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martedì 29 settembre 2026

Resident Evil (2026)


Martedì scorso sono andata al cinema a vedere Resident Evil, diretto e co-sceneggiato dal regista Zach Cregger e tratto dal videogame omonimo.

Trama

Bryan, che lavora come corriere per trasportare organi ai vari ospedali, viene incaricato di portare un delicatissimo contenitore a quello di Raccoon City. Sorpreso dalla neve, Bryan investe una donna ed è solo l'inizio di una notte da incubo...

Recensione

Ma non c'erano gli zombi? Questa è la prima domanda che mi sono posta guardando Resident Evil, memore (si fa per dire) dei film di Anderson e di un paio di tentativi andati a vuoto di giocare al videogame omonimo, solo per rinunciarci per sopraggiunto attacco di panico dopo 5 minuti scarsi. Ciò dimostra quanto fossi impreparata al "trattamento Cregger" di uno dei franchise multimediali horror più amati di sempre, cosa che, probabilmente, mi ha permesso di godere di Resident Evil divertendomi come una matta. Il piglio scelto dal regista, infatti, è incredibilmente ironico, fin dalla scelta del protagonista. Bryan non è un soldato, un agente della sicurezza, un membro della Umbrella Corporation e nemmeno un poliziotto: è un povero stronzo, come potrebbe essere chiunque di noi, costretto ad accettare un lavoro infimo per poter sbarcare il lunario, al quale va MOLTO storta l'ennesima brutta serata passata a consegnare organi in giro per gli ospedali. Allettato da un compenso particolarmente elevato, Bryan prende un'automobile inadatta alle strade di montagna e si dirige verso l'ospedale di Racoon City; lì, la cosa più normale che gli succede è sbandare di tanto in tanto sulla via sempre più innevata, finché non investe una donna che gli spalanca le porte di un inferno sempre più pericoloso. Proprio come il personaggio di un videogioco, Bryan deve, innanzitutto, capire dov'è finito, cosa c'è di sbagliato a Raccoon City e come sopravvivere, trovando strumenti di fuga, di difesa e di offesa che gli consentano di raggiungere l'obiettivo finale. Il bello di Resident Evil, però, è che Bryan non è caratterizzato come il personaggio di un videogioco, quanto piuttosto come il giocatore che si immedesima, ha paura, si incazza come una bestia, si innervosisce talmente tanto da compiere delle solenni minchiate, bestemmia tra i denti ed aguzza l'ingegno imparando dalle esperienze pregresse. Come ho scritto poco sopra, Bryan è uno di noi e, in quanto tale, le sue avventure sono tragicomiche e ben poco epiche, anche perché sul suo cammino incontra dei concentrati di dabbenaggine da primato, che gli rendono le cose ancora più difficili.

Zach Cregger segue Bryan passo passo alternando riprese appena sopra la spalla del protagonista, inquietanti panoramiche "esterne" ed inquadrature tipiche dei videogiochi, come quelle che riprendono il punto di vista "totale" del giocatore, oppure le soggettive in cui il personaggio cerca oggetti, ricarica armi e spara. E' un mix vincente e reso assai dinamico dal montaggio, uno stile che abbonda di long take e richiama tantissimo le scene più concitate di Barbarian e, soprattutto, Weapons; in pratica è come se Cregger avesse preso il folle inseguimento finale di Gladys e la corsa forsennata del preside e li avesse uniti in un'unica sequenza lunga un'ora e mezza. Non c'è mai un momento di noia in Resident Evil, nemmeno nelle scene più "tranquille" (anzi, l'attesa è persino peggiore dell'orrore vero e proprio), e la scelta di non riproporre gli ennesimi zombi, inserendo Bryan all'interno di un incubo mutante uscito dritto da La cosa di Carpenter l'ho trovata vincente. Il bestiario, di fatto, è variegato e disgustoso, tanto che spesso mi sono ritrovata vittima di risate isteriche per tutto lo schifo che viene letteralmente gettato addosso al protagonista, perseguitato da mostri sempre più disumani e vischiosi. La cosa migliore di Resident Evil, però, è Austin Abrams. Si dice spesso che un attore porti sulle spalle il peso di un intero film, anche quando è circondato da altri colleghi eclissati dal suo carisma, ma questa volta il significato di questa frase fatta è letterale. Abrams si ritrova per buona parte del film da solo, ad interagire con creature inumane ma anche con oggetti ed ambienti, e sono i tempi comici perfetti, le sue espressioni sconvolte più che terrorizzate, la sua fisicità, il suo essere connotato come il Paperino di Resident Evil (perseguitato dai lucchetti, peraltro!) a conquistare il cuore degli spettatori, i quali non possono fare a meno di tifare per lui ed immedesimarsi in ogni suo gesto e parola. L'ho già scritto ovunque e mi ripeto anche qui: datemi uno di questi film al mese, fate di Austin Abrams il protagonista assoluto di ogni horror da qui all'eternità, e io sarò felice!!     

Cast

Del regista e co-sceneggiatore Zach Cregger, che nella versione originale presta la voce all'interfono, ho già parlato QUI. Austin Abrams (Bryan), Paul Walter Hauser (Paul) e Sara Paxton (la voce originale di Michelle), li trovate invece ai rispettivi link.

Curiosità

Kali Reis, che interpreta Maxine, era la protagonista di True Detective: Night Country. Se questo Resident Evil vi fosse piaciuto, oltre a recuperare i film della precedente saga (Resident Evil, Resident Evil: Apocalypse, Resident Evil: Extinction, Resident Evil: Afterlife, Resident Evil: Retribution e Resident Evil: The Final Chapter) e il reboot Resident Evil: Welcome to Raccoon City, potete aggiungere Splatters - Gli schizzacervelli, La cosa,  Slither, La casa & La casa 2, Overlord e Weapons. ENJOY! 

martedì 19 agosto 2025

Weapons (2025)

Martedì scorso sono emigrata fino a Genova per vedere Weapons, diretto e sceneggiato dal regista Zach Cregger. NIENTE SPOILER, anche se ora che avrò pubblicato il post, avrete tutti già visto e stravisto il film!


Trama: una notte, senza preavviso, tutti i bambini di una classe elementare escono di casa e scompaiono senza lasciare traccia. Passa un mese senza notizie, finché l'insegnante responsabile della classe e uno dei genitori decidono di cominciare a indagare da soli...


Zach Cregger
ci è riuscito di nuovo. Dopo Barbarian, ha realizzato un altro film che, nonostante un trailer abbastanza dettagliato, porta lo spettatore in luoghi decisamente inaspettati, tenendolo sul filo della tensione e dell'incertezza per tutta la sua durata. Nel caso di Weapons, Cregger si aiuta in primis con la struttura del racconto, il quale, come una meravigliosa favola nera, inizia con un prologo raccontato da una bambina, dopodiché prosegue con una narrazione non lineare (anche a livello di regia, il cui stile è sempre diverso) e divisa per capitoli, ognuno dedicato a un personaggio. Ciascun capitolo ci consente di conoscere a fondo i protagonisti di Weapons, anche quelli che, lì per lì, non ci sembrano importanti, rendendoci tragicamente partecipi del loro destino, e tutto ciò che loro vedono o sognano aggiunge un tassello per risolvere l'enigma iniziale: cos'è successo ai bambini di una classe elementare di Maybrooks e perché sono fuggiti tutti di casa nella notte, alle 2:17, tranne il piccolo Alex? La risposta arriverà sul finale, tranquilli, ma probabilmente non sarà quello che vi aspetterete, visto che Cregger costruisce tantissime piste false, prima di sbatterci in faccia la verità, e racconta una storia molto kinghiana, radicata nei pochi pregi e tanti difetti di una piccola cittadina di provincia. Quello di Weapons è un male insinuante e grottesco, che fa leva su pregiudizi, sensi di colpa e pura e semplice debolezza; le "armi" del titolo originale sono letterali strumenti di dolore e morte, per quanto inconsueti, ma anche ricatti psicologici che permettono di mantenere un lungo status quo, sottili manipolazioni che portano a puntare il dito verso l'outsider, l'insegnante dal passato oscuro che, pur amando i propri alunni, è un essere umano che non disdegna l'alcool e gli uomini. L'aspetto inquietante di Weapons è il modo in cui gli abitanti di Maybrooks scelgono di non vedere, lasciandosi trascinare da pregiudizi impigriti da una gentilezza superficiale, la stessa di chi, tutto sommato, si cura del proprio orticello senza notare che quello degli altri sta lentamente marcendo; la polizia indaga senza andare oltre procedure consolidate, la scuola segue strette regole codificate che innalzano una barriera tra alunni ed insegnanti, e le uniche forze motrici della comunità sono una rabbia e un'indignazione fini a se stesse, a causa delle quali è facile perdere di vista le vittime, concentrandosi sul presunto colpevole. 


L'orrore di Weapons non è palese e "urlato" come quello di Bring Her Back, per fare il paragone con un film uscito poche settimane fa; l'ultima opera di Cregger abbonda di momenti esilaranti e sequenze grottesche, in primis quella sul prefinale, che ha visto la sala in cui mi trovavo esplodere in risate incontrollate, ma le radici e le conseguenze di ciò che viene mostrato non fanno ridere proprio per nulla. Weapons tratta di esperienze verosimili, addirittura biografiche, "esorcizzate" in chiave horror, parla di solitudine ed esperienze così traumatiche da lasciare il segno, racconta di famiglie distrutte e cittadine che spazzano la vergogna sotto il tappeto. Lo fa con uno stile accattivante, senza dubbio, che intrattiene e diverte, gettando lo spettatore in mezzo all'azione anche grazie alla sinergia tra la fotografia di Larkin Seiple (lo stesso di Everything Everywhere All at Once, per inciso) e il montaggio di Joe Murphy, in un tripudio di cineprese posizionate appena dietro la spalla dei personaggi in movimento, sul corpo di chi viene gettato a terra, e così via. Questo stile così dinamico rende ancora più preziosi i pochi ma efficaci jump scares, le zampate di gore inaspettato e il ricorso ad atmosfere più dark nella seconda parte del film, che catapultano lo spettatore in un mondo altro, cupo e claustrofobico. L'ulteriore pregio di Weapons sono gli attori, ai quali è consentito di brillare singolarmente, rendendo i loro personaggi tridimensionali, proprio grazie alla particolare struttura narrativa del film. Julia Garner è favolosa e Josh Brolin granitico come sempre, ma probabilmente i due avrebbero funzionato anche all'interno di un'opera più "tradizionale"; personaggi secondari come quelli interpretati da Alden Ehrenreich, Austin Abrams, Benedict Wong e il piccolo Cary Cristopher hanno invece modo di diventare a loro volta protagonisti, consentendo agli attori di arricchirli di tantissime sfumature fondamentali e renderli indimenticabili ed importanti. In un'ideale Oscar horror 2025, il premio andrebbe però ad Amy Madigan e alla sua zia Gladys. Gladys, come direbbe il bardo, "nun va vista, va vissuta", quindi non starò a ricamare troppo su di lei, vi dico solo che abbiamo il personaggio migliore dell'anno e più non dimandate. Weapons è un'opera che spicca all'interno delle produzioni horror commerciali, per la cura con la quale è stato realizzato, per tutta una serie di dettagli che offrono spazio a molteplici interpretazioni, per una lore inesplorata potenzialmente infinita, che potrebbe dare ancora enormi gioie. Non date retta a chi non lo ha apprezzato perché "poco horror", strano o incomprensibile, e correte al cinema a vederlo prima che sia troppo tardi!!


Del regista Zach Cregger ho già parlato QUI. Julia Garner (Justine), Josh Brolin (Archer), Benedict Wong (Marcus), Alden Ehrenreich (Paul), Amy Madigan (Gladys), Toby Huss (Ed), Sara Paxton (Erica) e Justin Long (Gary) li trovate invece ai rispettivi link.

Austin Abrams interpreta James. Americano, ha partecipato a film come Gangster Squad, Scary Stories to Tell in the Dark, Tragedy Girls, Do Revenge e a serie quali The Walking Dead. Ha 29 anni e un film in uscita. 


Rooney Mara
ed Elizabeth Olsen hanno declinato il ruolo principale e Pedro Pascal ha rinunciato a partecipare al film, preferendogli I Fantastici 4 - Gli Inizi. Se Weapons vi fosse piaciuto recuperate Barbarian e Longlegs. ENJOY!

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