Concludo oggi, ringraziando Lucia per le innumerevoli dritte, i recuperi horror dell'anno passato e lo faccio col ritorno dietro la macchina da presa di Mark Pavia, che nel 2016 ha diretto e sceneggiato Fender Bender.
Trama: a seguito di un lieve tamponamento, la giovane Hilary e un altro guidatore si scambiano i dati per l'assicurazione. Quello che Hilary non sa è di avere appena consegnato la sua intera vita ad un pazzo omicida...
La prima volta che ho letto il titolo Fender Bender su Facebook ho subito riso e pensato a QUESTO. Poi mi sono fatta seria, che in fondo stiamo parlando di Mark Pavia e se c'è una persona che merita rispetto per aver realizzato una delle migliori trasposizioni di un racconto Kinghiano è proprio lui, e ho cercato di capire cosa fosse un fender bender. Noi lo chiameremmo tamponamento, di quelli lievi, ed è così che si presenta il killer del film di Pavia, un colpo secco all'automobile di una sventurata e parte il machiavellico piano di questo personaggio imperscrutabile. Siccome il danno alla macchina della vittima è lieve non c'è nemmeno bisogno di coinvolgere la polizia, solo un caro, vecchio scambio di dati e la promessa di lasciare tutto alle rispettive assicurazioni, ed ecco come uno sconosciuto può venire facilmente a conoscenza del nostro nome, indirizzo e numero di telefono. Paura, eh? E parliamo di quel tipo di paura "tradizionale" che solo uno slasher puro come Fender Bender può infondere allo spettatore, la familiare tensione nei muscoli data dalla consapevolezza di qualcosa pronto ad aggredirci nell'ombra, profanando il luogo che pensiamo più sicuro in assoluto, ovvero casa nostra. Da quanto tempo non vedevo un horror semplice, capace di intrattenermi per l'intera serata senza stordirmi con inutili secchiate di sangue (che francamente mi annoiano anche un po') oppure con jump scare scorretti più basati sull'effetto speciale che sulla ricerca di inquadrature e carrellate mirate (niente. Found. Footage. Né. Mockumentary. Grazie a Dio!)? In Fender Bender l'ansia è interamente giocata sull'attesa, perché noi in realtà sappiamo fin dall'inizio che Hilary è stata presa di mira da QUEL killer e rimane solo da sapere come e quando il fender bender friend deciderà di attaccarla, dapprima stuzzicando lei e lo spettatore come farebbe il gatto col topo e poi tirando una bella zampata a lei e a tutti quelli talmente sfortunati da trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Ci importa qualcosa del perché il killer abbia deciso di diventare tale? No ma, nel caso, vi assicuro che il finale della pellicola è goduriosissimo perché il modus operandi del maniaco viene in qualche modo "spiegato" con nerissima ironia, la stessa che pervadeva quel gioiello di The Night Flier. E se è vero che la sceneggiatura di Mark Pavia presenta qualche ingenuità magari voluta (la protagonista se le va a cercare, cadendo come una pera cotta in tutti i cliché del genere, e meriterebbe schiaffi non soltanto quando lascia incustodito il presunto cadavere del killer ma soprattutto quando trova sul cellulare foto di lei mentre fa la doccia e invece di chiamare il 911 decide di armarsi di mazza da baseball e fare la sborona nei corridoi di casa sua) la sua regia è invece classica e molto efficace. Gli omicidi all'arma bianca sono ottimamente orchestrati, così come le tesissime riprese di corridoi e stanze buie o semideserte, e la cinepresa insiste su dettagli che lì per lì parrebbero di secondaria importanza ma invece diventano fondamentali. Bill Sage nei panni del killer ha un fascino tutto particolare e la freddezza leppega che si assocerebbe proprio a quel tipo di maniaco, le giovani (e meno giovani) vittime sacrificali fanno il loro dovere e l'intera vicenda viene accompagnata dalle gradevoli note "d'antan" realizzate dal duo Night Runner, responsabili di buona parte del fattore nostalgia che pervade Fender Bender dall'inizio alla fine. Insomma, un bel filmetto divertente per passare un'ora e mezza in lieta ansia senza stancare troppo il cervello, lo consiglio!
Del regista e sceneggiatore Mark Pavia ho già parlato QUI mentre Bill Sage, che interpreta il guidatore, lo trovate QUA.
Makenzie Vega interpreta Hilary Diaz. Sorella di Alexa Vega, ha partecipato a film come Saw - L'enigmista, Sin City, X-Men: Conflitto finale e a serie come Ghost Whisperer e E.R. Medici in prima linea. Ha 23 anni e un film in uscita.
Se il film vi fosse piaciuto recuperate slasher storici come Halloween - La notte delle streghe e aggiungete The Night Flier. ENJOY!
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domenica 9 luglio 2017
venerdì 9 dicembre 2016
American Psycho (2000)
Proprio il giorno delle elezioni americane ho guardato, giusto per restare in tema, American Psycho, diretto nel 2000 dalla regista Mary Harron e tratto dal romanzo omonimo di Bret Easton Ellis.
Trama: Patrick Bateman è ricco, bello e pieno di donne. La sua sarebbe una vita perfetta se non fosse che Patrick è soprattutto pazzo e, la sera, abbandona le vesti di yuppie per indossare quelle di folle killer...
Quello con American Psycho è stato un amore nato leggendone trama ed interpreti su Ciak, che all’epoca, signora mia, mica c’era l’adsl in connessione continua. E’ stato un amore nato affittando la videocassetta, visto che al cinema di Savona, probabilmente, il film della Harron non era arrivato neppure per sbaglio. E’ stato un amore continuato leggendo il romanzo di un Bret Easton Ellis che non era ancora la parodia di sé stesso, incrociando le dita perché non finisse mai nelle mani sbagliate (quelle di MMadreee, per esempio) con tutti quei tubi-topo e perversioni assortite di cui era infarcito e gioendo perché la libreria con i fondi di magazzino all’epoca situata vicino alla spiaggia aveva tutti i romanzi dell’autore (gioia svanita dopo la lettura, ché American Psycho è rimasto inarrivabile). E’ un amore, di fatto, mai finito, visto che riguardarne la versione cinematografica mi ha fatto venire una voglia matta di rileggere il libro, se non fosse per tutti gli altri libri che poverini ancora stanno aspettando che li apra, ultimo di Stephen King compreso. E’ un amore che secondo me affonda le radici in quello ben più profondo per Arancia Meccanica e in un conseguente, malsano interesse per i protagonisti folli e negativi di entrambe le opere, nonostante il romanzo di Burgess affronti il tema della libera scelta mentre quello di Easton Ellis sia l'emblema del vuoto cosmico e quindi, di fatto, la storia di Alex sia totalmente diversa da quella di Patrick. Sarà un amore nato quindi dalla follia? Sicuramente, perché io ancora adesso non riesco a volere così tanto male a Patrick Bateman, figlio degli anni '80 tanto bello fuori quanto marcio e vuoto dentro, nonostante tutte le brutture che passano per la sua mente malata. Intendiamoci, il 90% di quello che costui fa sia nel film che nel libro mi fa accapponare la pelle ma Patrick è fondamentalmente un figlio dei suoi anni, un povero scemo dalla testa vuota al quale il cervello è andato in pappa per lo sforzo di mantenere la migliore apparenza possibile; gli unici pensieri profondi espressi a voce dal protagonista sono legati ai suoi amati dischi (sebbene suonino falsi e costruiti come tutto ciò che lo circonda) e a una sorta di "relazione" con lo spettatore/lettore al quale, di fatto, viene proposto l'inaffidabile stream of consciousness di un uomo che non riesce più a distinguere la realtà dall'immaginazione e che trasmette al fruitore della sua storia le stesse, confuse ed inquiete sensazioni. D'altronde, quanto può essere affidabile e/o consapevole una persona che, a furia di seguire la moda e lo stile di chiunque "conti" all'interno della sua cerchia di amici e colleghi, viene confuso da quelle stesse persone con altri individui? I dialoghi di American Psycho, pesantemente influenzati da alcool, droga e vanità, sono la fiera del grottesco e della banalità, tanto che spesso ci si ritrova amaramente a ridere davanti agli sforzi di Patrick di "appartenere" a qualcosa, di ricercare l'umanità di cui è privo negli abiti griffati, nei biglietti da visita o nelle impossibili prenotazioni al ristorante di lusso in voga al momento.
Davanti a questa realtà spersonalizzante e stressante, sembra quasi inevitabile che Patrick arrivi a sfogarsi uccidendo e torturando, "cercando" la carne e il sangue di cui lui si sente privo. Ma anche lì, siamo proprio sicuri che gli scoppi di follia di Patrick non siano semplicemente il frutto della sua mente ormai allucinata? Ricordo all'epoca di avere voluto leggere il romanzo non tanto per il gusto di capire come fosse scritto ma per decifrare il finale del film di Mary Harron, che si conclude nel modo più ambiguo possibile dopo che il protagonista ha letteralmente gettato alle ortiche la perfetta maschera di razionalità indossata per non trarre in inganno il prossimo e approfittare al meglio della propria condizione agiata. "Questa confessione non ha nessun significato" sono le parole con le quali Patrick si accomiata sia nel film che nel libro e hanno una triplice valenza, lasciata all'interpretazione dell'ascoltatore: può riferirsi all'inutile confessione fatta all'avvocato, al senso di vuoto provato da un protagonista assolutamente privo di qualsivoglia emozione che non sia uno spiccato narcisismo, oppure potrebbe voler dire che tutto ciò che è accaduto nel film si è svolto solo nella mente di Patrick e che quindi confessarlo sarebbe inutile. Ancora peggio, Bateman potrebbe essere solo uno dei tanti American Psycho che popolano la New York dipinta nel film, tanto che ogni sua azione, anche la più depravata, rischia di perdersi in una società fatta, fondamentalmente, di manichini egoisti che si lasciano vivere persi nel tedio di giornate tutte uguali, prive di legami che possano essere definiti tali. Nel microverso yuppie in cui il forte ingoia il debole chi, tra i conoscenti di Patrick, potrebbe essere in grado di accorgersi della scomparsa di un amico o un collega, men che meno delle persone che popolano i bassifondi newyorchesi? Davanti a un film come American Psycho, che si limita a sollevare domande piuttosto che fornire risposte, non resta altro da fare che allacciare le cinture e godersi il viaggio allucinante di Patrick Bateman, interpretato da un Christian Bale praticamente agli esordi e in formissima, un attore con le palle capace di annullarsi interamente in un personaggio scomodo e consacrarlo per l'eternità nell'iconografia cinematografica (il Dandy di American Horror Story è un perfetto omaggio alla fisicità di Bale) tra una serie di addominali fatta guardando Non aprite quella porta, un omicidio perpetuato indossando l'impermeabile, una botta d'ansia causata dai biglietti da visita e un threesome dall'esito sanguinoso. Il tutto, ovviamente, con estrema, vuota eleganza, ci mancherebbe.
Di Christian Bale (Patrick Bateman), Justin Theroux (Timothy Brice), Josh Lucas (Craig McDermott), Bill Sage (David Van Patten), Chloë Sevigny (Jean), Reese Witherspoon (Evelyn Williams), Jared Leto (Paul Allen), Willem Dafoe (Donald Kimball) e Cara Seymour (Christie) ho già parlato ai rispettivi link.Trama: Patrick Bateman è ricco, bello e pieno di donne. La sua sarebbe una vita perfetta se non fosse che Patrick è soprattutto pazzo e, la sera, abbandona le vesti di yuppie per indossare quelle di folle killer...
Quello con American Psycho è stato un amore nato leggendone trama ed interpreti su Ciak, che all’epoca, signora mia, mica c’era l’adsl in connessione continua. E’ stato un amore nato affittando la videocassetta, visto che al cinema di Savona, probabilmente, il film della Harron non era arrivato neppure per sbaglio. E’ stato un amore continuato leggendo il romanzo di un Bret Easton Ellis che non era ancora la parodia di sé stesso, incrociando le dita perché non finisse mai nelle mani sbagliate (quelle di MMadreee, per esempio) con tutti quei tubi-topo e perversioni assortite di cui era infarcito e gioendo perché la libreria con i fondi di magazzino all’epoca situata vicino alla spiaggia aveva tutti i romanzi dell’autore (gioia svanita dopo la lettura, ché American Psycho è rimasto inarrivabile). E’ un amore, di fatto, mai finito, visto che riguardarne la versione cinematografica mi ha fatto venire una voglia matta di rileggere il libro, se non fosse per tutti gli altri libri che poverini ancora stanno aspettando che li apra, ultimo di Stephen King compreso. E’ un amore che secondo me affonda le radici in quello ben più profondo per Arancia Meccanica e in un conseguente, malsano interesse per i protagonisti folli e negativi di entrambe le opere, nonostante il romanzo di Burgess affronti il tema della libera scelta mentre quello di Easton Ellis sia l'emblema del vuoto cosmico e quindi, di fatto, la storia di Alex sia totalmente diversa da quella di Patrick. Sarà un amore nato quindi dalla follia? Sicuramente, perché io ancora adesso non riesco a volere così tanto male a Patrick Bateman, figlio degli anni '80 tanto bello fuori quanto marcio e vuoto dentro, nonostante tutte le brutture che passano per la sua mente malata. Intendiamoci, il 90% di quello che costui fa sia nel film che nel libro mi fa accapponare la pelle ma Patrick è fondamentalmente un figlio dei suoi anni, un povero scemo dalla testa vuota al quale il cervello è andato in pappa per lo sforzo di mantenere la migliore apparenza possibile; gli unici pensieri profondi espressi a voce dal protagonista sono legati ai suoi amati dischi (sebbene suonino falsi e costruiti come tutto ciò che lo circonda) e a una sorta di "relazione" con lo spettatore/lettore al quale, di fatto, viene proposto l'inaffidabile stream of consciousness di un uomo che non riesce più a distinguere la realtà dall'immaginazione e che trasmette al fruitore della sua storia le stesse, confuse ed inquiete sensazioni. D'altronde, quanto può essere affidabile e/o consapevole una persona che, a furia di seguire la moda e lo stile di chiunque "conti" all'interno della sua cerchia di amici e colleghi, viene confuso da quelle stesse persone con altri individui? I dialoghi di American Psycho, pesantemente influenzati da alcool, droga e vanità, sono la fiera del grottesco e della banalità, tanto che spesso ci si ritrova amaramente a ridere davanti agli sforzi di Patrick di "appartenere" a qualcosa, di ricercare l'umanità di cui è privo negli abiti griffati, nei biglietti da visita o nelle impossibili prenotazioni al ristorante di lusso in voga al momento.
Davanti a questa realtà spersonalizzante e stressante, sembra quasi inevitabile che Patrick arrivi a sfogarsi uccidendo e torturando, "cercando" la carne e il sangue di cui lui si sente privo. Ma anche lì, siamo proprio sicuri che gli scoppi di follia di Patrick non siano semplicemente il frutto della sua mente ormai allucinata? Ricordo all'epoca di avere voluto leggere il romanzo non tanto per il gusto di capire come fosse scritto ma per decifrare il finale del film di Mary Harron, che si conclude nel modo più ambiguo possibile dopo che il protagonista ha letteralmente gettato alle ortiche la perfetta maschera di razionalità indossata per non trarre in inganno il prossimo e approfittare al meglio della propria condizione agiata. "Questa confessione non ha nessun significato" sono le parole con le quali Patrick si accomiata sia nel film che nel libro e hanno una triplice valenza, lasciata all'interpretazione dell'ascoltatore: può riferirsi all'inutile confessione fatta all'avvocato, al senso di vuoto provato da un protagonista assolutamente privo di qualsivoglia emozione che non sia uno spiccato narcisismo, oppure potrebbe voler dire che tutto ciò che è accaduto nel film si è svolto solo nella mente di Patrick e che quindi confessarlo sarebbe inutile. Ancora peggio, Bateman potrebbe essere solo uno dei tanti American Psycho che popolano la New York dipinta nel film, tanto che ogni sua azione, anche la più depravata, rischia di perdersi in una società fatta, fondamentalmente, di manichini egoisti che si lasciano vivere persi nel tedio di giornate tutte uguali, prive di legami che possano essere definiti tali. Nel microverso yuppie in cui il forte ingoia il debole chi, tra i conoscenti di Patrick, potrebbe essere in grado di accorgersi della scomparsa di un amico o un collega, men che meno delle persone che popolano i bassifondi newyorchesi? Davanti a un film come American Psycho, che si limita a sollevare domande piuttosto che fornire risposte, non resta altro da fare che allacciare le cinture e godersi il viaggio allucinante di Patrick Bateman, interpretato da un Christian Bale praticamente agli esordi e in formissima, un attore con le palle capace di annullarsi interamente in un personaggio scomodo e consacrarlo per l'eternità nell'iconografia cinematografica (il Dandy di American Horror Story è un perfetto omaggio alla fisicità di Bale) tra una serie di addominali fatta guardando Non aprite quella porta, un omicidio perpetuato indossando l'impermeabile, una botta d'ansia causata dai biglietti da visita e un threesome dall'esito sanguinoso. Il tutto, ovviamente, con estrema, vuota eleganza, ci mancherebbe.
Mary Harron è la regista e co-sceneggiatrice della pellicola. Canadese, ha diretto film come Ho sparato a Andy Wharol, The Moth Diaries ed episodi di serie quali Six Feet Under e Constantine. Anche produttrice e attrice, ha 63 anni e un film in uscita.
Samantha Mathis interpreta Courtney Rawlinson. Americana, ha partecipato a film come Super Mario Bros., Piccole donne, The Punisher, American Pastoral e a serie come Oltre i limiti, Salem's Lot, Doctor House, Incubi e deliri, Lost, Grey's Anatomy, Under the Dome e The strain; inoltre, ha lavorato come doppiatrice in film come Ferngully - Le avventure di Zack e Crysta. Ha 46 anni.
Matt Ross interpreta Luis Carruthers. Americano, ha partecipato a film come L'esercito delle 12 scimmie, Face/Off, The Aviator, Good Night and Good Luck e a serie come Rose Red, Six Feet Under, Bones, CSI:Miami, Numb3rs, CSI - Scena del crimine e American Horror Story. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 46 anni.
Il casting di American Psycho è stato un processo lungo e travagliato, che ha visto a un certo punto la Harron abbandonare il progetto quando gli studios hanno scelto di offrire a Leonardo Di Caprio il ruolo di Patrick Bateman, cosa che ha portato Oliver Stone a subentrare come regista. Quando Di Caprio ha deciso di partecipare invece al film The Beach, Stone ha mollato ed è tornata Mary Harron, la quale ha ovviamente tenuto il cast che avrebbe voluto lei (via James Woods e Cameron Diaz quindi, rispettivamente scelti per il ruolo di Kimball ed Evelyn). Negli anni '90 invece era stato Stuart Gordon a progettare una trasposizione cinematografica in bianco e nero del libro, con Johnny Depp come Patrick Bateman e lo stesso Bret Easton Ellis come unico sceneggiatore, poi è stato il turno di David Cronenberg con Brad Pitt come protagonista ma tutti questi progetti si sono persi in fase di produzione. Il film ha generato un sequel a dir poco imbarazzante, ovvero quell'American Psycho II nato dall'unione tra un banalissimo thriller originale e un subplot legato al personaggio di Patrick Bateman, mentre Le regole dell'attrazione è basato sull'omonimo romanzo di Bret Easton Ellis ed è incentrato sulle vicissitudini del fratello minore di Patrick, Sean Bateman: io vi direi di evitarli entrambi ma se American Psycho vi fosse piaciuto consiglio innanzitutto il recupero del romanzo omonimo e poi di aggiungere Kill Your Friends, The Wolf of Wall Street e persino Stress da vampiro. ENJOY!
venerdì 3 giugno 2016
Bollalmanacco On Demand: Mysterious Skin (2004)
Torna il Bollalmanacco On Demand e, per l'occasione, torna anche Gregg Araki con Mysterious Skin, da lui diretto e sceneggiato nel 2004 a partire dal romanzo omonimo di Scott Heim. Il prossimo film On Demand sarà Requiem for a Dream. ENJOY!
Trama: Brian è un ragazzo convinto di essere stato rapito dagli alieni quando era bambino, Neil alla stessa età aveva scoperto di essere gay e ora passa le giornate prostituendosi. Questi due ragazzi così diversi scopriranno di avere un devastante evento passato in comune...
L'idea migliore che ho avuto da quando ho aperto il Bollalmanacco è senza dubbio quella di aver creato l'On Demand. Senza di esso probabilmente non avrei mai dato una seconda chance a Gregg Araki, che col suo Doom Generation non mi aveva entusiasmata moltissimo, e di conseguenza mi sarei persa una meraviglia come Mysterious Skin, film che invece mi ha lasciata in lacrime, a frignare come una mocciosa sui titoli di coda. E' difficile, infatti, restare indifferenti davanti alle storie parallele di Brian e Neil, due ragazzi rovinati dal marciume della provincia americana e dall'indifferenza dei genitori, al punto da diventare due creature allo stesso tempo sgradevoli eppure degne di ogni goccia di umana pietà; cosa accomuni i due sarebbe peccato mortale rivelarlo, sebbene purtroppo divenga dolorosamente palese mano a mano che il film prosegue e gli indizi aumentano, vi basti sapere che sia Brian che Neil affrontano a modo loro un evento particolarmente scioccante legato alla loro infanzia in base alla forza d'animo con la quale sono nati e in base all'ambiente in cui sono cresciuti. Brian, che da bambino era un timido frugoletto occhialuto e malaticcio, è diventato col tempo un adolescente timido ed impacciato, isolato dai suoi coetanei a causa della convinzione di essere stato rapito dagli UFO, e l'evento terribile che gli ha segnato l'infanzia è diventato col tempo un incubo dalle sfumature fantastiche, troppo grande per poterne sopportare la dolorosa realtà. Tra i due è lui il personaggio più "debole", proprio perché colpito dall'orrore nella fase più delicata della sua vita, coincidente tra l'altro con lo sfascio della famiglia. Neil invece, omosessuale fin dalla comparsa delle prime pulsioni sessuali, ha vissuto l'estate degli otto anni come il coronamento di un suo grandissimo desiderio, senza capirne le implicazioni, e ha scelto di sprecare l'adolescenza ricercando l'illusoria sensazione di essere amato, di essere speciale, nelle squallide camere di qualche albergo a ore; bellissimo ed affascinante, spalleggiato da due amici e una madre che lo adorano, Neil ha tuttavia avvolto il suo cuore in un involucro di fredda indifferenza, che lo rende incapace di avvicinarsi agli altri e men che meno di amare sé stesso.
Questa terribile storia di solitudine, traumi ed autodistruzione viene affrontata da Gregg Araki con un gusto per la provocazione e l'eccesso che tuttavia non è privo di grazia. La maggior parte delle scene è molto esplicita e a tratti incredibilmente fastidiosa, tuttavia non ho avuto quella sensazione di provocazione vuota ed inutile che mi aveva colta guardando Doom Generation, perché ogni colpo nello stomaco che viene inferto allo spettatore durante la visione di Mysterious Skin è purtroppo necessario e funzionale alla trama. Inoltre, queste sequenze fortemente realistiche, segno inequivocabile di un'innocenza strappata troppo presto e di una realtà che non perdona i deboli o gli incauti, vengono talvolta bilanciate da alcune scene oniriche (bellissima quella in cui Neil e Wendy, davanti ad uno schermo bianco, chiamano Dio mentre le loro figure cominciano a venire avvolte dalla neve) che sembrano quasi degli afflati di speranza, in netto contrasto con gli incubi che infestano le notti di Brian. Dal punto di vista degli attori, se i tre protagonisti di Doom Generation erano semplicemente tre bei manzetti inespressivi, qui abbiamo un Joseph Gordon-Levitt che non si risparmia e mette tutta la sua fisicità al servizio di una trama scomoda, capace probabilmente di scoraggiare attori molto più esperti di lui; il bel Neil, di fatto considerato dalla maggior parte dei personaggi solo un bel corpo e un bel visetto, nasconde nelle espressioni e nello sguardo un mare di dolore e di vergogna, che si riversano come vomito sullo spettatore impossibilitato a distogliere l'attenzione da quello che accade sullo schermo, silenzioso testimone di qualcosa che dovrebbe, di regola, essere troppo terribile per poterlo raccontare o vedere. Si può solo sperare che dopo i titoli di coda, dopo gli abbracci e le lacrime, qualche pia divinità si sia premurata di cancellare dalla mente di Brian e Neil tutte le brutture, facendoli rinascere come persone nuove e pronte a sperare di poter innamorarsi e vivere ancora, ma quel magone che ancora mi stringe la gola mentre scrivo e ripenso a Mysterious Skin mi fa capire che sarebbe più probabile vedere un UFO solcare il cielo.
Del regista e co-sceneggiatore Gregg Araki ho già parlato QUI. Elisabeth Shue (Mrs. McCormick), Bill Sage (Coach), Joseph Gordon-Levitt (Neil) e Billy Drago (Zeke) li trovate invece ai rispettivi link.
Chris Mulkey interpreta Mr. Lackey. Americano, lo ricordo per film come Rambo, 48 ore, L'alieno, The Fan - Il mito, North Country, Cloverfield, La notte del giudizio e Whiplash, inoltre ha partecipato a serie come MASH, Charlie's Angels, Chips, Hazzard, Magnum P.I., Ai confini della realtà, I segreti di Twin Peaks, La signora in giallo, Blossom, Walker Texas Ranger, CSI: Miami, Lost, Cold Case, Criminal Minds, CSI: NY, 24 e CSI - Scena del crimine. Anche produttore, sceneggiatore, regista e compositore, ha 68 anni e otto film in uscita.
Michelle Trachtenberg interpreta Wendy. Ovviamente la ricordo per il ruolo di Dawn nella serie Buffy l'ammazzavampiri ma l'attrice americana ha partecipato anche a film come Inspector Gadget, Black Christmas - Un Natale rosso sangue e ad altre serie come Six Feet Under, Dr. House, Weeds e Criminal Minds; come doppiatrice, ha lavorato per la serie Robot Chicken. Anche produttrice, ha 31 anni e un film in uscita.
Brady Corbet (vero nome Brady James Monson Corbet) interpreta Brian. Americano, ha partecipato a film come Funny Games, Melancholia, Forza maggiore, Sils Maria e a serie come 24. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 28 anni.
Nel film compare anche un mocciosetto dai capelli rossi al quale Neil offre delle caramelle in premio: se vi siete chiesti dove l'avete già visto, come di fatto è successo a me, sappiate che lo stesso anno è finito nel cast di Desperate Housewives per interpretare Parker, uno dei figli di Lynette. Se vi siete invece chiesti dove avete già visto la casa addobbata per Halloween, sappiate che Tarantino l'ha riutilizzata come abitazione di Vernita Green in Kill Bill. Se, infine, Mysterious Skin vi fosse piaciuto recuperate Sleepers, Mystic River e American Beauty. ENJOY!
Trama: Brian è un ragazzo convinto di essere stato rapito dagli alieni quando era bambino, Neil alla stessa età aveva scoperto di essere gay e ora passa le giornate prostituendosi. Questi due ragazzi così diversi scopriranno di avere un devastante evento passato in comune...
L'idea migliore che ho avuto da quando ho aperto il Bollalmanacco è senza dubbio quella di aver creato l'On Demand. Senza di esso probabilmente non avrei mai dato una seconda chance a Gregg Araki, che col suo Doom Generation non mi aveva entusiasmata moltissimo, e di conseguenza mi sarei persa una meraviglia come Mysterious Skin, film che invece mi ha lasciata in lacrime, a frignare come una mocciosa sui titoli di coda. E' difficile, infatti, restare indifferenti davanti alle storie parallele di Brian e Neil, due ragazzi rovinati dal marciume della provincia americana e dall'indifferenza dei genitori, al punto da diventare due creature allo stesso tempo sgradevoli eppure degne di ogni goccia di umana pietà; cosa accomuni i due sarebbe peccato mortale rivelarlo, sebbene purtroppo divenga dolorosamente palese mano a mano che il film prosegue e gli indizi aumentano, vi basti sapere che sia Brian che Neil affrontano a modo loro un evento particolarmente scioccante legato alla loro infanzia in base alla forza d'animo con la quale sono nati e in base all'ambiente in cui sono cresciuti. Brian, che da bambino era un timido frugoletto occhialuto e malaticcio, è diventato col tempo un adolescente timido ed impacciato, isolato dai suoi coetanei a causa della convinzione di essere stato rapito dagli UFO, e l'evento terribile che gli ha segnato l'infanzia è diventato col tempo un incubo dalle sfumature fantastiche, troppo grande per poterne sopportare la dolorosa realtà. Tra i due è lui il personaggio più "debole", proprio perché colpito dall'orrore nella fase più delicata della sua vita, coincidente tra l'altro con lo sfascio della famiglia. Neil invece, omosessuale fin dalla comparsa delle prime pulsioni sessuali, ha vissuto l'estate degli otto anni come il coronamento di un suo grandissimo desiderio, senza capirne le implicazioni, e ha scelto di sprecare l'adolescenza ricercando l'illusoria sensazione di essere amato, di essere speciale, nelle squallide camere di qualche albergo a ore; bellissimo ed affascinante, spalleggiato da due amici e una madre che lo adorano, Neil ha tuttavia avvolto il suo cuore in un involucro di fredda indifferenza, che lo rende incapace di avvicinarsi agli altri e men che meno di amare sé stesso.
Questa terribile storia di solitudine, traumi ed autodistruzione viene affrontata da Gregg Araki con un gusto per la provocazione e l'eccesso che tuttavia non è privo di grazia. La maggior parte delle scene è molto esplicita e a tratti incredibilmente fastidiosa, tuttavia non ho avuto quella sensazione di provocazione vuota ed inutile che mi aveva colta guardando Doom Generation, perché ogni colpo nello stomaco che viene inferto allo spettatore durante la visione di Mysterious Skin è purtroppo necessario e funzionale alla trama. Inoltre, queste sequenze fortemente realistiche, segno inequivocabile di un'innocenza strappata troppo presto e di una realtà che non perdona i deboli o gli incauti, vengono talvolta bilanciate da alcune scene oniriche (bellissima quella in cui Neil e Wendy, davanti ad uno schermo bianco, chiamano Dio mentre le loro figure cominciano a venire avvolte dalla neve) che sembrano quasi degli afflati di speranza, in netto contrasto con gli incubi che infestano le notti di Brian. Dal punto di vista degli attori, se i tre protagonisti di Doom Generation erano semplicemente tre bei manzetti inespressivi, qui abbiamo un Joseph Gordon-Levitt che non si risparmia e mette tutta la sua fisicità al servizio di una trama scomoda, capace probabilmente di scoraggiare attori molto più esperti di lui; il bel Neil, di fatto considerato dalla maggior parte dei personaggi solo un bel corpo e un bel visetto, nasconde nelle espressioni e nello sguardo un mare di dolore e di vergogna, che si riversano come vomito sullo spettatore impossibilitato a distogliere l'attenzione da quello che accade sullo schermo, silenzioso testimone di qualcosa che dovrebbe, di regola, essere troppo terribile per poterlo raccontare o vedere. Si può solo sperare che dopo i titoli di coda, dopo gli abbracci e le lacrime, qualche pia divinità si sia premurata di cancellare dalla mente di Brian e Neil tutte le brutture, facendoli rinascere come persone nuove e pronte a sperare di poter innamorarsi e vivere ancora, ma quel magone che ancora mi stringe la gola mentre scrivo e ripenso a Mysterious Skin mi fa capire che sarebbe più probabile vedere un UFO solcare il cielo.
Del regista e co-sceneggiatore Gregg Araki ho già parlato QUI. Elisabeth Shue (Mrs. McCormick), Bill Sage (Coach), Joseph Gordon-Levitt (Neil) e Billy Drago (Zeke) li trovate invece ai rispettivi link.
Chris Mulkey interpreta Mr. Lackey. Americano, lo ricordo per film come Rambo, 48 ore, L'alieno, The Fan - Il mito, North Country, Cloverfield, La notte del giudizio e Whiplash, inoltre ha partecipato a serie come MASH, Charlie's Angels, Chips, Hazzard, Magnum P.I., Ai confini della realtà, I segreti di Twin Peaks, La signora in giallo, Blossom, Walker Texas Ranger, CSI: Miami, Lost, Cold Case, Criminal Minds, CSI: NY, 24 e CSI - Scena del crimine. Anche produttore, sceneggiatore, regista e compositore, ha 68 anni e otto film in uscita.
Michelle Trachtenberg interpreta Wendy. Ovviamente la ricordo per il ruolo di Dawn nella serie Buffy l'ammazzavampiri ma l'attrice americana ha partecipato anche a film come Inspector Gadget, Black Christmas - Un Natale rosso sangue e ad altre serie come Six Feet Under, Dr. House, Weeds e Criminal Minds; come doppiatrice, ha lavorato per la serie Robot Chicken. Anche produttrice, ha 31 anni e un film in uscita.
Brady Corbet (vero nome Brady James Monson Corbet) interpreta Brian. Americano, ha partecipato a film come Funny Games, Melancholia, Forza maggiore, Sils Maria e a serie come 24. Anche sceneggiatore, regista e produttore, ha 28 anni.
Nel film compare anche un mocciosetto dai capelli rossi al quale Neil offre delle caramelle in premio: se vi siete chiesti dove l'avete già visto, come di fatto è successo a me, sappiate che lo stesso anno è finito nel cast di Desperate Housewives per interpretare Parker, uno dei figli di Lynette. Se vi siete invece chiesti dove avete già visto la casa addobbata per Halloween, sappiate che Tarantino l'ha riutilizzata come abitazione di Vernita Green in Kill Bill. Se, infine, Mysterious Skin vi fosse piaciuto recuperate Sleepers, Mystic River e American Beauty. ENJOY!
mercoledì 27 aprile 2016
The Boy (2015)
Nonostante la maggior parte delle persone si chieda come sarà QUESTO The Boy, io sono andata controcorrente e ho scelto di guardare il The Boy diretto e co-sceneggiato nel 2015 dal regista Craig William MacNeill a partire dal romanzo Miss Corpus di Clay McLeod Chapman (al momento impossibile da trovare non solo in italiano ma persino in versione digitale inglese).
Trama: Ted e suo padre John vivono da soli gestendo un motel sull'orlo del fallimento, mentre la madre è scappata già da tempo in Florida. Per raccogliere i soldi necessari a raggiungerla, Ted ripulisce la pericolosa strada davanti al motel dalle carogne degli animali investiti ma un giorno il suo desiderio di aumentare gli introiti causerà un incidente a un misterioso uomo...
Non so se qualcuno di voi si ricorda L'innocenza del diavolo, film in cui un Macaulay Culkin giovanissimo e ancora sulla cresta dell'onda dava del filo da torcere all'altrettanto giovane Elijah Wood palesandosi come serial killer in erba, un piccolo stronzetto a cui nessuno avrebbe addossato le colpe per le quali l'amichetto lo accusava a gran voce. Il film di Joseph Ruben era un thriller senza infamia né lode che puntava molto sulla spettacolarizzazione della cattiveria del personaggio di Culkin e sulla tensione causata da ogni sua apparizione e ovviamente si soffermava poco sui risvolti psicologici della questione, mentre The Boy mi ha stupita per il modo in cui "priva" la storia proprio dell'elemento che più attirerebbe il pubblico, ovvero quello thriller. William MacNeill, regista e sceneggiatore, ci racconta la lenta e graduale nascita di un serial killer non già partendo dalle sue azioni, che pure vengono mostrate con dovizia di particolari macabri, ma dall'ambiente in cui è cresciuto, insistendo molto sullo squallore del motel gestito da un padre palesemente inadatto ad essere genitore, sul paesaggio brullo e privo di attrattiva alcuna, sull'assenza di coetanei con i quali Ted potrebbe rapportarsi e anche sull'apparente vuoto educativo che circonda il piccolo protagonista (Ted sa fare di conto e leggere ma perché non lo si vede mai andare a scuola o fare dei compiti?). La follia di Ted, se di follia poi si tratta, si sviluppa affondando le radici nella terribile solitudine a cui è costretto e nella mancanza di una figura materna che ha scelto di portare via le suole rifugiandosi nell'assolata e più attraente Florida, e i suoi primi, timidi esperimenti con la morte sono strettamente legati alla necessità di ottenere il denaro per raggiungere questa madre lontana; il piccolo, infatti, passa il tempo a raccogliere carcasse di animali dalla strada, per ognuna delle quali il padre lo paga ben 10 centesimi, ed è proprio il bisogno di aumentare gli introiti che lo spinge a non aspettare più il fato crudele ma a farsi ingannatore di bestiole affamate, con metodi di "cattura" sempre più elaborati e, ça va sans dire, pericolosi anche per eventuali automobilisti.
La storia, ovviamente, non si limita a raccontare le gesta di uno "spazzino di carcasse", anche perché sarebbe impossibile parlare di serial killer in questo modo. Altro non aggiungo, se non che la fascinazione di Ted nei confronti della morte e la consapevolezza di avere potere sulle vite degli altri aumenta mano a mano che la squallida realtà da lui conosciuta si disgrega o viene "invasa" da pochi ospiti più molesti e pericolosi di altri, eventi che fanno letteralmente scoccare la scintilla della sua psicosi. MacNeill si prende tutto il tempo necessario prima di arrivare al deflagrante finale, giocando con lo spettatore proprio approfittando delle sue convinzioni, anche grazie all'utilizzo particolarmente infingardo dell'inquietante colonna sonora, dilatando le tempistiche tipiche del genere per catturare il pubblico in un mix di ansia e frustrazione ugualmente soddisfacenti. Lo sguardo che il regista rivolge al piccolo Ted non è impietoso, anzi; la maggior parte delle inquadrature sono fatte per portarci sì ad aver paura di quello che il protagonista potrebbe fare ma anche, in qualche modo, ad empatizzare con lui e ad odiare quell'ameba che si ritrova per padre (interpretato egregiamente dal mio adorato David Morse, che è poi il motivo che mi ha spinta a recuperare il film), catapultandoci di fatto nei panni degli stessi cretini che o sottovalutano Ted, ritrovandosi poi a pentirsene amaramente, oppure scelgono di non vedere oltre l'apparenza di bambino lasciandolo libero di portare la sua finta innocenza come una maschera. Proprio perché privo di quell'espressione da furbetto viziato che aveva Macaulay Culkin all'epoca, il volto triste e il fisico mingherlino di Jared Breez gli consentono di bucare lo schermo e di toccare le corde più tese dell'animo dello spettatore, facendosi ricordare a lungo sia nei panni del demone cornuto mostrato nella spoilerosissima locandina sia nei lunghi silenzi che accompagnano il suo solitario percorso verso gli abissi della pazzia. Quindi, se amate questo genere di thriller "riflessivi", non potete proprio lasciare The Boy a prendere polvere in qualche solitario e fatiscente motel nei recessi della distribuzione italiana.
Di David Morse (John Henley), Rainn Wilson (William Colby) e Mike Vogel (il padre di Ben) ho già parlato ai rispettivi link.
Craig William MacNeill è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, anche produttore, è al suo secondo lungometraggio, dopo aver girato una serie di corti che comprende anche Henley, da cui è stato tratto The Boy.
Bill Sage interpreta lo sceriffo Deacon Whit. Americano, ha partecipato a film come American Psycho, We Are What We Are e serie come Sex and the City, Melrose Place, CSI, CSI: Miami, Numb3rs e Hap and Leonard. Ha 54 anni e sette film in uscita.
Il piccolo Jared Breeze, che interpreta Ted, aveva già partecipato al film Cooties e lo stesso vale per Aiden Lovekamp, ovvero Ben (quest'ultimo ha anche preso parte agli ultimi due episodi della serie Paranormal Activity). Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Henley, corto da cui è stato tratto The Boy, il già citato L'innocenza del diavolo, ... E ora parliamo di Kevin e aggiungete quel Goodnight Mommy che ancora devo vedere. ENJOY!
Trama: Ted e suo padre John vivono da soli gestendo un motel sull'orlo del fallimento, mentre la madre è scappata già da tempo in Florida. Per raccogliere i soldi necessari a raggiungerla, Ted ripulisce la pericolosa strada davanti al motel dalle carogne degli animali investiti ma un giorno il suo desiderio di aumentare gli introiti causerà un incidente a un misterioso uomo...
Non so se qualcuno di voi si ricorda L'innocenza del diavolo, film in cui un Macaulay Culkin giovanissimo e ancora sulla cresta dell'onda dava del filo da torcere all'altrettanto giovane Elijah Wood palesandosi come serial killer in erba, un piccolo stronzetto a cui nessuno avrebbe addossato le colpe per le quali l'amichetto lo accusava a gran voce. Il film di Joseph Ruben era un thriller senza infamia né lode che puntava molto sulla spettacolarizzazione della cattiveria del personaggio di Culkin e sulla tensione causata da ogni sua apparizione e ovviamente si soffermava poco sui risvolti psicologici della questione, mentre The Boy mi ha stupita per il modo in cui "priva" la storia proprio dell'elemento che più attirerebbe il pubblico, ovvero quello thriller. William MacNeill, regista e sceneggiatore, ci racconta la lenta e graduale nascita di un serial killer non già partendo dalle sue azioni, che pure vengono mostrate con dovizia di particolari macabri, ma dall'ambiente in cui è cresciuto, insistendo molto sullo squallore del motel gestito da un padre palesemente inadatto ad essere genitore, sul paesaggio brullo e privo di attrattiva alcuna, sull'assenza di coetanei con i quali Ted potrebbe rapportarsi e anche sull'apparente vuoto educativo che circonda il piccolo protagonista (Ted sa fare di conto e leggere ma perché non lo si vede mai andare a scuola o fare dei compiti?). La follia di Ted, se di follia poi si tratta, si sviluppa affondando le radici nella terribile solitudine a cui è costretto e nella mancanza di una figura materna che ha scelto di portare via le suole rifugiandosi nell'assolata e più attraente Florida, e i suoi primi, timidi esperimenti con la morte sono strettamente legati alla necessità di ottenere il denaro per raggiungere questa madre lontana; il piccolo, infatti, passa il tempo a raccogliere carcasse di animali dalla strada, per ognuna delle quali il padre lo paga ben 10 centesimi, ed è proprio il bisogno di aumentare gli introiti che lo spinge a non aspettare più il fato crudele ma a farsi ingannatore di bestiole affamate, con metodi di "cattura" sempre più elaborati e, ça va sans dire, pericolosi anche per eventuali automobilisti.
La storia, ovviamente, non si limita a raccontare le gesta di uno "spazzino di carcasse", anche perché sarebbe impossibile parlare di serial killer in questo modo. Altro non aggiungo, se non che la fascinazione di Ted nei confronti della morte e la consapevolezza di avere potere sulle vite degli altri aumenta mano a mano che la squallida realtà da lui conosciuta si disgrega o viene "invasa" da pochi ospiti più molesti e pericolosi di altri, eventi che fanno letteralmente scoccare la scintilla della sua psicosi. MacNeill si prende tutto il tempo necessario prima di arrivare al deflagrante finale, giocando con lo spettatore proprio approfittando delle sue convinzioni, anche grazie all'utilizzo particolarmente infingardo dell'inquietante colonna sonora, dilatando le tempistiche tipiche del genere per catturare il pubblico in un mix di ansia e frustrazione ugualmente soddisfacenti. Lo sguardo che il regista rivolge al piccolo Ted non è impietoso, anzi; la maggior parte delle inquadrature sono fatte per portarci sì ad aver paura di quello che il protagonista potrebbe fare ma anche, in qualche modo, ad empatizzare con lui e ad odiare quell'ameba che si ritrova per padre (interpretato egregiamente dal mio adorato David Morse, che è poi il motivo che mi ha spinta a recuperare il film), catapultandoci di fatto nei panni degli stessi cretini che o sottovalutano Ted, ritrovandosi poi a pentirsene amaramente, oppure scelgono di non vedere oltre l'apparenza di bambino lasciandolo libero di portare la sua finta innocenza come una maschera. Proprio perché privo di quell'espressione da furbetto viziato che aveva Macaulay Culkin all'epoca, il volto triste e il fisico mingherlino di Jared Breez gli consentono di bucare lo schermo e di toccare le corde più tese dell'animo dello spettatore, facendosi ricordare a lungo sia nei panni del demone cornuto mostrato nella spoilerosissima locandina sia nei lunghi silenzi che accompagnano il suo solitario percorso verso gli abissi della pazzia. Quindi, se amate questo genere di thriller "riflessivi", non potete proprio lasciare The Boy a prendere polvere in qualche solitario e fatiscente motel nei recessi della distribuzione italiana.
Di David Morse (John Henley), Rainn Wilson (William Colby) e Mike Vogel (il padre di Ben) ho già parlato ai rispettivi link.
Craig William MacNeill è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, anche produttore, è al suo secondo lungometraggio, dopo aver girato una serie di corti che comprende anche Henley, da cui è stato tratto The Boy.
Bill Sage interpreta lo sceriffo Deacon Whit. Americano, ha partecipato a film come American Psycho, We Are What We Are e serie come Sex and the City, Melrose Place, CSI, CSI: Miami, Numb3rs e Hap and Leonard. Ha 54 anni e sette film in uscita.
Il piccolo Jared Breeze, che interpreta Ted, aveva già partecipato al film Cooties e lo stesso vale per Aiden Lovekamp, ovvero Ben (quest'ultimo ha anche preso parte agli ultimi due episodi della serie Paranormal Activity). Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Henley, corto da cui è stato tratto The Boy, il già citato L'innocenza del diavolo, ... E ora parliamo di Kevin e aggiungete quel Goodnight Mommy che ancora devo vedere. ENJOY!
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