinema a vedere Il Nascondiglio del sempre ameno Pupi Avati.. Ecco, solo due parole: mortacci mia.

La trama, in breve, è questa: a Davenport, USA, una vedova appena uscita dal manicomio decide di aprire un ristorante italiano. Ovviamente il sito che la sconfinfera maggiormente è una casa dove almeno 50 anni prima era stato commesso un delitto efferato, le cui colpevoli non sono mai state trovate. Quando ricomincerà a sentire le voci, assieme a delle palesi presenze nelle intercapedini, la vedova novella Clerici deciderà di indagare.

 




Pupi Avati è tornato al thriller horror, quello di Zeder e La casa dalle finestre che ridono. Da quest’ultimo modello però non si è mai staccato, tant’è che il film risulta un blando calco della sua pellicola più famosa: un delitto insoluto da anni i cui strascichi permangono nel presente e una persona che si improvvisa detective, pagandone le conseguenze del caso. Aggiungiamoci anche una citazione involontaria de La Casa nera di Wes Craven, e il quadro è completo.

 

Avati abbandona la piccola realtà della provincia italiana a lui tanto cara ed ambienta una pellicola in America, con attori d’oltreoceano che affiancano la protagonista, Laura Morante. Il risultato è scialbo e privo di verve come la stessa Davenport. La Morante gira a vuoto per paesaggi anonimi e banali, incontra personaggi altrettanto vacui, solo per risolvere un mistero che lo spettatore medio aveva già risolto al decimo minuto di film e quello un po’ più attento ai trailer al quinto. In assenza di suspance rimane dunque l’esercizio di stile? No, perché il film è piatto anche a livello stilistico, banale calco delle produzioni Americane più infime, affossato ancor di più da un’orrida colonna sonora che richiama le pellicole di serie Z anni ’70 (a Riz Ortolani dovrebbero tagliare le mani: non mi puoi sottolineare l’”orrore” di una lampadina che si spegne con un suono di violino che, in tempi di dolby surround, mi renderà sorda per una settimana!!).

 

Gli attori, nonostante la Morante dichiari di essersi divertita moltissimo durante la realizzazione del film, sono intollerabili. La protagonista vaga per la città con la stessa verve di Asia Argento dopo 20 canne, Treat Williams e Burt Young sono i fantasmi dei bravi caratteristi che erano, e sugli altri protagonisti e sul doppiaggio pessimo è meglio non commentare, soprattutto sulla vecchia che parla come Gollum, con un sacco dal dubbio contenuto al posto di Sméagol. Peccato perché l’inizio, che richiama i vecchi horror della Hammer, non è male, ed è anche sottilmente inquietante. Ma è l’unico punto a favore di un film da dimenticare. Sorry, Pupi.  

 

Giuseppe “Pupi” Avati è uno dei registi italiani di punta, dallo stile ironico e particolare, e dalla sottile vena thriller. Ama raccontare storie ambientate in piccoli paesini della sua Romagna, mostrando allo spettatore la realtà della provincia italiana, regalando solitamente piccoli e particolari film. Tra le sue pellicole, oltre i già citati Zeder e La Casa dalle finestre che ridono, ricordo Bordella, Tutti defunti tranne i morti, Regalo di natale, L’arcano incantatore, La rivincita di natale e La seconda notte di nozze. La maggior parte dei suoi film sono sceneggiati da lui stesso, e come scrittore ha lavorato anche a Salò e le 120 giornate di Sodoma. Ha 69 anni.





Laura Morante interpreta Lei, la protagonista (con i nomi Pupi si è sbizzarrito questa volta: Lei, Egle, Liuba…). Personalmente non ci vedo nulla di particolare in questa attrice, che è invece molto amata dal pubblico. Tra i suoi film ricordo La stanza del figlio, Vajont e Ricordati di me, forse quelle più famose. Ha 41 anni e due film in uscita.





Treat Williams interpreta Padre Amy, viscido prete della cittadina. Questo caratterista statunitense è molto famoso, ha partecipato ad uno dei film che amo di più in assoluto, C’era una volta in America di Sergio Leone. Tra le altre pellicole citerei Il maratoneta, Hair, 1941: allarme a Hollywood, L’impero colpisce ancora, Cosa fare a Denver quando sei morto, Scomodi omicidi ed è stato protagonista del telefilm Everwood. Ha 56 anni.





Burt Young interpreta Mueller, agente immobiliare innamorato (ovviamente non ricambiato) di Lei. Costui è un altro apprezzato caratterista, anche lui presente in C’era una volta in America, famoso per aver dato il volto al Paulie di Rocky. Tra gli altri suoi film ricordo Spiaggia di sangue (incredibile e noiosissimo pseudo horror che dovrei recensire) Amityville Possession, She’s so lovely. E’ stato anche il papà di Bobby “Baccalà” Baccalieri in alcuni episodi de I Soprano. Ha 67 anni e due film in uscita.





Yvonne Sciò interpreta Ella Murray, nuora del giudice che emise la sentenza. Incredibile che una donzella lanciata da Non è la Rai sia diventata un’attrice utilizzata per produzioni francesi e americane ma, tant’è. Ha partecipato a film come Rose Red e The Pink Panther, inoltre ad alcuni episodi de La Tata (è la migliore amica di Fran Drescher) nonché ad una puntata del mitico (almeno per me) telefilm E vissero infelici e contenti, con protagonista un coniglio di peluche doppiato (nella versione originale) da Bobcat Goldthwait *____*. Yvonne ha 38 anni.

 




Come guest appearence del film c’era anche Cesare Cremonini, non chiedetemi perché e per fortuna che non l’ho riconosciuto….  E ora ecco a voi il trailer del capostipite... La Casa dalle finestre che ridono! Enjoy!









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