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martedì 20 giugno 2023

The Wrath of Becky (2023)

Lo aspettavo con trepidazione e finalmente The Wrath of Becky, diretto e co-sceneggiato dai registi Matt Angel e Suzanne Coote, è arrivato!


Trama: due anni dopo la morte del padre per mano di un gruppo di Neo-Nazisti, Becky cerca di rifarsi una vita con l'amato cane Diego. L'incontro con i suprematisti Noble Men scatenerà nuovamente la sua furia...


Nell'anno domini del Covid, tra i molti film interessanti usciti "di straforo", uno di quelli a cui mi sono affezionata di più è stato Becky. Questo perché, a differenza di altri thriller horror che spingevano forte il pedale sull'angoscia già alimentata dalla reclusione pandemica, Becky era una boccata d'aria fresca in cui una ragazzina " si limitava" a macellare un quartetto di stronzi Neo-Nazisti rei di averle rotto le palle in una situazione già non felice, e voi sapete bene quanto sia rilassante la sana ultraviolenza praticata su qualunque tipo di nazi o fascio. Questo, in realtà, era solamente l'aspetto superficiale di Becky, che privava di un vero e proprio happy ending la ragazzina protagonista, dipinta come una sociopatica pericolosa in barba a tutte le sue buone ragioni e per questo destinata a una vita poco felice; questo aspetto Matt Angel e Suzanne Coote sembrano esserselo dimenticati perché il tono di The Wrath of Becky è molto più scanzonato di quello del suo predecessore e non si percepisce alcun disagio sotteso nella messa in scena delle pur giuste vendette di Becky. Vero, sono passati due anni e la ragazzina è riuscita a rimanere fuori dal sistema e ai margini della società, eppure la sua vita è quella "allegra" di un John Wick in incognito, di una piccola Rambo pronta ad affrontare qualsiasi stronzo decida di giocarle un tiro mancino, alla faccia della PTSD. La protagonista non prova né dubbi né disagio per ciò che è stata costretta a fare in passato e anche i suoi trucidissimi sogni ad occhi aperti a base di morti ammazzati vengono presentati allo spettatore come un tocco di originalità pop, niente di cui preoccuparsi, perché tanto poi a rimetterci saranno dei mostri peggiori di Becky. In questo caso, la fastidiosa nemesi dell'adorabile biondina è un altro cancro della società attuale, un gruppo di terroristi misogini guidati da un ex militare, gente pronta a far saltare le istituzioni americane mentre vomita insulti contro le donne (incel, anyone?) in un mix spaventoso di ignoranza, fanatismo, autoindulgenza, bigottismo e ipocrisia. Fino a pochi anni fa, pensare che un gruppo di elementi simili esistesse davvero sarebbe stato più assurdo dell'esistenza della stessa Becky, purtroppo 'ste creature strisciano in mezzo a noi e meriterebbero seriamente tutte le "cure medievali" propinate loro dalla protagonista.


Dal canto suo, Lulu Wilson ormai è calatissima nel ruolo. Dimenticate l'aspetto fanciullesco della Becky di due anni fa, ancora "trasportata" dagli eventi e legata al ricordo della mamma (molto bella la scena del berrettino che la ragazza indossava nel primo film, messo temporaneamente nel cassetto) perché qui subentrano il coming of age e la consapevolezza della protagonista delle proprie identità e capacità, con conseguente trasformazione dell'adorabile attrice in una giovane donna che proprio non conviene sottovalutare né, men che meno, chiamare "dolcezza". La Wilson abbraccia in toto ogni aspetto del carattere di Becky, folle sete di sangue compresa, ed è uno spasso vederla interagire col resto del validissimo, inaspettato cast. Come già accadeva infatti con Kevin James, anche l'ex Stiffler di American Pie, Seann William Scott, è bravissimo nell'inedito ruolo di ex-Marine stronzo fino al midollo e abituato a minacciare gli altri con la sua sola presenza, ma ci sono un paio di guest appearence che rischiano di fare strillare di gioia i fan dell'horror e che non vi spoilero qui (attenti solo al solito elenco di attori a fine post se non volete rovinarvi la sorpresa). Come ho scritto sopra, Matt Angel e Suzanne Coote hanno scelto di dare a The Wrath of Becky un taglio più pop ed esagerato rispetto al precedente film (cosa che si evince fin dai bellissimi titoli di testa, in perfetto stile fumettoso), col risultato di una violenza ancora più sopra le righe e picchi di splatter davvero notevoli, intervallati da sfondamenti della terza parete, flashback e persino what if...? che concorrono a rendere ancora più movimentato il ritmo della pellicola, perfetta da "bersi" tutta d'un sorso in queste calde serate estive. La conclusione, inoltre, mi fa ben sperare per il ritorno di Becky in un terzo capitolo della serie anche se, per il momento, non ci sono news certe all'orizzonte. Per quanto mi riguarda, aspetto fiduciosa, non vedo l'ora!


Dei registi e co-sceneggiatori Matt Angel (che interpreta anche Sean) e Suzanne Coote ho già parlato QUI. Lulu Wilson (Becky), Seann William Scott (Darryl) e Kate Siegel (Agente Kate Montana) li trovate invece ai rispettivi link.


Jill Larson, che interpreta Darryl Sr., è stata l'iconica Deborah Logan di The Taking mentre Courtney Gains, che interpreta il viscido Twig, è lo storico Malachia di Grano Rosso Sangue. Ovviamente, se The Wrath of Becky vi fosse piaciuto recuperate il primo capitolo della saga, Becky (lo trovate facilmente su Prime Video) e incrociate le dita perché il terzo si faccia! ENJOY!


mercoledì 4 ottobre 2017

Il gioco di Gerald (2017)

Venerdì 29 settembre è uscito su Netflix Il gioco di Gerald, diretto e sceneggiato da Mike Flanagan a partire dal romanzo omonimo di Stephen King. Per motivi logistici sono riuscita a vederlo solo lunedì ed ecco cosa ne penso!


Trama: dopo un gioco erotico finito male Jessie si ritrova ammanettata al letto, costretta a lottare per la sua sopravvivenza e per non soccombere ai ricordi di un passato traumatico...


Il gioco di Gerald è stato uno dei libri del Re che più ho odiato ma la cosa è comprensibile: l'ho letto a 15 anni ed era il momento in cui avevo scoperto King da poco grazie ad altri suoi romanzi più horror e meno introspettivi, come Carrie, L'incendiaria, A volte ritornano, It e L'ombra dello scorpione, di sicuro non avevo né l'età né la testa per apprezzare quello che alla fine è il lunghissimo stream of consciousness di una donna che sta per morire, tra voci in testa, frugolini e uomini della luna. Ammetto anche che il 90% degli argomenti trattati mi provocava abbastanza repulsione, ché l'idea di una donna ammanettata al letto da un marito laido e ciccione, per di più costretta a ricordare "cose" fatte dal padre durante un'eclissi (e non dimentichiamo che all'epoca non potevo cogliere i riferimenti a Dolores Claiborne, che non avevo ancora letto, quindi al disgusto si era sommata la confusione...), mi faceva sentire sporca nemmeno stessi leggendo un romanzo porno ed è per tutti questi motivi che non ho più toccato Il gioco di Gerald fino ad un paio di settimane fa, quando l'ho recuperato proprio in vista dell'uscita del film di Flanagan. Leggerlo a 36 anni, più o meno l'età della protagonista (il che mi ha scatenato un eccesso di risa fuori scala visto che una quasi quarantenne viene descritta da King come una catananna con un piede nella fossa), non mi ha causato le stesse reazioni della prima volta, anzi, al di là dei risvolti thriller ho molto apprezzato la graduale presa di coscienza di una donna decisa a rinnegare sé stessa, che grazie ad un'esperienza traumatica si libera di tutte le menzogne che hanno reso la sua vita un inferno bianco, fatto di bugie e compromessi. L'aspetto thriller, poi, è stato impressionante al punto che nel momento "clou" (probabilmente rimosso dall'adolescenza e grazie a Dio) sembravo Benigni ne Il mostro, con una mano che reggeva il libro e l'altra che si agitava freneticamente, mentre cercavo di non leggere per intero la descrizione dettagliata di King. Maledetto. Intanto, nel mio cervellino si faceva strada una sola domanda: come caspita sarebbe riuscito Flanagan a rendere interessante e soprattutto credibile e non ridicola la storia di una donna bloccata in un letto, composta al 90% di dialoghi tra lei e le "voci nella sua testa", Ruth e Frugolino in primis?


Ebbene, Mike Flanagan ha fatto centro ancora una volta. Il suo Gioco di Gerald è da cardiopalma dall'inizio alla fine, psichedelico a tratti, fedele alla fonte originale senza risultare ridicolo o spersonalizzato, anzi. Il regista e sceneggiatore ricorre a tutti i trucchi del mestiere, tra cui visioni, sogni ad occhi aperti, incubi, sequenze ingannevoli, flashback, sovrapposizioni di passato e presente e persino qualche jump scare per non mostrare il fianco neppure a un momento di noia e in tutto questo riesce a scavare nell'animo della protagonista senza essere prolisso o pedante, utilizzando interlocutori plausibili e molto convincenti. La monotonia di una stanza da letto viene evitata grazie ad abili giochi di luci ed ombre, riprese esterne che puntano ad enfatizzare ancora di più l'isolamento della protagonista e un montaggio abbastanza rapido che rende i botta e risposta tra Jesse e le sue "voci" dinamici ed incalzanti; di più, Flanagan gioca con chi conosce il romanzo (e l'universo Kinghiano in generale, via) sfiorando con la macchina da presa elementi che diventeranno di fondamentale importanza e non lesina, ahimé, sul gore, al punto che sono riuscita a guardare "quella" scena in particolare solo per metà e non senza una bella dose di disagio (lo stesso disagio, tra l'altro, provato a inizio pellicola, nell'esatto momento in cui Jessie si rende conto della situazione in cui si trova, cosa che mi ha portata a dire al povero, ignaro Bolluomo "No ma io mica riesco a guardarlo 'sto film!"). Rafforzata da una bella regia, la sceneggiatura restituisce allo spettatore la figura di una donna forte, complessa, affatto banale, costretta a superare un calvario interiore prima ancora che fisico ed incapace di liberarsi dalle "manette" di un passato scomodo che è riuscito a condizionare la sua esistenza in modi inimmaginabili e l'ha lasciata alla mercé di mostri che hanno poco da invidiare al fantomatico "Uomo della luna", incarnazione della Morte stessa eppure così incredibilmente umano.


Rimanendo in tema Uomo della Luna, probabilmente l'unica cosa che non ho apprezzato de Il gioco di Gerald è l'abbondante utilizzo di CG per quello che lo riguarda, tecnica che gli ha conferito l'aspetto di un pupazzo più che di un uomo (per quanto deforme), mentre invece le sequenze ambientate durante l'eclissi hanno un colore malato decisamente apprezzabile. Il film però non starebbe in piedi senza la fenomenale interpretazione della bellissima Carla Cugino, un'attrice che personalmente non ho mai apprezzato granché ma che qui tira fuori delle doti interpretative non da poco, reggendo praticamente da sola la pellicola. Che sia ammanettata al letto e ridotta all'ombra di sé stessa, che si presenti nei panni della versione più sicura e affascinante di Jessie, che si palesi sul finale con quella meraviglia di abito verde smeraldo, Carla Cugino riesce a bucare lo schermo come le sue "sorelle" sottoposte al trattamento Flanagan, un Autore capace di tirare fuori il meglio da tutte le attrici che hanno l'onore di partecipare ai suoi film. Validissima anche l'interpretazione di un caratterista come Bruce Greenwood, che ha conferito a Gerald (descritto nel romanzo come un mollaccione laido e disgustoso) un che di "sensuale", se mi passate il termine, trasformandolo in un suadente consigliere fraudolento, la comoda e pericolosa via d'uscita di Jessie da tutti i suoi guai. Tra l'altro, 61 anni portati benissimo, signo', complimenti per l'addominale scolpito che il Gerald kinghiano poteva solo sognarsi! Su questa nota un po' sciocca chiudo, sottolineando che invece Il gioco di Gerald sciocco non è, proprio per niente, e assieme a It è sicuramente il miglior adattamento Kinghiano che vi capiterà di vedere quest'anno.


Del regista e sceneggiatore Mike Flanagan ho già parlato QUI. Carla Cugino (Jessie Burlingame), Bruce Greenwood (Gerald Burlingame), Henry Thomas (Tom) e Kate Siegel (Sally) li trovate invece ai rispettivi link.

Carel Struycken interpreta l'Uomo della Luna. Olandese, lo ricordo per essere stato il Gigante di Twin Peaks e il Lurch de La famiglia Addams e La famiglia Addams 2, inoltre ha partecipato a film come Le streghe di Eastwick, Men in Black e a serie quali Hunter, Streghe, My Name is Earl e Cold Case. Anche sceneggiatore e produttore, ha 69 anni e un film in uscita.



Se Il gioco di Gerald vi fosse piaciuto consiglio ovviamente la lettura del libro. ENJOY!

venerdì 18 novembre 2016

Ouija: L'origine del male (2016)

Con tre tranquillissime settimane di ritardo è arrivato anche a Savona Ouija: L'origine del male (Ouija: Origin of Evil), diretto e co-sceneggiato dal regista Mike Flanagan nonché sequel dell'abominevole Ouija.


Trama: Alice Zander, vedova con due figlie, si guadagna da vivere fingendo doti di sensitiva e abbindolando chi cerca di parlare coi propri cari defunti. Per aggiungere spettacolarità alle sue frodi decide di acquistare una tavoletta ouija ma lo strumento comincia ad influenzare negativamente Doris, la figlia minore...


Dopo la visione di quella schifezza invereconda di Ouija, horror fatto coi piedi se mai ce n'è stato uno, rivolto ad un pubblico di bambini minorati, l'idea che a qualcuno fosse venuto in mente di produrre e girare un sequel mi aveva portata a giurare di non guardarlo neppure per sbaglio. Quando hanno cominciato a circolare voci sul coinvolgimento dell'apprezzato Mike Flanagan e, soprattutto, quando sono spuntati i primi, terrificanti trailer, la mia decisione è venuta meno, al punto che Ouija: L'origine del male è diventato uno dei must see della stagione. Ora che finalmente ho avuto modo di guardarlo, posso dire che come sequel è sicuramente meglio del predecessore, ma ci voleva poco, e che in generale come horror è molto gradevole e spaventevole il giusto. Niente di eclatante, per carità, ché Flanagan ha fatto di meglio, tuttavia la personalità del regista si sente, almeno nella prima parte della pellicola. Ouija: L'origine del male in verità è, come dice il titolo, il prequel di Ouija ma è un film godibilissimo anche da chi non ha mai guardato il primo capitolo della saga, se così si può chiamare; ambientato nella Los Angeles degli anni '60, si concentra sulle vicissitudini della famiglia Zander e sugli sforzi di mamma Alice per sbarcare il lunario e crescere due figlie comprensibilmente traumatizzate dalla morte improvvisa del padre. Immerse in un'atmosfera che mescola elementi religiosi (le ragazze frequentano una scuola cattolica e Doris prega ogni sera) ed esoterici (il sostentamento della famiglia proviene dalle false sedute spiritiche della madre, eseguite con l'aiuto delle figlie), le due fanciulle fanno del loro meglio perché la loro vita sociale non venga rovinata da questa condizione disagiata ma Doris, la più piccola e permeabile alle suggestioni, conserva nel suo cuore la speranza che le arti della madre siano vere e che le consentano un giorno di parlare con l'amato papà. Quando la terribile tavoletta ouija entra nella loro casa, Doris comincia a sviluppare strane abilità e diventa il canale attraverso cui gli spiriti riescono a comunicare con i vivi e ovviamente Alice, spinta anche dalla convinzione che il marito defunto abbia avvicinato la piccola, inizia ingenuamente a sfruttare il dono della bambina per legittimare il proprio lavoro di ciarlatana, ignorando le regole del buonsenso fino all'estremo punto di rottura (nel vero senso della parola). Da qui in poi il film si snoda su percorsi abbastanza prevedibili e l'approfondimento psicologico-sociale della vicenda viene un po' gettato alle ortiche, preferendo concentrarsi su una serie pressoché ininterrotta, benché nel mio caso efficace, di sequenze inquietanti e jump scare assortiti, quasi tutti incentrati sulla terrificante "mascella snodata" di Doris.


Ouija: L'origine del male è dunque un film dove la mano dell'autore, sia alla regia che alla sceneggiatura, si vede e si sente, ma è una mano frenata dalle esigenze di mercato e dalle necessità della Blumhouse factory, la quale fondamentalmente esige prodotti assai simili, di rapido consumo e remunerativi. La cura iniziale nel tratteggiare i personaggi e cercare di renderli diversi dalle figure monodimensionali che popolavano Ouija si sottomette, nel corso del film, alle regole di questo tipo di horror a base di possessioni spiritico-demoniache, tanto che la seconda parte di L'origine del male probabilmente arriverà a confondersi, col tempo, nel calderone delle mille altre pellicole a tema che ho visto in questi ultimi anni. Stesso discorso per la regia. Flanagan si prende il tempo di giocare non solo con le atmosfere vintage, aggiungendo di tanto in tanto delle "scollature" tra un fotogramma e l'altro così da simulare l'utilizzo della vecchia pellicola, ma impone allo spettatore il punto di vista degli spiriti che circondano la famiglia Zander, ruotando spesso la cinepresa dall'alto verso il basso, oppure sceglie di mostrarci cose spaventevoli lasciandole volutamente sfocate e in secondo piano, concentrandosi sulle espressioni bellamente ignare di chi non ha idea di cosa stia accadendo alle sue spalle. Sono tocchi di stile che, come ho detto, alla lunga sono costretti a lasciare spazio ad una risoluzione imperniata sull'effetto digitale rapido e scioccante, talvolta fatto a tirar via (a mio avviso la scena del "bungee jumping col morto" è inguardabile), e sul make-up a effetto più che sull'intelligenza di regia e montaggio. Dunque Ouija: L'origine del male rischia di farsi ricordare giusto per l'aria di modernariato data da costumi, trucco e parrucco delle protagoniste, per la colonna sonora a tema e per le fattezze genuinamente inquietanti della giovanissima Lulu Wilson, fin dai trailer vero fulcro della pellicola nonché bimbetta dal sorriso maligno ben più terrificante di qualsiasi bambola Annabelle: che l'attrice sia stata una delle poche persone, assieme agli sceneggiatori, ad avere compreso le reali implicazioni della "possessione" e la natura del destino di Doris? A prescindere, spero di rivederla presto in altri film di genere, prima che l'incedere dell'età la condanni al dimenticatoio come altri suoi colleghi bambini. A voi intanto consiglio la visione di Ouija: L'origine del male senza aspettarvi troppo e aggiungo di rimanere in sala fino alla fine dei titoli di coda (o mandare avanti veloce sperando non li abbiano tagliati) perché c'è una breve scena post-credit che lega definitivamente il film di Flanagan al suo abominevole predecessore.


Del regista e co-sceneggiatore Mike Flanagan ho già parlato QUI. Doug Jones (il fantasma di Marcus), Kate Siegel (Jenny Browning) e Lin Shaye (Lina Zander) li trovate invece ai rispettivi link.

Elizabeth Reaser interpreta Alice Zander. Americana, ha partecipato a film come Twilight, The Twilight Saga: New Moon, The Twilight Saga: Eclipse, The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1, The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 2 e serie quali I Soprano, Grey's Anatomy e True Detective. Ha 41 anni.


Henry Thomas interpreta padre Tom Hogan. Americano, universalmente conosciuto come il piccolo Eliott di E.T. L'extraterrestre, ha partecipato a film come Valmont, Psycho IV, Vento di passioni, Gangs of New York, Desperation e serie quali Masters of Horror, Incubi e deliri e CSI - Scena del crimine. Ha 45 anni e un film in uscita, l'imminente Il gioco di Gerald.


Annalise Basso, che interpreta Lina, aveva già partecipato al film Oculus - Il riflesso del male, sempre diretto da Flanagan mentre la piccola Lulu Wilson, che interpreta Doris, tornerà ad inquietarci nell'imminente Annabelle 2. Come ho già avuto modo di dire nel post, Ouija: L'origine del male segue (o meglio, precede) l'orrido Ouija, che non vi consiglio di recuperare: se il film di Flanagan vi fosse piaciuto guardate piuttosto Oculus - Il riflesso del male e Somnia. ENJOY!

domenica 22 maggio 2016

Hush (2016)

Ne stanno parlando tutti benissimo quindi è venuta anche a me voglia di guardare Hush, diretto e co-sceneggiato dal regista Mike Flanagan e distribuito in Italia con l'orrido titolo Il terrore del silenzio che durante il post non userò manco morta!


Trama: all'età di 13 anni la scrittrice Maddie è diventata sordomuta a causa di una meningite. Nonostante questo handicap, per poter immergersi meglio nel lavoro la ragazza ha scelto di vivere in un'isolata casa di campagna e una sera viene aggredita proprio lì da un uomo mascherato e armato di balestra, intenzionato a ucciderla...



Quello delle home invasion è un filone tra i più ansiogeni che siano mai stati creati. Dopo avere apprezzato Mike Flanagan come autore di horror sovrannaturali, posso dire di avere gradito molto anche il suo approccio a questo genere meno "fantasioso" ma più terrificante, soprattutto perché lui e la moglie Kate Siegel (che veste anche gli scomodi panni della protagonista) si sono impegnati a creare un terribile gioco tra gatto e topo, zeppo di ostacoli da superare necessariamente con una buona scrittura e un'ottima regia. Ciò che differenzia Hush dalla maggior parte degli home invasion è proprio il fatto che, come da titolo originale, la protagonista è muta e soprattutto sorda; all'handicap di non poter chiamare aiuto una volta capito che qualcuno la vuole uccidere si aggiunge pertanto quello di non sentire neppure il proprio aguzzino e qui viene meno il grosso vantaggio che le damsel in distress mediamente furbe possono sfruttare per sopravvivere in situazioni simili. Maddie è letteralmente costretta a tenere SEMPRE il killer sotto stretto contatto visivo e ciò scatena inevitabilmente nello spettatore dei moti d'ansia ininterrotti perché, ovviamente, la protagonista deve esporsi più del necessario e ogni volta che lo psicopatico esce dall'inquadratura subentra la consapevolezza che potrebbe trovarsi davvero ovunque, protetto dalla cappa di silenzio che opprime la ragazza. E' proprio questo dettaglio apparentemente "insignificante" a creare tutta una serie di dinamiche capaci di rivitalizzare e rendere ancora originale un filone ormai abusato come quello degli home invasion, oltre ad incrementare l'empatia provata dallo spettatore verso la protagonista, potenzialmente più fragile di altri e quindi maggiormente degna di umana pietà.


Kate Siegel mette palesemente l'anima nell'interpretazione di Maddie, aiutata da una sceneggiatura che fa di tutto per renderla simpatica e molto umana, ponendo l'accento su quei piccoli difetti che esulano dal suo handicap e relazionandola con pochi personaggi che, giustamente, la trattano come la persona normale che vorrebbe essere. Di fatto anche il maniaco si rapporta a Maddie come farebbe con qualsiasi altra vittima, sfruttando i suoi problemi non tanto come un vantaggio (il film finirebbe subito) ma piuttosto come un divertimento aggiunto che potrebbe potenzialmente portare avanti il suo gioco perverso all'infinito. Certo, laddove Kate Siegel è capace e profondamente espressiva, quel John Gallager Jr. che già non avevo apprezzato in 10 Cloverfield Lane lascia un po' a desiderare anche qui ma fortunatamente lo spettatore italiano potrà ravvisare un'incredibile somiglianza con il baldo Salveenee, cosa che mi ha reso il personaggio ancora più inviso e, di conseguenza, ha trasformato ogni mazzata infertagli in un attimo di pura e semplice goduria. Gli ultimi punti a favore della pellicola sono il sonoro (e soprattutto la parziale assenza dello stesso) e la capace regia di Mike Flanagan il quale, nonostante sia la Blumhouse che la Intrepid Pictures lo stiano praticamente facendo lavorare a cottimo, non perde un briciolo della sua eleganza neppure dietro la macchina da presa e sono convinta che mi darà ancora parecchie gioie per il futuro. Quindi, dategli fiducia e recuperate Hush!


Del regista e co-sceneggiatore Mike Flanagan ho già parlato QUI mentre John Gallager Jr., che interpreta Salv... ehm... "l'uomo", lo trovate QUA.

Kate Siegel interpreta Maddie ed è anche la co-sceneggiatrice della pellicola, oltre che moglie di Mike Flanagan. Americana, ha partecipato a film come Oculus - Il riflesso del male e a serie come Ghost Whisperers e Numb3rs. Ha un film in uscita, Ouija 2 che, in quanto diretto da Flanagan, si spera verrà fuori meglio del predecessore.


Se Hush vi fosse piaciuto recuperate Gli occhi della notte, The Strangers, You're Next e Funny Games. ENJOY!

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