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martedì 16 settembre 2025

La guerra dei Roses (1989)

Ho lasciato passare qualche giorno causa The Conjuring e challenge horror, ma dopo il remake tocca all'originale! Oggi parliamo infatti di La guerra dei Roses (The War of the roses), diretto nel 1989 da Danny DeVito e tratto dal romanzo omonimo di Warren Adler.


Trama: dopo aver messo su famiglia e una casa principesca, Oliver e Barbara Rose scoprono di non amarsi più. Comincia così una lotta senza esclusione di colpi per ottenere la casa voluta da entrambi...


La guerra dei Roses
è sempre stato uno dei miei film preferiti, fin da quando lo vidi per la prima volta in TV. Non poteva essere altrimenti, visto l'amore smisurato che provavo, all'epoca, per il trio Douglas/Turner/DeVito, protagonisti di due film che adoravo, All'inseguimento della pietra verde e Il gioiello del Nilo. Facendo due conti, avrò avuto 10 o 11 anni, e sicuramente non avrò capito tutto ciò che è passato sullo schermo, però La guerra dei Roses era un'opera che mi faceva lo stesso effetto di Fantozzi; mi divertiva molto, ma mi metteva anche tristezza, non solo per il finale scioccante che, lì per lì, non avevo creduto nemmeno essere così definitivo, alla prima visione. Non riguardavo La guerra dei Roses da almeno vent'anni e quando il film è cominciato è stato come rivedere un vecchio, amatissimo amico, con il quale è scattata una sintonia subitanea che, probabilmente, ha inficiato la visione del remake I Roses. A differenza del logorroico film di Jay Roach, l'adattamento di DeVito è molto semplice nella struttura e nei dialoghi, e la "ciccia" sta tutta negli atteggiamenti dei due protagonisti, che intessono la naturale morte di un amore, all'interno della cornice di un cautionary tale raccontato dall'avvocato Gavin al suo ultimo cliente, pronto a divorziare dalla moglie. E' una morte naturale, inevitabile e grottesca, che si innesca a causa della cultura yuppie anni '80 e di quell'atteggiamento retrogrado tipico di una società profondamente patriarcale. Oliver e Barbara "si scontrano e si incontrano", in un giorno di pioggia come Mirco e Licia, grazie a un'asta dove lei "ruba" a lui una preziosa statuetta orientale; si piacciono, fanno l'amore (lei si scopre multiorgasmica, con sommo orgoglio di lui) e da lì mettono su famiglia. L'idillio dei Roses viene eroso nel corso del tempo, in modo molto verosimile, dalle tante piccole disattenzioni di un uomo che valorizza la famiglia in base al proprio potere di acquisto e al prestigio lavorativo, e che si sente sempre su un gradino più alto rispetto alla moglie, valutata come un trofeo, o come una creatura scioccherella, bisognosa di una guida costante. Il menefreghismo di Oliver, per il quale l'amore è un diritto scontato che va vissuto in maniera melodrammatica, come nei film, apre progressivamente gli occhi a Barbara, la quale si accorge di aver sposato un uomo bravissimo nel suo lavoro, ma mediocre in tutto il resto, un peso morto di cui non ha bisogno per realizzarsi come donna indipendente. 


La voce narrante di Gavin, avvocato e migliore amico di Oliver, potrebbe trarre in inganno ed incasellare il film come misogino. Spesso il cliente muto di Gavin viene ammonito a prestare attenzione alle sue azioni nel corso di un eventuale divorzio, perché le donne sono terribili, vendicative e malvagie, degli idoli da placare con offerte in denaro e remissione. In realtà, il film contraddice le parole di Gavin; Barbara non è mai connotata come una gold digger, e il suo attaccamento alla casa deriva dal fatto di aver instaurato un legame quasi simbiotico con l'edificio, che per molti anni è stato la sua sola occupazione e la realizzazione faticosa di un'idea (maschile) di perfezione casalinga. Sono la testardaggine di Oliver e il suo orgoglio di maschio ferito a rendere "cattiva" Barbara, la quale viene portata dall'atteggiamento del marito a dibattersi e graffiare come un animale costretto in gabbia. Le ripicche progressivamente sempre più gravi tra moglie e marito vanno a toccare oggetti materiali e lavoro, perché sono le uniche due cose che Oliver riconosce come valori fondamentali; è Barbara, per prima, che pensa all'omicidio, messa talmente alle strette che la morte diventa l'unica via di fuga possibile da un marito convinto di rappresentare l'intero universo (economico, affettivo e sessuale) di una donna, a parer suo, semplicemente un po' stressata. La tristezza che percepivo da bambina, nascosta da abbondanti pennellate di humor nero e situazioni grottesche, esilaranti, è interamente di Barbara, soffocata e sminuita a partire dall'imbarazzante vigilia di Natale in cui le viene contestata persino una semplice stella da appendere all'albero, in quanto "dozzinale".


La regia di DeVito, che si ritaglia il ruolo di narratore, richiama i toni di una favola nera, con inquadrature sghembe ed insistenti primi piani degli oggetti materiali, e ha un gusto elegantissimo per la messa in scena e le geometrie, senza renderle preponderanti o invadenti; l'illusione è quella di avere di fronte una commedia americana tipica del periodo, ma sono questi dettagli e la colonna sonora di David Newman a dare a La guerra dei Roses la sua personalità spiccata e originale. E poi, ci sono gli attori. Ancora oggi è dura vedere il fascinoso Michael Douglas (all'epoca, poi, ero abituata a considerarlo alla stregua di Indiana Jones!) ridotto nei panni di una persona umanamente mediocre, ma l'attore è molto abile a non caricare eccessivamente la vena grottesca di Oliver, facendo del personaggio una figura a tutto tondo e tristemente realistica. Poiché la regia riprende spesso il punto di vista di Barbara, Oliver risulta disgustoso anche in circostanze normali, ancor più a causa del continuo professare comunque amore per la moglie perduta. Kathleen Turner, dal canto suo, è semplicemente meravigliosa. Il brillio di sfida che si legge nel suo sguardo fin dalle prime immagini diventa, nel corso del film, la fredda scintilla di chi ormai dentro di sé ha solo duro ghiaccio, e il disprezzo, la disillusione, l'odio che le si leggono in volto ogni volta che Oliver apre bocca farebbe scappare terrorizzato chiunque. Inutile dire che, anche nell'odio, l'alchimia tra i due attori è favolosa, ed entrambi eclissano il resto del pur valido cast, tranne per il solito Danny DeVito, in splendida forma. Se non avete mai visto La guerra dei Roses, o non lo ricordate, l'uscita de I Roses potrebbe essere un'ottima occasione di rinverdire un classico che rischia di venire dimenticato e che è attuale oggi come nel 1989.


Del regista Danny DeVito, che interpreta anche Gavin D'Amato, ho già parlato QUI. Michael Douglas
(Oliver Rose), Kathleen Turner (Barbara Rose) e Sean Astin (Josh a 17 anni) li trovate invece ai rispettivi link.


Dan Castellaneta
, voce storica di Homer Simpson, è l'uomo a cui Gavin racconta la storia dei Roses. Se La guerra dei Roses vi fosse piaciuto, oltre ad andare a vedere il remake I Roses, aggiungete Chi ha paura di Virginia Woolf? ENJOY!

mercoledì 9 agosto 2023

Ant-Man and the Wasp: Quantumania (2023)

Parliamo oggi di un altro film Marvel che avevo evitato di vedere al cinema, ovvero Ant-Man and the Wasp: Quantumania, diretto dal regista Peyton Reed.


Trama: Ant-Man e famiglia vengono risucchiati all'interno dell'Universo Quantico e sono costretti a combattere contro Kang il Conquistatore...


Ant-Man and the Wasp: Quantumania (da qui in poi, per comodità mia, "Quantumania" e basta) si era beccato talmente tante recensioni negative che la mia voglia di andarlo a vedere era finita sotto i piedi, soprattutto dopo la visione del noiosissimo Wakanda Forever. L'ho recuperato quindi su Disney +, in una calda serata estiva in cui io e il Bolluomo cercavamo qualcosa di leggero che non gravasse sul nostro cervello già sciolto e, date le premesse, è stata anche una buona scelta. Non mi sentirete MAI dire che Quantumania è un bel film ma non è neppure un abominio inguardabile; purtroppo, il suo difetto principale è quello di essere un pigro collage rimasticato e privo di fantasia di stili e franchise che risalgono agli anni '60, dotato dell'ingrato compito di introdurre il prossimo Thanos della nuova fase del MCU, ovvero Kang il Conquistatore, villain legato a doppio filo a quel multiverso di cui, fino all'anno scorso, sapevamo spaventosamente poco ma che ora comincia un po' a spaccare le palle. E' un film, per inciso, che si porta sulla schiena un carico di sfiga non indifferente: se alla DC hanno Ezra Miller col god complex, il nuovo super villain della Marvel è stato accusato di violenza domestica e a breve finirà a processo, quindi che Jonathan Majors continui a giocare un ruolo fondamentale nel futuro del MCU è tutto da vedere e Quantumania rischia di diventare ancora più inutile e dimenticabile. Tolte queste considerazioni postume, Quantumania è un film Marvel come tanti altri e, ormai, anche Scott Lang se lo semo giocato. Sì, il suo è sempre il punto di vista di un "eroe suo malgrado", ma nulla di ciò che fa nel corso della sua ultima avventura lo rende tanto diverso dai colleghi Avengers e anche il suo desiderio di normalità, che fa a pugni con la volontà della figlia ormai cresciuta di mettere poteri e conoscenze scientifiche (eccola qua, un'altra che a 16 anni è diventata un genio in virtù di cosa non si sa) al servizio dei deboli, si rivela nulla più che un tratto caratteriale superficiale, che poco aggiunge all'economia della storia. La trama, a dire il vero, si regge quasi interamente sulle vicende passate di Janet Van Dyne, la quale guadagna dunque lo scettro non solo della più gnocca del mucchio (il confronto tra la 65enne Michelle Pfeiffer e la 44enne Evangeline Lilly è nuovamente impietoso, sempre per quest'ultima) ma anche del personaggio più interessante e cazzuto, mentre è di nuovo il buon Michael Douglas a raccogliere lo scettro di elegante e sagace comic relief.


Il resto della trama è "rilassante" perché già vista mille volte. Ci sono i ribelli di Star Wars contro i trooper di Star Wars e il supercattivo impossibile da sconfiggere fino a tre minuti dalla fine, c'è un bestiario talmente variegato e strano che, alla fine, la creatura più assurda è proprio Bill Murray in un cameo brevissimo ma meno svogliato rispetto ai suoi standard (anche lì, potere del fascino della Pfeiffer?), c'è un mondo da scoprire di cui, alla fine, non si viene a sapere praticamente nulla e c'è un potentissimo oggetto da recuperare, quindi nulla di originale o inaspettato. Se si vuole un film medio va benissimo così, d'altronde dalla Marvel non mi aspetto granché di più ormai. Piuttosto, il problema vero di Quantumania è la devastante quantità di CGI che mi ha ferito gli occhi in più di un'occasione, asservita al desiderio di mostrare 'sto maledetto Universo Quantico che di naturale non ha nemmeno, chessò, la fogliolina di un albero; almeno, lo avessero fatto talmente psichedelico da vomitare ad ogni scena avrei apprezzato le abbondanti dosi di droga assunta dagli animatori, ma così è tutto cupo, ravvivato giusto da sporadici sprazzi di neon e qualche triste pennellata di viola/arancione. Insomma, bruttino e non ci vivrei. La palma però dell'effetto speciale demmerda la vince M.O.D.O.K.  Da alcune interviste è trapelato che le vere risorse per gli effetti speciali sono state destinate al "cavallo di punta" Wakanda Forever (girato in contemporanea a Quantumania e Thor: Love & Thunder, declassati a prodotti minori) ma vorrei che guardaste lo stesso il film solo per spiegarmi perché NESSUNO ai Marvel Studios si è alzato per dire "ragazzi, comunque abbiamo speso ugualmente 200 MILIONI di dollari e sembra di guardare un film della Asylum, vi prego, eliminiamo questo orrore dal film, tanto non fa neppure ridere". Il Bolluomo sostiene che più di metà budget sia andato solo per gli attori, Bill Murray compreso, e potrebbe anche avere ragione, ma allora anche Corey Stoll si sarà preso dei bei soldoni o non capisco perché avrebbe accettato una figura di tolla così epica. Vabbé, avanti il prossimo, che se non sbaglio dovrebbe essere The Marvels. Ho già paura, anche perché di Captain Marvel non ricordo nulla tranne il gatto, tanto che già ai tempi di Wanda/Vision non avevo capito da dove fosse spuntata Monica Rambeau, e con Secret Invasion mi sto facendo due palle cubiche, ma se non altro Kamala Khan e la sua Ms. Marvel mi sono rimaste abbastanza impresse. Ci riaggiorniamo a novembre!


Del regista Peyton Reed ho già parlato QUIPaul Rudd (Scott Lang/Ant-Man), Evangeline Lilly (Hope Van Dyne/Wasp), Michael Douglas (Dr. Hank Pym), Michelle Pfeiffer (Janet Van Dyne/Wasp), Kathryn Newton (Cassie Lang), Corey Stoll (M.O.D.O.K.), Bill Murray (Lord Krylar) e David Dastmalchian (Veb) li trovate invece ai rispettivi link.

Jonathan Majors interpreta Kang il Conquistatore. Americano, ha partecipato a film come Creed III e a serie quali Lovecraft County e Loki. Anche produttore, ha 34 anni.


Le due scene post-credit sono pesantemente legate alla serie Loki, quindi, se Ant-Man and the Wasp: Quantumania vi fosse piaciuto, vi direi di recuperarla oltre a guardare, ovviamente, Ant-Man e Ant-Man and the Wasp. Li trovate su Disney + assieme a tutto il resto del baraccone MCU, se avete tempo QUI trovate tutta la cronologia che vi serve per farvi un quadro dettagliato della situazione finora! ENJOY!

venerdì 26 giugno 2020

Un giorno di ordinaria follia (1993)

Il 22 giugno è venuto a mancare il regista Joel Schumacher. Potendo scegliere, avrei riguardato 8mm - Delitto a luci rosse ma ovviamente non è presente né su Netflix né su Prime, quindi ho ripiegato su Un giorno di ordinaria follia (Falling Down), da lui diretto nel 1993.


Trama: un impiegato attraversa a piedi tutta la città per raggiungere la figlia nel giorno del suo compleanno. Nel cammino, si impegnerà a raddrizzare tutto ciò che secondo lui non va nella società...


Non avrei potuto scegliere un film "migliore" di questo, visto il periodo in cui, a partire dalla giustissima protesta Black Lives Matter, si è arrivati a pensare che, per non offendere nessuno, quasi quasi sarebbe meglio mettere un disclaimer anche su Indiana Jones e il tempio maledetto, reo di rappresentare i popoli indiani con una connotazione negativa. Che dire dunque di quanti disclaimer bisognerebbe mettere davanti a Un giorno di ordinaria follia? Qui, nell'ordine, Michael Douglas brutalizza un commerciante coreano dipinto come un ladro profittatore (il film è stato in effetti bandito in Corea del Sud), si scontra contro alcuni ragazzi di origine sudamericana rappresentati come criminali e perdigiorno (loro e tutte le loro famiglie) e si incazza all'idea che la tanto amata gelateria sia diventata un negozietto dove gli indiani vendono carabattole; come corollario, ci sono insulti contro donne, omosessuali, italiani e se volessimo cominciare a parlare di Prendergast e della moglie, dipinta come una stronza matta mentre la collega Sandra è comprensiva e mascolinizzata, ci sarebbe da aprire un libro. Considerato che Un giorno di ordinaria follia è stato girato proprio durante le rivolte di Los Angeles, nate dopo l'arresto e il violento pestaggio di Rodney King, davvero non avrei potuto guardare film più in linea col periodo o, ancora dopo oltre 20 anni, più controverso. Al netto di tutti i difetti di una trama "facilona" c'è infatti un sotteso senso di vergogna nell'assistere alle peregrinazioni di Bill "D-Fens"Foster e fare di nascosto il tifo per lui, americano medio costretto a crollare come il London Bridge della canzone sotto il peso delle pretese eccessive di un'intera nazione e di una società squallida, degradata, zeppa di piccole cose che non vanno; quante volte, in effetti, magari dopo una pesante giornata lavorativa, avremmo voluto tirare una testata sul grugno di impiegati privi di flessibilità, gente incazzosa che consuma il clacson in coda, persone che si rivelano ostili senza nessun motivo palese, razzisti e omofobi della peggior specie? Certo, Bill è matto e la sceneggiatura non smette di sottolinearlo nemmeno per un istante, mettendo in mezzo una moglie e una figlia terrorizzate, oltre a una madre non troppo nel chilo, ma a tratti è un matto quasi razionale e in alcuni momenti è difficile volergli male.


Il messaggio del film, almeno per come l'ho inteso io, è quello di tentare, per quanto possibile, di mantenere un equilibrio tra sconsiderata follia e l'atteggiamento passivo di chi si fa mettere i piedi in testa da chiunque, pena cadere nel baratro della pazzia di cui sopra o fare comunque una vita del cavolo, un po' come accade all'altro lato della medaglia Prendergast, uomo anche troppo buono e mite, benché fermo e testardo nei suoi propositi; considerato un codardo e un cretino da colleghi e superiori, in realtà è proprio Prendergast che, con calma e metodo, unisce i puntini dei vari episodi di violenza che vedono D-Fens protagonista e anche a riprendere le redini della sua vita segnata dal dolore. Detto ciò, è sicuramente facile farsi sviare dal carisma di un Michael Douglas iconico e quasi irriconoscibile e bollare Un giorno di ordinaria follia come film un po' fascista, un po' reazionario e un po' trumpiano, tuttavia secondo me basta solo superare le azioni scioccanti del protagonista e aprire bene orecchie ed occhi per scoprire che sotto tutta la superficie rude di un film molto anni '90 c'è un mondo per cui provare pietà, filtrato dall'occhio distorto di chi non ha più nulla da perdere ed è diventato l'ennesimo elemento inutile di una società popolata da persone egoiste e sbrigative, prive di qualsiasi briciolo di umana empatia. Che poi, definire Un giorno di ordinaria follia "rude" non rende giustizia alle interessanti scelte di regia di Schumacher, a partire dalla splendida sequenza introduttiva, presa di pari peso da Fellini, per continuare col parallelo visivo tra il protagonista e l'"uomo economicamente inaffidabile", passando per quel mix di vivace, multietnica arte di strada e squallore canicolare in cui si muove D-Fens, che quasi quasi rischia di fare incarognire lo stesso spettatore. E ci sono altre chicche da cogliere, ovviamente. Basta, come ho scritto, aguzzare un po' la vista e riscoprire così un autore e un film magari ingiustamente caduti nel dimenticatoio.


Del regista Joel Schumacher ho già parlato QUI. Michael Douglas (D-Fens), Robert Duvall (Prendergast), Barbara Hershey (Beth), Rachel Ticotin (Sandra), Tuesday Weld (Mrs. Prendergast) e Vondie Curtis-Hall (Uomo economicamente inaffidabile) li trovate invece ai rispettivi link.


Sheila, la cassiera del Whammy Burger, è interpretata da DeeDee Pfeiffer, sorella di Michelle. Sempre rimanendo in tema Whammy Burger, se vi chiedete dove avete già visto il manager, più o meno negli stessi panni, la risposta è "in un episodio della sesta stagione di Buffy l'ammazzavampiri". Jack Nicholson, Ed Harris, Robert De Niro, Alec Baldwin, Jeff Bridges, Nick Nolte, Mel Gibson, Michael Keaton, Robin Williams, Harrison Ford, Dustin Hoffman e Al Pacino erano tutti papabili interpreti per il ruolo di Bill "D-Fens" Foster mentre Gene Hackman, Walter Matthau, Sidney Poitier, Paul Newman e Jack Lemmon lo erano per quello di Prendergast; alla regia avrebbe potuto esserci invece Dennis Hopper. Se Un giorno di ordinaria follia vi fosse piaciuto recuperate Taxi Driver. ENJOY!

martedì 28 agosto 2018

Ant-Man and the Wasp (2018)

Tornata dalla splendida Scozia ho trovato aperto il Multisala di Savona e, pur poco convinta, per rimettermi in carreggiata ho deciso di recuperare Ant-Man and the Wasp, diretto dal regista Peyton Reed. NO SPOILER, ci mancherebbe.


Trama: dopo gli eventi accorsi in Civil War, Scott Lang è agli arresti domiciliari e gli è stato proibito di contattare Hope Van Dyne o Hank Pym. Le visioni della moglie scomparsa di Pym lo costringono però a tornare in azione...


Sono passati tre anni dal primo Ant-Man e due da Civil War eppure, col sovraccarico di uscite annuali del MCU, pare quasi trascorso un secolo soprattutto per chi, come me e il Bolluomo, non ha minimamente tempo di indulgere in recuperi che possano rinfrescare la memoria relativamente a pellicole usa e getta, che entusiasmano il tempo di un mese per poi venire subito cancellate dall'uscita successiva. Questo per dire che, se io ricordavo poco o nulla di Ant-Man (occavolo, Scott Lang aveva una figlia???) e di Civil War, il mio povero fidanzato non rammentava nemmeno che il personaggio avesse partecipato ad una delle più attese scene di botte tra supereroi della storia dei cinecomic, quindi continuava a chiedermi perché mai Scott Lang fosse agli arresti domiciliari dopo aver aiutato Captain America. E vi dirò, noi probabilmente staremo anche cominciando l'allegro viaggio verso i prodromi dell'alzheimer, ma posso mettere la mano sul fuoco relativamente al fatto che Ant-Man and the Wasp subirà lo stesso destino dei film che lo hanno preceduto e in meno della metà del tempo. Se le altre pellicole Marvel erano dei ricchissimi fazzolettini usa e getta, il film di Peyton Reed è infatti l'allegro vuoto tra le parole Ma e Quindi (?), il sequel di un film simpatico al quale tuttavia aggiunge poco o nulla, sia in termini di trama che in termini di approfondimento psicologico dei personaggi, affiancati da villain presi direttamente dal discount della malvagità. La mia è una critica, è vero, però non mi ci arrabbio nemmeno più di tanto, anche perché Ant-Man and the Wasp fa il suo dovere di intrattenere per tutta la sua durata, che è probabilmente il compito per cui era stato progettato, oltre a rispondere alla domanda (se qualcuno se la fosse posta) "perché Ant-Man in Infinity War non c'era?" e riempire l'attesa per il prossimo filmone Marvel con qualcosa di non troppo impegnativo. Abbiamo quindi tutti gli ingredienti che rendevano gradevole Ant-Man con pochissime variazioni; se nel primo film Scott Lang era un criminale in quanto ladro, qui lo è in quanto supereroe "in disgrazia", se là il rapporto con Hope era teso, benché romanticamente in evoluzione, proprio per l'ambigua natura di Lang, in questo sequel la disaffezione trova radici in quello che è successo in Civil War. La trama, per il resto, è totalmente incentrata sull'universo Quantico nominato nel primo film, croce e delizia dei vari personaggi, più o meno tutti toccati, buoni o malvagi che siano, dall'esistenza di questa dimensione parallela.


Il pregio principale del film, al di là della trama, resta l'umorismo lieve e tipico di alcune commedie americane, di cui si fanno portavoce il sempre simpatico Paul Rudd, un po' guascone e un po' clueless come giustamente impone il ruolo, lo spassoso Michael Peña che riporta sullo schermo il suo esilarante Luis con tanto di dialoghi messi in bocca ad altri personaggi, e soprattutto un Michael Douglas che riesce a fare ridere senza risultare ridicolo quanto, chessò, uno Skarsgård nudo o un tristissimo Anthony Hopkins in Thor. Anzi, diciamo pure che Ant Man and the Wasp segna la rivincita dei sex symbol anni '80 anche perché la visione della pellicola vale anche solo per la presenza di una Michelle Pfeiffer splendida, capace di dare dei punti a tutto il resto del cast femminile a fronte di un'apparizione totale di nemmeno un quarto d'ora; non è che Evangeline Lilly e la new entry Hannah John-Kamen (tanto affascinante quanto, diciamolo tranquillamente, poco utile) siano da buttare via ma il confronto tra giovinezza e "vecchiaia" stavolta risulta impietoso per la prima, non certo per la seconda. Mettendo un attimo da parte le considerazioni di una persona che ha sempre venerato la Pfeiffer e tornando in campo un po' più "tecnico", l'altra cosa apprezzabile di Ant-Man and the Wasp sono i gradevoli effetti speciali a base di oggetti e persone che si rimpiccioliscono e ingrandiscono a dismisura, particolarmente azzeccati nelle sequenze di lotta ben coreografate, dove il cambio di dimensione diventa fondamentale per conferire dinamismo alle scene, soprattutto quando entra in gioco l'intangibilità di Ghost, personaggio che avrebbe potuto (e avrebbe dovuto) essere utilizzato al meglio delle sue infinite e mortali possibilità, non come un "di più" da affiancare al tristissimo uomo d'affari interpretato da Walton Goggins. Su Ant Man and the Wasp c'è quindi poco altro da dire. Riassumendo, un "classico" cinecomics poco sensazionale ma comunque valido per passare una serata in lieta spensieratezza; non ho idea di come sia la versione 3D (azzarderei a dire "inutile") ma, a parte questo, vi consiglierei di non alzarvi dalla poltrona fino alla fine dei carinissimi titoli di coda perché ci sono ben due scene post-credit, una anche molto interessante. 


Del regista Peyton Reed ho già parlato QUI. Paul Rudd (Scott Lang/Ant-Man), Evangeline Lilly (Hope Van Dyne/Wasp), Michael Peña (Luis), Walton Goggins (Sonny Burch), Bobby Cannavale (Paxton), Judy Greer (Maggie), David Dastmalchian (Kurt), Michelle Pfeiffer (Janet Van Dyne/Wasp), Laurence Fishburne (Dr. Bill Foster) e Michael Douglas (Dr. Hank Pym) li trovate invece ai rispettivi link.


L'immancabile Stan Lee compare nel film nei panni di un signore che si ritrova la macchina rimpicciolita. Ovviamente, Ant Man and the Wasp è da vedersi dopo Ant-ManCaptain America: Civil War e, pur collocandosi cronologicamente prima di Avengers: Infinity War, sarebbe meglio che abbiate visto l'ultimo film degli Avangers prima di tornare a divertirvi con Scott Lang. Se il film vi fosse piaciuto recuperate inoltre Captain America: Il primo vendicatoreIron ManIron Man 2, L'incredibile HulkThor , The Avengers, Iron Man 3Thor: The Dark WorldCaptain America: The Winter SoldierGuardiani della GalassiaGuardiani della Galassia vol. 2, Avengers: Age of UltronDoctor StrangeSpider-Man: Homecoming , Thor: Ragnarok Black PantherENJOY!


martedì 18 agosto 2015

Ant-Man (2015)

Indubbiamente uno dei film più attesi dell'estate, almeno per me, era Ant-Man, diretto dal regista Peyton Reed e per fortuna il multisala ha riaperto in tempo per consentirmi di guardarlo. Segue post SENZA SPOILER!


Trama: Scott Lang è un ladruncolo dal cuore d'oro a cui un giorno viene chiesto di rubare in casa del genio miliardario Hank Pym. Lang si ritrova così tra le mani una tuta dagli incredibili poteri e l'inaspettata occasione di salvare il mondo...


Come già era successo per The Avengers, Ant-Man non è mai stato un personaggio di cui mi sia mai interessato qualcosa, almeno a livello cartaceo. Sono quindi andata a vedere il film di Peyton Reed a cuor leggero, sicura che mi sarei trovata davanti il tipico film Marvel divertente e avventuroso e così, in effetti, è stato: Ant-Man è totalmente conformato allo stile cinematografico della Casa delle Idee, un simpatico ed indispensabile tassello che porterà a quella che ormai dovrebbe, se non sbaglio, essere la terza fase dell'ondata di film Marvel che ci sommergeranno negli anni a venire. La sua natura di "tassello", comunque, non gli impedisce di essere un film godibilissimo a sé, con un suo stile scanzonato in parte legato ai ritmi latini di un demenziale sottobosco criminale e con un protagonista che, a differenza della maggior parte dei film Marvel, è il tipico uomo "di strada" privo di legami col mondo dei supereroi di cui, al massimo, ha sentito parlare nei telegiornali. E' la natura scanzonata e disincantata del protagonista la carta vincente di Ant-Man, ideale passaggio di testimone tra il vecchio (rappresentato dallo scienziato, miliardario, agente segreto Hank Pym) e il nuovo, tra la vecchia generazione di lettori legati al personaggio creato da Stan Lee e quella nuova che magari non ha mai preso in mano un fumetto e conosce gli Avengers e compagnia cantante solo dalle pellicole a loro dedicate; il fulcro della sceneggiatura (alla quale ha messo mano anche quell'Edgar Wright che si è chiamato fuori come regista proprio perché voleva un film indipendente) è proprio la nascita di un nuovo eroe con una forte personalità e degli obiettivi da perseguire più legati alla propria serenità familiare che al mantenere la pace nel mondo, un uomo impegnato a diventare migliore innanzitutto per sé stesso e a sfruttare le seconde occasioni che gli vengono offerte. Tutto il resto è mitologia Marvel, indispensabile e godereccia quanto volete (MOLTO godereccia ad un certo punto, grazie ad una battaglia incredibilmente epica che non vi sto a spoilerare) ma priva di significato se il personaggio principale non mostrasse di avere cuore ed anima come lo Scott Lang di Paul Rudd.


Per quel che riguarda il fondamentale aspetto visivo della pellicola, non posso fare a meno di chiedermi "cosa avrebbe fatto Edgar Wright" ma alla fine Peyton Reed ha imbastito un lavoro dignitoso o, meglio, un lavoro che rientra nella media "alta" delle migliori produzioni Marvel. Indubbiamente gli sbalzi tra le due dimensioni in cui vive il personaggio, che può rimpicciolirsi e tornare grande a piacere, sono l'elemento più spettacolare del film e non solo quando Scott Lang interagisce con le amiche formichine/formicone o cambia stazza senza soluzione di continuità ma anche quando, molto ironicamente, il regista sceglie di mostrare le devastanti battaglie in miniatura dal punto di vista di un essere umano normale (il momento "Trenino Thomas" tocca livelli di epicità assoluta!). Personalmente, ho anche adorato la scelta di inserire nel film un Michael Peña particolarmente logorroico e divertente e di rappresentare i suoi interminabili racconti con una sfilata di persone che ovviamente parlano con la sua voce. L'aver citato Peña mi porta necessariamente a dover parlare degli attori che, a parte una quasi irriconoscibile e neroparruccata Evangeline Lilly nei panni di Hope Van Dyne e l'inquietante Corey Stoll chiamato ad interpretare il ruolo di un capriccioso villain, formano un campionario di facce anni '80/'90 mica da ridere: da Paul Rudd a Michael Douglas per arrivare a Judy Greer mi è sembrato di essere tornata ai bei tempi in cui Douglas era un affascinante piacione (il ringiovanimento nelle scene iniziali è impressionante e per nulla fasullo, giuro!) e gli altri due imperversavano nelle commedie adolescenziali, senza contare che i duetti tra vecchio e nuovo Ant-Man sono decisamente simpatici e ben riusciti. Molto belli anche i costumi di Ant-Man e della sua nemesi (un po' più tamarro del normale ma comunque minaccioso al punto giusto) e per il futuro si prospetta un costume ancora più bello ed elegante... ma questo lo capirà solo chi avrà la pazienza di aspettare le ben DUE, importantissime scene post-credits. Nell'attesa che Ant-Man torni, si capisce, perché quest'uomo formica mi è davvero piaciuto parecchio!!


Di Paul Rudd (Scott Lang/Ant-Man), Michael Douglas (Dr. Hank Pym), Evangeline Lilly (Hope Van Dyne), Anthony Mackie (Sam Wilson/Falcon), Judy Greer (Maggie Lang), Michael Peña (Luis), Hayley Atwell (Peggy Carter), John Slattery (Howard Stark) e Martin Donovan (Mitchell Carson) ho già parlato ai rispettivi link.

Peyton Reed è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Abbasso l'amore - Down With Love, Ti odio, ti lascio, ti..., Yes Man ed episodi di serie come Ritorno al futuro. Anche produttore, attore e sceneggiatore, ha 52 anni e un film in uscita.


Corey Stoll interpreta Darren Cross. Americano, ha partecipato a film come Number 23, Midnight in Paris e a serie come CSI - Scena del crimine, Streghe, NYPD, Alias, Numb3rs, ER - Medici in prima linea, CSI: Miami, House of Cards e The Strain; come doppiatore, ha lavorato per serie come American Dad!. Ha 39 anni e cinque film in uscita.


Bobby Cannavale (vero nome Roberto Cannavale) interpreta Paxton. Americano, ha partecipato a film come Il collezionista di ossa, Snakes on a Plane, Blue Jasmine e a serie come Sex and The City, Squadra emergenza, Ally McBeal, Oz, Six Feet Under, Will & Grace, Cold Case e Broadwalk Empire; come doppiatore, ha lavorato per serie come American Dad! e Robot Chicken. Ha 45 anni.


Inizialmente il film avrebbe dovuto concentrarsi su Hank Pym ma il personaggio è stato ritenuto troppo poco adatto alle famiglie (personalità multiple, abusi sulla moglie, insomma una personcina simpatica...) e quindi si è preferito puntare su Scott Lang.. sarà questo uno dei motivi per cui Edgar Wright ha deciso di chiamarsi fuori dal progetto dopo che per anni aveva portato avanti la causa di un film su Ant-Man possibilmente STACCATO dall'Universo Marvel cinematografico? Un altro nome eccellente ad essere rimasto fuori  dalla pellicola è quello di Steve Buscemi, originariamente scelto per il ruolo di Hank Pym e poi costretto a rinunciare per impegni pregressi (cosa che sono stati costretti a fare anche Jessica Chastain, in lizza per il ruolo di Hope Van Dyne, e Patrick Wilson, scelta originale per Paxton), mentre se Wasp fosse stata inclusa nello script il ruolo sarebbe probabilmente andato ad Emma Stone. Non è rimasto fuori invece Stan Lee, che compare verso la fine come barista dopo avermi fatto inutilmente preoccupare! E ora, tenetevi pronti al momento continuity! Ant-Man segue Iron Man, Iron Man 2, Thor, Captain America - Il primo vendicatore, The Avengers, Iron Man 3, Thor: The Dark World, Captain America: The Winter Soldier, Guardiani della Galassia , Avengers: Age of Ultron e la serie Agents of S.H.I.E.L.D: se il film vi fosse piaciuto recuperateli e tenetevi pronti per l'arrivo di Captain America: Civil War, Dottor Strange, Guardiani della Galassia Vol. 2, Thor: Ragnarok, Avengers: Infinity War - Part I e Avengers: Infinity War - Part 2. ENJOY!

venerdì 27 febbraio 2015

Knockout - Resa dei conti (2011)

Siccome in questo periodo sto guardando parecchi film "pesi" mi è venuta voglia di alternarli a qualche pellicola un po' più tamarra per evitare di uscirci di testa. Con questa intenzione ho quindi recuperato Knockout - Resa dei conti (Haywire), diretto nel 2011 dal regista Steven Soderbergh.


Trama: dopo una missione finita malissimo, l'agente Mallory scopre di essere stata incastrata e che il suo datore di lavoro (nonché ex-fidanzato) la vuole morta. Ovviamente la donna non se ne starà a guardare e cercherà vendetta...



Riuscite ad immaginare il diludendo nello scoprire che la tanto bramata tamarreide è in realtà un action patinato zeppo di flashback? A rischio di beccarmi una botta di capra sgarbiana mi sento di affermare senza dubbio che Knockout - Resa dei conti è un affronto al genere nonché un enorme inganno per lo spettatore, peggio ancora puzza vagamente di The Counselor - Il procuratore e mi ha ammorbata talmente tanto che ho rischiato di perdermi la visione di Fassbender in deshabillé. E questa è una cosa grave, una cosa a cui mai si rimedia. Beninteso, il mio astio deriva principalmente dalla trama e dall'utilizzo di un personaggio principale assai distante dai miei canoni di donna forte e carismatica (leggi: Leeloo, Beatrix Kiddo, Nikita, Hit-Girl, solo per fare un paio di nomi); sulla carta, l'idea di una donna sola contro tutti in un mondo in mano agli uomini sarebbe stata una figata ma in realtà la trama di Knockout è zeppa di momenti morti in cui i personaggi si guardano in cagnesco o parlano, parlano e parlano come se l'intera pellicola fosse un dramma esistenziale, mentre Mallory Kane è una virago senza alcun carisma, tutta tecnica marziale e niente passione, perennemente scazzata al punto che mentre tutti parlano, parlano e parlano ancora... lei sta muta, a cogitare sul perché della sua esistenza ingrata e probabilmente a cercare di far esplodere l'interlocutore col pensiero. Ho trovato assai poco riuscito il mix di action e spy story perché il primo richiede poca raffinatezza e molta innovazione mentre il secondo necessita di qualcosa di più elegante e sottile per funzionare al meglio e il risultato finale per Knockout è quello di un film ibrido dove la vendetta della protagonista deve passare necessariamente attraverso un paio di "machiavellici" personaggi che non sanno neppure perché diamine sono finiti lì ma si vantano comunque della cosa.


Per fortuna Soderbergh è comunque un regista capace e stiloso e si sbizzarrisce con inquadrature prese da angoli insospettati ed arditi, si permette di riprendere un silenzioso corpo a corpo davanti ad uno splendido tramonto, regala (dopo tanta sofferenza, va detto) un finale esilarante che lascia allo spettatore il compito di immaginare cosa succeda al "villain supremo"... però, che camurrìa dover aspettare questi pochi zuccherini. Il problema è che Knockout è zeppo di attori famosi ma, a parte l'elegante Fassbender e il particolare Antonio Banderas, tutto il cast è o sprecato oppure utilizzato malissimo. Parlando di quelli che compaiono per più di cinque minuti (Douglas, Paxton e Kassovitz non fanno praticamente testo) Gina Carano, come ho detto sopra, è sicuramente una lottatrice bravissima ma è anche un gatto di marmo inespressivo, costretta ad un certo punto in un abito da sera che, poverino, urla vendetta mentre Ewan McGregor, con quella sua faccetta carina da ragazzino svagato, è adatto al ruolo di cattivissimo boss come potrei esserlo io. Il peggior attore della pellicola è però sicuramente Channing Tatum e io mi chiedo come possa ancora avere una carriera questo quarto di bue visto che, se non ci fossero stati i sottotitoli, probabilmente avrei pensato che il buon Tatum parlasse una lingua totalmente avulsa dalle regole base della pronuncia americana. Per tutti i motivi di cui sopra, dunque, dichiaro Knockout - Resa dei conti nettamente inferiore per passione e tamarreide ai begli action con i quali sono cresciuta nonché pellicola buona solo per chi snobba questo genere di cinema "basso" ma vorrebbe comunque sfogarsi con qualche pugno ben dato. Mi dispiace ma per me non è la stessa cosa!


Del regista Steven Soderbergh ho già parlato QUI. Di Channing Tatum (Aaron), Michael Douglas (Alex Coblenz), Antonio Banderas (Rodrigo), Ewan McGregor (Kenneth), Michael Fassbender (Paul) e Bill Paxton (John Kane) ho già parlato ai rispettivi link.

Gina Carano interpreta Mallory Kane. Ex lottatrice di arti marziali e concorrente di American Gladiators, ha partecipato a film come Fast & Furious 6. Anche produttrice, ha 33 anni e quattro film in uscita.


Mathieu Kassovitz interpreta Studer. Francese, lo ricordo per film come L'odio, Il quinto elemento e Il favoloso mondo di Amélie. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 47 anni.


Dennis Quaid avrebbe dovuto interpretare John Kane ma per impegni pregressi ha dovuto rinunciare ed è stato così sostituito da Bill Paxton. Detto questo, se il film vi fosse piaciuto recuperate Nikita, Kill Bill e Drive. ENJOY!

mercoledì 16 ottobre 2013

Basic Instinct (1992)

Siccome in questi giorni, sull’onda di un divertito amarcord, mi è capitato di parlarne a voce con degli amici, ho deciso di guardare per la prima volta nella vita quello che, ai tempi, era IL film sulla bocca di tutti, ovvero Basic Instinct, diretto nel 1992 dal regista Paul Verhoeven.


Trama: il detective Nick Curran, già afflitto da problemi di droga ed alcolismo, vede la sua vita andare ancora più in frantumi quando si ritrova ad investigare su un brutale omicidio in cui potrebbe essere coinvolta la seducente e ambigua scrittrice Catherine Tramell..


Nel 1992 avevo 11 anni, avevo appena finito il primo anno di scuola media e quell’estate non si parlava d’altro che di questo misterioso Basic Instinct che aveva fatto andare in pappa il cervello di Michael Douglas (che per me, ovviamente, era ancora il bellissimo Jack Colton de All’inseguimento della pietra verde e Il gioiello del Nilo) e dove, attenzione!, Sharon Stone mostrava spudoratamente la patata in quella che poi sarebbe diventata la scena più parodiata degli anni seguenti. Con questi presupposti era ovvio che Basic Instinct avrebbe scalato le classifiche anche se non fosse stato presentato a Cannes od osteggiato da orde di gay e lesbiche inferociti prima ancora che uscisse: d'altronde, quelli erano anni in cui non c'erano alla TV I Soprano, Game of Thrones o Nip/Tuck a scodellarti scene di sesso più o meno esplicite con un solo tocco del telecomando o 50 sfumature di grigio ad ingrifare le casalingue e neppure Youporn, quindi la gente "bene" doveva consolarsi necessariamente con cosette pruriginose travestite da thriller o drammi come questo film oppure Orchidea selvaggia, Nove settimane e mezzo, Sliver e simili. Visto oggi, Basic Instinct fa davvero sorridere. Per carità, la Stone è la bitch più sexy e porca che sia mai comparsa in un film e sfido qualunque uomo a rimanere indifferente, ma Douglas recita per più di metà film con gli occhi strabuzzati e la lingua penzoloni, roba che durante ogni scena spinta mi veniva da domandarmi come diavolo avessero fatto i realizzatori ad impedirgli di zomparsi per davvero le due comprimarie. Anche perché, diciamocelo, il thriller è solo una bieca scusa per far vedere gente che copula in tutte le posizioni e in tutti i contesti, senza le tanto chiacchierate sequenze "clou" sarebbe un film buono giusto per il ciclo Alta tensione.


Verhoeven infatti, che tanto mi aveva colpita ed inquietata con i suoi assurdi RoboCop e Atto di forza, qui non si sbatte neppure a cercare uno stile di ripresa che non sia quello piatto del prodotto televisivo e l'unico guizzo (se di guizzo si può parlare!) è l'idea di mostrare i corpi nudi e avvinghiati nel letto riflessi in un trashissimo specchio appeso al soffitto. Vero è che gli effetti speciali di Rob Bottin utilizzati in un paio di omicidi sono particolarmente sanguinosi ed efficaci ma oltre a questo, nonostante Basic Instinct fosse stato persino candidato all'Oscar per montaggio e colonna sonora, non c'è praticamente nulla di rilevante da segnalare. La trama in sé, poi, è decisamente stupida e banale visto che si basa essenzialmente sull'assunto "tira più un pelo di Stone che un carro di buoi": la soluzione del caso è sotto gli occhi di chiunque fin dall'inizio della pellicola (non capisco come possa, ancora oggi, fare discutere relativamente all'identità del colpevole...) ma ad un certo punto tutti cominciano a seguire i deliri del detective ebbro di alcool e pilu, cascando come boccaloni nei tranelli più vecchi del mondo e prestandosi ad un gioco metaromanzesco francamente ridicolo. L'unico personaggio che ne esce a testa alta (più o meno...) è il collega ciccione di Douglas che, molto realisticamente, passa il tempo ad insultarlo e cercare di farlo svegliare, inutilmente come spesso succede nella vita vera. Insomma, guardare Basic Instinct per me è stata un'esperienza a dir poco giurassica. Se avete voglia di farvi due risate dategli un'occhiata, altrimenti rimanete nel "mito", che è meglio!


Di Michael Douglas, che interpreta il detective Nick Curran, ho già parlato qui.

Paul Verhoeven è il regista della pellicola. Olandese, ha diretto film come Robocop, Atto di forza, Showgirls, Starship Troopers – Fanteria dello spazio e L’uomo senza ombra. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 75 anni e un film in uscita.


Sharon Stone interpreta Catherine Tramell. Americana, la ricordo per film come Scuola di polizia 4: Cittadini in… guardia, Atto di forza, Sliver, Pronti a morire, Casinò, Diabolique, Sfera, Catwoman e Basic Instinct 2, inoltre ha doppiato Z la formica e partecipato a serie come Magnum P.I., Pappa e ciccia e Will e Grace. Anche produttrice e sceneggiatrice, ha 55 anni e sei film in uscita.    


George Dzundza interpreta Gus. Tedesco, ha partecipato a film come Il cacciatore, Le notti di Salem, Allarme rosso, Species II, Instinct – Istinto primordiale e a serie come Starsky & Hutch, Ai confini della realtà e Grey’s Anatomy; inoltre, ha lavorato come doppiatore per le serie Animaniacs e Batman. Anche assistente alla regia, ha 68 anni.


Jeanne Tripplehorn interpreta la Dottoressa Beth Garner. Americana, ha partecipato a film come Il socio, Giovani carini e disoccupati, Waterworld, Sliding Doors, Cose molto cattive, Travolti dal destino e alla serie Criminal Minds. Ha 50 anni.


Tra gli altri attori, segnalo nell'ormai famigerata sala interrogatori due delle facce più note degli anni '90: il ciccionetto Wayne Knight, ovvero la prima, stronzissima vittima dei dinosauri in Jurassic Park nonché poliziotto Don della meravigliosa serie Una famiglia del terzo tipo, e il pelato Mitch Pileggi, ovvero lo Skinner di X-Files e il killer Horace Pinker di Sotto shock. Parlando poi di chi non ce l'ha fatta, la lista delle attrici che avrebbero voluto la parte di Catherine Tramell è a dir poco sterminata (persino Catherine O'Hara aveva partecipato all'audizione!) e conta nomi eccellenti e inaspettati come Rosanna Arquette, Courtney Love, Winona Ryder, Daryl Hannah, Uma Thurman, Kim Basinger, Anjelica Huston, Nicole Kidman, Courteney Cox, Madonna, Kim Cattral, Helena Bonham Carter, Michelle Pfeiffer, Julia Roberts (suggerita dallo stesso Douglas) e Kathleen Turner, mentre Lena Olin avrebbe voluto il ruolo ma non lavorare con Verhoeven. Per il ruolo di Nick Curran, invece, i candidati erano Harrison Ford, Kevin Costner, Mel Gibson, Robert De Niro, Sean Penn, Tom Hanks (ossignore, no!! XD), Charlie Sheen, Sylvester Stallone, Jack Nicholson, Bruce Willis, Al Pacino, Martin Sheen, Nicolas Cage (muoio...), Dennis Quaid, Jeff Bridges, John Travolta, Wesley Snipes, Denzel Washington, Don Johnson e Richard Gere. Brooke Shields, invece, ha rifiutato il ruolo di Roxy, l'amante di Catherine, perché aveva paura di dover recitare nuda. Per finire, Basic Instinct ha avuto un seguito nel 2006, Basic Instinct 2, che vede il "governatore" Patrick Morissey nel ruolo dello psichiatra incaricato di analizzare la Tramell. Ovviamente, non ho visto il film in questione quindi non potrei consigliarlo, ma se Basic Instinct vi fosse piaciuto potete recuperarlo assieme a In the Cut, La vedova nera e Femme Fatale. ENJOY!

martedì 11 giugno 2013

Behind the Candelabra (2013)

Quest’anno ho seguito sporadicamente il Festival di Cannes ma qualcosa ha comunque attirato la mia attenzione, come la notizia che Michael Douglas, uscito vittorioso dalla battaglia contro la malattia, ha rischiato di portarsi a casa la Palma d’oro come miglior attore per il film TV Behind the Candelabra, diretto da Steven Soderbergh e tratto dall’autobiografia Behind the Candelabra: My Life With Liberace di Scott Thorson. Incuriosita, ho deciso di dare un’occhiata…


Trama: il giovane Scott Thorson conosce il famosissimo pianista Liberace che, nonostante la differenza di età, si invaghisce di lui e lo prende in casa come amante e tuttofare. La turbolenta relazione va avanti per anni, tra plastiche facciali, droga e capricci…


Behind the Candelabra è un film scandaloso. Nel senso che è uno scandalo averlo relegato al circuito televisivo e avergli rifiutato la distribuzione cinematografica perché “troppo gay”, come ha dichiarato uno stupito Soderbergh. A maggior ragione, è scandaloso per un pubblico italiano: quando ci va bene, le nostre produzioni televisive contemplano la presenza di Beppe Fiorello e un uso banalmente professionale della cinepresa, mentre in America si beccano una tripletta di pezzi grossi mica da ridere e una pellicola che non sfigurerebbe tra i premiati alla prossima notte degli Oscar, un gioiellino che a tratti mi ha ricordato il meraviglioso Angels in America. Certo, ammetto di aver fatto fatica a sopportare i primi 20 minuti di Behind the Candelabra ma non tanto per l’argomento trattato, quanto per il personaggio di Liberace, un viscido, megalomane e leppegoso incrocio tra Elton John e Malgioglio. Se considerate che la sottoscritta, da bambina, era innamorata persa del Michael Douglas versione All’inseguimento della pietra verde, potete tranquillamente immaginare lo shock che ho subito vedendolo conciato come la Regina, circondato da orridi barboncini, con una capigliatura improponibile persino per Baudo e la voce da peppia isterica, aggravata dalla “R” moscia alla Elmer Fudd. Un annullamento totale in un personaggio scomodo, un'interpretazione che conferma la grandezza di un attore che, all'alba dei 70 anni, ha ancora voglia di mettersi in gioco e stupire alla faccia del cancro che ha minacciato la sua vita (per quanto spari comunque parecchie meenchiate: il cancro lo avrebbe provocato il sesso orale? Da quando la patata è radioattiva? La prossima vita fuma meno sigarette, vah...).


Behind the Candelabra, dunque, andrebbe visto anche solo per Michael Douglas, ma la verità è che il biopic in sé prende da morire. Soderbergh, infatti, ha deciso di trattare questa vicenda fatta di bassezza morale e artisti megalomani con il tono ironico che meritava, senza lesinare sequenze al limite del trash che tuttavia non stonano affatto, anzi, rendono perfettamente il clima d'ipocrisia che regnava nello show business di fine anni '70: Liberace è palesemente gay ma è circondato da uno stuolo di cupi avvocati e collaboratori dall'aspetto quasi mafioso (tra i quali spicca un Dan Aykroyd in formissima) che, distribuendo soldi e "consigli" a destra e manca, riescono a mettere a tacere tutti i pettegolezzi e a soddisfare ogni vizio del capriccioso artista. Tra lustrini, paillettes, gioielli, la casa di Zsa Zsa Gabor sontuosamente trasformata nel santuario di Liberace, ragazzetti dalle chiappe sode che non vedono l'ora di venire "scoperti" dal vecchio marpione, numeri musicali in perfetto Las Vegas style, tutto appare nuovo, ricco e bello se filtrato dall'occhio innocente del campagnolo Scott, interpretato da un Matt Damon imparrucchinato ma perfetto. Mano a mano che la storia prosegue, però, ci viene mostrato quello che si nasconde "dietro il candelabro" e cambia anche il punto di vista del ragazzo, che viene letteralmente plasmato (e rovinato) nella carne e nello spirito da Liberace, così che tutto il torbido dell'ambiente viene a galla, ricollegandosi agli assai meno innocenti anni '80, travolti dal nero spettro dell'AIDS. Depravazione a bizzeffe, dunque, ma anche amore e idealizzazione di una figura che, probabilmente, a noi italiani non dirà nulla ma che ha sicuramente segnato un'epoca negli USA: la sequenza finale, pacchianissima ma assolutamente geniale, palesa tutti i sentimenti del protagonista verso colui che ne è diventato amante, amico, fratello e padre, una figura talmente fuori dagli schemi e megalomane da trascendere la sua natura di essere umano e trasformarsi in icona anche agli occhi di chi si è illuso di averlo conosciuto davvero.

Un irriconoscibile Rob Lowe si prepara alla vista della sconvolgente foto-Speedo..
Se Michael Douglas è incredibile e Soderbergh si da indubbiamente da fare con la macchina da presa, realizzando persino un'onirica sequenza in bianco e nero, la bellezza di Behind the Candelabra risiede però anche nell'incredibile attenzione dedicata alle scenografie e, soprattutto, ai costumi e al make up: nel corso della pellicola Matt Damon cambia gradualmente da ragazzotto belloccio quasi sovrappeso ad azzimato figurino devastato dalla chirurgia plastica, mentre un trashissimo e meraviglioso Rob Lowe sperimenta sulla sua pelle la "cura Joan Crawford" che lo rende un inespressivo e tiratissimo dottorino impossibilitato persino a chiudere le palpebre. I costumi riprendono fedelmente le fantasmagoriche mise indossate dal vero Liberace, tra cui una pelliccia di volpe con lo strascico lungo quasi 5 metri e tempestata di cristalli, ma l'accessorio che ho preferito in assoluto è l'imbarazzante, vergognosissimo SPEEDO col pacco incrostato di strass indossato da Matt Damon in una delle scene cult, che potete vedere nella foto che segue. Nulla da dire sul six pack, tanta roba. Deliri a parte, se cercate un prodotto veramente ben diretto, ben recitato e ben realizzato e non vi scandalizzano scene pesantemente omoerotiche al limite della pedofilia, Behind the Candelabra è il film che fa per voi!

Buon Dio...!
Del regista Steven Soderbergh ho già parlato qui. Matt Damon (Scott Thorson), Dan Aykroyd (Seymour Heller) e David Koechner (l’avvocato) li trovate invece ai rispettivi link.

Michael Douglas interpreta Liberace. Grandissimo attore americano, lo ricordo per film come i meravigliosi All’inseguimento della pietra verde e Il gioiello del Nilo, Attrazione fatale, Black Rain – Pioggia sporca, Wall Street (con il quale ha vinto l’Oscar come miglior attore protagonista), La guerra dei Roses, Basic Instinct, Un giorno di ordinaria follia, Spiriti nelle tenebre, The Game – Nessuna regola, Delitto perfetto, Traffic, Tu io e Dupree Wall Street – Il denaro non dorme mai; inoltre, ha partecipato alla serie Will & Grace e doppiato un episodio di  Phineas & Ferb. Anche produttore e regista, ha 69 anni e quattro film in uscita.


Scott Bakula interpreta Bob Black. Americano, ha partecipato a film come Signore delle illusioni, American Beauty, Source Code e alle serie Matlock, Desperate Housewives e Two and a Half Men. Anche produttore e regista, ha 59 anni e due film in uscita.


Rob Lowe (vero nome Robert Hepler Lowe) interpreta il Dottor Jack Startz. Americano, ha partecipato a film come I ragazzi della 56ma strada, Hotel New Hampshire, Sant’Elmo’s Fire, Fusi di testa, L’ombra dello scorpione, Austin Powers, Austin Powers – La spia che ci provava, Austin Powers in Goldmember e ha doppiato un episodio de I Griffin. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 49 anni e un film in uscita.


Nonostante io sia rimasta scioccata alla vista di un Michael Douglas che si atteggiava come l’ultima delle culandre pazze, poteva andare peggio perché per il ruolo di Liberace era stato interpellato anche Robin Williams. Non so se sarei riuscita a sopportare la distruzione di un mio mito dell’infanzia, giuro. A parte questo, se Behind the Candelabra vi dovesse piacere, cercate anche J.Edgar e The Aviator. ENJOY!!

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