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mercoledì 10 ottobre 2018

Apartment 143 (2011)

Qualche sera fa mi è capitato di vedere Apartment 143 (Emergo), diretto e co-sceneggiato nel 2011 dal regista Carles Torrens.


Trama: un trio di scienziati viene invitato da un vedovo padre di due figli in una casa apparentemente infestata, per cercare di capire cosa perseguiti la famigliola.



Questa sarà una recensione brevissima perché Apartment 143 non spicca né per bellezza, né per bruttezza, men che meno è interessante. Gli ho dato una chance perché di Torrens ricordavo un divertente episodio di The ABCs of Death 2.5 e, soprattutto, il bellissimo Pet, ma fin dall’inizio ho capito che stavolta mi sarei trovata davanti l’ennesimo emulo di Paranormal Activity a base di telecamere nascoste, riprese in soggettiva, finti mockumentary e roba che si muove di notte all’improvviso. In due parole, un film di una banalità incredibile e di una noia mortale. Dire che non succede nulla è riduttivo, i due jump scare che ci sono in tutta la pellicola non fanno nemmeno saltare sulla sedia (anche perché, nell’attesa che arrivino, subentra la letargia) e per il resto i personaggi si limitano ad indagare e parlare del più e del meno fino agli ultimi dieci minuti, nei quali si concentra l’azione “tosta”, come spesso accade in questo genere di film. Apartment 143 ha solo una particolarità, ovvero quella di tenere fede alla sua natura di indagine scientifica fino all’ultimo. Gli scienziati protagonisti, infatti, agiscono in modo da escludere sistematicamente la presenza di entità paranormali, partendo dal presupposto che i fantasmi non esistono, e cercano altre spiegazioni agli inquietanti fenomeni che si manifestano nella casa; il risultato è un film che si appoggia parecchio sui dialoghi, atti a sviscerare le problematiche della famiglia e il cupo passato che ne turba i membri, e sulle inquadrature di particolari strumenti di misurazione opportunamente “censurati”, quasi che Apartment 143 sia stato realizzato per il pubblico dagli stessi scienziati, desiderosi di mantenere la privacy sui loro metodi. Un po’ poco per elevare Apartment 143 dall’infinito novero degli horror mediocri e mi fa quasi strano pensare che sia una produzione spagnola e non americana, ma tant’è. Vi capitasse sotto mano evitatelo!


Del regista Carles Torrens ho già parlato QUI.

Kai Lennox interpreta Alan White. Americano, ha partecipato a film come Allarme rosso, Boogie Nights - L'altra Hollywood, Starship Troopers - Fanteria dello spazio, Pleasantville, Rush Hour - Due mine vaganti, Hitchcock, Green Room, Equals e a serie quali E.R. Medici in prima linea, Grey's Anatomy, Bones e Dr. House. Ha un film in uscita.


A interpretare Caitlin c'è la giovane attrice Gia Mantegna, figlia dell'attore Joe Mantegna. Detto questo, se Apartment 143 vi fosse piaciuto, consiglio il recupero della saga Paranormal Activity, Le origini del male e The Atticus Institute. ENJOY!

mercoledì 11 gennaio 2017

Pet (2016)

Questo post uscirà con l'anno nuovo eppure Pet, diretto dal regista Carles Torrens nel 2016, è rientrato di diritto nella Top 5 di fine anno. Perché?


Trama: Seth lavora in un canile ed è un ragazzo timido ed impacciato. Un giorno incontra sull'autobus una ex compagna delle superiori, Holly, e se ne innamora follemente, al punto da arrivare a rinchiuderla proprio nei sotterranei del canile.



Come già successo per Swiss Army Man, il post su Pet sarà molto breve perché ogni "ricamo" sul film rischierebbe di rovinare senza possibilità di recupero i twist di cui è infarcito, uno in particolare. Riassumendo, la pellicola di Carles Torrens (che, non a caso, ha diretto uno dei segmenti più belli dello scarsino The ABCs of Death 2.5) parte da un presupposto vecchio come il cucco, quello dell'apparente "acqua cheta" che nasconde l'animo di uno stalker e si invaghisce di una fanciulla che, non ricambiandolo, finirà prigioniera in qualche luogo angusto, e da lì dirama una riflessione sull'amore e sulla "salvezza" che fa di Pet più un thriller psicologico che un horror. Lo sceneggiatore Jeremy Slater si è fatto perdonare quella schifezzuola di The Lazarus Effect e ha cominciato a lavorare bene nella serie The Exorcist ma con Pet è riuscito a creare un gioco tra predatore e preda intrigante e sfaccettato, a tratti sorprendente; prendendo come punto di partenza il concetto che "l'uomo, l'asino e i tacchini sono cugini", lo sceneggiatore ci racconta a cosa può arrivare un uomo per amore e, soprattutto, per salvare da sé stessa la persona amata, tra false speranze e parossismi di autodistruzione, illusioni di poter avere accanto l'amata/o come se fosse un cucciolo da accudire e scontri con la durissima realtà... un po' come accade tutti i giorni nel mondo, insomma. Seth e Holly diventano così una delle coppie più interessanti del thriller moderno e non solo grazie alla bella sceneggiatura di Slater. Dominic Monaghan è perfetto per vestire i panni del custode sfigato e un po' inquietante (i momenti in cui prova i discorsi allo specchio sono indicativi) ma è Ksenia Solo il vero cuore pulsante del film, con quell'aspetto indifeso e lo sguardo sensuale di chi sarà anche una scream queen (se così si può definire...) da poco tempo ma con i film giusti potrà fare molta, moltissima strada. Seguire l'evolversi del rapporto tra i due non è solo inquietante ma anche molto interessante e ovviamente non manca qualche momento schifosetto e splatter (perfettamente integrato nella trama, tra l'altro) in grado di rendere il film adatto anche a chi patisce i ritmi lenti. Insomma, come al solito il consiglio di Lucia non è andato sprecato e vi invito pertanto a leggere la sua bella recensione se ancora non siete convinti di dare una chance a Pet!


Di Dominic Monaghan, che interpreta Seth, ho già parlato QUI.

Carles Torrens è il regista della pellicola. Spagnolo, di suo ho visto solo il corto M is for Mom, contenuto in The ABCs of Death 2.5. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 32 anni.


Ksenia Solo interpreta Holly. Nata nell'attuale Lettonia, ha partecipato a film come Il cigno nero, al pilot mai distribuito di Locke & Key (nei panni di Dodge, nientemeno!!) e a serie come Cold Case. Anche produttrice, ha 29 anni e due film in uscita.


Solitamente queste cose non le scrivo perché le leggo e ci rimango male per non essermene accorta prima ma persino io ho notato che la stanza dove si trova la gabbia in cui viene rinchiusa Holly è la stessa del primo Saw. Detto questo, se Pet vi fosse piaciuto recuperate The Woman. ENJOY!

domenica 28 agosto 2016

ABCs of Death 2.5 (2016)

A volte ritornano. Come da prassi, il post dedicato a ABCs of Death 2.5, costola nata da ABCs of Death 2, sarà spezzettato in tante minirecensioni, all'interno delle quali troverete in rosso i miei corti preferiti. Prima di cominciare vi dico solo che ABCs of Death 2.5 è frutto del concorso indetto on line per cercare il ventiseiesimo regista del secondo film (per la cronaca aveva vinto Robert Boocheck col suo M is for Masticate, finito nella pellicola "titolare") quindi la qualità dei corti non è proprio di livello eccelso...


M is for Magnetic Tape di Cody Kennedy e Tim Rutherford (Canadesi, registi della serie Straight to Video: The B-Movie Odissey)
E si comincia con un po' di trash. Tre minuti di delirio in videotape, con arroganti ed esilaranti effetti speciali d'accatto a base di videotape, ultraviolenza e ninja. Don't ask, come antipasto va benissimo.

M is for Maieusiophobia di Christopher Younes (Inglese, al suo primo lavoro)
Il segmento disturbante arriva alla traditora dopo le risate ambientate nel videostore. Girato con pupazzi in plastilina e la tecnica della stop motion, il corto di Younes racconta di una donna affetta dalla "paura di partorire" e vi lascio solo immaginare a cosa ciò potrebbe portare. Colonna sonora minimal ma da brivido, mi ha ricordato i migliori episodi di Salad Fingers.


M is for Mailbox di Rodrigo Gasparini e Dante Vescio (Brasiliani, registi del film O Diabo Mora Aqui)
Corto innocuo e simpatico, con un twist inaspettato sul finale. Belli gli effetti speciali, bravi gli attori, tecnicamente parlando uno dei migliori segmenti della raccolta, forse un po' banale nel tema.

M is for Make Believe di Summer Johnson (Americana, al suo primo lavoro)
Make believe significa "fare finta" e il corto è intrigante per il modo in cui rapporta l'innocenza di due bimbe alla trivialità di una morte violenta. Purtroppo l'idea è interessante ma la messa in scena è sul pietoso andante, con una pessima fotografia.

M is for Malnutrition di Peter Czikrai (Slovacco, regista di un altro corto intitolato Good Night)
Tipico spin-off zombie con qualche contaminazione da Ai confini della realtà. Crudele e ben girato, è sicuramente uno dei corti migliori, nonostante il tema non proprio originalissimo.


M is for Manure di Michael Schwartz (Canadese, regista di altri due corti horror)
Ovvero, storia di una creatura di merda che si vendica di un uomo di merda. Belli gli effetti speciali ma gli attori sono al limite del dilettantesco.

M is for Marauder di Steve Daniels (Americano, al suo primo lavoro)
Dopo sei corti abbastanza tradizionali arriva l'immancabile delirio d'autore, girato con un bianco e nero che omaggia palesemente Russ Meyers e presenta una ben strana accozzaglia di bikers e adoratori del demonio. Bello davvero.


M is for Mariachi di Eric Pennycoff (Americano, prevalentemente montatore, al suo secondo lavoro come regista)
Altro simpatico divertissement, che gioca sul contrasto tra Death Metal e musica tradizionale messicana. Un esilarante trionfo di sangue e violenza che si può tranquillamente riassumere con un "quando ce vo', ce vo'!".


M is for Marriage di Todd E. Freeman (Americano, classe 1976, regista di film come Wake Before I Die e Cell Count)
M is for MEH. Non l'ho capito, non m'ha detto nulla, voleva sicuramente omaggiare Cronenberg e il suo body horror ma i dialoghi sono di una banalità sconcertante. C'è di peggio all'interno dell'antologia, va bene, però questo a mio avviso è uno dei corti più deboli del film.

M is for Martyr di Jeff Stewart  (Americano, regista di film come The Reunion)
Altra idea brillante messa in scena in modo egregio, tra lo sconcertante e il divertente. Dimenticate il martirio francese, non è nulla di così devastante ma sicuramente il protagonista del corto non subisce un bel destino.


M is for Matador di Gigi Saul Guerrero (Messicana, ha diretto parecchi corti horror)
Ennesima macellata, ma girata con stile e con un finale liberatorio. Affascinanti i costumi e molto belli gli effetti speciali e il make-up, probabilmente da questa idea verrebbe fuori un bello slasher.


M is for Meat di Wolfgang Matzl (Austriaco, al suo primo lavoro)
Altro episodio animato, stavolta con inquietanti personaggi fatti di... prosciutto crudo. Giuro. Come sempre, i corti animati sono i più disturbanti, forse perché c'è qualcosa nella stop motion che proprio mi inquieta, ma fortunatamente non siamo ai livelli del segmento di Christopher Younes.

M is for Mermaid di Ama Lea (Americana, regista di un altro corto intitolato Red Red)
Attori improponibili, soprattutto la tizia che interpreta la sirena, ma il corto è divertente e ha un finale cattivissimo che lo rende ancora più simpatico.


M is for Merry Christmas di Joe e Lloyd Staszkiewicz  (Inglesi, registi di altri corti horror contenuti nell'antologia Shortcuts to Hell e il suo seguito)
M is for Meenchiata. Questo e il segmento successivo sono probabilmente i peggiori della raccolta, di Merry Christmas salvo solo l'accento inglese del Krampus (che poi, perché dovrebbe avere un accento inglese???), l'aspetto horror è praticamente inesistente. Meglio recuperare il film di Michael Dougherty.

M is for Mess di Carlos Faria (Brasiliano, al suo primo lavoro)
M is for Ma che caSSo ho visto? Storia di un uomo che defeca dall'ombelico. Stop. Va bene, in assenza di giapponesi bisognava inserire il segmento weird ma questo è davvero imbarazzante e, di fatto, manca della capacità tipicamente nipponica di affrontare con sprezzo della vergogna determinati argomenti.

M is for Messiah di Nicholas Humphries (Canadese, ha diretto film come Death Do Us Part e Charlotte's Song)
Altro episodio privo di infamia o lode, salvabile solo per la bella ambientazione e i costumi. Ancora devo capire dove volesse andare a parare il regista ma anche in questo caso non parliamo del corto peggiore della raccolta.

M is for Mind Meld di Brett Glassberg (Americano, al suo primo lavoro da regista)
Ecco il segmento più arduo da guardare, composto da una serie di torture inenarrabili che a malapena sono riuscita a sostenere. Dei tre minuti di corto, di fatto, ne avrò probabilmente guardati due. Brr.


M is for Miracle di Álvaro Núñez (Spagnolo, al suo primo lavoro da regista)
Questo l'ho molto apprezzato per la follia intrinseca del "miracolo" e per la terrificante immagine finale che, giustamente, è la più riportata dai pochi siti che parlano di ABCs of Death 2.5. Gli spagnoli hanno sempre una marcia in più, anche quando si tratta di low budget.


M is for Mobile di Baris Erdogan (Turco, al suo primo lavoro da regista)
Più thriller che horror, un simpatico corto che racconta di un killer alle prese con strani sms. Come spesso accade, il segreto della riuscita dell'opera è un finale spiazzante.

M is for Mom di Carles Torrens (Spagnolo, classe 1984, ha diretto film come Apartment 143)
Improbabile storia d'amore ambientata in una realtà postatomica che probabilmente ha lasciato dietro di sé mostri mutanti non necessariamente zombie. Bellissimo sia dal punto di vista della sceneggiatura, della regia, della fotografia e dell'amore per i dettagli, M is for Mom è uno dei corti più belli della raccolta.


M is for Moonstruck di Travis Betz (Americano, classe 1976, ha diretto film come Joshua, Lo e The Dead Inside)
Sarà che il mio cervello a questo punto era già saturo ma ho trovato questo corto animato di una mosceria e una pochezza rare. Ridatemi la plastilina e proibite l'introduzione delle figurine di carta semoventi in un'antologia horror, ve prego.

M is for Mormon Missionaries di Peter Podgursky (Americano, ha diretto altri corti ed episodi di serie TV)
Sempre perché forse a questo punto ero già assuefatta a qualsiasi cosa avrebbero potuto gettare in questo calderone horror (ma oh, quanto sbagliavo...), questo corto non mi ha detto nulla. Ennesima variante sul tema violenza e tortura, viene salvato anch'esso dal twist finale e da interpreti discreti.

M is for Mother di Ryan Bosworth (Americano, ha diretto film come Black Sabbath)
Semplice e diretto, come un incubo. Non vi dirò mai a quale madre si faccia riferimento ma sappiate che non è una bella cosa.

M is for Muff di Mia Kate Russell (Australiana, ha diretto altri corti horror ma è principalmente make up artist)
Non proprio horror, a parte il momento splatter finale, ma molto molto carino e simpatico, con un bellissimo lavoro sulla colonna sonora e un'attrice cicciotta ed espressivissima. A voi scoprire cosa sia la "death by muff" del titolo originale.


M is for Munging di Clint Kelly e Jason M. Koch (Americani, Kelly è al suo primo film da regista mentre Koch  ha diretto film come 7th Day)
M is for Ma anche no. Una roba disgustosa che nemmeno vi sto a descrivere, che spero di dimenticare nei mesi a venire. Brutto brutto, sia per il tema che per come è stato realizzato, nonostante l'apprezzamento mostrato dai fan di tutto il mondo.

M is for Mutant di Stuart Simpson (Australiano, ha diretto film come El monstro del mar!)
Purtroppo il film si conclude con una belinata che potrebbe probabilmente piacere giusto al vecchio Takashi Miike, con sparatorie, mutanti e mostrini volanti attaccati alla pellicola con lo sputo. Da un australiano giuro che mi sarei aspettata di più.

Riassumendo, ABCs of Death 2.5 è  uno spin-off della serie principale decisamente poco riuscito. Il difetto principale dei corti non è tanto la natura semi-amatoriale della maggior parte di essi quanto piuttosto la scarsa fantasia che li caratterizza. Sinceramente, al terzo segmento basato solo ed esclusivamente su ultraviolenza e secchiate di sangue mi sono rotta un po' le scatole e siccome mi è parso di capire che i corti siano stati scelti in base ai voti ottenuti su internet, mi chiedo anche quale sia l'attuale livello dei fan dell'horror ubicati soprattutto in America. In conclusione, se non siete più che appassionati lasciate perdere, altrimenti consiglierei il recupero di The ABCs of Death e The ABCs of Death 2 i quali, con tutti i loro difetti, sono mille volte meglio di questo spin-off. ENJOY!

























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