Siccome ne avevo sentito parlare molto bene, appena è stato possibile ho recuperato The Plague, scritto e sceneggiato nel 2025 dal regista Charlie Polinger.
Trama: durante un programma estivo di pallanuoto, il dodicenne Ben è costretto ad affrontare prese in giro ed umiliazioni sempre più pesanti, quando i compagni lo accusano di avere contratto la "peste"...
Aaah, ma che bella l'adolescenza. Anzi, che bella l'adolescenza maschile. Io, più guardo film e serie a tema, più vengo colta da una sindrome di Erode molto selettiva, che punta i maschietti tra i 12 e i 18 anni, assimilabili più a branchi di macachi feroci che ad esseri umani. Anzi, se non altro i macachi sono carini, 'sti mocciosi sono pure brutti, come dimostra il cast messo assieme da The Plague che, invece, è un film splendido, anche se mi ha messo un nervoso mai più provato dai tempi di Eden Lake, altra bella opera in cui avrei voluto vedere morti tutti gli esseri umani con età inferiore a 20 anni. The Plague parla di un programma estivo di pallanuoto a cui viene iscritto anche Ben. Ben è un ragazzino timido che vorrebbe disperatamente integrarsi, ed è palese fin da subito il suo desiderio di compiacere "il branco", nonostante un istintivo disgusto verso i loro modi. Ben è fondamentalmente buono ma debole, e proprio la sua bontà gli impedisce di disinteressarsi e, in qualche modo, avvicinarsi, ad Eli, bullizzato dai compagni perché accusato di avere la Peste. L'animo confuso di Ben, preda di queste due pulsioni contrastanti, lo porta a sua volta ad essere spesso crudele verso Eli, ma la sua crudeltà deriva non dal disgusto che provano i compagni, quanto piuttosto ad una dolorosa invidia: Eli è un paria, ma vive come vuole a costo di essere ridicolo e socialmente inaccettabile, mentre Ben vive per il giudizio altrui, si sforza disperatamente e, com'è ovvio, quando lo sforzo non viene più ripagato per una serie di circostanze, si spezza. The Plague è stato da tanti definito un thriller queer. A me è sembrato, in realtà, che la componente sessuale, pur assai pronunciata, fosse legata essenzialmente ad un desiderio vago, non legato ad un genere particolare. E' vero che la promiscuità, passatemi il termine, del dormitorio maschile, degli spogliatoi, delle docce e della sauna, con l'aggiunta di uno sport di contatto come la pallanuoto, si presta molto a questa interpretazione, ed è anche vero che le continue spacconerie sessuali messe in bocca ai ragazzini sembrano più frutto della necessità di confermare l'eterosessualità e la natura di maschi "alfa" più che di un interesse reale verso le ragazze. E' vero anche che la disperazione di Ben potrebbe nascere da una frustrazione sessuale, dalla consapevolezza di dover per forza essere attratto dalle femmine per poter far parte del gruppo, ma secondo me l'interesse di The Plague è rivolto altrove e la componente sessuale diventa l'ennesimo aspetto di una confusione generalizzata, di una "sporcizia" interiore ed esteriore, di quel non essere né carne né pesce tipico di quell'età orrenda.
E di orrore, a prescindere dalle splendide riprese acquatiche di Polinger e da una regia che, spesso, abbraccia uno stile onirico che spazia dal sogno bagnato all'incubo in perfetto stile De Palma in Carrie, ce n'è parecchio. Nonostante il titolo possa dare l'idea di un body horror con tutti gli annessi e connessi, The Plague non è un film particolarmente violento o disgustoso a livello fisico, salvo sul finale, perché la Peste di cui parlano i microcefali protagonisti è un eczema, uno sfogo diffuso, niente più. Ciò che è difficile da sostenere è piuttosto lo stress psicologico, la sensazione che a Ben possa accadere qualcosa di molto più brutto di una presa in giro, un terrore che il regista veicola semplicemente inquadrando i volti dei compagni di Ben, i loro sguardi freddi, la maschera di innocenza che indossano unita alla profonda convinzione che i loro comportamenti siano giustificabili in toto. Lo spettatore abituato a dinamiche simili a quelle de Il signore delle mosche o Full Metal Jacket (Kenny Rasmussen è impressionante per quanto somigli a Vincent D'Onofrio in quel film) non può fare altro che smettere di respirare in più occasioni, stando sul chi va là come il povero Ben, interpretato magnificamente da Everett Blunk. Il giovane attore offre l'interpretazione incredibile, molto realistica, di un ragazzino timido ma fiducioso che, a poco a poco, si spezza e cade vittima di un'ansia e una rabbia incontrollabili, consentendo alla Peste di renderlo brutto anche dentro, contagiato non tanto dalla "malattia" di Eli, quando dallo schifo veicolato dai suoi mostruosi compagni. Fondamentale anche la componente musicale, con una colonna sonora originale intensa ed elegante, fatta di inquietanti cori sovrapposti ed archi che enfatizzano la natura "chiusa" della realtà in cui viene a trovarsi Ben, un mondo che lascia soli i più deboli e dove gli adulti, potenziale presenza salvifica, non sono ammessi (il personaggio di Joel Edgerton è emblematico nella sua imbarazzante inutilità, pur se mossa da buone intenzioni). In aggiunta, non meno importanti, ci sono un paio di pezzi "dance" tra i quali cui spicca la scatenata Feeling So Real di Moby, un inno ad affermare se stessi, sempre e comunque, non importa quanto si sia strani, goffi, malaticci, nonché una canzone che vi resterà in testa per un bel po' dopo la fine dei titoli di coda. The Plague è un film splendido che spero possa avere in Italia la distribuzione che merita, ma è anche un film cupo, pessimista, che vi lascerà addosso sensazioni spiacevoli ad accompagnare un magone persistente, quindi maneggiatelo con cura... soprattutto se avete figli maschi di quell'età!





Nessun commento:
Posta un commento