Probabilmente questo me l'ero perso perché sono sempre stata una bimba di Street Fighter, più che di Mortal Kombat. Ma da nerd un po' a tutto campo, nonché figlia degli anni '80-'90, conoscevo buona parte dei personaggi del videogame e la natura gradevolmente splatter dell'opera videoludica, culminante nelle iconiche "Fatality". Il primo Mortal Kombat introduce l'idea di un torneo da disputare tra vari mondi in lotta tra loro, con una serie di prescelti portatori di un marchio particolare che vengono chiamati per combattere in duelli all'ultimo sangue. Qualora un regno dovesse vincere il torneo per dieci volte di fila, questo avrebbe la possibilità di sottomettere il regno perdente; in questo caso, il rischio è che la Terra venga conquistata dal Regno Esterno, già a nove vittorie. La cosa esilarante di Mortal Kombat è il modo in cui il Regno Esterno ami vincere facile, nel senso che la tattica è quella di uccidere i prescelti prima ancora che sappiano dell'esistenza del torneo. Ciò consente agli sceneggiatori di presentare vari personaggi del videogame nei panni di malvagi tout court, mostri pronti ad uccidere gli ignari guerrieri terrestri radunati dal dio del fulmine Raiden, il tutto attraverso il punto di vista del protagonista Cole Young, il Goku/Pegasus della situazione che, nonostante sia dotato di un potere inimmaginabile, non ha la più pallida idea di come utilizzarlo. Diciamo che Cole è anche il personaggio meno interessante (una sorta di uomo d'ottone Bautistiano che non ha neppure un'oncia del carisma di tutti i vari Sub-Zero, Skorpion, Raiden, Mileena, Shang Tsung e, ovviamente, Kano, il jolly impazzito del mucchio e il comprimario meglio scritto, o comunque il più divertente) e, non fosse per le notevoli dosi di splatter e violenza mutuate, giustamente, dalla natura stessa del videogioco, seguire le sue prevedibili vicende sarebbe una noia pazzesca. Tutto sommato, il film poteva venire meglio ma poteva anche venire peggio, considerato che Simon McQuoid era alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa; il montaggio e la resa dei vari combattimenti è un po' rozza e poco fluida, con parecchie magagne coperte da abbondanti dosi di CGI (che, fortunatamente, mi sono risparmiata al cinema o temo mi sarebbero esplosi gli occhi, altro che Fatality), le scene drammatiche di raccordo sono cheesy quanto un puff al formaggio, e la maggior parte degli attori occidentali dovrebbe andare a zappare la terra, però è anche vero che basta un "Kano wins", un "get over here!" e quella zamarrata di canzone infilata nei titoli di coda per far tornare istantaneamente il buonumore. E di sicuro è un film perfetto per farsi venire voglia di rispolverare qualsivoglia versione di Mortal Kombat abbiate in casa e rimettervi a giocare.
Curiosità: Il film era stato inizialmente classificato come NC-17 e il regista ha dovuto tagliare parecchie scene di violenza estrema per ottenere l'R-rating. Il Mortal Kombat di Paul W.S. Anderson, per inciso, era stato realizzato per l'R-rating ed era stato completamente stravolto per ottenere il PG-13.
Sembra che qualcuno, all'epoca, si fosse lamentato di almeno due enormi difetti in Mortal Kombat: il fatto che il torneo non venisse mai disputato e l'assenza di Johnny Cage. Cinque anni dopo, Simon McQuoid ha dato al pubblico quello che voleva e ci ha aggiunto anche Kitana coi suoi ventagli, assieme a un paio di altri personaggi assai pittoreschi presenti nel videogioco. Salvo per un paio di cadute di ritmo, in particolare all'inizio, non mi sono pentita di essere andata a vedere Mortal Kombat II al cinema. Intanto, il film usa uno sporchissimo barbatrucco per far tornare il mio adorato Kano e ribadire la natura profondamente malvagia e paracula del Regno Esterno (nel primo film ammazzavano i prescelti prima che ne avessero consapevolezza, qui usano direttamente una pietra che rende immortali, quando non sono impegnati nella sottile arte della necromanzia). Inoltre, i riflettori vengono spostati da quel mollo di Cole a Johhny Cage il quale, pur seguendo un percorso di presa di coscienza assai simile, ha una personalità strabordante che non ci mette molto ad offuscare quella di tutti gli altri comprimari, forse anche più anonimi del film precedente. Sarà che adoro Karl Urban, ma non l'ho trovato un male. Quanto al Mortal Kombat in sé, mi pare si sia data un'accelerata alle scene gore e violente, con almeno un paio di morti decisamente sorprendenti ed "esagerate", accompagnate dall'utilizzo di ambienti familiari ai giocatori del franchise, ma la sensazione è sempre quella di avere davanti scene di lotta realizzate col minimo sindacale di sapienza e tecnica, annegate nella CGI per stordire lo spettatore. Non so se è perché gli stessi realizzatori e produttori ci credono poco, sta di fatto che Mortal Kombat II si conclude in modo "neutro", con l'assist per un eventuale terzo film che, qualora non venisse mai girato, non lascerebbe comunque lo spettatore con l'amaro in bocca per una storia monca, come potrebbe succedere, per esempio, nel caso di Five Nights at Freddy's. Per quanto mi riguarda, se Josh Lawson tornerà nei panni di Kano sarò della partita, ed esigo anche, tra i doppiatori italiani, la presenza di Haruhiko Yamanouchi, anche se avrò sempre paura che Skorpion voglia vendere una Suzuki a Sub-Zero prima di fargli una Fatality.
Curiosità: Ed Boon, co-creatore della serie di videogiochi, compare nei panni del barista Ed.


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