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martedì 12 maggio 2026

Bolle di recensioni: Mortal Kombat (2021) e Mortal Kombat II (2026)


Attirata da un paio di trailer e dalla presenza di Karl Urban, ho deciso di andare a vedere Mortal Kombat II e, qualche giorno prima, ho recuperato il prequel Mortal Kombat, film del 2021 che, chissà perché, era sfuggito ai miei radar. Siccome Mortal Kombat l'ho guardato ormai più di una settimana fa, senza mai avere il tempo di scrivere qualcosa in merito, e siccome nessuno dei due film è proprio quel che si dice un capolavoro su cui elucubrare più di tanto, mi sembrava doveroso accorpare due mini-post nella rubrica Bolle di recensioni. ENJOY!

Mortal Kombat (Simon McQuoid, 2021)

Probabilmente questo me l'ero perso perché sono sempre stata una bimba di Street Fighter, più che di Mortal Kombat. Ma da nerd un po' a tutto campo, nonché figlia degli anni '80-'90, conoscevo buona parte dei personaggi del videogame e la natura gradevolmente splatter dell'opera videoludica, culminante nelle iconiche "Fatality". Il primo Mortal Kombat introduce l'idea di un torneo da disputare tra vari mondi in lotta tra loro, con una serie di prescelti portatori di un marchio particolare che vengono chiamati per combattere in duelli all'ultimo sangue. Qualora un regno dovesse vincere il torneo per dieci volte di fila, questo avrebbe la possibilità di sottomettere il regno perdente; in questo caso, il rischio è che la Terra venga conquistata dal Regno Esterno, già a nove vittorie. La cosa esilarante di Mortal Kombat è il modo in cui il Regno Esterno ami vincere facile, nel senso che la tattica è quella di uccidere i prescelti prima ancora che sappiano dell'esistenza del torneo. Ciò consente agli sceneggiatori di presentare vari personaggi del videogame nei panni di malvagi tout court, mostri pronti ad uccidere gli ignari guerrieri terrestri radunati dal dio del fulmine Raiden, il tutto attraverso il punto di vista del protagonista Cole Young, il Goku/Pegasus della situazione che, nonostante sia dotato di un potere inimmaginabile, non ha la più pallida idea di come utilizzarlo. Diciamo che Cole è anche il personaggio meno interessante (una sorta di uomo d'ottone Bautistiano che non ha neppure un'oncia del carisma di tutti i vari Sub-Zero, Skorpion, Raiden, Mileena, Shang Tsung e, ovviamente, Kano, il jolly impazzito del mucchio e il comprimario meglio scritto, o comunque il più divertente) e, non fosse per le notevoli dosi di splatter e violenza mutuate, giustamente, dalla natura stessa del videogioco, seguire le sue prevedibili vicende sarebbe una noia pazzesca. Tutto sommato, il film poteva venire meglio ma poteva anche venire peggio, considerato che Simon McQuoid era alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa; il montaggio e la resa dei vari combattimenti è un po' rozza e poco fluida, con parecchie magagne coperte da abbondanti dosi di CGI (che, fortunatamente, mi sono risparmiata al cinema o temo mi sarebbero esplosi gli occhi, altro che Fatality), le scene drammatiche di raccordo sono cheesy quanto un puff al formaggio, e la maggior parte degli attori occidentali dovrebbe andare a zappare la terra, però è anche vero che basta un "Kano wins", un "get over here!" e quella zamarrata di canzone infilata nei titoli di coda per far tornare istantaneamente il buonumore. E di sicuro è un film perfetto per farsi venire voglia di rispolverare qualsivoglia versione di Mortal Kombat abbiate in casa e rimettervi a giocare.

Curiosità: Il film era stato inizialmente classificato come NC-17 e il regista ha dovuto tagliare parecchie scene di violenza estrema per ottenere l'R-rating. Il Mortal Kombat di Paul W.S. Anderson, per inciso, era stato realizzato per l'R-rating ed era stato completamente stravolto per ottenere il PG-13.

Mortal Kombat II (Simon McQuoid, 2026)

Sembra che qualcuno, all'epoca, si fosse lamentato di almeno due enormi difetti in Mortal Kombat: il fatto che il torneo non venisse mai disputato e l'assenza di Johnny Cage. Cinque anni dopo, Simon McQuoid ha dato al pubblico quello che voleva e ci ha aggiunto anche Kitana coi suoi ventagli, assieme a un paio di altri personaggi assai pittoreschi presenti nel videogioco. Salvo per un paio di cadute di ritmo, in particolare all'inizio, non mi sono pentita di essere andata a vedere Mortal Kombat II al cinema. Intanto, il film usa uno sporchissimo barbatrucco per far tornare il mio adorato Kano e ribadire la natura profondamente malvagia e paracula del Regno Esterno (nel primo film ammazzavano i prescelti prima che ne avessero consapevolezza, qui usano direttamente una pietra che rende immortali, quando non sono impegnati nella sottile arte della necromanzia). Inoltre, i riflettori vengono spostati da quel mollo di Cole a Johhny Cage il quale, pur seguendo un percorso di presa di coscienza assai simile, ha una personalità strabordante che non ci mette molto ad offuscare quella di tutti gli altri comprimari, forse anche più anonimi del film precedente. Sarà che adoro Karl Urban, ma non l'ho trovato un male. Quanto al Mortal Kombat in sé, mi pare si sia data un'accelerata alle scene gore e violente, con almeno un paio di morti decisamente sorprendenti ed "esagerate", accompagnate dall'utilizzo di ambienti familiari ai giocatori del franchise, ma la sensazione è sempre quella di avere davanti scene di lotta realizzate col minimo sindacale di sapienza e tecnica, annegate nella CGI per stordire lo spettatore. Non so se è perché gli stessi realizzatori e produttori ci credono poco, sta di fatto che Mortal Kombat II si conclude in modo "neutro", con l'assist per un eventuale terzo film che, qualora non venisse mai girato, non lascerebbe comunque lo spettatore con l'amaro in bocca per una storia monca, come potrebbe succedere, per esempio, nel caso di Five Nights at Freddy's. Per quanto mi riguarda, se Josh Lawson tornerà nei panni di Kano sarò della partita, ed esigo anche, tra i doppiatori italiani, la presenza di Haruhiko Yamanouchi, anche se avrò sempre paura che Skorpion voglia vendere una Suzuki a Sub-Zero prima di fargli una Fatality.

Curiosità: Ed Boon, co-creatore della serie di videogiochi, compare nei panni del barista Ed.

venerdì 13 giugno 2025

Bolle di recensioni: Heart Eyes (2025) e Presence (2025)

Siccome rischiavano di cadere nel dimenticatoio e slittare a chissà quando, ho deciso di accorpare un paio di brevi opinioni su due horror (totalmente diversi tra loro) visti qualche tempo fa, anche perché nel frattempo, finalmente, Heart Eyes è uscito anche nei cinema italiani (alla buon'ora, gente!!). Quello di Soderbergh, invece, è ancora inedito nel nostro Paese, chissà perché! ENJOY!

Heart Eyes (Josh Ruben, 2025)

Avevo visto Heart Eyes già parecchio tempo fa, ma era finito vittima della marea di post ai quali avevo dato la precedenza. Nulla di male, perché nel frattempo è stato distribuito anche in Italia, e va bene parlarne oggi, anche se sarò un po' più stringata nel parlare del nuovo film di Josh Ruben. E non perché non sia bello, beninteso! Heart Eyes è uno slasher "di cuore", letteralmente. Segue tutte le regole del genere ma, siccome tra gli sceneggiatori c'è l'adorabile Christopher Landon, l'horror si mescola senza soluzione di continuità ad un altro tipo di film, in questo caso la commedia romantica. Sì perché Heart Eyes, o HEK, come viene chiamato nel film, adora uccidere le coppie proprio il giorno di San Valentino e l'intero film ruota attorno all'equivoco che vede la protagonista, Ally, e un suo nuovo collega di lavoro, Jay, venire scambiati per due innamorati che tubano, per tutta una serie di circostanze che vi lascio il piacere di scoprire. Inutile dire che, come in tutte le commedie romantiche che si rispetti, i due protagonisti si innamoreranno davvero l'uno dell'altra nel corso della pellicola. Superfluo anche dire che Heart Eyes li seguirà molto da vicino, lasciandosi dietro una scia di persone uccise con metodi molto fantasiosi e coreografici. Josh Ruben, con un budget più consistente rispetto al suo primo film da regista (parlo di Scare Me, purtroppo non ho ancora avuto modo di vedere A cena con il lupo), conferma di saperci fare, di avere un occhio brillante per la messinscena e per i dettagli stilosi o originali, mai fini a se stessi, come conferma il favoloso look del killer (opera di Tony Gardner, che già aveva realizzato le maschere di Freaky, Auguri per la tua morte e Totally Killer) e non avete idea di quanto mi piacerebbe vederlo all'opera con qualche horror più "serio". Per quanto mi riguarda, Heart Eyes merita anche solo per l'esilarante inizio, la somma presa per il culo di tutte le falsissime storie a tema amore, fidanzamento e matrimonio che si vedono nei feed di Instagram, ma in generale è una visione divertentissima e intelligente, che non annoia neppure per un secondo, oltre che zeppa di belle facce (Devon Sawa in primis, sempre graditissimo!). Se ci fosse un sequel non mi lamenterei, anche perché vorrei vedere la faccia dello sugar daddy di Monica.  

Presence (Steven Soderbergh, 2024)

Tra challenge, uscite cinematografiche e altri film, ci ho messo un po' a scrivere un post su Presence, il che si tradurrà in maggior brevità rispetto al solito, anche perché la mia memoria ha delle difficoltà a richiamare alla mente un'opera così poco emozionante, dopo due settimane dalla visione. Presence avrebbe dovuto uscire il 6 febbraio in Italia ma si è perso nel limbo distributivo di una Lucky Red evidentemente interessata a portare altri film al cinema, e ora pare abbiano deciso di distribuirlo il 24 luglio, quando la maggior parte dei cinema saranno chiusi. Poco danno, se mi posso permettere. Presence non mi ha granché entusiasmata, anzi, ammetto di avere avuto non poche difficoltà a rimanere sveglia durante la visione, e questo nonostante sia molto interessante dal punto di vista dell'esecuzione. Il film, infatti, è stato girato con una piccola videocamera digitale direttamente dal regista, e mostra per tutta la sua durata il punto di vista soggettivo di una presenza (da qui il titolo), di uno spirito, all'interno di una casa. La narrazione è costituita esclusivamente di ciò che la presenza vede e sente, con tutto ciò che ne consegue. Il problema di Presence, per quanto mi riguarda, è che la trama non è nulla di che, i personaggi sono appena abbozzati e, spesso, vengono introdotte alcune questioni in apparenza importantissime che si concludono in un nulla di fatto, come se la presenza non avesse alcun interesse a seguirle. Lo stesso tema dell'elaborazione del lutto, da cui prende il via tutta la vicenda (la famiglia della giovane Chloe decide di cambiare casa dopo il trauma subito dalla ragazza, alla morte improvvisa della sua migliore amica), dà semplicemente il la ad una serie di conflitti familiari isterici, con la giovane colpevolizzata dal fratello, ignorata dalla madre e sostenuta solo da un padre privo di polso, una serie ripetuta di dinamiche familiari fastidiose all'interno delle quali si inserisce, da un certo punto in poi, una vena thriller angosciante. Presence, salvo per il modo in cui è stato realizzato, riesce in effetti a sorprendere solo sul finale, con una conclusione spiazzante in grado di dare un perché anche alle scelte tecniche. Peccato che il film diventi interessante solo nei suoi ultimi, concitati e persino commoventi minuti.

mercoledì 28 maggio 2025

Bolle di recensioni al cinema: Final Destination Bloodlines (2025) e Werewolves (2024)

Avrei voluto scrivere qualcosa di più su questi film, soprattutto sul primo, attesissimo revival di una saga molto amata, ma tra ferie, problemi informatici, nuove uscite succulente e mancanza di tempo, il rischio era di riuscire a redigere un post nel 2026. Mio malgrado, quindi, ecco un parere in pillole su Final Destination Bloodlines Werewolves. ENJOY!

Final Destination Bloodlines (Zach Lipovsky e Adam Stein, 2025)

Credetemi, mi spezza il cuore parlare così brevemente di questo film. La saga di Final Destination non mi ha mai particolarmente entusiasmata, salvo per i primi due capitoli e il quinto, ma ovviamente mi ha comunque segnata, come cinefila e amante dell'horror. Diciamo che sto MOLTO attenta a tantissimi, potenziali modi di morire, da quando visto i film della saga per la prima volta, e quest'ultimo capitolo ha riconfermato la bastardaggine di alcuni, oltre ad avere portato su schermo una mia fobia enorme, rendendomi ancora più cauta nell'approcciarmi a determinati luoghi. Per quanto mi riguarda, infatti, la scena d'apertura di Final Destination Bloodlines è la più terrificante della saga, perché è una situazione che mi sono immaginata (non a questi livelli, certo) persino sulla Torre di Tokyo, portandomi a stare ben distante dal punto panoramico in cui gli ospiti possono camminare su una lastra trasparente. Fortunatamente, dopo quei dieci minuti di angoscia iniziale (che a me sono sembrati almeno due ore) in cui volevo uscire dalla sala, Final Destination Bloodlines si assesta su un tono più scanzonato, ma non stupido. Il film riflette parecchio sulla famiglia, sui "legami di sangue", su quanto il silenzio e la testarda decisione di proteggere le persone amate dalle nostre paranoie e dai nostri traumi, spesso le allontanino e le distruggano, condannando sia noi che loro a una triste solitudine o a un risentimento costante. C'è dunque tanto spazio per il divertimento, nel film, che inanella alcune delle morti più assurde, sanguinose, stupide e meglio congegnate della saga, ma anche per la commozione: Final Destination Bloodlines è dedicato quell'elegantissimo Signore di Tony Todd, il quale si accomiata dal pubblico con un monologo personale e struggente, che mi ha lasciata in lacrime sulla poltrona. Il buon Tony non è l'unico in grado di entrare nel cuore dello spettatore, però. A fianco di una protagonista simpatica ma dimenticabile, ci sono infatti le vere rivelazioni del film, due ragazzi per i quali ho sofferto davvero, sperando di non doverli mai vedere morire male (as if). Parlo del tenerissimo Bobby, accompagnato dall'inseparabile tartaruga e, soprattutto, della rivelazione di Final Destination Bloodlines, Richard Harmon con il suo Erik. Con qualche anno in meno e un po' di tempo in più mi metterei alla ricerca di tutte le apparizioni cinematografiche e televisive di questo attore, perché il fanciullo è entrato di diritto nel novero delle mie crush fulminanti, e riguarderei in loop il film solo per godermi la sua meravigliosa performance. Se non mi credete, correte a vedere il film e innamoratevi a vostra volta. Poi non dite che non vi avevo avvertiti. 

Curiosità: Richard Harmon ha esordito, al cinema, in Trick'r Treat, dietro la maschera di Dracula di uno dei bambini nel pullman!


Werewolves
(Steven C. Miller, 2024)

Muscolosissimo action con lupi mannari i quali, come sapete, non sono molto il mio genere, visto che preferisco i vampiri. In pratica, il film è una Notte del giudizio con licantropi annessi, che racconta la battaglia disperata di un gruppo di studiosi in cerca di una cura contro una pandemia licantropica iniziata con la superluna di un anno prima e, parallelamente, il tentativo di chi è rimasto ancora umano di barricarsi in casa e proteggersi alla vigilia di una nuova superluna. L'aspetto più interessante del film è l'idea di rendere la luce lunare come un virus che trasforma in lupi mannari, aggiungendo al pericolo di venire sventrati anche quello di mutare nel giro di pochi istanti, cosa che costringe gli sceneggiatori a inventarsi un paio di cosine niente male, che aumentano ulteriormente il tasso di tensione. Il "cosa mai potrà andare storto?" davanti a un inizio in cui vengono presentati due piani a prova di scemo, lascia ovviamente presto il passo a zanne, artigli e sangue, e mentirei se non dicessi che, in un paio di momenti, mi stavo rosicchiando le unghie dall'ansia. In generale, le parti action/horror del film sono molto ben fatte e, se i lupi mannari sono stati realizzati in CGI, tanto di cappello, perché non ho avuto la solita percezione di "pupazzone finto" che mi prende ogni volta che si fa uso smodato di questa tecnica. Purtroppo, bisogna sopportare un paio di inni all'amore tutto americano per le armi e la difesa militaresca della propria casa, ma compensa la presenza di un personaggio uguale in tutto per tutto al Napalm 51 di Crozza, perculato dall'inizio alla fine ed eclissato dalla muscolarità uberfiga di Frank Grillo. A proposito del quale, ci provano anche, a farlo passare per un dottore plurilaureato, ma chi ci crede, vista la fisicata gettata in faccia allo spettatore sul finale? Eh su. Comunque, se vi piace l'action pennellato d'orrore (il cui unico, vero difetto è quello di essere mortalmente serio, gli avrebbe giovato qualche momento faceto in più), questo film potrebbe fare per voi.  

Curiosità: nel cast c'è anche Lou Diamond Phillips, attore di origini filippine che, probabilmente, conosciamo solo noi nati negli anni '80, visto che era il protagonista di hit dell'epoca come La bamba e Young Guns.



martedì 10 dicembre 2024

Bolle di recensioni: Wicked (2024) e Oceania 2 (2024)

Lo so. E' brutto accorpare le recensioni di due film recenti così importanti, ma purtroppo il tempo di scrivere è poco e siamo già a dicembre, con le classifiche di fine anno in vista, ed articoli più corposi rischierebbero di finire a gennaio. Quindi, bando alle ciance e cominciamo! ENJOY!


Wicked
(Jon M. Chu, 2024)

Uno dei motivi per cui non mi sono sentita di scrivere un post intero su Wicked, è la mia ignoranza totale relativamente al musical da cui è tratto. Avevo letto il romanzo di Gregory Maguire ai tempi dell'università, quando la mia padronanza dell'inglese non era poi così eccelsa, e avevo fatto molta fatica a finirlo e ad apprezzarne la complessità, la cupezza e il twist adulto che trasformava Oz in una landa di depravazione, violenza e razzismo. Non mi è mai venuta la curiosità di recuperare un video del musical, quindi non conoscevo nemmeno una canzone prima di guardare il film, e ciò mi ha salvata, ma è un altro dei motivi per cui ho deciso di non scrivere un post di lunghezza standard. La scellerata distribuzione italiana ha scelto, infatti, di portare in sala Wicked DOPPIATO, sia nei dialoghi che nelle canzoni; da una parte, non conoscere le versioni originali di queste ultime, mi ha impedito di vomitare anche l'anima, ma siccome ormai "qualche" film l'ho visto, ho provato ugualmente fastidio davanti a un adattamento banale e a movimenti labiali fuori sincrono rispetto alle parole pronunciate. Questa immane sventura mi impedisce di scrivere alcunché relativamente alle interpretazioni di Cynthia Erivo ed Ariana Grande, se non per un'impressione meramente "espressiva"; le due attrici mi sono sembrate perfettamente in parte, la Elphaba della Erivo è affascinante e dignitosa, e la Glinda/Galinda della Grande un concentrato di sofferente leziosità che dissimula il terrore dell'anonimato e della solitudine, e c'è tantissima alchimia tra le due (non mi vergogno di dire che ho pianto, durante la scena del ballo, il primo passo verso l'amicizia reciproca). E' un bene che le attrici principali siano così brave, perché riescono a dissimulare il problema vero di Wicked, la natura di "cane arrabbiato maledetto" (per citare Lucia) del regista Jon M. Chu. Lo spettatore, ovviamente, non se ne accorge lì per lì, stordito dalle canzoni, dai costumi, dalle scenografie e coinvolto dalla storia, ma già ho cominciato a farmi domande durante l'orrendo numero di "danza" che accompagna l'arrivo di Fiyero, e la testa mi è definitivamente esplosa sul finale, il terrificante trionfo della CGI più pacchiana, reso ancora più tremendo da una fotografia peggio che brutta. Detto questo, lo riguarderò in lingua originale prima che esca Wicked 2, ché la storia di Elphaba e Glinda è rimasta incompleta, ma intanto mi chiedo: perché, se il musical dura 2 ore e 42, a Jon M.Chu è servito lo stesso tempo per coprire solo la prima parte della vicenda?


Oceania 2
(David G. Derrick Jr., Jason Hand, Dana Ledoux Miller, 2024)

Oceania è stato uno degli ultimi film Disney visti al cinema di cui mi sia rimasto un concreto ricordo, soprattutto delle canzoni, e il rewatch su Disney + ha confermato la bontà di un'opera che riesce a commuovermi anche a una seconda visione. Oceania 2, pensato per essere una serie e poi diventato lungometraggio (in effetti, gli elementi sono palesi, dai nuovi "alleati" di Vaiana/Moana, ognuno dotato di un compito e una caratteristica ben precisi, ai villain destinati a fare squadra), non è riuscito a raccogliere un testimone così importante. Francamente noioso nel primo atto, che ripropone quasi identiche situazioni e persino melodie dell'originale, si riprende quando comincia il viaggio verso Motufetu, diventando così un film d'avventura in piena regola, emozionante benché "leggero", privo di quel gioioso, epico desiderio di abbracciare una vita di scoperte ed esplorazioni. Delle canzoni, non ne ricordo nemmeno una, ma ho apprezzato molto la scelta della bella voce di Giorgia per doppiare Matangi, mentre tra i nuovi personaggi vince una sorta di blob nasone velenoso, talmente weird da battere persino il pollo HeiHei. Diciamo che la mancanza di registi di spessore si vede e si sente, purtroppo. A parte le critiche, sono comunque contenta, come sempre, di avere visto l'annuale cartone della Disney in sala, anche se mi chiedo perché non escano più a Natale, come da tradizione, cosa che mi intristisce un po'. 
 

mercoledì 16 ottobre 2024

Bolle di Recensioni su Netflix: Grave Torture (2024) - Il buco: Capitolo 2 (2024)

Oggi raggrupperò un paio di film sui quali non ero sicura di riuscire a scrivere post di lunghezza standard, ma mi scuso per il titolo impreciso e fuorviante. E' vero, infatti, che Grave Torture si trova su Netflix, ma non nel catalogo italiano. Se vorrete guardarlo, dunque, dovrete cercare un po' oppure aspettare che sia disponibile anche in qui da noi. ENJOY!

Grave Torture - Joko Anwar (2024)

Joko Anwar è un autore indonesiano che mi piace molto in primis per la sua spietatezza e poi per il modo di rendere fruibile anche a un pubblico occidentale miti, leggende e topoi distanti dai nostri. Grave Torture, in particolare, ha un'idea di fondo spettacolare. Nella Sunna islamica si menziona la "punizione della tomba", ovvero un periodo, tra la morte e la resurrezione, in cui il defunto viene interrogato sulla propria fede da due angeli, i quali lo puniscono in maniera raccapricciante nel caso di peccati, negligenze, mancanze e quant'altro (vi ho fatto il riassunto del riassunto di Wikipedia, mi perdonino i credenti e, nel caso, mi correggano); la protagonista del film, Sita, decide di dimostrare che questa "punizione" è una vaccata, e lo fa per esorcizzare orribili eventi che ne hanno segnato l'infanzia. Il concetto base della trama e l'introduzione a orologeria, durante la quale mi si è quasi slogata la mascella, sono due elementi che rendono Grave Torture meritevole di una visione, uniti al fatto che Anwar è un regista consumato, dotato di una padronanza della cinepresa invidiabile. Quello che però mi ha spinta a dedicare al film poco più di un paragrafo è che, per quanto mi riguarda, Grave Torture manca di ritmo e diventa una noia mortale (mi sono addormentata più volte. E' inconcepibile, davanti a un film di Anwar) nell'istante successivo l'inizio dell'esperimento di Sita, forse perché il regista mette troppa carne al fuoco e si adagia su cliché da ghost story non particolarmente entusiasmanti. L'opera si risolleva sul finale, a tratti terrificante, ma ho avuto la sgradevole impressione che Netflix ci abbia messo lo zampino per appiattire il tutto, inoltre non ho apprezzato granché gli effetti speciali troppo computerizzati. Forse forse mi sbaglio, forse ho preso un abbaglio. Nel caso, Lucia ne ha parlato in termini molto più entusiasti e competenti, quindi, prima di decidere di scartare Grave Torture, andate a leggere anche il suo post.

 


Il buco: Capitolo 2 - Galder Gaztelu-Urrutia (2024)

Altro post in breve, perché ammetto di non aver capito una benemerita mazza del finale, quindi avrei delle difficoltà ad elucubrare in merito. Ne stanno dicendo tutti peste e corna de Il buco 2, invece a me e Mirco è piaciuto molto, e non solo per quella stronzissima vocetta familiare che ovviamente ci ha fatto fare la ola sul divano, ma anche per la scelta di mantenere lo stesso setting cambiando un po' le regole. Se nel primo film gli abitanti del "buco" sceglievano o meno di autoregolarsi, in base a un egoismo/menefreghismo più o meno congenito, qui alcuni prigionieri vivono cercando di imporre una legge che prevede la possibilità di mangiare, ogni giorno, solo il piatto prescelto, salvo eventuali scambi concordati. Così facendo, teoricamente, ci sarebbe cibo per tutti, ma la trama de Il buco 2 si sviluppa proprio per permettere allo spettatore di riflettere sull'imposizione talebana (letteralmente) delle regole, sulla libertà, sulla sottilissima linea di confine che impedisce, o consente, al bene di diventare male e viceversa. Come nel primo film, ci sono dei difetti, e mi è parso, soprattutto, che stavolta Galder Gaztelu-Urrutia abbia scelto di mettere un po' troppa ciccia sul piatto (ha-ha) complicando inutilmente la trama e perdendo spesso il filo del discorso, ma un paio di personaggi bucano lo schermo e l'elemento splatter si è alzato di un paio di tacche. L'impressione che ho avuto è che gli autori vogliano tirarla per le lunghe, senza dare spiegazioni (anzi, creando ancora più confusione), nella speranza che venga richiesto a gran voce un terzo capitolo, ma il rischio è quello di giocare col fuoco e con la pazienza dell'utente finale, anche perché di "caracol" ce n'è solo uno. Se non vi è piaciuto Il buco, o lo avete apprezzato poco, il mio consiglio è di stare alla larga da questo Capitolo 2, viceversa guardatelo senza pregiudizi, magari vi divertirete com'è successo a me!



venerdì 23 agosto 2024

Bolle di recensioni estive: What You Wish For (2023) - Deadpool & Wolverine (2024)

Bentornati dalle ferie estive! Il Bollalmanacco si prenderà ancora un po' di tempo prima di ricominciare a pieno regime (leggi: non ho avuto nemmeno un minuto per scrivere post nelle ultime due settimane, e col caldo che ha fatto, sinceramente, mancava anche la voglia), quindi ricomincio oggi in forma leggera con brevi pensieri sui pochi film visti nel periodo. ENJOY!


What You Wish For - Nicholas Tomney
(2023)

Ormai sono anni che gli chef e l'alta cucina vanno di moda, quindi gli horror che trattano questo tema sono sempre, simpaticamente, attuali. Nel caso di What YouWish For, i toni sono più virati verso la commedia nera, altro genere che adoro, soprattutto quando coinvolge personaggi dalla dubbia moralità che, come da titolo, dovrebbero stare attenti a "quello che desiderano", perché potrebbe avverarsi in maniera poco gradevole. Ryan (quel Bastardo Giallo di Nick Stahl, tornato a bazzicare nel mondo dell'horror) è uno chef che ha gettato via carriera e abilità perdendosi nel gioco d'azzardo; un giorno, viene invitato dall'ex collega e amico Jack in una sontuosa villa in un non meglio precisato paese del Sud America. Lì scopre che lo stile di vita di Jack è decisamente diverso dal suo, grazie a un misterioso lavoro che gli consente di esercitare la professione di chef facendo soldi a palate. Per un motivo che non vi sto a dire, Ryan si ritrova costretto a sostituire Jack e da lì comincia una "commedia" degli equivoci all'insegna della legge di Murphy, con quel tocco horror che avrebbe reso un film già interessante come The Menu ancora più feroce. Qui però non siamo ai livelli di The Menu. La trama di What You Wish For è intuibile (per lo spettatore, ma non per il protagonista), dopo una decina scarsa di minuti, ma il divertimento è assicurato da un buon cast di comprimari, un ottimo ritmo e un paio di momenti decisamente schifosi. E poi la faccia di Nick Stahl è perfetta per il personaggio di Ryan, un uomo col quale non è facilissimo empatizzare e al quale si rischiano di augurare le peggio cose, nonostante le sue "buone" intenzioni. Purtroppo, What You Wish For non gode ancora di una distribuzione italiana ma si può recuperare facilmente, ed è un ottimo piatto estivo.


Deadpool & Wolverine - Shawn Levy
(2024)

Lo so, questo film meritava un post a parte, ma è uscito ormai un mese fa e, nel frattempo, ne hanno parlato tutti, quindi approfitto per tirare i remi in barca e assecondare la pigrizia estiva. Su Deadpool & Wolverine si sono posti quasi tutti agli estremi, tra chi urlava al capolavoro facendo il dito medio al MCU e chi lo equiparava alla monnezza (qualcuno, che spero non legga il mio blog, mi ha detto "Una porcata, non ci si capisce niente... e sì che IO I FILM MARVEL LI HO VISTI TUTTI!" Amico caro, se non hai un minimo di infarinatura di fumetti cartacei, cinecomics quando ancora non si chiamavano così e serie Disney + puoi attaccarti al... ciò detto, il Bolluomo che non bazzica nulla di tutto ciò ha apprezzato, dunque i limiti sono altrove). Ragazzi, è come gli altri due Deadpool, solo ancora più citazionista e metacinematografico, quindi o vi piacciono il genere e l'approccio, altrimenti ciccia. Io ho gradito molto, mi ci sono divertita come una matta inserendo a tutta forza la modalità nerd/nostalgica, l'unico modo di stare al gioco e godersi l'esperienza fino in fondo. Come ho scritto su Facebook, Deadpool & Wolverine è la cosa migliore uscita da quell'obbrobrio di Loki: prende il concetto di multiverso e linee temporali affrontandolo con il piglio cazzone che avrebbe meritato fin dall'inizio (ché certe cose o le gestisci bene, oppure mandi tutto in vacca sfasciando una macchina per soldi apparentemente perfetta), trasformandolo nella parodia di se stesso, in linea col personaggio di Deadpool, e ci costruisce attorno una trama arzigogolata ma divertente, tra un momento epico, uno di epica cretineria e una serie di splatterate goduriosissime. L'alchimia tra Ryan Reynolds e Hugh Jackman funziona, i due si sono divertiti sul set e si vede, e le guest star infinite che popolano il film scaldano il cuore, alcune più di altre (per non parlare dei mille rimandi a saghe, albi, splash page storiche dei fumetti. Dovrei rivedere il film perché di sicuro mi sono persa qualcosa, ma chapeau per la conoscenza enciclopedica dei coinvolti). Personalmente, sono riuscita anche a commuovermi davanti ai titoli di coda, che mostrano i protagonisti di vari franchise storici ancora giovani ed entusiasti, ma c'è da dire che la "vecchiaia" non ha scalfito l'addominale scolpito di Hugh Jackman, la cui vista vale da sola il prezzo del biglietto. Molto apprezzabile anche la colonna sonora, anche se da vecchia 43enne preferisco più l'utilizzo di Like a Prayer rispetto alla pluricitata Bye Bye Bye, che continua a farmi schifo a prescindere dal balletto di Deadpool.


mercoledì 3 gennaio 2024

Bolle di recensioni festive: Adagio (2023) - Wonka (2023) - La vita è meravigliosa (1946)

Buon anno e bentornati su queste pagine, magari un po' appannate ma sempre presenti! Nell'attesa di abbuffarci coi nuovi film del 2024 e con l'imminente Award Season, vi parlo brevemente di un paio di film visti nelle vacanze natalizie, notoriamente periodo in cui non ho un briciolo di tempo per scrivere recensioni lunghe e ponderate. All'interno del post, come vedete, c'è un "intruso", ma non sono riuscita a trovare un altro titolo affine per realizzarne uno unico e mi sono dovuta accontentare! Notate come, alla fine della mini-recensione, ci siano i voti di Mirco che, da bravo sommelier, li ha espressi in centesimi! ENJOY!


Adagio - Stefano Sollima
(2023)

In realtà questo l'ho visto prima delle festività, ma tra influenza e corse agli ultimi regali riesco a parlarne solo adesso. Adagio è un "gangster movie" crepuscolare e sporco, malinconico come i suoi protagonisti e come il tempo musicale che gli dà il titolo (a proposito di musica, la colonna sonora dei Subsonica è calzantissima ma mai quanto la devastante Tutto il resto è noia di Califano, pesante come un macigno e tristemente ficcante per la situazione dei personaggi). Nei palazzi e nelle strade di una Roma trasformata in uno scenario post-apocalittico da incendi, canicola e blackout, si aggirano delinquentelli che vorrebbero ma non possono, poliziotti corrotti e cariatidi criminali, reduci di un passato di gloriosa malavita ormai ridotti all'ombra di loro stessi: Polniuman, Daytona e il Cammello hanno nomi altisonanti ed esotici ma sono stati dimenticati e fiaccati dall'unica cosa contro cui nulla possono violenza, soldi e potere, ovvero il tempo inesorabile ed impietoso. Tra chi sceglie saggiamente l'anonimato e chi recita una parte, si insinua la volontà non tanto di rivalsa, quanto di riparare agli errori passati rendendo significativi gli ultimi anni che restano da vivere, sperando di risarcire vite spezzate troppo presto. Sollima dirige col respiro epico di chi ha per le mani una tragedia fatta di eroi sconfitti e porta sullo schermo una Roma infernale, nelle cui strade si aggirano freak e vecchi orripilanti, interpretati da attori bravissimi sui quali spiccano un Favino irriconoscibile (dal trailer pensavo fosse Nuot Arquint), un Adriano Giannini di rara abiezione e un Toni Servillo strepitoso. Nota di merito anche al giovane Gianmarco Franchini, che inizia come il solito guappetto da prendere a sberle forti dopo avergli fatto ingoiare cuffie e musica di merda, e finisce con uno sguardo desolato che stringe il cuore. Un film non facile ma bellissimo.

Voto Mirco: 80/100

La vita è meravigliosa - Frank Capra (1946)

Visto la sera di Natale con Mirco, alla prima esperienza col cult di Frank Capra, mentre io probabilmente lo avevo guardato da bambina, perché conoscevo la storia (o forse ne ho viste mille riedizioni in telefilm e cartoni, chissà). Molto carino, nonostante il livello di sfiga atomico di un protagonista che non merita davvero tutta la serie di ostacoli che il destino gli mette davanti, condannandolo a mettere da parte sogni di gloria per accontentarsi di una "meravigliosa" vita normale, sempre ad arrabattarsi per due spiccioli, a un passo dall'ipertensione, con un asilo nido in una casa che cade a pezzi. Certo, come insegna l'angelo Clarence, "potrebbe andare peggio", quindi sorridiamo felici e godiamoci il finale natalizio, che mi accompagna ogni anno dal giorno in cui ho cominciato a vedere Gremlins e che mi ha fatto battere il cuore più per la nostalgia che per l'effettivo trasporto emotivo. Voto 10, ovviamente, al sempre affascinante James Stewart ma, come ho scritto su Facebook, voto 10 anche all'adattamento italiano assai agé (il film è arrivato da noi nel 1948), che sul finale stronca ogni sentimento di fratellanza con un ottimo e gioiosissimo "Oh, guardate, c'è anche la negra!!" riferito alla povera Lillian Randolph.

Voto Mirco: 85/100


Wonka - Paul King (2023)

Dal regista di Paddington, il prequel dell'amatissimo Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato. Ne avevo letto le peggio cose, ma è talmente innocuo e natalizio che mi chiedo se, semplicemente, la gente non lo abbia criticato per la solita storia dell'infanzia stuprata o per la co-protagonista di colore. Considerato che i ragazzini d'oggi non hanno idea di chi sia Gene Wilder e che i pochi giovanissimi che ricordano il suo Wonka gli preferiscono l'aberrazione di Burton/Depp, c'è ben poco da stuprare e, salvo un paio di momenti talmente cringe da fare il giro (il latte di giraffa e la mise bavarese, santo cielo!), la storia è carina ed edificante, dal vago sapore dickensiano, con l'aggiunta di un tocco di magia e follia che non guastano e che rendono parecchio a livello visivo, soprattutto su grande schermo. L'unico vero difetto, per quanto mi riguarda, è averlo guardato in italiano, visto il cast quasi interamente britannico, e un paio di canzoni che, nella nostra lingua, sono state per forza di cose tradotte in maniera orrenda, per il resto mi sono divertita molto. L'apice è stato ovviamente l'Oompa Loompa di Hugh Grant, di cui vorrei uno spin-off dedicato, solo per godere dello scazzo tutto british che accompagna ogni battuta dell'immonda creatura. 

Voto Mirco: 75/100

martedì 12 settembre 2023

Bolle di Recensioni: The Communion Girl (2022) e Come Play - Gioca con me (2020)

Torna la rubrica Bolle di Recensioni, per accorpare un paio di horror carini ma sui quali non riuscirei a scrivere un post di lunghezza standard, accomunati dalla presenza di bambini e maledizioni ad essi legate. ENJOY!


The Communion Girl (La niña de la comunión) - Víctor Garcia, 2022

Originale Shudder uscito un mesetto fa, ho deciso di guardare The Communion Girl principalmente per fare un po' di listening (escuchamiento? Sì potrà dire?) in spagnolo e per la presenza di un'inquietante bambola nella locandina. Sono venuta a scoprire, così, che in Spagna è uso regalare una bambola alle bambine che fanno la prima comunione, a mo' di ricordo e anche di status symbol, soprattutto per le famiglie ricche. Magari quest'ultima cosa, oggi, non è più così vera, ma il film è ambientato negli anni '80 e inserisce nella trama famiglie povere, disagio sociale e droga, quindi ci sta. La struttura di The Communion Girl è quella tipica di un horror in cui un gruppo di teenager incappa nella miccia che scatena una maledizione e, in particolare, il modello è quello del J-Horror fatto di inquietanti ragazzine dai lunghi capelli neri che cicciano fuori da anfratti bui facendo esplodere le coronarie allo spettatore; anzi, il finale è un brutale calco di The Ring (d'altronde Víctor Garcia ha in filmografia solo sequel direct-to-video, non si può pretendere originalità) e anche il resto del film non spicca per inventiva né è particolarmente terrificante o gore, anzi, gli attacchi della communion girl del titolo sono abbastanza ripetitivi. Compensa un cast di attori dai volti particolari e neppure troppo cani ma ciò che ho trovato degno di nota, soprattutto, è la ricostruzione degli anni '80, con gruppi di ragazzi in fregola, ambienti e colori ben più realistici di quelli che popolano gli "omaggi" USA. Complimenti, inoltre, per aver ricordato Sabrina Salerno quale sex symbol europeo che ha fatto diventare cieco più di un ragazzo dell'epoca!



Come Play - Gioca con me (Come Play) - Jacob Chase, 2020

Questo invece l'ho guardato in TV una sera, praticamente a scatola chiusa. Ho fatto bene, perché Come Play (tratto dal corto Larry, sempre diretto e sceneggiato da Jacob Chase, regista che è poi sparito dalla circolazione) è uno di quegli horror percorsi da una vena di malinconica dolcezza che, anche se derivativi e magari necessari di un po' di ritmo in più, riescono ad arrivarmi al cuore. In parte Babadook, in parte La madre, Come Play ha per protagonista un bimbo autistico e condannato alla solitudine da questa sua condizione, con genitori che faticano a tenere sotto controllo la situazione e a permettergli di vivere un'esistenza il più normale possibile. Un giorno il piccolo, che comunica col mondo attraverso uno smartphone, entra in contatto con Larry, un'entità malevola che si nutre di solitudine e che sfrutta appunto gli strumenti elettronici per entrare nella nostra dimensione. Il film percorre, come The Communion Girl, strade già straviste, tra ombre che si muovono, tablet che mostrano una realtà altra e jump scare a profusione, ma si fa volere bene per il delicato ritratto di Oliver (bimbo che, pur non riuscendo a parlare, non si fa menare il belino da chi lo prende in giro perché autistico, interpretato alla perfezione dal bravo Azhy Robertson) e, soprattutto, per la ferma volontà di non dipingere l'autismo come un'orribile malattia sfasciafamiglie o genera-mostri. Larry nasce dalla solitudine, dalla nostra incapacità di alzare lo sguardo dai cellulari, ed è la presenza del mostro che impedisce a Oliver di comunicare quando ne avrebbe invece più bisogno, isolandolo dai genitori. Il finale, poi, è un tocco di classe, che sfida gli spettatori a non commuoversi. Io, per inciso, una lacrima ce l'ho spesa, ovviamente.   

 

martedì 3 gennaio 2023

Bolle di Recensioni al cinema: The Fabelmans (2022) e Avatar 2 - La via dell'acqua (2022)

Buon anno e bentornati su questi lidi! Come già accaduto a inizio 2022, ho deciso di inaugurare la "stagione" accorpando un paio di recensioni sui film visti nel periodo di Natale; vista la caratura dei due titoli, non l'ho fatto per disgusto, anzi, ma banalmente perché a) le mie ferie natalizie sono state più brevi del solito ma indaffaratissime, come tutti gli anni, e b) ho ridotto un pochino i post settimanali e ci sono altri film di cui vorrei parlare prima che cominci il periodo amato e odiato dei premi cinematografici. Bando alle ciance dunque, si comincia! ENJOY!


The Fabelmans - Steven Spielberg (2022)

Il primo film visto al cinema durante le mie brevissime vacanze di Natale è stato The Fabelmans, che avevo puntato fin dal trailer e che, a dispetto del nome del regista, temevo venisse tolto dalla programmazione dopo pochissimi giorni. Forse le mie paure erano infondate, ma va detto che The Fabelmans non è un film facile e probabilmente non verrà apprezzato da un'enorme fetta di pubblico; per quanto mi riguarda, speravo di venire investita da uno tsunami emotivo che, invece, non è arrivato, leggermente raffreddato da quello che chiamerei "effetto Licorice Pizza", ciò nonostante ho inserito il film all'interno della mia top 5 di fine anno, per un paio di motivi. Soprattutto nel primo atto, il personalissimo coming of age di Spielberg riesce a far rivivere allo spettatore tutta la potenza dell'amore per il Cinema, non solo come Arte in grado di cambiare radicalmente la vita di un singolo essere umano arrivato a consacrarglisi al 100%, ma anche come qualcosa che può, anche in piccolo, regalare meraviglia, gioia, dolore, mettere persino a nudo una persona o spingerla a riflessioni e scelte impensabili. E poi, come si suol dire, mi è andato il cuore dietro a Michelle Williams. Il personaggio di Mitzi, così adorabile e crudele, egoista e lo stesso impossibile da odiare, è estremamente complesso e sfaccettato, eppure l'attrice ne dà un'interpretazione indimenticabile, a tratti straziante. Non oso immaginare come dev'essersi sentito Spielberg (visibilmente commosso durante il videomessaggio all'inizio del film) a girare The Fabelmans, visto che in alcune sequenze che vedevano protagonista la sua "mamma di finzione" mi si è chiusa la gola per il magone incipiente, ma spero che il suo coraggio gli abbia portato soddisfazione e catarsi. Per quanto mi riguarda, mi riprometto di guardare di nuovo il film con una mente sgombra da aspettative e giudizi entusiasti altrui, chissà che una seconda visione non mi porti a rivalutarlo ancora di più... intanto, per il momento, è un grosso sì!


Avatar 2 - La via dell'acqua - James Cameron (2022)

Non ho invece bisogno di rivedere Avatar 2, perlomeno a breve, e non solo per la sua durata elefantiaca, ma perché mi ha dato esattamente ciò che mi aspettavo, ovvero un intrattenimento ininterrotto in grado di renderlo leggero nonostante le sue 3 ore e 20, e un incredibile spettacolo per gli occhi (sebbene a fine proiezione mi sia sentita come Santa Lucia). Fresca del recupero di Avatar, che non riguardavo dal giorno della sua uscita al cinema, sono riuscita a riappassionarmi alle avventure di Jake Sully e compagna, a meravigliarmi per il dettagliatissimo world building di Pandora e a trovarmi divisa tra la consapevolezza della maestria tecnica di James Cameron e l'incapacità di accettare in toto un film interamente o quasi fatto di paesaggi, personaggi ed elementi che non esistono. Ma ogni perplessità razionale, onestamente, è andata a farsi catafo**ere quando mi sono accorta di VOLERE nuotare assieme a Kiri e ai suoi fratelli negli splendidi oceani zeppi di creature meravigliose e quando mi sono accorta di essere rimasta senza fiato nel corso della concitatissima battaglia finale, durante la quale James Cameron si è riconfermato IL regista di film d'azione per eccellenza: pulito, stiloso, grandioso, l'unico in grado di farci letteralmente morire sott'acqua anche quando siamo seduti all'asciutto. E, ovviamente, adesso voglio vedere il terzo Avatar prima di subito, perché mi piacerebbe proprio capire chi diamine è il padre di Kiri. Che, se non si fosse capito, è diventato il mio personaggio preferito alla faccia del salto dello squalo grosso come una balena pandoriana che hanno utilizzato per portarla in scena! 

lunedì 3 gennaio 2022

Bolle di recensioni: Don't Look Up (2021) e House of Gucci (2021)

Buon anno e bentornati! Qui non si riesce più a star dietro a nulla: durante le "vacanze" di Natale, tra cene casalinghe, paura del covid, tentativo di evitare le sale troppo affollate ecc. sono riuscita a vedere davvero pochissimi film... e nel frattempo le piattaforme si sono riempite, sfornando praticamente 10 nuove uscite importanti alla settimana. In più, adesso comincia il forsennatissimo recupero pre-Oscar/Golden Globes e mi viene già ansia visto che, a vedere tutti i post cinefili su Facebook, Blogger, Instagram e chi più ne ha più ne metta, sono in ritardo nelle visioni di almeno due mesi. A mio avviso, la cosa più facile da fare sarebbe chiudere il blog ma cominciare il 2022 già sfiduciata e depressa potrebbe non essere la mossa migliore in generale, quindi cerchiamo di non guardare troppo avanti, facciamo un respiro profondo e torniamo un attimo nel 2021, con due film importanti che, per questione di tempo e "spazio", accorperò comunque in un unico post.



Don't Look Up - Adam McKay (2021)

Il 24 dicembre, dopo una programmazione in sala di una settimana, Netflix ha sganciato la bomba Don't Look Up, il film che probabilmente avrà visto anche vostra zia Concetta tra una fetta di panettone e l'altra. L'ultima pellicola di McKay ha diviso nettamente l'opinione dei cinèfili dell'internet, tra chi lo ha definito una cagata pazzesca e chi un capolavoro fuori scala, e la mia scelta di dedicargli un breve post condiviso deriva anche dal fatto che, ormai, di questo film hanno parlato davvero tutti, anche quelli che non dovrebbero avvicinarsi a pellicole più complesse di Natale a Miami, quindi ha decisamente abboffato voisapetecosa. Io sono tra quelli, ovviamente, che lo hanno amato, come è accaduto per ogni pellicola girata da McKay a partire da The Anchorman; l'ho guardato, come al solito, senza sapere nulla della trama, e sono rimasta avvinta a ciò che veniva mostrato sullo schermo dall'inizio alla fine. La satira ironica e graffiante di McKay mantiene sotto i riflettori la stupidità della politica USA, di destra o di sinistra che sia, consegnando ai posteri uno dei presidenti peggiori di sempre, interpretato da una Meryl Streep in forma smagliante, ma Don't Look Up è, soprattutto, fortemente ancorato alla situazione che stiamo vivendo da due anni a questa parte (ma anche prima, ammettiamolo) e al modo in cui nulla sembra più toccarci, se non è esposto in maniera sensazionalistica o accattivante. La fine del mondo ai tempi dei tuttologi, dello spettacolo, dei social e dei pochissimi megaricchi con le mani in pasta ovunque, con poche persone che cercano di fare effettivamente il bene di un mondo che, diciamolo, non lo merita, mentre dall'altra parte c'è una costante ricerca del consenso, del successo e del click facile e veloce: lo scienziato di Leonardo di Caprio è emblematico in tal senso, è la degna incarnazione di tutti i virologi superstar che infestano i mezzi di comunicazione da che è spuntato il Covid, i quali magari hanno cominciato timidamente, con cognizione di causa, provando ad essere la voce della ragione in un mondo di pazzi, e poi, pompati dai mass media, sono diventati sempre più invasivi, contraddittori e meno credibili, più impegnati ad alimentare l'adorazione verso le proprie idee e la propria voce che altro. Don't Look Up, pieno di personaggi e situazioni all'apparenza surreali, ha appena la punta di un piede fuori da quella che è la realtà odierna e, tolte un paio di esagerazioni esilaranti, è un perfetto specchio di quello che sta succedendo ora. Inutile dire che le prove attoriali sono tutte eccelse, con un cast corale di prim'ordine, e stavolta McKay riesce anche a fare commuovere con una sequenza finale che veicola tristezza, sconfitta e, forse, una lezione importante. "Avevamo tutto". Ricordatelo, la prossima volta che sceglierete di guardare solo lo schermo di un telefonino, o di una TV, e di chiudere gli occhi di fronte a tutto l'orrore che ci circonda.



House of Gucci - Ridley Scott (2021)

Se Don't Look Up divide e fa pensare, l'House of Gucci di Ridley Scott è un episodio di Beautiful un po' più gonfiato e laccato e sta a voi farvelo piacere o meno. Personalmente, dopo il bellissimo e intelligente The Last Duel l'ho trovato un po' una caduta di stile e contenuti, ma non sono riuscita ad odiarlo e, per la lunghezza della sua durata, mi sono parecchio divertita. Sapete che amo le saghe familiari, soprattutto se hanno attinenza con delle storie vere, e mi stupisco sempre davanti alla facilità con cui nomi blasonati finiscono in disgrazia solo in virtù di una stupidità inenarrabile; come ho detto alla mia collega "riassumendo, i figli dei Gucci erano due minchioni", il che magari è il motivo per cui i Gucci superstiti si sono incarogniti con Ridley Scott, ché non fa mica piacere avere milioni di persone che pensano ciò alla fine di un film. In questo caso, alla stupidità congenita dei due Gucci, Maurizio e Paolo (non sto nemmeno a dirvi quanto sia trattenuto e signorile, pur nel suo essere un'ameba cretina, Adam Driver e quanto sia esilarante e caricaturale un Jared Leto ormai impazzito, alla cui parlata da Super Mario il doppiaggio italiano ha messo ben più di una pezza), si aggiunge la brama di denaro, aMMore e riconoscimento della Reggiani, un personaggio scritto per essere molto sopra le righe, e interpretato degnamente da una Lady Gaga che, a tratti, sembra veramente Marisa Laurito. Ovvio, non è un complimento, con tutto il rispetto per la Laurito, e confido che la pur adorabile Germanotta rimanga fuori dai giochi per quanto riguarda eventuali Oscar, ché va bene godersi la sua interpretazione trash e caricata, perfetta per un film come questo (che magari non voleva risultare trash ma, purtroppo...), ma all'accondiscendenza di chi offre candidature un po' a cazzo di cane ci dev'essere un limite. Meraviglioso, invece, Al Pacino, che come al solito mangia tutti gli interpreti che hanno la sventura di condividere scene con lui, e molto bella anche la colonna sonora, zeppa di pezzi interessanti. Nonostante tutto, comunque, House of Gucci è un film che riguarderei, magari dopo essermi letta qualcosa di più "affidabile" sull'omicidio di Maurizio Gucci, e anche per godermi in v.o. personaggi degni di un film dei Vanzina: guardatelo e ditemi se la sequenza della sciata in Svizzera non vi ricorda Vacanze di Natale.

 

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