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mercoledì 13 maggio 2026

Honey Bunch (2025)


Passata la febbre da Oscar mi sono dedicata al recupero di un paio di uscite horror che avevo lasciato indietro. Una di queste è Honey Bunch, diretto e sceneggiato nel 2025 dai registi Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer.

Trama

Diana, reduce da un grave incidente, viene portata dal marito Homer in una clinica sperimentale che promette di guarirla in pochi giorni. Non passa molto tempo prima che la donna capisca che qualcosa non va...

RECENSIONE

Siccome sono una persona molto profonda, avevo puntato Honey Bunch perché avevo visto, nel cast, il nome di quel figo illegale di Jason Isaacs. Non ricordavo, infatti, di avere già visto un film realizzato da Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer, anche se i loro nomi mi sembravano familiari, ed è solo cercando informazioni su Honey Bunch dopo la visione che ho realizzato: gli autori sono gli stessi di Violation, angosciante riflessione sulla violenza sessuale e la percezione della stessa, una visione potente ma anche molto, molto deprimente. Honey Bunch non raggiunge, per fortuna, quei livelli di angoscia e orrore, ma non è una visione leggera. Come spesso accade negli ultimi tempi, Honey Bunch decostruisce un rapporto di coppia apparentemente idilliaco, un legame che ha subito una ferita tremenda nel momento in cui Diana ha avuto un incidente d'auto, perdendo parte delle funzioni motorie e dei ricordi precedenti alla tragedia. Accompagnata dal marito Homer, Diana si affida alle cure di una clinica in mezzo alla campagna, la cui fondatrice promette di rimetterla in sesto in pochissimi giorni, attraverso un metodo rivoluzionario. Come sempre accade negli horror, le cure miracolose non sono mai a buon mercato e, ancor peggio, i metodi rivoluzionari nascondono realtà aberranti; nel caso di Honey Bunch, tutto ciò si unisce al discorso sull'amore e come viene vissuto e percepito, soprattutto nel momento in cui una metà della coppia si "rompe". Quand'è che l'amore totalizzante si trasforma in egoismo? E' giusto prendere decisioni all'insaputa dell'altro, arroccati nella cieca convinzione che sia "per il suo bene"? E' giusto, anche, annullarsi totalmente per amore, rinunciando a tutto ciò che non pertiene alla sfera di coppia? Sono queste le domande scomode che pone Honey Bunch, senza ovviamente dare una risposta chiara ed univoca, anche perché il punto di vista adottato è quello di Diana, una donna che non può più fidarsi dei suoi ricordi e delle sue percezioni. Diana è malata, e può solo lasciare che gli altri prendano le decisioni per lei senza metterla a parte, per riserbo o chissà per quale altro motivo. Quando la cura comincia a renderla ancora più confusa, e a trasformare la realtà che la circonda con flash da incubo, Diana inizia a percepire che qualcosa non va e smette di fidarsi, mettendo in discussione anche chi pensava di conoscere bene.

Lentamente, attraverso pochi dialoghi e molti flashback alternati a sprazzi di visioni, inquadrature di sguardi e gesti fugaci, uniti al setting perfetto di una magione isolata, circondata da foresta, pericolose scarpate e giardini misteriosi, Honey Bunch costruisce un'atmosfera di paranoia crescente, che culmina in un finale weird e violento, ben poco rassicurante. Lo stile di Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer ricorda quello degli horror europei anni '70 (di fatto, il film è ambientato in quegli anni), caratterizzati dal contrasto tra una fotografia morbida e flash di violenza surreale, che si fondono fino a confondersi e annullare ogni parvenza di realismo. Fa molto anche la colonna sonora particolare, caratterizzata da echi vintage che mi hanno ricordato tantissimo i brani più riusciti di Pino Donaggio, con quei suoni dissonanti che accompagnano movimenti di macchina improvvisi e rivelatori. Per quanto riguarda gli attori, purtroppo partivo svantaggiata dall'aver visto l'irritante Tito e qualcosa, di quel film, mi dev'essere rimasto, perché ho provato spesso fastidio durante le interazioni tra Diana e Homer. Per carità, Grace Glowicki e Ben Petrie sono bravissimi e, in quanto compagni nella vita vera, sono anche piuttosto naturali e verosimili, ma interpretano due personaggi con i quali, nonostante tutto, non sono mai riuscita ad empatizzare fino in fondo e verso i quali ho provato, fin dall'inizio, un'inspiegabile diffidenza. Molto meglio Jason Isaacs, Julian Richings e Kate Dickie, facce "rassicuranti" che, se non altro, so come gestire e alle quali vorrò sempre bene, anche quando interpretano personaggi discutibili o inquietanti. In conclusione, Honey Bunch è un horror che tratta con originalità e piglio artistico un argomento già battuto altre volte; non è un'opera facile ed immediata e, probabilmente, servirebbe una seconda visione "col senno di poi" per carpirne appieno le sfumature ma, anche così, è un film che consiglio (poi magari provate anche Tito, eh. Giusto per capire se ha fatto schifo solo a me)!

CAST

Dei registi e sceneggiatori Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer ho già parlato QUIJulian Richings (Delwyn), Kate Dickie (Farah) e Jason Isaacs (Joseph) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Grace Glowicki, che interpreta Diana, è la regista, sceneggiatrice ed interprete di Tito, una delle visioni più pesanti dei vari Torino Film Festival, che vedeva tra i protagonisti anche Ben Petrie, il compagno della Glowicki, che in Honey Bunch interpreta Homer. ENJOY!

venerdì 27 maggio 2022

Violation (2020)

Gli originali Shudder sono sempre opere che val la pena di vedere, come questo Violation, diretto e sceneggiato nel 2020 dai registi Dusty Mancinelli e Madeleine Sims-Fewer.


Trama: dopo essere stata violentata dal marito della sorella, una donna cerca vendetta...


Violation
è un film difficilissimo, per mille ragioni. Intanto ha una carburazione lentissima, un po' come She Dies Tomorrow, che rischia di allontanare più di uno spettatore dal cuore della pellicola a causa di dialoghi fiume, personaggi ben poco simpatici e riprese artistiche di elementi naturali che, per quanto affascinanti espressioni del marasma che regna nella mente della protagonista, di sicuro contribuiscono a rallentare ulteriormente il ritmo, spezzato anche dalla scelta di annullare la linearità dell'azione con flashback e vari sfasamenti temporali. Come seconda cosa, è brutale e rivolta lo stomaco, non solo per ciò che di esplicito viene mostrato, ma per il realismo della situazione in cui viene a trovarsi Miriam. La quale, dopo una serata ad alto tasso alcoolico passata con l'amico storico (che è anche il marito della sorella) e dopo un bacio fuggevole subito rinnegato da entrambi, viene violentata nel sonno dal cognato. Lungi dal vergognarsi come un cane il giorno dopo, l'uomo ovviamente, messo alle strette, rivolta completamente la frittata arrivando ad accusare Miriam, "rea" di avere confessato di non fare sesso col marito da mesi e di averlo quindi fondamentalmente invitato a "soddisfarla", soprattutto dopo averlo baciato (e allora perché approfittare del fatto che fosse addormentata?). Disperata, Miriam decide di raccontare tutto alla sorella ma quest'ultima sposa in pieno il punto di vista del marito e, forte di un legame tra sorelle burrascoso e non facile, la accusa a sua volta di avere sedotto il povero cognato e di essere una stronza egoista. Di fronte a un matrimonio sull'orlo del fallimento e all'odio irrazionale della sorella, plagiata da un uomo orribile, a Miriam non rimane altro da fare che pianificare una feroce vendetta. 


Quanto feroce, ovviamente, non vi starò a dire ma vi avviso: Violation è crudo ed incredibilmente esplicito. Miriam non è la protagonista "tipo" del rape and revenge, nonostante faccia cose che una donna probabilmente non riuscirebbe mai a fare neppure in una situazione realistica come quella in cui viene a trovarsi; è funestata da dubbi, ripensamenti, da un profondo disgusto che non l'abbandona neppure una volta arrivata alla fine dell'ordalia perché, di fatto, l'ordalia non è mai finita e mai finirà. Non c'è catarsi nella vendetta di Miriam, solo uno sfogo che lascia il tempo che trova e che non potrà mai lenire cicatrici profondissime inflitte non solo da azioni irreparabili, ma anche dalle parole; l'accusa del cognato di averlo istigato, quelle del marito che ormai ha rinunciato ad amarla perché consapevole della difficoltà di lei di ricambiarlo, quelle della sorella che dà sfogo ad un risentimento causato da anni di conflitti sottesi e da un probabile senso di inferiorità verso chi è "scappato" andando in città a cercare fortuna, abbandonando gli affetti dietro di sé. La vendetta lascia solo lacrime e dubbi, un groppo alla gola impossibile da vomitare, non quando attorno a noi c'è solo l'incapacità di provare empatia e di capire. Se decidete di affrontare Violation, quindi, sappiate che andrete incontro a una sensazione di pesantezza e sconfitta che necessita di una certa predisposizione d'animo. Spettatori avvisati...   

Dusty Mancinelli è il co-regista e co-sceneggiatore della pellicola. Canadese, anche produttore, è al suo primo lungometraggio. Madeleine Sims-Fewer è la co-regista e co-sceneggiatrice della pellicola, inoltre interpreta Miriam. Canadese, anche produttrice, è al suo primo lungometraggio.




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