L'ho già detto un paio di volte negli ultimi tempi e potrei anche ripeterlo, non mi merito di avere un blog di cinema. Della Cannes di quest'anno non ho seguito nulla, non so quasi nemmeno quali film siano passati (a parte Il GGG di Spielberg, Personal Shopper con Kristen Stewart e ovviamente The Neon Demon di Nicolas Winding Refn, gli unici di cui ho sentito parlare) quindi l'elenco dei vincitori sarà particolarmente freddo e distaccato.
La Palma d'Oro va a I, Daniel Blake del regista Ken Loach, un film che parla dei nuovi poveri e di lavoratori in lotta contro la fredda e spietata burocrazia. In Italia dovrebbe arrivare in autunno ma si sa come funziona con la distribuzione!
Nell'indecisione, il premio per la miglior regia è andato a ben due autori, Olivier Assayas per Personal Shopper e Cristian Mungiu per Bacalaureat. Personal Shopper, nonostante la presenza di Kristen Stewart, mi ispira in quanto thriller con venature sovrannaturali (inoltre il regista è lo stesso di Sils Maria, di cui ho sentito parlare benissimo) ma anche Bacalaureat pare non essere male, un film sull'essere genitori e sul "fine che giustifica ai mezzi" per amore dei propri figli. Di nessuno dei due film è ancora disponibile una data di uscita italiana.
Il miglior attore è risultato essere l'iraniano Shahab Hosseini, del quale non avevo mai sentito parlare fino ad oggi. Il film Le client, diretto e sceneggiato dal regista Asghar Farhadi, parla di una coppia che, nel corso della rappresentazione di Morte di un commesso viaggiatore, comincia a sfaldarsi. Sarà interessante? Chissà!
Pare più nelle mie corde Ma' Rosa, diretto da Brillante Mendoza, che è valso a Jaclyn Jose il premio come miglior attrice per l'interpretazione della donna del titolo. Il film racconta la vita di una madre che gestisce un negozietto di alimentari a Manila e, per mantenere i suoi figli, è costretta anche a vendere narcotici, almeno finché non viene arrestata assieme al marito dalla polizia. Storia di disperazione e corruzione, due elementi che paiono essere il filo conduttore dei premi assegnati a Cannes quest'anno.
Per concludere questa sconclusionata rassegna Cannesiana, sottolineo anche la vittoria del Grand Prix della giuria, andato al giovane ma ormai scafatissimo Xavier Dolan per Juste la fine du monde, che vede nel cast pezzi da novanta come il protagonista Gaspard Ulliel e i comprimari Marion Cotillard e Vincent Cassel. Che dire, c'è solo da aspettare un'uscita italiana! ENJOY!
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lunedì 23 maggio 2016
lunedì 25 maggio 2015
Cannes 2015
Ieri si è concluso il Festival di Cannes e sono stati assegnati gli ambiti premi. Come tutti gli anni, da brava cinefila e blogger NON ho assolutamente seguito la kermesse (d'altronde, ai Coen e Del Toro voglio bene ma non stiamo mica parlando di Quentin) anche se un po' speravo che Garrone e Sorrentino (anche Moretti, dai) portassero a casa qualcosa. E invece ciccia, come vedrete in questo piccolo ed ignorante riassunto dei premi più importanti.
La Palma d'Oro va a Dheepan del regista Jacques Audiard, già autore dell'apprezzato (non da me che, manco a dirlo, non l'ho proprio visto) Un sapore di ruggine e ossa. Il film, che dovrebbe uscire ad agosto in Francia, racconta di un ex soldato che, per sfuggire alla guerra civile in Sri Lanka, fugge a Parigi con una donna e una bambina, cercando di farle passare come la sua famiglia. Non è il genere di film che m'ispira ma potrei cambiare idea, chissà!
Miglior regista è risultato essere il cinese Hou Hsiao-Hsien di cui, come al solito, non avevo mai nemmeno sentito parlare fino ad oggi. Il suo nuovo film, The Assassin, che uscirà in Francia l'anno prossimo, mi ricorda tantissimo i wuxia che avevano conosciuto un momento di gloria internazionale all'inizio del nuovo millennio e racconta di un'assassina presa tra i doveri e l'amore. Non vedo l'ora che arrivi anche da noi visto che adoro il genere!
Altro emerito sconosciuto, almeno per me (si vede che non bazzico il cinema francese, eh?) è Vincent Lindon per il film La loi du marché, che parla di un operaio alla ricerca di un nuovo lavoro, se non ho capito male. Nuovo Due giorni, tre notti in arrivo? Chissà!
Le migliori attrici quest'anno sono due. Una la conosco, è l'adorata e adorabile Rooney Mara, che a quanto pare ha eclissato Cate Blanchett nel nuovo film di Todd Haynes, Carol, mentre la seconda, Emmanuelle Bercot, mi è assolutamente sconosciuta. Il fatto però che il film che l'ha portata alla vittoria, Mon roi, sia diretto da Maiwenn e co-interpretato da Vincent Cassel mi predispone già molto ma molto bene!
Per concludere questa sconclusionata rassegna Cannesiana, mi preme dire che l'unico film potenzialmente davvero interessante tra i vincitori è The Lobster, che si è beccato il gran premio della giuria: un sci-fi che condanna i single a diventare animali se non riescono a trovare l'anima gemella in 45 giorni, con un cast a dir poco ghiottissimo. Fino a Ottobre non c'è speranza di vederlo al cinema, soprattutto non in Italia, ma mai dire mai. E con questo vi saluto e vi rimando ad altri Blog "meglio" nonché all'anno prossimo... ENJOY!
La Palma d'Oro va a Dheepan del regista Jacques Audiard, già autore dell'apprezzato (non da me che, manco a dirlo, non l'ho proprio visto) Un sapore di ruggine e ossa. Il film, che dovrebbe uscire ad agosto in Francia, racconta di un ex soldato che, per sfuggire alla guerra civile in Sri Lanka, fugge a Parigi con una donna e una bambina, cercando di farle passare come la sua famiglia. Non è il genere di film che m'ispira ma potrei cambiare idea, chissà!
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| Chapeau |
Altro emerito sconosciuto, almeno per me (si vede che non bazzico il cinema francese, eh?) è Vincent Lindon per il film La loi du marché, che parla di un operaio alla ricerca di un nuovo lavoro, se non ho capito male. Nuovo Due giorni, tre notti in arrivo? Chissà!
Le migliori attrici quest'anno sono due. Una la conosco, è l'adorata e adorabile Rooney Mara, che a quanto pare ha eclissato Cate Blanchett nel nuovo film di Todd Haynes, Carol, mentre la seconda, Emmanuelle Bercot, mi è assolutamente sconosciuta. Il fatto però che il film che l'ha portata alla vittoria, Mon roi, sia diretto da Maiwenn e co-interpretato da Vincent Cassel mi predispone già molto ma molto bene!
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| Todd Haynes (a destra) ritira il premio per Rooney Mara |
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| Con le facce tese tutti incazzati neri e con le pive nel sacco noi... shalalaaaa! |
lunedì 26 maggio 2014
Cannes 2014
Si è concluso sabato il Festival di Cannes, mentre io ero in Irlanda. Arrivo in ritardo come al solito, rammaricandomi di non aver potuto degnamente saltellare alla vista del mio amatissimo Quentin che si mangiava la Croisette assieme ad Uma sia per il ventennale di Pulp Fiction (con proiezione sulla spiaggia!!!) sia per la presentazione della versione restaurata di Per un pugno di dollari. Sarà per l'anno prossimo, mannaggia! Ma gli ambiti premi, che forse è ciò che interessa maggiormente ai veri cinefili, a chi sono andati? ENJOY!
La Palma d'Oro va a Winter Sleep, mattonella turca dalla durata di più di tre ore dove il paesaggio dell'Anatolia si fa protagonista assieme ad una manciata di esseri umani in piena crisi esistenziale. Dirige il turco Nuri Bilge Ceylan, che sento nominare per la prima volta solo oggi, me ne vergogno e mi scuso. Il film dovrebbe uscire in Francia ad agosto, quindi presumo che un'uscita italiana sia poco più che un miraggio lontano. Peccato perché sembrerebbe molto interessante.
Miglior regista è risultato essere l'americano Bennett Miller (che aveva già diretto Capote e Moneyball) con il suo Foxcatcher, una pellicola che racconta la storia vera del campione olimpico di wrestling Mark Schulz e del fratello Dave, trascinati nella tragedia dal filantropo milionario John du Pont. Il film in questione sembra interessantissimo, soprattutto per la presenza di Steve Carell, impegnato in uno di quei ruoli drammatici che, solitamente, risultano perfetti addosso a consumati attori comici come lui. Nei panni dei due sfortunati fratelli troviamo invece Channing Tatum e Mark Ruffalo, altro motivo per vedere Foxcatcher che dovrebbe uscire negli USA a novembre (noi, come minimo, aspetteremo Natale).
Rimanendo su terreni più "conosciuti", il Potteriano Timothy Spall ha vinto il premio come miglior attore per il film Mr. Turner di Mike Leigh, nel quale interpreta nientemeno che il grandissimo pittore William Turner, per inciso uno dei miei preferiti. La tempesta interiore di un grande artista portata su schermo da un altrettanto grande attore, non vedo l'ora di gustarmi la pellicola rigorosamente in lingua originale! In Inghilterra Mr. Turner uscirà il giorno di Ognissanti, un ulteriore motivo per aspettare Halloween con trepidazione!
Come migliore attrice vince invece Julianne Moore, che negli ultimi anni ho rivalutato e privato del titolo di Patata Lessa ma la cui vittoria non mi sta convincendo ad andare a vedere Maps to the Stars, ultimo film di un David Cronenberg sicuramente ormai sostituito da un doppio malvagio: avendo avuto tra le mani i vermi informi de Il demone sotto la pelle perché non si rende conto che Pattinson è assai meno espressivo di loro? Mah. Ah, comunque la Moore interpreta una sorta di attrice squilibrata perseguitata dallo spettro del successo della madre (sempre attrice), di cui dovrà riprendere il ruolo in un film. Ri-mah. Andare o non andare a vedere Maps to the Stars, stranamente proiettato anche a Savona?
Per concludere questa sconclusionata rassegna Cannesiana, menzione d'onore all'Italia che si porta a casa il Grand Prix della giuria grazie alla regista Alice Rohrwacher e al suo Le meraviglie. Se dico di non conoscere neppure questa autrice nostrana mi defollowate il blog? Nell'incertezza applaudo, poi scappo a nascondermi... ci si risente al prossimo Festival!!
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| LOVEEE!! |
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| Uh l'aMMoro brizzolat... ehm sì, quello al centro ha vinto la Palma d'oro... |
Rimanendo su terreni più "conosciuti", il Potteriano Timothy Spall ha vinto il premio come miglior attore per il film Mr. Turner di Mike Leigh, nel quale interpreta nientemeno che il grandissimo pittore William Turner, per inciso uno dei miei preferiti. La tempesta interiore di un grande artista portata su schermo da un altrettanto grande attore, non vedo l'ora di gustarmi la pellicola rigorosamente in lingua originale! In Inghilterra Mr. Turner uscirà il giorno di Ognissanti, un ulteriore motivo per aspettare Halloween con trepidazione!
Come migliore attrice vince invece Julianne Moore, che negli ultimi anni ho rivalutato e privato del titolo di Patata Lessa ma la cui vittoria non mi sta convincendo ad andare a vedere Maps to the Stars, ultimo film di un David Cronenberg sicuramente ormai sostituito da un doppio malvagio: avendo avuto tra le mani i vermi informi de Il demone sotto la pelle perché non si rende conto che Pattinson è assai meno espressivo di loro? Mah. Ah, comunque la Moore interpreta una sorta di attrice squilibrata perseguitata dallo spettro del successo della madre (sempre attrice), di cui dovrà riprendere il ruolo in un film. Ri-mah. Andare o non andare a vedere Maps to the Stars, stranamente proiettato anche a Savona?
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| David... perché??? |
martedì 11 giugno 2013
Behind the Candelabra (2013)
Quest’anno ho seguito sporadicamente il Festival di Cannes ma qualcosa ha comunque attirato la mia attenzione, come la notizia che Michael Douglas, uscito vittorioso dalla battaglia contro la malattia, ha rischiato di portarsi a casa la Palma d’oro come miglior attore per il film TV Behind the Candelabra, diretto da Steven Soderbergh e tratto dall’autobiografia Behind the Candelabra: My Life With Liberace di Scott Thorson. Incuriosita, ho deciso di dare un’occhiata…
Trama: il giovane Scott Thorson conosce il famosissimo pianista Liberace che, nonostante la differenza di età, si invaghisce di lui e lo prende in casa come amante e tuttofare. La turbolenta relazione va avanti per anni, tra plastiche facciali, droga e capricci…
Behind the Candelabra è un film scandaloso. Nel senso che è uno scandalo averlo relegato al circuito televisivo e avergli rifiutato la distribuzione cinematografica perché “troppo gay”, come ha dichiarato uno stupito Soderbergh. A maggior ragione, è scandaloso per un pubblico italiano: quando ci va bene, le nostre produzioni televisive contemplano la presenza di Beppe Fiorello e un uso banalmente professionale della cinepresa, mentre in America si beccano una tripletta di pezzi grossi mica da ridere e una pellicola che non sfigurerebbe tra i premiati alla prossima notte degli Oscar, un gioiellino che a tratti mi ha ricordato il meraviglioso Angels in America. Certo, ammetto di aver fatto fatica a sopportare i primi 20 minuti di Behind the Candelabra ma non tanto per l’argomento trattato, quanto per il personaggio di Liberace, un viscido, megalomane e leppegoso incrocio tra Elton John e Malgioglio. Se considerate che la sottoscritta, da bambina, era innamorata persa del Michael Douglas versione All’inseguimento della pietra verde, potete tranquillamente immaginare lo shock che ho subito vedendolo conciato come la Regina, circondato da orridi barboncini, con una capigliatura improponibile persino per Baudo e la voce da peppia isterica, aggravata dalla “R” moscia alla Elmer Fudd. Un annullamento totale in un personaggio scomodo, un'interpretazione che conferma la grandezza di un attore che, all'alba dei 70 anni, ha ancora voglia di mettersi in gioco e stupire alla faccia del cancro che ha minacciato la sua vita (per quanto spari comunque parecchie meenchiate: il cancro lo avrebbe provocato il sesso orale? Da quando la patata è radioattiva? La prossima vita fuma meno sigarette, vah...).
Behind the Candelabra, dunque, andrebbe visto anche solo per Michael Douglas, ma la verità è che il biopic in sé prende da morire. Soderbergh, infatti, ha deciso di trattare questa vicenda fatta di bassezza morale e artisti megalomani con il tono ironico che meritava, senza lesinare sequenze al limite del trash che tuttavia non stonano affatto, anzi, rendono perfettamente il clima d'ipocrisia che regnava nello show business di fine anni '70: Liberace è palesemente gay ma è circondato da uno stuolo di cupi avvocati e collaboratori dall'aspetto quasi mafioso (tra i quali spicca un Dan Aykroyd in formissima) che, distribuendo soldi e "consigli" a destra e manca, riescono a mettere a tacere tutti i pettegolezzi e a soddisfare ogni vizio del capriccioso artista. Tra lustrini, paillettes, gioielli, la casa di Zsa Zsa Gabor sontuosamente trasformata nel santuario di Liberace, ragazzetti dalle chiappe sode che non vedono l'ora di venire "scoperti" dal vecchio marpione, numeri musicali in perfetto Las Vegas style, tutto appare nuovo, ricco e bello se filtrato dall'occhio innocente del campagnolo Scott, interpretato da un Matt Damon imparrucchinato ma perfetto. Mano a mano che la storia prosegue, però, ci viene mostrato quello che si nasconde "dietro il candelabro" e cambia anche il punto di vista del ragazzo, che viene letteralmente plasmato (e rovinato) nella carne e nello spirito da Liberace, così che tutto il torbido dell'ambiente viene a galla, ricollegandosi agli assai meno innocenti anni '80, travolti dal nero spettro dell'AIDS. Depravazione a bizzeffe, dunque, ma anche amore e idealizzazione di una figura che, probabilmente, a noi italiani non dirà nulla ma che ha sicuramente segnato un'epoca negli USA: la sequenza finale, pacchianissima ma assolutamente geniale, palesa tutti i sentimenti del protagonista verso colui che ne è diventato amante, amico, fratello e padre, una figura talmente fuori dagli schemi e megalomane da trascendere la sua natura di essere umano e trasformarsi in icona anche agli occhi di chi si è illuso di averlo conosciuto davvero.
Se Michael Douglas è incredibile e Soderbergh si da indubbiamente da fare con la macchina da presa, realizzando persino un'onirica sequenza in bianco e nero, la bellezza di Behind the Candelabra risiede però anche nell'incredibile attenzione dedicata alle scenografie e, soprattutto, ai costumi e al make up: nel corso della pellicola Matt Damon cambia gradualmente da ragazzotto belloccio quasi sovrappeso ad azzimato figurino devastato dalla chirurgia plastica, mentre un trashissimo e meraviglioso Rob Lowe sperimenta sulla sua pelle la "cura Joan Crawford" che lo rende un inespressivo e tiratissimo dottorino impossibilitato persino a chiudere le palpebre. I costumi riprendono fedelmente le fantasmagoriche mise indossate dal vero Liberace, tra cui una pelliccia di volpe con lo strascico lungo quasi 5 metri e tempestata di cristalli, ma l'accessorio che ho preferito in assoluto è l'imbarazzante, vergognosissimo SPEEDO col pacco incrostato di strass indossato da Matt Damon in una delle scene cult, che potete vedere nella foto che segue. Nulla da dire sul six pack, tanta roba. Deliri a parte, se cercate un prodotto veramente ben diretto, ben recitato e ben realizzato e non vi scandalizzano scene pesantemente omoerotiche al limite della pedofilia, Behind the Candelabra è il film che fa per voi!
Del regista Steven Soderbergh ho già parlato qui. Matt Damon (Scott Thorson), Dan Aykroyd (Seymour Heller) e David Koechner (l’avvocato) li trovate invece ai rispettivi link.
Michael Douglas interpreta Liberace. Grandissimo attore americano, lo ricordo per film come i meravigliosi All’inseguimento della pietra verde e Il gioiello del Nilo, Attrazione fatale, Black Rain – Pioggia sporca, Wall Street (con il quale ha vinto l’Oscar come miglior attore protagonista), La guerra dei Roses, Basic Instinct, Un giorno di ordinaria follia, Spiriti nelle tenebre, The Game – Nessuna regola, Delitto perfetto, Traffic, Tu io e Dupree e Wall Street – Il denaro non dorme mai; inoltre, ha partecipato alla serie Will & Grace e doppiato un episodio di Phineas & Ferb. Anche produttore e regista, ha 69 anni e quattro film in uscita.
Scott Bakula interpreta Bob Black. Americano, ha partecipato a film come Signore delle illusioni, American Beauty, Source Code e alle serie Matlock, Desperate Housewives e Two and a Half Men. Anche produttore e regista, ha 59 anni e due film in uscita.
Rob Lowe (vero nome Robert Hepler Lowe) interpreta il Dottor Jack Startz. Americano, ha partecipato a film come I ragazzi della 56ma strada, Hotel New Hampshire, Sant’Elmo’s Fire, Fusi di testa, L’ombra dello scorpione, Austin Powers, Austin Powers – La spia che ci provava, Austin Powers in Goldmember e ha doppiato un episodio de I Griffin. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 49 anni e un film in uscita.
Nonostante io sia rimasta scioccata alla vista di un Michael Douglas che si atteggiava come l’ultima delle culandre pazze, poteva andare peggio perché per il ruolo di Liberace era stato interpellato anche Robin Williams. Non so se sarei riuscita a sopportare la distruzione di un mio mito dell’infanzia, giuro. A parte questo, se Behind the Candelabra vi dovesse piacere, cercate anche J.Edgar e The Aviator. ENJOY!!
Trama: il giovane Scott Thorson conosce il famosissimo pianista Liberace che, nonostante la differenza di età, si invaghisce di lui e lo prende in casa come amante e tuttofare. La turbolenta relazione va avanti per anni, tra plastiche facciali, droga e capricci…
Behind the Candelabra è un film scandaloso. Nel senso che è uno scandalo averlo relegato al circuito televisivo e avergli rifiutato la distribuzione cinematografica perché “troppo gay”, come ha dichiarato uno stupito Soderbergh. A maggior ragione, è scandaloso per un pubblico italiano: quando ci va bene, le nostre produzioni televisive contemplano la presenza di Beppe Fiorello e un uso banalmente professionale della cinepresa, mentre in America si beccano una tripletta di pezzi grossi mica da ridere e una pellicola che non sfigurerebbe tra i premiati alla prossima notte degli Oscar, un gioiellino che a tratti mi ha ricordato il meraviglioso Angels in America. Certo, ammetto di aver fatto fatica a sopportare i primi 20 minuti di Behind the Candelabra ma non tanto per l’argomento trattato, quanto per il personaggio di Liberace, un viscido, megalomane e leppegoso incrocio tra Elton John e Malgioglio. Se considerate che la sottoscritta, da bambina, era innamorata persa del Michael Douglas versione All’inseguimento della pietra verde, potete tranquillamente immaginare lo shock che ho subito vedendolo conciato come la Regina, circondato da orridi barboncini, con una capigliatura improponibile persino per Baudo e la voce da peppia isterica, aggravata dalla “R” moscia alla Elmer Fudd. Un annullamento totale in un personaggio scomodo, un'interpretazione che conferma la grandezza di un attore che, all'alba dei 70 anni, ha ancora voglia di mettersi in gioco e stupire alla faccia del cancro che ha minacciato la sua vita (per quanto spari comunque parecchie meenchiate: il cancro lo avrebbe provocato il sesso orale? Da quando la patata è radioattiva? La prossima vita fuma meno sigarette, vah...).
Behind the Candelabra, dunque, andrebbe visto anche solo per Michael Douglas, ma la verità è che il biopic in sé prende da morire. Soderbergh, infatti, ha deciso di trattare questa vicenda fatta di bassezza morale e artisti megalomani con il tono ironico che meritava, senza lesinare sequenze al limite del trash che tuttavia non stonano affatto, anzi, rendono perfettamente il clima d'ipocrisia che regnava nello show business di fine anni '70: Liberace è palesemente gay ma è circondato da uno stuolo di cupi avvocati e collaboratori dall'aspetto quasi mafioso (tra i quali spicca un Dan Aykroyd in formissima) che, distribuendo soldi e "consigli" a destra e manca, riescono a mettere a tacere tutti i pettegolezzi e a soddisfare ogni vizio del capriccioso artista. Tra lustrini, paillettes, gioielli, la casa di Zsa Zsa Gabor sontuosamente trasformata nel santuario di Liberace, ragazzetti dalle chiappe sode che non vedono l'ora di venire "scoperti" dal vecchio marpione, numeri musicali in perfetto Las Vegas style, tutto appare nuovo, ricco e bello se filtrato dall'occhio innocente del campagnolo Scott, interpretato da un Matt Damon imparrucchinato ma perfetto. Mano a mano che la storia prosegue, però, ci viene mostrato quello che si nasconde "dietro il candelabro" e cambia anche il punto di vista del ragazzo, che viene letteralmente plasmato (e rovinato) nella carne e nello spirito da Liberace, così che tutto il torbido dell'ambiente viene a galla, ricollegandosi agli assai meno innocenti anni '80, travolti dal nero spettro dell'AIDS. Depravazione a bizzeffe, dunque, ma anche amore e idealizzazione di una figura che, probabilmente, a noi italiani non dirà nulla ma che ha sicuramente segnato un'epoca negli USA: la sequenza finale, pacchianissima ma assolutamente geniale, palesa tutti i sentimenti del protagonista verso colui che ne è diventato amante, amico, fratello e padre, una figura talmente fuori dagli schemi e megalomane da trascendere la sua natura di essere umano e trasformarsi in icona anche agli occhi di chi si è illuso di averlo conosciuto davvero.
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| Un irriconoscibile Rob Lowe si prepara alla vista della sconvolgente foto-Speedo.. |
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| Buon Dio...! |
Michael Douglas interpreta Liberace. Grandissimo attore americano, lo ricordo per film come i meravigliosi All’inseguimento della pietra verde e Il gioiello del Nilo, Attrazione fatale, Black Rain – Pioggia sporca, Wall Street (con il quale ha vinto l’Oscar come miglior attore protagonista), La guerra dei Roses, Basic Instinct, Un giorno di ordinaria follia, Spiriti nelle tenebre, The Game – Nessuna regola, Delitto perfetto, Traffic, Tu io e Dupree e Wall Street – Il denaro non dorme mai; inoltre, ha partecipato alla serie Will & Grace e doppiato un episodio di Phineas & Ferb. Anche produttore e regista, ha 69 anni e quattro film in uscita.
Scott Bakula interpreta Bob Black. Americano, ha partecipato a film come Signore delle illusioni, American Beauty, Source Code e alle serie Matlock, Desperate Housewives e Two and a Half Men. Anche produttore e regista, ha 59 anni e due film in uscita.
Rob Lowe (vero nome Robert Hepler Lowe) interpreta il Dottor Jack Startz. Americano, ha partecipato a film come I ragazzi della 56ma strada, Hotel New Hampshire, Sant’Elmo’s Fire, Fusi di testa, L’ombra dello scorpione, Austin Powers, Austin Powers – La spia che ci provava, Austin Powers in Goldmember e ha doppiato un episodio de I Griffin. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 49 anni e un film in uscita.
Nonostante io sia rimasta scioccata alla vista di un Michael Douglas che si atteggiava come l’ultima delle culandre pazze, poteva andare peggio perché per il ruolo di Liberace era stato interpellato anche Robin Williams. Non so se sarei riuscita a sopportare la distruzione di un mio mito dell’infanzia, giuro. A parte questo, se Behind the Candelabra vi dovesse piacere, cercate anche J.Edgar e The Aviator. ENJOY!!
lunedì 27 maggio 2013
Cannes 2013
Si è concluso ieri il Festival di Cannes, che come al solito ho seguito saltuariamente e solo per le cose che davvero reputavo interessanti: Sofia Coppola ha presentato il suo The Bling Ring con la bellissima Emma Watson, i fratelli Coen hanno vinto il gran prix della giuria con Inside Llewyn Davis, c'è stato il ritorno di un film serio sui vampiri, grazie a Jim Jarmush, Tilda Swinton e l'affascinte Tom Hiddleston, Valeria Golino e Paolo Sorrentino hanno tenuto alta la bandiera del cinema italiano portando a casa lodi e apprezzamenti per i loro ultimi film, il simpatico Michael Douglas ha sconfitto il cancro ed è tornato a farsi apprezzare come attore con un film non facile, il televisivo Beyond The Candelabra, che cercherò di recuperare quanto prima. Ma gli ambiti premi a chi sono andati? ENJOY!
La Palma d'Oro va a La Vie d'Adèle, tratto dal fumetto Le bleu est une couleur chaude della francese Julie Maroh, che parla dell'amore lesbico tra la quindicenne Adèle e una misteriosa ragazza dai capelli blu. Dirige il tunisino Abdellatif Kechiche, di cui, lo ammetto, non conoscevo neppure l'esistenza fino a ieri. Il film dovrebbe uscire in Francia a ottobre, chissà se riuscirà a cavalcare la vittoria e arrivare anche nel nostro Paese.
Dalla Tunisia si passa al Messico. Miglior regista è risultato essere Amat Escalante con il suo Heli, una pellicola che mette in scena tutte le contraddizioni e la corruzione di un Paese violento e dominato, alternativamente, dai cartelli della droga e dai militari. Pare che il film contenga parecchie scene crude e mescoli più di un genere; dal teaser che gira su Internet si vede davvero poco, si capisce solo che la fotografia è molto nitida e che il regista pare sapere quello che fa.
Dopo un paio di nomi che alla sottoscritta non dicevano proprio nulla, arriviamo in un terreno che più mi si confà. Bruce Dern (visto e conosciuto in film come Django Unchained, Il grande Gatsby, Ancora vivo, Haunting - Presenze, etc. etc.) ha vinto il premio come miglior attore per il film Nebraska, nel quale interpreta un vecchio alcoolizzato che intraprende un viaggio col figlio per ritirare una grossa vincita. Gli spezzoni lo mostrano parecchio abbruttito, un personaggio abbastanza patetico, i più difficili da interpretare in effetti. Il film sembra un buon vecchio racconto di formazione ambientato nei paesini rurali dell'America, popolati da bifolchi ignorantissimi, quindi mi piacerebbe molto vederlo in lingua originale.
Come migliore attrice vince invece una "vecchia" conoscenza, la simpatica e brava Bérénice Bejo che già era riuscita a farsi apprezzare nel celebratissimo (non da me, purtroppo!) The Artist. Il film che le ha regalato la vittoria è il drammone familiare iraniano The Past, dove interpreta una donna abbandonata dal marito e in procinto di rifarsi una vita a Parigi... se non fosse per la figlia maggiore, che nasconde un segreto ed è decisa a liberarsi del nuovo fidanzato della madre sfruttando il ritorno del papà. La Bejo nel trailer è molto intensa e lontana anni luce dal luminoso e dolce personaggio che l'ha portata al successo internazionale, la sua interpretazione effettivamente invoglierebbe a vedere The Past.
La Palma d'Oro va a La Vie d'Adèle, tratto dal fumetto Le bleu est une couleur chaude della francese Julie Maroh, che parla dell'amore lesbico tra la quindicenne Adèle e una misteriosa ragazza dai capelli blu. Dirige il tunisino Abdellatif Kechiche, di cui, lo ammetto, non conoscevo neppure l'esistenza fino a ieri. Il film dovrebbe uscire in Francia a ottobre, chissà se riuscirà a cavalcare la vittoria e arrivare anche nel nostro Paese.
Dalla Tunisia si passa al Messico. Miglior regista è risultato essere Amat Escalante con il suo Heli, una pellicola che mette in scena tutte le contraddizioni e la corruzione di un Paese violento e dominato, alternativamente, dai cartelli della droga e dai militari. Pare che il film contenga parecchie scene crude e mescoli più di un genere; dal teaser che gira su Internet si vede davvero poco, si capisce solo che la fotografia è molto nitida e che il regista pare sapere quello che fa.
Dopo un paio di nomi che alla sottoscritta non dicevano proprio nulla, arriviamo in un terreno che più mi si confà. Bruce Dern (visto e conosciuto in film come Django Unchained, Il grande Gatsby, Ancora vivo, Haunting - Presenze, etc. etc.) ha vinto il premio come miglior attore per il film Nebraska, nel quale interpreta un vecchio alcoolizzato che intraprende un viaggio col figlio per ritirare una grossa vincita. Gli spezzoni lo mostrano parecchio abbruttito, un personaggio abbastanza patetico, i più difficili da interpretare in effetti. Il film sembra un buon vecchio racconto di formazione ambientato nei paesini rurali dell'America, popolati da bifolchi ignorantissimi, quindi mi piacerebbe molto vederlo in lingua originale.
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| Alexander Payne, regista di Nebraska |
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venerdì 17 maggio 2013
Il grande Gatsby (2013)
Approfittando dell'ultimo giorno della Festa del Cinema, ieri sera sono andata a vedere Il grande Gatsby (The Great Gatsby), diretto da Baz Luhrmann e tratto dall'omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald.
Trama: Nick Carraway, giovanotto di belle speranze intenzionato ad arricchirsi in quel di Wall Street, si trasferisce nel sobborgo di West Egg e scopre di essere diventato il vicino di casa del misterioso Gatsby, un uomo d'affari che ogni sera ospita nella sua dimora le feste più frequentate della città. Un giorno Nick riceve da Gatsby un invito personale e anche la richiesta di un importante favore...
Ah, vecchio mio. Questa volta, caro Baz, non sei riuscito nell'intento di trasportarmi in un mondo sì tragico, ma anche incantato e meraviglioso, in quel luogo di pura immaginazione che mi aveva irrimediabilmente conquistata guardando Moulin Rouge!. Forse però la colpa, se di colpa si può parlare, non è interamente del regista australiano. Il grande Gatsby è un romanzo a mio avviso impossibile da trasporre in un film, perché la sua bellezza risiede nello stile con cui è scritto più che nella storia stessa. Questo Luhrmann lo ha capito, ha preso la voce narrante di Nick Carraway e l'ha contestualizzata in un triste futuro dove il personaggio si ritrova a scrivere la storia di Gatsby come terapia per i suoi problemi psicologici e di alcolismo, mescolando così immagini e scritte in sovraimpressione, stralci del romanzo ed estratti di alcune lettere scambiate tra Gatsby e Daisy, ma purtroppo non è bastato. Il grande Gatsby, infatti, rimane grande, anzi grandioso, fino a poco oltre la metà della pellicola, paradossalmente proprio fino al momento della riconciliazione dei due sfortunati amanti. Dopo questa svolta importantissima, quello che nel romanzo rimaneva avvolto nel mistero o appena sussurrato nel film viene invece rivelato platealmente e palesato in tutta la sua vuota puerilità, tanto che sembrerebbe quasi di guardare l'imbarazzante puntata di una soap opera (o di una crime story), dove i personaggi discutono, si separano e si riprendono per un nonnulla, sotto lo sguardo attonito e vuoto di chi non c'entra nulla con la vicenda.
Questa incredibile ed ammorbante caduta di tono fa decisamente a pugni con una prima parte scoppiettante, a tratti ironica e a tratti molto tenera, accompagnata da una colonna sonora bellissima (le versioni jazz di successi come Crazy in Love o Back to Black, alternata a nuove hit della sempre affascinante Lana Del Rey e del sempre tamarro Jay-Z) e graziata da sequenze incredibili alle quali persino il 3D rende giustizia: a parte i meravigliosi party che rendono veramente l'idea dell'ottimismo sfrenato e della disgustosa e vuota opulenza pre-depressione, le scene migliori di tutto il film e già ampiamente mostrate nei trailer, ho adorato l'introduzione di Daisy, avvolta da uno svolazzare di tende bianche come se fosse l'incarnazione stessa della leggiadria e della purezza, l'ironica ed orgiastica riunione nell'appartamento di Myrtle, filtrata dal punto di vista di un Tobey Maguire allucinato, l'esilarante primo incontro tra Gatsby e Daisy, ambientato in una saletta mutatasi in serra per l'occasione, lo sciocco e assai coreografico "lancio delle camicie" e, last but not least, il dolce confronto tra i due amanti, in un oscuro e silenzioso giardino trapuntato di stelle, lontano da occhi indiscreti (raramente mi capita di emozionarmi fino sentire battere il cuore più forte, soprattutto in questo genere di film. Ebbene, stavolta mi è successo, grazie Baz). Nella seconda parte del film diciamo che lo stile non viene meno e la regia rimane comunque strepitosa, Luhrmann azzecca un paio di idee da pelle d'oca, come quella di rendere un occhialuto cartellone pubblicitario l'inquietante testimone del delitto finale, ma purtroppo il ritmo rallenta e diventano insostenibili alcune mancanze legate sostanzialmente alla recitazione degli attori e alla caratterizzazione dei personaggi.
Partiamo dagli attori. Caro Leo, ormai ti ho perdonato e ti ho riconosciuto come un grande professionista soprattutto quando i tuoi personaggi sbroccano, i miei complimenti. Premesso che, comunque, la tua faccia da bambolo continua a non farmi sesso manco per niente, come Gatsby sei perfetto, un giusto mix di piacioneria, faccia tosta ed incredibile sensibilità, l'ultimo dei romantici e dei sognatori, una creatura inadatta per la società priva di valori e morale descritta nel romanzo e nella pellicola. Anche Carey Mulligan è perfetta, per quanto la Daisy cinematografica sia ancora più sciocca ed irritante di quella del libro, una vanesia viziata che si riempie la bocca di paroloni solo per rendersi più interessante e che rimane col marito (interpretato magistralmente da Joel Edgerton) solo per avere una vita comoda e rispettabile, talmente scema da dichiarare, pur avendo più corna di un cervo, di averlo amato per un paio di banalissime attenzioni che qualsiasi uomo dovrebbe, di regola, tributare alla propria compagna. Tobey Maguire, invece, è inqualificabile. Espressivo quanto RZA, viene reso inutilmente ridicolo persino quando dovrebbe mantenere un minimo di serietà. All'inizio l'ingenuità del personaggio è divertente e ben si accompagna alla faccina stralunata dell'attore, ma poi basta, santo cielo! Nel romanzo Nick è sì il silenzioso testimone della storia del Grande Gatsby, ma non rimane impalato a seguire gli avvenimenti con la faccia di chi non sta capendo e non capirà mai una mazza, solo per poi buttare lì due frasi sensate senza averne il carisma. Considerato che Maguire compare per più di metà film e che le uniche sequenze in cui si toglie dal viso quella fastidiosa espressione da ebete sono quelle che fanno da cornice alla vicenda, capirete che non è stato facile arrivare alla fine delle due ore e passa di durata. Detto questo, non posso quindi affermare che Il grande Gatsby mi sia piaciuto tanto quanto avrebbe dovuto, né posso lanciarmi nel solito consiglio di andarlo a vedere assolutamente (in 3D poi non vale davvero la pena). E' stato un po' il diludendo dell'anno, nonostante non possa definirlo brutto. Togliete l'aggettivo Grande dal titolo e accingetevi a guardarlo senza farvi troppe illusioni o il cuore potrebbe spezzarvisi come quello del povero Gatsby... ma cercate anche di godervi quanto c'è di bello nella pellicola, lasciandovi ammaliare dall'oggettivo ed innegabile fascino delle sue immagini.
Di Leonardo Di Caprio (Jay Gatsby), Joel Edgerton (Tom Buchanan), Isla Fisher (Myrtle Wilson), Tobey Maguire (Nick Carraway) e Carey Mulligan (Daisy Buchanan) ho già parlato ai rispettivi link.
Baz Luhrmann (vero nome Mark Anthony Luhrmann) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Australiano, ha diretto film come Ballroom – Gara di ballo, Romeo + Giulietta, Moulin Rouge! E Australia. Anche attore e produttore, ha 51 anni.
Sterminato l’elenco di attrici in lizza per il ruolo di Daisy, tra le quali spiccavano Amanda Seyfried, Rebecca Hall, Keira Knightley, Michelle Williams, Natalie Portman, Eva Green, Anne Hathaway, Jessica Alba e Scarlett Johansson, mentre Ben Affleck ha dovuto rinunciare al ruolo di Tom Buchanan per impegni pregressi. Del romanzo di Fitzgerald esistono almeno quattro versioni cinematografiche, la più famosa è quella del 1974 con Robert Redford e Mia Farrow, vincitrice di due premi Oscar. Sinceramente, non ho mai avuto modo di vederla, ma se Il grande Gatsby vi fosse piaciuto recuperate assolutamente Moulin Rouge! e Romeo + Giulietta. ENJOY!!
Recensione pubblicata anche su The Ed Wooder!
Trama: Nick Carraway, giovanotto di belle speranze intenzionato ad arricchirsi in quel di Wall Street, si trasferisce nel sobborgo di West Egg e scopre di essere diventato il vicino di casa del misterioso Gatsby, un uomo d'affari che ogni sera ospita nella sua dimora le feste più frequentate della città. Un giorno Nick riceve da Gatsby un invito personale e anche la richiesta di un importante favore...
Ah, vecchio mio. Questa volta, caro Baz, non sei riuscito nell'intento di trasportarmi in un mondo sì tragico, ma anche incantato e meraviglioso, in quel luogo di pura immaginazione che mi aveva irrimediabilmente conquistata guardando Moulin Rouge!. Forse però la colpa, se di colpa si può parlare, non è interamente del regista australiano. Il grande Gatsby è un romanzo a mio avviso impossibile da trasporre in un film, perché la sua bellezza risiede nello stile con cui è scritto più che nella storia stessa. Questo Luhrmann lo ha capito, ha preso la voce narrante di Nick Carraway e l'ha contestualizzata in un triste futuro dove il personaggio si ritrova a scrivere la storia di Gatsby come terapia per i suoi problemi psicologici e di alcolismo, mescolando così immagini e scritte in sovraimpressione, stralci del romanzo ed estratti di alcune lettere scambiate tra Gatsby e Daisy, ma purtroppo non è bastato. Il grande Gatsby, infatti, rimane grande, anzi grandioso, fino a poco oltre la metà della pellicola, paradossalmente proprio fino al momento della riconciliazione dei due sfortunati amanti. Dopo questa svolta importantissima, quello che nel romanzo rimaneva avvolto nel mistero o appena sussurrato nel film viene invece rivelato platealmente e palesato in tutta la sua vuota puerilità, tanto che sembrerebbe quasi di guardare l'imbarazzante puntata di una soap opera (o di una crime story), dove i personaggi discutono, si separano e si riprendono per un nonnulla, sotto lo sguardo attonito e vuoto di chi non c'entra nulla con la vicenda.
Questa incredibile ed ammorbante caduta di tono fa decisamente a pugni con una prima parte scoppiettante, a tratti ironica e a tratti molto tenera, accompagnata da una colonna sonora bellissima (le versioni jazz di successi come Crazy in Love o Back to Black, alternata a nuove hit della sempre affascinante Lana Del Rey e del sempre tamarro Jay-Z) e graziata da sequenze incredibili alle quali persino il 3D rende giustizia: a parte i meravigliosi party che rendono veramente l'idea dell'ottimismo sfrenato e della disgustosa e vuota opulenza pre-depressione, le scene migliori di tutto il film e già ampiamente mostrate nei trailer, ho adorato l'introduzione di Daisy, avvolta da uno svolazzare di tende bianche come se fosse l'incarnazione stessa della leggiadria e della purezza, l'ironica ed orgiastica riunione nell'appartamento di Myrtle, filtrata dal punto di vista di un Tobey Maguire allucinato, l'esilarante primo incontro tra Gatsby e Daisy, ambientato in una saletta mutatasi in serra per l'occasione, lo sciocco e assai coreografico "lancio delle camicie" e, last but not least, il dolce confronto tra i due amanti, in un oscuro e silenzioso giardino trapuntato di stelle, lontano da occhi indiscreti (raramente mi capita di emozionarmi fino sentire battere il cuore più forte, soprattutto in questo genere di film. Ebbene, stavolta mi è successo, grazie Baz). Nella seconda parte del film diciamo che lo stile non viene meno e la regia rimane comunque strepitosa, Luhrmann azzecca un paio di idee da pelle d'oca, come quella di rendere un occhialuto cartellone pubblicitario l'inquietante testimone del delitto finale, ma purtroppo il ritmo rallenta e diventano insostenibili alcune mancanze legate sostanzialmente alla recitazione degli attori e alla caratterizzazione dei personaggi.
Partiamo dagli attori. Caro Leo, ormai ti ho perdonato e ti ho riconosciuto come un grande professionista soprattutto quando i tuoi personaggi sbroccano, i miei complimenti. Premesso che, comunque, la tua faccia da bambolo continua a non farmi sesso manco per niente, come Gatsby sei perfetto, un giusto mix di piacioneria, faccia tosta ed incredibile sensibilità, l'ultimo dei romantici e dei sognatori, una creatura inadatta per la società priva di valori e morale descritta nel romanzo e nella pellicola. Anche Carey Mulligan è perfetta, per quanto la Daisy cinematografica sia ancora più sciocca ed irritante di quella del libro, una vanesia viziata che si riempie la bocca di paroloni solo per rendersi più interessante e che rimane col marito (interpretato magistralmente da Joel Edgerton) solo per avere una vita comoda e rispettabile, talmente scema da dichiarare, pur avendo più corna di un cervo, di averlo amato per un paio di banalissime attenzioni che qualsiasi uomo dovrebbe, di regola, tributare alla propria compagna. Tobey Maguire, invece, è inqualificabile. Espressivo quanto RZA, viene reso inutilmente ridicolo persino quando dovrebbe mantenere un minimo di serietà. All'inizio l'ingenuità del personaggio è divertente e ben si accompagna alla faccina stralunata dell'attore, ma poi basta, santo cielo! Nel romanzo Nick è sì il silenzioso testimone della storia del Grande Gatsby, ma non rimane impalato a seguire gli avvenimenti con la faccia di chi non sta capendo e non capirà mai una mazza, solo per poi buttare lì due frasi sensate senza averne il carisma. Considerato che Maguire compare per più di metà film e che le uniche sequenze in cui si toglie dal viso quella fastidiosa espressione da ebete sono quelle che fanno da cornice alla vicenda, capirete che non è stato facile arrivare alla fine delle due ore e passa di durata. Detto questo, non posso quindi affermare che Il grande Gatsby mi sia piaciuto tanto quanto avrebbe dovuto, né posso lanciarmi nel solito consiglio di andarlo a vedere assolutamente (in 3D poi non vale davvero la pena). E' stato un po' il diludendo dell'anno, nonostante non possa definirlo brutto. Togliete l'aggettivo Grande dal titolo e accingetevi a guardarlo senza farvi troppe illusioni o il cuore potrebbe spezzarvisi come quello del povero Gatsby... ma cercate anche di godervi quanto c'è di bello nella pellicola, lasciandovi ammaliare dall'oggettivo ed innegabile fascino delle sue immagini.
Di Leonardo Di Caprio (Jay Gatsby), Joel Edgerton (Tom Buchanan), Isla Fisher (Myrtle Wilson), Tobey Maguire (Nick Carraway) e Carey Mulligan (Daisy Buchanan) ho già parlato ai rispettivi link.
Baz Luhrmann (vero nome Mark Anthony Luhrmann) è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Australiano, ha diretto film come Ballroom – Gara di ballo, Romeo + Giulietta, Moulin Rouge! E Australia. Anche attore e produttore, ha 51 anni.
Sterminato l’elenco di attrici in lizza per il ruolo di Daisy, tra le quali spiccavano Amanda Seyfried, Rebecca Hall, Keira Knightley, Michelle Williams, Natalie Portman, Eva Green, Anne Hathaway, Jessica Alba e Scarlett Johansson, mentre Ben Affleck ha dovuto rinunciare al ruolo di Tom Buchanan per impegni pregressi. Del romanzo di Fitzgerald esistono almeno quattro versioni cinematografiche, la più famosa è quella del 1974 con Robert Redford e Mia Farrow, vincitrice di due premi Oscar. Sinceramente, non ho mai avuto modo di vederla, ma se Il grande Gatsby vi fosse piaciuto recuperate assolutamente Moulin Rouge! e Romeo + Giulietta. ENJOY!!
Recensione pubblicata anche su The Ed Wooder!
lunedì 28 maggio 2012
Cannes 2012
Si è chiusa ieri l'edizione 2012 del Festival di Cannes. Se l'anno scorso l'avevo seguito poco, quest'anno praticamente l'ho snobbato alla grandissima, vista la penuria di autori interessanti (Cronenberg a parte ma, bambin, se ti porti dietro Pattinson e i telegiornali parlano solo di lui manco tu fossi l'ultimo streppone sconosciuto sulla faccia della terra, spengo direttamente la TV) e film che mi potessero far gridare al miracolo. Il mio amore Eli Roth ha però dichiarato il suo ritorno alla regia, l'altro mio amore Simon Pegg è stato apprezzato per la sua ultima fatica, A Fantastic Fear of Everything, il meraviglioso C'era una volta in America di Sergio Leone è stato restaurato (ciò mi da speranza di poterlo vedere in sala, quindi!!) e questo è già qualcosa. Ok, alla fine me ne sono fregata di tutto soprattutto perché anche quest'anno non sono riuscita ad andare sulla Croisette e immergermi nell'atmosfera del Festival.. vogliatemi male, intanto due parole sui vincitori le butto giù comunque. ENJOY!
La Palma d’Oro come miglior film se la porta a casa Amour di Michael Haneke, autore già più volte nominato sul Bollalmanacco, nonché regista tra i più controversi al mondo. Anche questo film, nonostante il titolo apparentemente "innocuo", non mancherà di fare sicuramente discutere, visto che tocca un tema delicato come quello dell'eutanasia. La trama, infatti, è incentrata sulla vita e sull'amore di due ottuagenari, il cui rapporto cambia completamente quando lei viene colpita da un ictus. Un tema, quello che intreccia dolore, morte e amore, già sviscerato da altri autori nel corso degli anni... mi chiedo se Haneke abbia saputo dire qualcosa di nuovo al riguardo. A quanto pare, i giurati di Cannes hanno dato risposta positiva al mio dubbio e hanno premiato per l'ennesima volta il regista tedesco.
Il premio come miglior regista è andato al giovane autore messicano Carlos Reygadas, al suo settimo film. Post Tenebras Lux è un'opera che affonda le radici nella terra di origine del regista e mette in scena lo scontro (e l'ovvia convivenza) tra la frenetica vita della grande città e una campagna quasi onirica. A occhio, mi sembra la solita, noiosissima pellicola "da festival", molto raffinata e cerebrale, quasi fine a sé stessa, ma non vorrei incorrere negli strali di qualche vero cinefilo all'ascolto!
Il danese Mads Mikkelsen, dall'inquietantissima faccia, si porta a casa il premio come miglior attore. Haneke a parte, costui è il secondo vincitore vagamente conosciuto (almeno per me), visto che tra i film dell'attore ci sono pellicole come Pusher, King Arthur, Valhalla Rising, Scontro tra Titani e I tre moschettieri. Jagten, che gli è valso la palma d'oro in questione, è un film incentrato sull'ahimé attuale e fin troppo diffuso problema della pedofilia, e Mads Mikkelsen interpreta proprio il ruolo di un uomo ingiustamente accusato e per questo additato dall'intera comunità. Il regista è Thomas Vinterberg, uno degli sceneggiatori dell'ammorbantissimo Festen (alta scuola Dogma, il signore me ne scampi e liberi!!), e il film parrebbe un intenso ed interessante drammone ad alto tasso di depressione, nervoso e frustrazione per lo spettatore. Passando a opere più "facete", il futuro di Mads Mikkelsen prevede invece una parte nel secondo Thor.
Infine, premio come migliore attrice si è sdoppiato ed è andato a Cristina Flutur e Cosmina Stratan per il film Beyond the Hills (Dupa Delauri), del regista romeno Cristian Mungiu. Le due attrici interpretano due amiche, due amanti che, dopo molto tempo passate lontane, si ritrovano... tuttavia una di loro ha deciso di consacrarsi a Dio, e l'ossessione dell'altra, unita alla sua disperazione, condurranno a comportamenti ai quali si cercherà di porre rimedio con l'esorcismo. Drizzo le orecchie appena si parla di esorcismi e affini, sicuramente sono di parte, ma il film mi sembra interessante. Complimenti alle due (per me sconosciute) protagoniste!
La Palma d’Oro come miglior film se la porta a casa Amour di Michael Haneke, autore già più volte nominato sul Bollalmanacco, nonché regista tra i più controversi al mondo. Anche questo film, nonostante il titolo apparentemente "innocuo", non mancherà di fare sicuramente discutere, visto che tocca un tema delicato come quello dell'eutanasia. La trama, infatti, è incentrata sulla vita e sull'amore di due ottuagenari, il cui rapporto cambia completamente quando lei viene colpita da un ictus. Un tema, quello che intreccia dolore, morte e amore, già sviscerato da altri autori nel corso degli anni... mi chiedo se Haneke abbia saputo dire qualcosa di nuovo al riguardo. A quanto pare, i giurati di Cannes hanno dato risposta positiva al mio dubbio e hanno premiato per l'ennesima volta il regista tedesco.
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| Appunto, con quella faccetta lì... da primo della classe! XD |
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| E tu con quell'altra faccia inquietanterrima, proprio da pedofilo mancato...! |
lunedì 30 maggio 2011
The Tree of Life (2011)
Per una volta che, miracolosamente, anche il multisala della mia zona ha ignorato le istanze puramente commerciali che lo spingono a mettere in cartellone solo film di sicuro successo, ne ho approfittato e sono andata a vedere l’ultima fatica di Terrence Malick, The Tree of Life, premiato a Cannes con la palma d’oro come miglior film (o, come ha detto l’impiegata del multisala “è stato premiato al Coso col Coso”).

Trama (anche se parlare di trama in questo caso è molto riduttivo…): attraverso i ricordi di un disilluso uomo d’affari, Jack, assistiamo alla sua vita, dalla propria nascita alla morte del fratello minore, e alla progressiva perdita dell’innocenza e della fede in Dio.

Ora, io proverò a recensire questo bellissimo e particolare film, e lo farò indegnamente, sia per manifesta incapacità, sia perché credo l’interpretazione di The Tree of Life debba essere molto soggettiva, e lasciata alla percezione e all’esperienza del singolo spettatore. Quindi sarò molto breve. L’ultimo film di Malick è Cinema, con la C maiuscola, pura poesia, una commistione praticamente perfetta di immagini e suoni come raramente si può vedere nei tempi moderni. In un’epoca di 3D, di fracasso, di Dolby Surround, Malick ha il coraggio di mettere in scena il Silenzio per buona parte della pellicola, di lasciare che siano le splendide immagini a parlare, talvolta accompagnate dai sussurri della natura, talvolta da musica sacra (delle sequenze talmente belle che mi hanno messo i brividi, e mi hanno lasciata letteralmente a bocca aperta, tanto da impormi di chiuderla per non fare figuracce…). Sì perché, per come l’ho capita io, The Tree of Life è il personalissimo omaggio (o la personalissima riflessione) del regista sul rapporto tra l’uomo e Dio o sulla scelta, come si evince all’inizio, tra la “via” della Natura e quella della Grazia. Una dicotomia che gli spettatori potranno ritrovare nelle due figure che guidano e segnano l’infanzia e la vita di Jack, il dispotico e frustrato padre (un Brad Pitt grandioso) e la dolcissima e triste madre (una splendida Jessica Chastain, attrice che non conoscevo affatto). E non solo.

Al di sopra dei genitori, degli amici e dei fratelli minori, c’è Dio. Un Dio né buono né malvagio, semplicemente il Creatore, che ha dato vita al miracolo dell’esistenza senza pretendere di condizionarla in seguito, lasciando che gli eventi scorressero senza imporre un controllo. E’ una visione assai difficile per un bambino cresciuto in una famiglia profondamente religiosa, nella Grazia appunto. Quando all’innocenza subentra l’esperienza, e Jack nota che le cose brutte accadono anche alle persone buone, che le preghiere non vengono ascoltate, che anche dove dovrebbe esserci sincerità ci sono un’ipocrisia e una cattiveria che non vengono punite, quando arriva la Morte, inaspettata e crudele, subentra il rifiuto della Grazia e la decisione inconsapevole di abbracciare la via della Natura e della disillusione. Alla fine c’è una sorta di riconciliazione con questo Dio così sfuggente ed inconoscibile, ma secondo me non esiste un finale che si possa definire “lieto”. Dipende, come ho detto, tutto dal punto di vista dello spettatore.

E non crediate neppure che la “storia” sia lineare come ve l’ho raccontata. Non esiste una “trama”, perché la vita vera non ne ha una. Siamo abituati a vedere film che riportano ogni singolo dialogo, come se gli eventi ci scorressero davanti in quel preciso momento, ma se ci pensate bene quando noi proviamo a ripensare alla nostra vita, non ricordiamo ogni singolo istante o ogni singolo dialogo, ma sprazzi di immagini, di parole, di suoni, di sensazioni che sono importanti per noi, non per gli altri. Ecco perché Malick ci mostra immagini spesso prive di senso, ininfluenti per quanto riguarda la trama, riprese da un punto di vista soggettivo, straniante, e filtrate da distorsioni che si potrebbero definire quasi oniriche. Del Tree of Life, insomma, ci vengono mostrati i rami, per quanto riguarda la vita di Jack… e ci vengono mostrate anche le radici, indispensabili, ma di cui spesso non ci rendiamo conto nonostante siano sempre intorno a noi: l’intrinseca bellezza della vita, della natura, del mondo, che va avanti incurante delle nostre “piccole” tragedie personali, che è sempre andato avanti, dalla sua Origine, ai dinosauri, a oggi. Un miracolo, il più grande, talmente grande e “scontato” che ormai non ci dona nemmeno più sollievo. Per fortuna, però, ogni tanto arriva qualcuno come Malick a ricordarci di aprire gli occhi, che si sia o meno credenti.

Cavolo, doveva essere una recensione breve ma mi sono lasciata trasportare, dopo due giorni di riflessione praticamente ininterrotta sul film. Brevemente, concludo dicendo The Tree of Life non è un film facile, affatto, e nemmeno esente da difetti. Francamente, sono rimasta sconcertata dall’arrivo dei dinosauri, lo ammetto. E’ stata un’immagine stridente che mi ha fatto pensare, ahimé, a quei tristissimi documentari che davano alla Macchina del Tempo e che mi ha fatto ingoiare le risate all’interno di una sala silenziosissima (non so se perché gli spettatori erano attentissimi o semplicemente perplessi e timorosi di esternare i loro pensieri più reconditi…!). Nonostante questo e nonostante la complessità, lo consiglio spassionatamente a tutti coloro che vedono il cinema come qualcosa di più che semplice intrattenimento e che non hanno bisogno di vedere per forza un film dal significato lineare, visto che il regista pone mille domande ma non da alcuna risposta. Gli altri si astengano, per il loro stesso bene! Personalmente, credo che vorrò rivederlo tra molto tempo, per capire se altre esperienze personali me ne daranno una visione diversa.

Di Brad Pitt, che interpreta il signor O’Brien, il padre di Jack, ho già parlato in abbondanza qui.
Terrence Malick è il regista della pellicola. Animo schivo, autore che non si mostra in pubblico da anni, tra i suoi film ammetto di avere visto solo il bellissimo La sottile linea rossa. Americano, anche sceneggiatore e produttore, ha 68 anni e un film in progetto.

Sean Penn interpreta Jack da grande. Uno dei più bravi attori della sua generazione, che per fortuna è stato in grado di staccarsi dalla sua antica fama di rissoso ex marito di famose cantanti e attrici (Madonna e Robin Wright nella fattispecie), lo ricordo per film come Shangai Surprise, Colors: colori di guerra, Non siamo angeli, Carlito’s Way, Dead Man Walking – Condannato a morte, She’s So Lovely – Così carina, The Game – Nessuna regola, Bugie baci bambole e bastardi, La sottile linea rossa, Il mistero dell’acqua, Mi chiamo Sam, il bellissimo Mystic River (che gli è valso l’Oscar come miglior attore protagonista) e Milk, che gli ha portato il secondo Oscar della carriera. Ha partecipato anche alle serie televisive La casa nella prateria, Ellen e Friends. Americano, anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 51 anni e un film in uscita.

Jessica Chastain (vero nome Jessica M. Howard) interpreta la madre di Jack. Americana, ha partecipato a serie come E.R., Veronica Mars, Law & Order e ad alcuni film che non conosco. Ha 30 anni e cinque film in uscita.

E ora un paio di curiosità. Pare che Heath Ledger avrebbe dovuto partecipare al film nel ruolo del sig. O’Brien, ruolo ereditato da Brad Pitt per ovvi motivi, ma anche Colin Farell e Mel Gibson avrebbero dovuto essere della partita, a dimostrazione di quanto sia stato ponderato questo The Tree of Life, che sembra Malick avesse in mente addirittura fin dagli anni ’70. Non penso esista un film che possa consigliarvi per rivivere gli stessi temi o le stesse immagini della pellicola, ma azzarderei forse un Il settimo sigillo o al limite un felliniano 8 ½. Sono comunque film che vale la pena vedere!! E ora vi lascio con il bellissimo trailer... ENJOY!!
Trama (anche se parlare di trama in questo caso è molto riduttivo…): attraverso i ricordi di un disilluso uomo d’affari, Jack, assistiamo alla sua vita, dalla propria nascita alla morte del fratello minore, e alla progressiva perdita dell’innocenza e della fede in Dio.
Ora, io proverò a recensire questo bellissimo e particolare film, e lo farò indegnamente, sia per manifesta incapacità, sia perché credo l’interpretazione di The Tree of Life debba essere molto soggettiva, e lasciata alla percezione e all’esperienza del singolo spettatore. Quindi sarò molto breve. L’ultimo film di Malick è Cinema, con la C maiuscola, pura poesia, una commistione praticamente perfetta di immagini e suoni come raramente si può vedere nei tempi moderni. In un’epoca di 3D, di fracasso, di Dolby Surround, Malick ha il coraggio di mettere in scena il Silenzio per buona parte della pellicola, di lasciare che siano le splendide immagini a parlare, talvolta accompagnate dai sussurri della natura, talvolta da musica sacra (delle sequenze talmente belle che mi hanno messo i brividi, e mi hanno lasciata letteralmente a bocca aperta, tanto da impormi di chiuderla per non fare figuracce…). Sì perché, per come l’ho capita io, The Tree of Life è il personalissimo omaggio (o la personalissima riflessione) del regista sul rapporto tra l’uomo e Dio o sulla scelta, come si evince all’inizio, tra la “via” della Natura e quella della Grazia. Una dicotomia che gli spettatori potranno ritrovare nelle due figure che guidano e segnano l’infanzia e la vita di Jack, il dispotico e frustrato padre (un Brad Pitt grandioso) e la dolcissima e triste madre (una splendida Jessica Chastain, attrice che non conoscevo affatto). E non solo.
Al di sopra dei genitori, degli amici e dei fratelli minori, c’è Dio. Un Dio né buono né malvagio, semplicemente il Creatore, che ha dato vita al miracolo dell’esistenza senza pretendere di condizionarla in seguito, lasciando che gli eventi scorressero senza imporre un controllo. E’ una visione assai difficile per un bambino cresciuto in una famiglia profondamente religiosa, nella Grazia appunto. Quando all’innocenza subentra l’esperienza, e Jack nota che le cose brutte accadono anche alle persone buone, che le preghiere non vengono ascoltate, che anche dove dovrebbe esserci sincerità ci sono un’ipocrisia e una cattiveria che non vengono punite, quando arriva la Morte, inaspettata e crudele, subentra il rifiuto della Grazia e la decisione inconsapevole di abbracciare la via della Natura e della disillusione. Alla fine c’è una sorta di riconciliazione con questo Dio così sfuggente ed inconoscibile, ma secondo me non esiste un finale che si possa definire “lieto”. Dipende, come ho detto, tutto dal punto di vista dello spettatore.
E non crediate neppure che la “storia” sia lineare come ve l’ho raccontata. Non esiste una “trama”, perché la vita vera non ne ha una. Siamo abituati a vedere film che riportano ogni singolo dialogo, come se gli eventi ci scorressero davanti in quel preciso momento, ma se ci pensate bene quando noi proviamo a ripensare alla nostra vita, non ricordiamo ogni singolo istante o ogni singolo dialogo, ma sprazzi di immagini, di parole, di suoni, di sensazioni che sono importanti per noi, non per gli altri. Ecco perché Malick ci mostra immagini spesso prive di senso, ininfluenti per quanto riguarda la trama, riprese da un punto di vista soggettivo, straniante, e filtrate da distorsioni che si potrebbero definire quasi oniriche. Del Tree of Life, insomma, ci vengono mostrati i rami, per quanto riguarda la vita di Jack… e ci vengono mostrate anche le radici, indispensabili, ma di cui spesso non ci rendiamo conto nonostante siano sempre intorno a noi: l’intrinseca bellezza della vita, della natura, del mondo, che va avanti incurante delle nostre “piccole” tragedie personali, che è sempre andato avanti, dalla sua Origine, ai dinosauri, a oggi. Un miracolo, il più grande, talmente grande e “scontato” che ormai non ci dona nemmeno più sollievo. Per fortuna, però, ogni tanto arriva qualcuno come Malick a ricordarci di aprire gli occhi, che si sia o meno credenti.
Cavolo, doveva essere una recensione breve ma mi sono lasciata trasportare, dopo due giorni di riflessione praticamente ininterrotta sul film. Brevemente, concludo dicendo The Tree of Life non è un film facile, affatto, e nemmeno esente da difetti. Francamente, sono rimasta sconcertata dall’arrivo dei dinosauri, lo ammetto. E’ stata un’immagine stridente che mi ha fatto pensare, ahimé, a quei tristissimi documentari che davano alla Macchina del Tempo e che mi ha fatto ingoiare le risate all’interno di una sala silenziosissima (non so se perché gli spettatori erano attentissimi o semplicemente perplessi e timorosi di esternare i loro pensieri più reconditi…!). Nonostante questo e nonostante la complessità, lo consiglio spassionatamente a tutti coloro che vedono il cinema come qualcosa di più che semplice intrattenimento e che non hanno bisogno di vedere per forza un film dal significato lineare, visto che il regista pone mille domande ma non da alcuna risposta. Gli altri si astengano, per il loro stesso bene! Personalmente, credo che vorrò rivederlo tra molto tempo, per capire se altre esperienze personali me ne daranno una visione diversa.
Di Brad Pitt, che interpreta il signor O’Brien, il padre di Jack, ho già parlato in abbondanza qui.
Terrence Malick è il regista della pellicola. Animo schivo, autore che non si mostra in pubblico da anni, tra i suoi film ammetto di avere visto solo il bellissimo La sottile linea rossa. Americano, anche sceneggiatore e produttore, ha 68 anni e un film in progetto.
Sean Penn interpreta Jack da grande. Uno dei più bravi attori della sua generazione, che per fortuna è stato in grado di staccarsi dalla sua antica fama di rissoso ex marito di famose cantanti e attrici (Madonna e Robin Wright nella fattispecie), lo ricordo per film come Shangai Surprise, Colors: colori di guerra, Non siamo angeli, Carlito’s Way, Dead Man Walking – Condannato a morte, She’s So Lovely – Così carina, The Game – Nessuna regola, Bugie baci bambole e bastardi, La sottile linea rossa, Il mistero dell’acqua, Mi chiamo Sam, il bellissimo Mystic River (che gli è valso l’Oscar come miglior attore protagonista) e Milk, che gli ha portato il secondo Oscar della carriera. Ha partecipato anche alle serie televisive La casa nella prateria, Ellen e Friends. Americano, anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 51 anni e un film in uscita.
Jessica Chastain (vero nome Jessica M. Howard) interpreta la madre di Jack. Americana, ha partecipato a serie come E.R., Veronica Mars, Law & Order e ad alcuni film che non conosco. Ha 30 anni e cinque film in uscita.
E ora un paio di curiosità. Pare che Heath Ledger avrebbe dovuto partecipare al film nel ruolo del sig. O’Brien, ruolo ereditato da Brad Pitt per ovvi motivi, ma anche Colin Farell e Mel Gibson avrebbero dovuto essere della partita, a dimostrazione di quanto sia stato ponderato questo The Tree of Life, che sembra Malick avesse in mente addirittura fin dagli anni ’70. Non penso esista un film che possa consigliarvi per rivivere gli stessi temi o le stesse immagini della pellicola, ma azzarderei forse un Il settimo sigillo o al limite un felliniano 8 ½. Sono comunque film che vale la pena vedere!! E ora vi lascio con il bellissimo trailer... ENJOY!!
lunedì 23 maggio 2011
Cannes 2011
Anche quest’anno il festival di Cannes si è concluso, con vincitori e vinti. Personalmente, non posso dire di avere vissuto appieno l’edizione 2011, non ero effettivamente troppo interessata, nonostante in giuria ci fossero Uma Thurman e Robert De Niro; in generale, comunque, mi è sembrata un’edizione un po’ sottotono, “vivacizzata” solo (se così si può dire) dall’infelice performance del regista Lars Von Trier durante la conferenza stampa per il suo ultimo film, Melancholia. Un’uscita che ha fatto parlare per almeno tre giorni la stampa mondiale e fatto dichiarare Von Trier “persona non gradita” al Festival, nonostante le parole del regista, se ascoltate con attenzione, suonassero più ironiche e volutamente provocatorie che seri deliri nazisti, come hanno urlato in molti. Tutta pubblicità per un regista più furbo che bravo, che tuttavia ogni volta porta parecchia fortuna alle protagoniste dei suoi film, come vedremo più avanti.

Cominciamo quindi con l’elenco dei vincitori! La Palma d’Oro come miglior film, nonostante l’accoglienza tiepidissima del pubblico in sala, se l’è portata a casa il film The Tree of Life di Terrence Mallick (che peraltro è uscito la settimana scorsa anche dalle mie parti). Del regista avevo visto solo La sottile linea rossa, trovandolo davvero splendido, e sono convinta che anche The Tree of Life mi potrebbe piacere. Il film infatti racconta la vita di una famiglia americana e soprattutto di uno dei tre figli (interpretato da Sean Penn, mentre il padre è Brad Pitt) il quale sperimenta la graduale perdita dell’innocenza e cerca, in qualche modo, di ritrovarla, assieme al senso della vita, durante l’età adulta. Chi lo ha visto ha parlato come un’opera quasi new age, che accomuna le esperienze umane ai fenomeni naturali, un film sicuramente particolare e non per tutti, che mi incuriosisce parecchio. Cercherò di andarlo a vedere, per poter farmi un’opinione.

Il premio per il miglior regista è volato in Danimarca, tra le mani di Nicolas Winding Refn, che personalmente non conosco, per il film Drive, dove uno ad uno stuntman viene messa una taglia sulla testa dopo un furto andato male. Un’americanata, insomma, per un regista che si era già concentrato sulla malavita con una serie di film dal titolo Pusher e che è stato già scritturato per dirigere il remake dello storico La fuga di Logan, un film di fantascienza ambientato in un mondo dove chiunque deve morire a trent’anni. Aiuto! La mia ora è scoccata!

E’ rimasto in patria, invece, il premio per il miglior attore, che è andato al francese Jean DuJardin per il film The Artist, una storia d’amore ambientata nella Hollywood degli anni ’20, quando l’avvento del sonoro rischiava di mandare in pensione tutte le star del muto. Nel film figurano pezzi da novanta come John Goodman e Malcom McDowell e l’unica cosa che posso fare, non conoscendo ahimé nulla di questo Dujardin, è augurargli una carriera come la loro!

Conosco invece benissimo la vincitrice del premio come migliore attrice, visto che è una tra le mie preferite. Sto parlando infatti di Kirsten Dunst, che si è portata a casa il premio in virtù del fatto che Von Trier sarà anche stato dichiarato “persona non grata”, ma il suo Melancholia è rimasto in concorso. Il film in questione ci mostra gli ultimi giorni della vita sulla Terra, condannata a venire cancellata dallo scontro con un altro pianeta, Melancholia appunto. La trama si concentra in particolare su come vivono la vicenda una giovane neosposa (la Dunst) preda di una potente malinconia e la sorella di lei (Charlotte Gainsbourg, che ha vinto la palma d’oro come migliore attrice nel 2009, per un altro film di Von Trier, il controverso Antichrist). Siccome seguo Kirsten Dunst dai tempi di Piccole donne e dello splendido Intervista col Vampiro, dove interpretava la piccola vampira Claudia, sono strafelice della sicuramente meritata vittoria e non vedo l’ora che Melancholia esca da noi.

Prima di chiudere, vorrei esprimere la mia felicità anche per un’artista che ho avuto modo di apprezzare in due film molto diversi, la francese Maiwenn (Alex in Alta Tensione e l’aliena Diva Plavalaguna de Il quinto elemento), che ha vinto il premio della giuria come regista del film Polisse, un’altra controversa storia d’amore che vede coinvolti una poliziotta sotto copertura e un ragazzo richiuso in riformatorio. L’aMMore quest’anno porta fortuna, pare, e ancora una volta l’Italia ha portato a casa poco o nulla. Ci rifaremo con Venezia? Ai posteri l’ardua sentenza… Nel frattempo vi lascio con il trailer originale di The Tree of Life. ENJOY!
Cominciamo quindi con l’elenco dei vincitori! La Palma d’Oro come miglior film, nonostante l’accoglienza tiepidissima del pubblico in sala, se l’è portata a casa il film The Tree of Life di Terrence Mallick (che peraltro è uscito la settimana scorsa anche dalle mie parti). Del regista avevo visto solo La sottile linea rossa, trovandolo davvero splendido, e sono convinta che anche The Tree of Life mi potrebbe piacere. Il film infatti racconta la vita di una famiglia americana e soprattutto di uno dei tre figli (interpretato da Sean Penn, mentre il padre è Brad Pitt) il quale sperimenta la graduale perdita dell’innocenza e cerca, in qualche modo, di ritrovarla, assieme al senso della vita, durante l’età adulta. Chi lo ha visto ha parlato come un’opera quasi new age, che accomuna le esperienze umane ai fenomeni naturali, un film sicuramente particolare e non per tutti, che mi incuriosisce parecchio. Cercherò di andarlo a vedere, per poter farmi un’opinione.
Il premio per il miglior regista è volato in Danimarca, tra le mani di Nicolas Winding Refn, che personalmente non conosco, per il film Drive, dove uno ad uno stuntman viene messa una taglia sulla testa dopo un furto andato male. Un’americanata, insomma, per un regista che si era già concentrato sulla malavita con una serie di film dal titolo Pusher e che è stato già scritturato per dirigere il remake dello storico La fuga di Logan, un film di fantascienza ambientato in un mondo dove chiunque deve morire a trent’anni. Aiuto! La mia ora è scoccata!
E’ rimasto in patria, invece, il premio per il miglior attore, che è andato al francese Jean DuJardin per il film The Artist, una storia d’amore ambientata nella Hollywood degli anni ’20, quando l’avvento del sonoro rischiava di mandare in pensione tutte le star del muto. Nel film figurano pezzi da novanta come John Goodman e Malcom McDowell e l’unica cosa che posso fare, non conoscendo ahimé nulla di questo Dujardin, è augurargli una carriera come la loro!
Conosco invece benissimo la vincitrice del premio come migliore attrice, visto che è una tra le mie preferite. Sto parlando infatti di Kirsten Dunst, che si è portata a casa il premio in virtù del fatto che Von Trier sarà anche stato dichiarato “persona non grata”, ma il suo Melancholia è rimasto in concorso. Il film in questione ci mostra gli ultimi giorni della vita sulla Terra, condannata a venire cancellata dallo scontro con un altro pianeta, Melancholia appunto. La trama si concentra in particolare su come vivono la vicenda una giovane neosposa (la Dunst) preda di una potente malinconia e la sorella di lei (Charlotte Gainsbourg, che ha vinto la palma d’oro come migliore attrice nel 2009, per un altro film di Von Trier, il controverso Antichrist). Siccome seguo Kirsten Dunst dai tempi di Piccole donne e dello splendido Intervista col Vampiro, dove interpretava la piccola vampira Claudia, sono strafelice della sicuramente meritata vittoria e non vedo l’ora che Melancholia esca da noi.
Prima di chiudere, vorrei esprimere la mia felicità anche per un’artista che ho avuto modo di apprezzare in due film molto diversi, la francese Maiwenn (Alex in Alta Tensione e l’aliena Diva Plavalaguna de Il quinto elemento), che ha vinto il premio della giuria come regista del film Polisse, un’altra controversa storia d’amore che vede coinvolti una poliziotta sotto copertura e un ragazzo richiuso in riformatorio. L’aMMore quest’anno porta fortuna, pare, e ancora una volta l’Italia ha portato a casa poco o nulla. Ci rifaremo con Venezia? Ai posteri l’ardua sentenza… Nel frattempo vi lascio con il trailer originale di The Tree of Life. ENJOY!
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