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mercoledì 22 aprile 2026

2026 Horror Challenge: La casa dalle finestre che ridono (1976)


Oggi la challenge horror chiedeva la visione di un film che non fosse in lingua inglese, quindi ne ho approfittato per riguardare, dopo 20 anni, La casa dalle finestre che ridono, diretto e co-sceneggiato dal regista Pupi Avati nel 1976.

Trama

Il giovane pittore Stefano viene chiamato in un paesino emiliano per restaurare l'affresco di una chiesa, sul quale gravano terribili misteri...

RECENSIONE

La memoria è veramente una cosa strana. Ho guardato La casa dalle finestre che ridono solo una volta nella vita, e del film ricordavo benissimo il delirante monologo iniziale in cui "il pittore delle agonie" Legnani vanta la bellezza dei suoi "color", ma avevo completamente rimosso il colpo di scena finale, cosa che mi ha lasciata scioccata e a bocca spalancata sul divano di casa, qualche sera fa. E' un po' la reazione generale che ho avuto nel corso dell'intera visione de La casa dalle finestre che ridono, film che scorre fluido come l'acqua dei corsi che inframmezzano la bassa padana in cui è ambientato, ma che lascia addosso la stessa sensazione di mestizia e putridume. Il folk horror padano di Avati, pesantemente contaminato dagli elementi chiave del giallo, ha il sapore di una condanna fin dalle prime, inquietanti sequenze, e vede il giovane ed innocente restauratore Stefano invischiato in una vicenda più grande di lui. Il protagonista è un elemento esterno che, con l'"arroganza" tipica di chi viene da fuori e pretende di giocare secondo le proprie regole, non si accorge di essere una mera marionetta manovrata, fin dall'inizio, da chi ormai è parte integrante del meccanismo di un minuscolo mondo a parte, dal quale è molto difficile uscire. Nel paesino in cui il sindaco ha deciso di sfruttare la leggenda del folle pittore locale per portare denaro, tutti sanno ma non parlano, inorriditi da un male decennale che pure non hanno coraggio, né interesse, a sradicare. Non c'è un perché, è così e basta, a mo' di specchio di un immobilismo che vede un luogo e degli abitanti ancora fiaccati dalle conseguenze della Seconda Guerra Mondiale rinchiudersi in loro stessi; i giovani se ne vanno, i vecchi rimangono, le facce sono sempre le stesse e anche i pochi elementi di disturbo o vengono integrati oppure, come Coppola, vengono tenuti a bada e redarguiti, a meno che non commettano passi veramente falsi dai quali non è possibile tornare indietro. 

Oltre all'isolamento e all'omertà, l'elemento fondamentale di ogni folk horror che si rispetti è l'esistenza di un elemento oscuro o perturbante che rende il luogo "nemico" dell'incauto foresto che osa, volontariamente o meno, attentare agli equilibri consolidati. Nel caso de La casa dalle finestre che ridono, tale elemento è il pittore Legnani, l'oscura leggenda locale, il "pittore delle agonie" che amava ritrarre i moribondi e fissare su tela la morte stessa. Pur nella sua assenza, il folle artista è presente fin dalle prime immagini del film, e si insinua nella mente dello spettatore attraverso le sue terrificanti, rozze opere. Il martirio di San Sebastiano, fulcro del mistero che perseguiterà Stefano per tutto il film, è l'equivalente di un affresco maledetto: più l'opera viene riportata alla luce, più l'ambiente e le persone attorno al protagonista diventano inquietanti e l'atmosfera si fa opprimente e paranoica, sia per Stefano che per lo spettatore. La paranoia va di pari passo con l'utilizzo di ambienti sempre più limitati e con un'intelligente gestione dello spazio. Il paesino in cui dimorava il Legnani è già di per sé un ambiente isolato, circondato da rigagnoli, zone paludose e una vasta, brulla pianura che sembra non finire mai, ma a un certo punto del film Stefano è costretto a trasferirsi in una villa disabitata, salvo per la presenza di un'anziana paralitica. La villa in questione è l'emblema stesso dell'edificio gotico, di quei luoghi intrinsecamente maligni di cui parla spesso Stephen King nelle sue opere; tra corridoi pieni di suoni sinistri e stanze apparentemente vuote nelle quali fatica ad entrare la luce, la villa de La casa dalle finestre che ridono (che, per inciso, non è quella del titolo) è una gabbia che rende Stefano ancora più vulnerabile, l'esatto contrario di una casa calda e sicura, anche quando il protagonista si illude di potervi instillare un briciolo di calore casalingo intrecciando una relazione con la bella Francesca. 

I momenti di intimità tra Stefano e Francesca, accompagnati fin dal primo sguardo fugace sul traghetto da una melodia romantica, suonano quasi beffardi col senno di poi, l'illusorio tentativo di stemperare una tensione e un senso di inquietudine che, in realtà, non scompaiono mai. E' lo stesso effetto che fanno i personaggi "da commedia popolare" che abitano il paesello, col loro accento emiliano e i divertenti siparietti quotidiani; fine "cacciatore" di volti interessanti, Avati affianca al viso pulito di Lino Capolicchio un parterre di comprimari uno più particolare dell'altro, ingannando lo spettatore con il miraggio di un cliché regionale di ospitalità, simpatia e cameratismo. In realtà, le maschere comiche nascondono non solo la tragedia, ma anche l'orrore, dapprima con pochi elementi dissonanti che possono passare per "stranezze", poi con vere e proprie esplosioni di follia che lasciano poco scampo agli incauti testimoni. Questa progressiva percezione di ciò che si cela dietro le apparenze va di pari passo col ritmo del film, che procede lento fin verso la metà della durata, abbracciando atmosfere gotiche ed elementi registici più vicini ai gialli "d'atmosfera", per poi diventare sempre più allucinato e violento, in un crescendo di rivelazioni scioccanti e sequenze che hanno il sapore di un incubo ad occhi aperti. Il mio cervello, evidentemente, vent'anni fa si era bloccato alla rappresentazione reale del martirio di San Sebastiano e alla folle rivelazione di ciò che si cela dentro un armadio, perché quello che arriva sul finale, che spazza via ogni speranza di una realtà governata dal "bene" e da qualsiasi percezione razionale ed empirica, è talmente all'avanguardia da farmi venire voglia di prendere una macchina del tempo solo per vedere le facce degli spettatori dell'epoca. La speranza è quella di dimenticare tutto un'altra volta, così da rimanere di nuovo scioccata tra vent'anni e godermi al meglio questo grande capolavoro del cinema di genere italiano.   

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Pupi Avati ho già parlato QUI. Lino Capolicchio (Stefano) e Gianni Cavina (Coppola) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Francesca Marciano, che interpreta Francesca, ha avuto in seguito una carriera di sceneggiatrice, con film come Maledetto il giorno che ti ho incontrato, Io non ho paura e il recente L'arte della gioia. Se La casa dalle finestre che ridono vi fosse piaciuto recuperate Zeder, Profondo Rosso e Non si sevizia un paperino. ENJOY!

domenica 15 marzo 2020

Solamente nero (1978)

Sul nuovo Canale 34, appartenente all'offerta gratuita del digitale terrestre, tutti i mercoledì in prima serata c'è un giallo o un thriller all'italiana. Qualche giorno hanno programmato Solamente nero, diretto e co-sceneggiato nel 1978 dal regista Antonio Bido.


Trama: Stefano, giovane professore universitario, si prende un periodo di riposo a Venezia, ospite del fratello Don Paolo. Al suo arrivo, tuttavia, la città comincia a venire scossa da terribili delitti.


Non avevo mai sentito parlare né di Solamente nero né di Antonio Bido, ho deciso di guardare il film mercoledì perché un amico appassionato me lo ha comunicato via whatsapp e ho pensato "perchè no?". Mi aspettavo, onestamente, qualcosa di trash e realizzato malissimo, la tipica parodia di giallo all'italiana con attori cani e surreali momenti di sconforto, invece mi sono trovata davanti un prodotto sicuramente derivativo ma anche molto dignitoso. L'inizio, già, non è male, col titolo piazzato in sovrimpressione sull'immagine di una ragazza morta in un paesino di campagna, appendice di un flashback che racconta un delitto commesso anni prima dell'inizio della storia. Veniamo quindi introdotti ai misteri di un'isoletta della laguna veneziana attraverso le parole di un parroco non molto tenero nei confronti dei suoi compaesani, tra i quali figurano alcuni elementi di spicco impegnati in serate turpi in compagnia di una medium; il fratello del parroco, il protagonista Stefano, è vittima di un forte esaurimento nervoso e spera di ritrovare la tranquillità nel luogo dov'è nato e cresciuto, ma purtroppo il suo arrivo inaugura una serie di delitti efferati e misteriosi che cominciano a toccarlo da vicino nel momento in cui suo fratello, testimone di uno degli omicidi, inizia a ricevere minacce anonime. La trama del film si snoda dunque tra misteriosi delitti commessi da un killer con le mani e il volto celati e i tentativi di Stefano di capire chi si nasconda dietro l'ombra che sta eliminando a poco a poco tutte le persone legate alla medium, ognuna col suo bello scheletro nell'armadio, tentativi non molto convinti, a dire il vero, poiché il bel professorino è anche impegnato a concupire Sandra, artista in erba depositaria di un indizio preziosissimo, anzi, risolutivo.


Due cose, anzi tre, colpiscono di Solamente nero. Innanzitutto, per essere un giallo vi sono molte sequenze ambientate di giorno, con una fotografia luminosa a base di colori caldi, che vedono i personaggi vagare per le calli veneziane senza uno scopo oppure a divertirsi, in aperto contrasto con le scene notturne o piovose tipiche dei gialli dell'epoca, in cui la tensione si taglia col coltello. Gli attori, poi, sono semplicemente belli belli in modo assurdo. Sarà che la sera prima avevo guardato Non ho sonno, ma qui spiccano proprio l'eleganza e la bellezza dei due protagonisti (e persino del prete, decisamente un bell'uomo) e l'espressività calzante dei personaggi secondari o degli antagonisti, oltre a un doppiaggio o ri-doppiaggio gradevolissimo da ascoltare. Gli omaggi del regista ad Argento e persino, in una sequenza, ad Hitchcock non privano di personalità un film che, sul finale, regala allo spettatore una bella sequenza visionaria a base di sensi di colpa, e la colonna sonora scritta da Stelvio Cipriani ed eseguita dai Goblin è la ciliegina sulla torta di una pellicola che si lascia guardare senza nessun problema, magari sperando di ottenere, un giorno, il fisico per indossare una sexyssima collana da girovita come la bella Stefania Casini.


Di Lino Capolicchio, che interpreta Stefano, ho già parlato QUI.

Antonio Bido è il regista e co-sceneggiatore della pellicola, inoltre compare in una scena al cimitero. Veneto, ha diretto film come Il gatto dagli occhi di giada, Barcamenandoci e Blue Tornado. Anche attore e produttore, ha 71 anni.


Stefania Casini, che interpreta Sandra, era la sara di Suspiria. Se Solamente nero vi fosse piaciuto recuperate la trilogia degli animali di Dario Argento e Sette donne per l'assassino di Mario Bava, oltre ad altri gialli del periodo! ENJOY!

venerdì 30 agosto 2019

Il signor Diavolo (2019)

Tripletta, questa settimana. Aspettando It - Capitolo 2 i cinema si riempiono di opere horror e stavolta è toccato a Il signor Diavolo, diretto e co-sceneggiato dal regista Pupi Avati.


Trama: negli anni '50, un funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia viene incaricato di indagare su un caso di omicidio in un paesino del Veneto, dove un ragazzino ne ha ucciso un altro convinto di avere a che fare col demonio...


Il signor Diavolo di Pupi Avati è una lettura che mi ha tenuto compagnia per un paio di giorni estivi, un romanzo breve che cattura il lettore dalla prima all'ultima pagina e lascia di stucco con un finale angosciantissimo (non che ciò che viene prima non lo sia, beninteso). Avevo quindi molte aspettative per il film diretto e co-sceneggiato dallo stesso Avati ma anche parecchi timori, in quanto le critiche verso Il signor Diavolo non erano per nulla positive: si parlava di un horror già vecchio, sciatto, un passo indietro rispetto a ciò che dovrebbe essere la rinascita del genere italiano, ecc. ecc.. A seguito della visione, posso dire di ritrovarmi esattamente nel mezzo tra chi saltella di gioia e chi soffre per il disgusto, perché l'ultimo film di Avati ha sia pregi che, purtroppo, difetti e tutto sta nel mettersi nell'ottica giusta. Il primo pregio, di sicuro, è il modo in cui Il signor Diavolo è radicato nella storia italiana e in una mentalità superstiziosa che in molte zone non si è ancora persa. Il giovane funzionario Furio Momenté viene mandato dal Ministero di Grazia e Giustizia, nel primo dopoguerra italiano governato con pugno di ferro dalla Democrazia Cristiana, a risolvere una questione potenzialmente assai incresciosa per un partito che proprio sulla mentalità bigotta e superstiziosa si appoggia e che non è pronto a subire l'altro lato della medaglia dell'ignoranza facilmente malleabile, soprattutto quando il Diavolo (o meglio, il signor Diavolo) pare metterci lo zampone. In uno sperduto paesino del Veneto, un ragazzino ne ha ucciso un altro sobillato da una suora e da un sagrestano, convinti che il giovane Emilio, nato deforme, altri non sia che un'incarnazione del demonio nonché fonte di tutte le disgrazie che stanno colpendo molti degli abitanti del paese. La madre di Emilio, donna potentissima e un tempo fervente sostenitrice della Democrazia Cristiana, ha deciso di far di tutto, comprensibilmente, perché le magagne della Chiesa vengano alla luce e il compito di Momenté è far sì che né la suora né il sagrestano né nessun altro esponente del clero compaia in un'aula di tribunale. All'interno degli atti secretati del Ministero, che mettono su carta gli interrogatori del piccolo assassino, si snoda quindi la vicenda condensata nella prima parte del film, quella più affascinante, che spazia tra spaccati di vita contadina immersi in uno squallore innaturale, orribili visioni e riti in bilico tra magia nera, religione e superstizione, come se la realtà tangibile e quella nascosta ai nostri occhi andassero costantemente a braccetto, inscindibili l'una dall'altra.


Avati si conferma dunque fine indagatore degli orrori della provincia "ignorante" e antica, oltre che talent scout di volti che restano impressi quasi più delle vicende narrate. Con tutto il rispetto per i poveri attori coinvolti, in quanto io per prima bella non sono, Il signor Diavolo presenta infatti un campionario di gente orrenda da primato, a partire dal convincentissimo protagonista, sfigatello e sudaticcio, passando per il piccolo Carlo, brutto come il peccato, per non parlare poi del cantante Cesare Cremonini, sepolto sotto un make-up che lo rende irriconoscibile e tanto più inquietante per me, ché il padre di Carlo è identico al mio boss, porca miseria. A proposito di make-up, gli effetti speciali di Stivaletti sono pochi ma buoni, degni complementi di immagini scioccanti che riversano incubi ancestrali all'interno delle misere esistenze degli abitanti di Liù Piccolo, e francamente questo ritorno all'horror italiano più "casereccio", fatto di singoli momenti scioccanti incorniciati in una vicenda lenta ed inquietante, persino confusa a tratti, a me non è dispiaciuto. Certo, proprio questa lentezza e confusione, soprattutto nella seconda parte, contribuiscono a rendere Il signor Diavolo un film non proprio riuscitissimo e sì, "vecchio", al quale The Nest (giusto per fare un confronto con un horror italiano recente) riesce a fare le scarpe senza problemi, a livello di regia e fotografia in primis. Forse per conquistare maggiormente la platea cinematografica, che ovviamente ha esigenze diverse da un lettore, Avati e soci hanno puntato molto su un singolo, terrificante evento accorso nel passato del deforme Emilio, infilando storie di fantasmi e presenze anche dove non ce n'era bisogno, e il pre-finale, col protagonista che vaga da un posto all'altro interrogando persone senza cavare un ragno dal buco, è inutilmente dilatato e rende ben poco sullo schermo, soprattutto perde di quella caratteristica allucinata che lo rende così avvincente ed inquietante nel libro. Altra enorme pecca, almeno per me, il finale, che priva di qualsiasi ambiguità quello del romanzo, scodellando un cattivo ad hoc. Insomma, il ritorno all'horror di Pupi Avati poteva essere sicuramente meglio ma poteva anche essere molto peggio. Come ho scritto, io mi pongo nel mezzo ma sono comunque contenta che qualche "vecchio" ancora approdi nelle sale cinematografiche con opere come questa.


Del regista e co-sceneggiatore Pupi Avati ho già parlato QUI mentre Alessandro Haber, che interpreta Padre Amedeo, lo trovate QUA.

Gianni Cavina interpreta il sagrestano. Nato a Bologna, ha partecipato a film come La casa dalle finestre che ridono, Cornetti alla crema, Regalo di Natale, La rivincita di Natale e Benvenuto presidente!. Anche sceneggiatore, ha 78 anni.


Lino Capolicchio interpreta Don Zanini. Nato a Merano, ha partecipato a film come Il giardino dei Finzi Contini, La casa dalle finestre che ridono e a serie come La piovra 3. Anche regista e sceneggiatore, ha 75 anni.


Lorenzo Salvatori, che interpreta Emilio, ha 29 anni ed è affetto dalla sindrome di Noonan. Tra le varie guest star che compaiono nel film segnalo un irriconoscibile Andrea Roncato nei panni dell'anziano dottor Rubei e il già citato cantante Cesare Cremonini in quelli del padre di Carlo. Detto questo, vi consiglio la lettura de Il signor Diavolo, ovviamente. ENJOY!

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