giovedì 7 maggio 2015

(Gio) WE, Bolla! del 7/05/2015

Buon giovedì a tutti! Nell'attesa che la settimana prossima esplodano le sale con Mad Max: Fury Road oppure vengano elegantemente avvinte dall'atmosfera fiabesca del Racconto dei racconti (ma scommettete che qui non uscirà né l'uno né l'altro?), a Savona c'è davvero pochissima scelta e pure maffa: restano al palo Cake, potenzialmente molto interessante e con un'inedita Jennifer Aniston in versione drammatica e, neanche a dirlo, il Director's Cut di Blade Runner... ENJOY!


Doraemon il film - Le avventure di Nobita e dei cinque esploratori
Reazione a caldo: Ma bleah!!!
Bolla, rifletti!: Io che amo il Giappone detesto Doraemon. Mi ha sempre annoiata tantissimo, fin da piccola. L'entusiasmo davanti a questo film è quindi inferiore allo zero ma probabilmente ai piccoli fan del gatto-robot piacerà tantissimo.

The Gunman
Reazione a caldo: Hmm...
Bolla, rifletti!: Col popò di cast che si ritrova, questo film potrebbe essere potenzialmente una figata ma ultimamente le pellicole all-star sono proprio quelle che mi hanno delusa maggiormente. E Sean Penn lo vedo poco come attore action... Segno per un futuro recupero casalingo, comunque!

Al cinema d'élite arriva invece uno dei candidati come miglior film straniero agli ultimi Oscar...

Leviathan
Reazione a caldo: Bello!
Bolla, rifletti!: Questo film russo già mi aveva intrigata qualche mese fa, ora credo proprio sia giunto il momento del recupero. Oltre al Giappone, infatti, anche la Russia è un Paese che ha sempre avuto un fascino particolare ai miei occhi e questa storia di libertà individuale, corruzione statale e satira sociale sembra proprio fare al caso mio!

mercoledì 6 maggio 2015

Orson Welles Day: Macbeth (1948)


Oggi ricorre il centenario della nascita di Orson Welles e noi folli blogger abbiamo deciso, spronati da Kelvin di Solaris, di celebrare il grand'uomo con qualche visione ad hoc. Nella mia solita, crassa ignoranza, il mio rapporto con Welles si è finora limitato a Quarto potere e L'infernale Quinlan e la solita lentezza che mi contraddistingue ha fatto sì che questi due film fossero già stati presi, così ho deciso di ripiegare su Macbeth, diretto da Orson Welles nel 1948 e tratto, ovviamente, dall'opera omonima di William Shakespeare. ENJOY!


Trama: di ritorno dalla guerra, un generale del re di Scozia, Macbeth, incontra tre streghe che gli profetizzano un futuro come Barone di Cawdor e come re. Galvanizzato dalla realizzazione della prima profezia, Macbeth, spinto dalla moglie, si macchierà di un delitto orribile pur di far sì che anche la seconda si avveri...


Povero, bistrattato Orson Welles. Noi oggi lo celebriamo ma nel 1948 questo Macbeth, da lui diretto, interpretato e persino scenografato (i set sono stati disegnati da lui e Dan O'Herlihy), è stato un insuccesso apprezzato solo dal pubblico non anglofono ed è stato costretto a scontrarsi col ben più blasonato Amleto di Sir Laurence Olivier, che lo stesso anno si è portato a casa ben quattro Oscar. Nella mia incredibile, indolente ignoranza, non ho mai visto questa versione dell'Amleto quindi non posso fare confronti ma il Macbeth di Welles non mi è sembrato così indegno, anzi. Il mastodontico Orson riporta fedelmente in scena l'opera Shakespeariana, prendendosi giusto la libertà di aggiungere una sorta di "sant'uomo" e di mettere sotto i riflettori lo scontro tra stregoneria e religione, ben più enfatizzato rispetto al discorso della follia che a poco a poco distrugge sia Macbeth che la sua Lady (l'ombra della croce si può cogliere in moltissimi fotogrammi, come a dire che nessun malvagio può sfuggire al giudizio divino) e il risultato è un film molto "teatrale", barocco ma comunque godibile, impreziosito nella versione italiana dal doppiaggio del grande Gino Cervi. Certo, oggi può far sorridere la megalomania con la quale Welles si eleva a protagonista  della tragedia, ritagliandosi monologhi recitati dalla sua voce fuori campo che lo vedono muto ed immobile per almeno cinque minuti ripresi in primo piano, può far storcere il naso la staticità della messa in scena e la sostanziale mancanza di una reinterpretazione del testo Shakespeariano, tuttavia il Macbeth di Welles ha anche i suoi pregi ed alcune caratteristiche che lo rendono affascinante, come per esempio l'inquietantissima statuetta di argilla in forma umanoide forgiata dalle tre streghe all'inizio del film.


L'aspetto che più mi ha colpita della pellicola è il modo in cui viene reso il castello di Macbeth. Mentre il resto degli ambienti, soprattutto quelli esterni, sono spogli e quasi banali, il castello del protagonista sembra essere un tutt'uno con la montagna e da l'idea di un posto enorme, fiancheggiato da grandi spazi e costruito sopra un'infinita serie di grotte adibite a stanze o sale da pranzo; in tutto questo, paradossalmente i movimenti di macchina ci fanno percepire anche la sua natura fasulla e limitata, con i personaggi che percorrono enormi distanze con un solo passo, come se non potessero fuggire da quel set ricostruito e dalle inferriate in foggia di lama che sembrano sempre pronti a decapitarli, prefigurando un destino di morte. Si parlava di movimenti di macchina e mi è sembrato, per quanto poco me ne possa intendere, che Wells prediligesse inquadrature dal basso e complicati giochi di luci ed ombre, quasi volesse mostrarci dei protagonisti ben lontani dalla natura umana, dei giganti radicati in un'epoca antica e ormai mitologica, persone le cui passioni, paure e tormenti erano talmente forti da "uscire" e ricoprire il loro volto come delle maschere. Ho parlato della megalomania di Welles, della potenza di questo tragico Macbeth dallo sguardo allucinato, ma c'è da dire che il regista e attore aveva capito anche l'importanza di avere accanto una degna compagna, tanto da aver richiesto la presenza della bellissima e sensuale Vivien Leigh; anche qui, Laurence Olivier, allora marito dell'attrice, ci ha messo lo zampino e non ha permesso alla moglie di interpretare Lady Macbeth. L'ingrato compito è passato quindi a Jeannette Nolan, che ha dato vita ad una donna non tanto sensuale quanto glaciale, più maschile che femminile, dura come la roccia di cui è fatto il castello, un'interpretazione molto adatta ai tempi che non mi è affatto dispiaciuta e che è riuscita a non farsi eclissare dalla grandezza del festeggiato. Insomma, magari il Macbeth di Welles non dice nulla di nuovo sulla tragedia Shakespeariana, magari ormai è anche troppo datato e ci sono versioni più visionarie come quella di Polanski da recuperare (e mi dicono dalla regia che a breve dovrebbe uscire la versione con Fassbender e la Cotillard, sbav!!!) ma, sia come sia, io l'ho trovato una visione interessante e lo consiglio.


E se volete meglio approfondire la filmografia di Orson Welles vi rimando ai link dei miei compagni blogger! ENJOY!

Solaris
Director's Cult
Pensieri Cannibali
White Russian

martedì 5 maggio 2015

Bollalmanacco On Demand: Incubo sulla città contaminata (1980)

 "Come ho potuto non pensare al condotto del carbone??"
Eh già. Come?



Vi mancavano eh le richieste di b-movies per il Bollalmanacco On Demand? Tranquilli, dovevate solo aspettare che arrivasse Aislinn a perorare la causa di Incubo sulla città contaminata, diretto dal regista Umberto Lenzi nel 1980. Il prossimo film On Demand non sarà proprio un film ma un episodio della serie TV I giochi del Diavolo, ovvero La venere d'Ille. ENJOY!


Trama: A seguito di una fuga radioattiva alcune persone vengono trasformate in violenti mostri assetati di sangue, apparentemente indistruttibili, e cominciano ad attaccare gli inermi cittadini…

Ma ciAAooo!!!
Incubo sulla città contaminata, conosciuto all’estero come Nightmare City, è praticamente il seme da cui è nato Planet Terror di Robert Rodriguez e ciò deve dunque farvi capire quanto la pellicola di Lenzi abbia fatto proseliti fuori dal nostro Paese. Io l’avevo già visto parecchio tempo fa (ma sinceramente non ne ricordavo neppure un fotogramma) e riguardandolo in questi giorni devo dire che, tra tutti i b-movie italiani che mi è toccato sorbirmi per masochismo mio o sadismo altrui, non è neanche uno dei peggiori, anzi. Il motivo va ricercato nel fatto che l’azione dei mostri (ma chiamiamoli pure zombie, anche se non viene mai detto nel film, ché quello sono!) è talmente serrata da non lasciare allo spettatore neppure il tempo di porre l’attenzione su eventuali lacune logiche, sull’assurdità dei dialoghi o sulla pochezza della realizzazione: all’urlo di “Oorgh!Aaargh!” i mostri lenziani si avventano sull’ignara popolazione, portando nel giro di due giorni e mezzo (se non ho fatto male i calcoli) l’umanità all’estinzione completa e mettendo in ginocchio polizia ed esercito che non sanno letteralmente che pesci pigliare. Comprensibile dunque il successo ottenuto tra il pubblico americano semplicione visto che Incubo sulla città contaminata è praticamente un bignami dell’horror di serie Z, nel quale il messaggio ecologista veicolato dalla noiosissima e pedante dottoressa Anna si perde in una serie ininterrotta di violenze gore perpetrate soprattutto ai danni di signorine poco vestite (il binomio tette e sangue è vincente, si sa!). Alla fine c’è anche la zampata “autoriale”, è vero, ma quella piace soltanto a gente rompipalle come me, che cerca l’elemento disturbante piuttosto che accontentarsi di venire appagata da atrocità assortite.

Ma smettiamola di essere seri e di rendere lode a Incubo sulla città contaminata e cominciamo un po’ a parlare delle “lacune logiche, l’assurdità dei dialoghi e la pochezza della realizzazione”, tanto più divertente e simpatico. I mostri della pellicola non parlano quindi da quel lato non possono essere fonte di trash ma per il resto ci sarebbe da scrivere un romanzo! Gli attori sepolti sotto un mix di fango, stoppia e cerone nero sono meravigliosi per l’innocenza con cui saltano addosso alle vittime, succhiandole e facendo la faccia cattiva, arrivando anche a protendere le manine per afferrarle meglio: la maggior parte dei fendenti calati dai mostri però va a vuoto e gli attori che interpretano gli esseri umani muoiono tutti un po’ prima che l’eventuale lama arrivi anche solo a sfiorarli (probabilmente colpiti da un attacco fulminante di tartaro come il padre di Jean Claude) e ovviamente tra belluine urla di dolore e smorfie degne di Mario Merola. I mostri potrebbero essere uccisi come gli zombi, con un bel colpo inferto alla testa, ma di tutti i militari e poliziotti che si vedono nella pellicola non ce n’è uno che tenti l’headshot come farebbe un qualsiasi CaVVVlll di The Walking Dead, anzi, la maggior parte di loro si limita a stringere di più il fucile e far la faccia spaventatissima. Non è quindi così insolito che i mostri in un giorno si siano già moltiplicati come i Gremlins, anche perché l’unico essere umano non interdetto è il protagonista che, prima di fuggire con la Ecto-2, ne abbatte uno a colpi di giacca. True story. A corollario del tutto ci sono ovviamente un’infinità di scene Scult, come il balletto iniziale che fa molto Heather Parisi, l’occhio e la tetta di pasta di mandorle finemente tagliati via dalla donnina urlante, un chirurgo particolarmente abile nel lancio del bisturi, due imbecilli in camper che si accorgono solo dopo ore di avere un cadavere mostruoso ad un metro dal loro mezzo di locomozione, la parola “fumettaro” usata come epiteto dispregiativo, gatti che si teletrasportano da una location all’altra e tante altre perle che vi consiglio di scoprire guardando Incubo sulla città contaminata. Coraggio, lanciatevi, ché avrete sicuramente visto di peggio!

Del regista Umberto Lenzi, che compare anche nei panni di un reporter, ho già parlato QUI.

Mel Ferrer (vero nome Melchior Gaston Ferrer) interpreta Murchison. Americano, ha partecipato a film come Quel motel vicino alla palude, Mangiati vivi! e a serie come Colombo, Wonder Woman, Dallas, Fantasilandia, Love Boat e La signora in giallo. Anche regista, produttore e sceneggiatore, è morto nel 2008 all'età di 90 anni.


A quanto pare sia Franco Nero che Fabio Testi erano stati presi in considerazione come protagonisti ma alla fine il ruolo di Dean è andato a Hugo Stiglitz per rendere appetibile la pellicola anche al pubblico sudamericano (evidentemente all'epoca i nostri film venivano esportati principalmente lì!). A tal proposito, tanto è l'amore provato all'estero per Incubo sulla città contaminata che il buon Tom Savini sta cercando fondi per il remake, che dovrebbe uscire nel 2016: io ho tantissima fiducia in Tom e il progetto ha già raccolto abbastanza per poter partire ma se volete finanziarlo anche voi potete ancora andare su Indiegogo e versare l'obolo che vi renderà parte di quest'insana e meravigliosa follia. Nell'attesa, se Incubo sulla città contaminata vi fosse piaciuto recuperate La notte dei morti viventi (l'originale e il remake di Tom Savini) e il già citato Planet Terror. ENJOY!!


domenica 3 maggio 2015

Le streghe son tornate (2013)

Noi italiani siamo fieramente indietro su ogni cosa, non solo in campo cinematografico. Rimanendo comunque in quest'ambito, è con incredibile orgoglioneria che un film diretto e sceneggiato da Alex de la Iglesia nel 2013 riesce ad uscire dopo due anni, distribuito malissimo e titolato ancora peggio: da Las Brujas de Zugarramurdi (Le streghe di Zugarramurdi) a Le streghe son tornate.


Trama: due uomini e un bambino rapinano un banco dei pegni di Madrid e fuggono su un taxi, diretti in Francia. Poco prima del confine si ritrovano però bloccati nella cittadina di Zugarramurdi, popolata da streghe...


Las Brujas de Zugarramurdi è uno dei film più esilaranti che abbia mai visto, una supercazzola paurosa, talmente ben diretta e così piena d'inventiva e delirio da riuscire ad elevarsi a cult dopo appena una visione. De la Iglesia, come al solito, affronta con coraggio e faccia tosta l'ardua commistione tra horror e commedia, danzando allegramente a braccetto col trash e riuscendo in qualche modo anche a strappare degli spunti di riflessione solo all'apparenza banali. In soldoni, Las Brugas de Zugarramurdi è la storia di tre uomini "castrati", tre servi della gleba che cercano a modo loro di andare in giro a testa alta perché, come dice il Bardo, sono stati ampiamente anestetizzati da una stronza; peccato che i tre siano uno più cretino dell'altro, tre fanfaroni zeppi di difetti, talmente incapaci a vivere da essere costretti a rapinare un banco dei pegni portandosi anche dietro un bambino che il padre spererebbe di mettere contro la madre. Dal punto di vista di questi tre genii le streghe, come giustamente sottolinea il titolo inglese Witching and Bitching, altro non sono che le donne in generale, sempre pronte a dare addosso a questi baldi esponenti del sesso "forte", subissandoli con richieste spesso irragionevoli e addirittura pretendendo a volte amore eterno senza poi magari offrire adeguate prestazioni sessuali. Ovviamente, ce n'è per l'asino e per chi lo mena e credo che anche De la Iglesia sia di questo avviso; vero è che quasi ogni dialogo di Las Brujas è una tirata contro il genere femminile, così come è vero che molti dei comportamenti delle Streghe si possono vedere tranquillamente riproposti nel quotidiano da un sacco di fidanzate, moglie e amiche, ma allo stesso tempo è anche impossibile dare retta a tre "narratori" inaffidabili come José, Antonio e Calvo, talmente machos ed impegnati a spararle grosse che quasi non ci credono nemmeno loro. Las Brujas è lo specchio di una Spagna che cambia, dove l'uomo conquistador e sicuro di sé deve fare i conti con donne ben più consapevoli e scafate di lui e dove il numero di coppie gay sta aumentando esponenzialmente, contribuendo a minare la leggenda del maschio iberico: questo scontro tra sessi viene declinato in chiave horror e fantastica, tra dialoghi al fulmicotone e sequenze visionarie, in una commistione di generi che unisce il road movie, la commedia, il classico horror dove la gente arriva nel posto sbagliato (ed isolato) al momento sbagliato e, ovviamente, l'horror satanico già caro a De la Iglesia fin dai tempi de Il giorno della bestia.


Il resto, ovviamente, è puro sbrago visivo, fantasia malata allo stato brado. Già solo l'idea di travestire uno dei ladri da Spongebob e un altro da Cristo colpisce lo spettatore con la forza di un maglio, facendolo stramazzare a terra scosso da risate incredule, ma ovviamente non è finita lì. Lo scontro tra uomini e donne viene concretizzato in una delle macellate più frivole mai viste sullo schermo, un trionfo di streghe che azzannano, mangiano, urlano ed artigliano dei poveri uomini inermi (con tutto il rispetto per l'uomo che deve andare a Badajoz) e sul finale arriva persino l'incarnazione della Venere di Willendorf a fare scempio dei malcapitati come una Godzilla mestruata; a onor del vero, i momenti che seguono il sabba coincidono con una sorta di "appiattimento" de Las Brujas, nel senso che De la Iglesia sembra un po' perdere il filo della narrazione e infilare nel film scontri, battaglie e urla per il solo gusto di farlo, ma non vorrei stare a spaccare il capello o negare di essermi divertita molto anche in quel frangente. Oltre al gusto visionario del regista, poi, a rendere più gustoso il tutto c'è la presenza di caratteristi a dir poco meravigliosi, con delle facce assurde come quella di Enrique Villén, dei corpi martoriati e sminchi come quello di Javier Botet (già Niña Medeiros della serie REC) o una presenza scenica come quella di Terele Pávez nei panni dell'anziana nonna... e poi, ovviamente, c'è una divertente e divertita Carmen Maura, in grado di dire le peggio cose cercando di mantenere un'esilarante parvenza di grazia altoborghese. Menzione d'onore, infine, per la demenziale filastrocca intonata dalle streghe nel sabba e per la scelta della location: Zugarramurdi è un paese che esiste sul serio e Las Brujas è stato girato proprio lì, in particolare nell'evocativa Cueva de los Aquelarres, la grotta dove si dice venissero celebrati davvero i sabba prima del periodo dell'Inquisizione, durante il quale sono state processate solo a Zugarramurdi trentanove persone, di cui dodici arse sul rogo. Realtà che si mescola con la fantasia, dunque, cosa che rende Las Brujas de Zugarramurdi ancora più interessante: mi sembra superfluo dire che guardarlo in italiano non è la stessa cosa che gustarselo in spagnolo ma andatelo assolutamente a vedere al cinema se avete la fortuna di abitare in una delle poche città dov'è stato distribuito!


 Del regista e co-sceneggiatore Álex de la Iglesia ho già parlato QUI. Santiago Segura, che interpreta Miren, lo trovate invece QUI.

Carmen Maura (vero nome Carmen García Maura) interpreta Graciana. Spagnola, ha partecipato a film come Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio, La legge del desiderio e Donne sull'orlo di una crisi di nervi. Ha 70 anni e due film in uscita.


Carolina Bang, che interpreta Eva, nella realtà è la moglie di Álex de la Iglesia e ha partecipato anche al suo film Ballata dell'odio e dell'amore mentre Terele Pávez, che interpreta Nonna Maritxu, e Enrique Villén, ovvero l'"inadaptado social", hanno partecipato sia a Ballata dell'odio e dell'amore che a Il giorno della bestia. Se Le streghe son tornate vi fosse piaciuto recuperate dunque Il giorno della bestia e tutti gli altri film di Álex de la Iglesia che, ahimé, devo ancora vedere! ENJOY!

venerdì 1 maggio 2015

WE, Bolla! del 1/05/2015

Buon venerdì a tutti! Questa settimana il multisala da letteralmente il meglio di sé riuscendo, questa settimana, a perdersi per strada sia Las Brujas de Zugarramunri (Le streghe son tornate) di Alex De La Iglesia (di cui, alla faccia del Multisala, parlerò comunque appena possibile e nel frattempo vi invito a vederlo perché è spassosissimo!) sia Child 44, relegato altrove. ENJOY? Macché...

Run All Night
Reazione a caldo: Parmi una bella tamarrata!
Bolla, rifletti!: Dopo Daredevil credo guarderei persino la pubblicità dei biscotti Plasmon se avesse per protagonista Vincent D'Onofrio. Detto questo, Run All Night mi sembra un film troppo impersonale e sciapo per meritare addirittura una visione al cinema.

I 7 nani
Reazione a caldo: Signore, pietà! Cristo, pietà!
Bolla, rifletti!: Animazione tedesca con nani casinisti. Ennesima variazione sul tema fiabe con protagonista BOBO, il più piccolo dei sette nani (chiii???). Credo non porterei nemmeno un bambino di tre anni a vedere questa cosa.

Ritorno al Marigold Hotel
Reazione a caldo: E chi c'è mai andato?
Bolla, rifletti!: Essendomi persa il primo Marigold Hotel (uscito ormai tre anni fa) non credo andrò a vedere neppure questo ma dal trailer mi è venuta voglia di recuperare almeno la prima avventura di questi eleganti, britannici vecchietti!

Come ho detto, viene proiettato al cinema d'élite:


Child 44
Reazione a caldo: Eh, andate a cagare!!!
Bolla, rifletti!: Ma scusate, col battage pubblicitario che c'è stato, con attori del calibro di Tom Hardy, Noomi Rapace, Gary Oldman e Vincent Cassel, mi relegate questo thriller storico a un cinema che lo proietterà solo un paio di giorni e ovviamente in periodo di gite fuori porta eccetera? No comment. Mi consola soltanto il fatto che quello che si legge in rete del film non sia proprio positivissimo e, se tanto mi da tanto, il nome Ridley Scott di questi tempi non è una grandissima garanzia. Disse la volpe all'uva!

giovedì 30 aprile 2015

K-Horror Day: Thirst (2009)


Aprile sta quasi finendo, quindi è tempo per un altro Day, nato stavolta da un interessantissimo progetto creato dal padrone di Obsidian Mirror. Sul blog in questione, da un mese a questa parte Obsidian sta sviscerando la saga horror Whispering Corridors (un post sul primo episodio, per la cronaca, lo trovate anche sul Bollalmanacco a queste coordinate), non solo con recensioni ma anche con interessanti articoli legati alla cultura e al folklore della Corea; per concludere dunque degnamente questo mega-speciale lungo un mese, Obsidian ha chiesto a noi blogger di dedicare un Day alla celebrazione del k-horror, ovvero l’horror coreano. Io ho aderito con l’affascinante Thirst (Bakjwi), diretto e co-sceneggiato nel 2009 dal regista Park Chan-Wook.


Trama: un prete decide di offrirsi come volontario per un esperimento che mira ad ottenere la cura per un virus mortale. L’uomo viene purtroppo infettato e muore ma una trasfusione lo trasforma accidentalmente in vampiro, risvegliando in lui una brama di sangue e un insano appetito per i piaceri della carne.



Tutto avrei pensato ma mai che un regista coreano si prendesse la briga di trasporre in chiave horror la Thérèse Raquin di Emile Zola. Se l’avessi immaginato o saputo, ovviamente, avrei riletto un romanzo che non apro dai tempi del liceo giusto per poter fare un confronto e arrivare più preparata a redigere questo post, invece vi toccherà subire l’ignoranza e la faciloneria tipiche di un concorrente di Avanti un altro e io farò finta di non aver mai cominciato la recensione di Thirst con questa affascinante premessa. Definire semplicemente la pellicola di Park Chan – Wook come una rilettura del romanzo di Zola oppure come un horror imperniato sulla figura del vampiro, comunque, sarebbe oltraggioso e riduttivo, visto che le più di due ore di pellicola offrono talmente tanti spunti di riflessione che servirebbe ben più di un breve post ignorante per parlarne. Innanzitutto, è interessante la scelta di spostare il fulcro della storia da “Thérèse” a “Laurent”, svestendo quest’ultimo dai panni dell’artista squattrinato e facendogli indossare quelli del prete. Padre Sang – Yeon è un giovane sacerdote cattolico, diventato tale forse non per vocazione ma semplicemente perché orfano e cresciuto da un altro prete; il suo compito principale è quello di raccogliere le confessioni dei fedeli ed elargire loro quel conforto che deriva semplicemente dal perdono, quella “remissione da ogni peccato” che, da non fervente cattolica, trovo quanto di più biasimevole, “comodo” ed ipocrita esista al mondo (anche Park Chan – Wook critica questo aspetto della religione cattolica, poi ci arriviamo). Giustamente, Sang – Yeon vorrebbe fare qualcosa di più utile e concreto per l’umanità e decide così di offrirsi come cavia per sperimentare un vaccino che dovrebbe contrastare un virus mortale; purtroppo l’esperienza finisce malissimo e Sang – Yeon muore ma in qualche modo una trasfusione di sangue fatta poco prima di spirare lo resuscita come vampiro. Come un novello Messia, Sang – Yeon torna a camminare tra i fedeli che, ovviamente, cominciano a richiedere miracoli e a considerarlo un santo, senza sapere che in realtà il povero prete non è un santo e non è più neppure umano, anzi, ha il suo bel da fare a tenere a bada le sue nuove pulsioni vampiriche… cosa che mi fa tornare, prima di proseguire esplorando il lato più “romantico” della vicenda, a quella feroce critica contro alcuni aspetti della religione cattolica di cui parlavo prima.


Sang – Yeon, una volta scoperta la sua natura di vampiro, comincia ovviamente a tormentarsi, schiacciato dall’impossibilità di conciliare le sue brame improvvise e la sua fede, quindi decide di affidarsi ai consigli di chi dovrebbe essere più competente e saggio di lui, ovvero il prete che lo ha cresciuto. Purtroppo questo anziano e cieco sacerdote predica bene ma razzola male e porta all'estremo quella convinzione, già fastidiosa di per se, di poter cancellare i peccati di una persona con una semplice parola di assoluzione e di poter adattare ad ogni situazione i dogmi del Vangelo (per esempio, secondo lui non è peccato che Sang - Yeon succhi sangue perché il Vangelo dice di mangiare per vivere e allo stesso modo gli dice che non è peccato amare e desiderare Tae - ju, basta solo che non si arrivi al rapporto fisico), arrivando fino al punto di provare a sfruttare il suo pupillo per i propri fini egoistici. Tutto questo terribile bailamme di profittatori, questuanti e consiglieri fraudolenti perlopiù cattolici porterà Sang – Yeon dritto tra le braccia di Tae – ju, la Thérèse Raquin della situazione nonché il personaggio più ambiguo ed interessante dell’intera pellicola; questa donna apparentemente timida e dimessa diventerà la causa principale della caduta di Sang – Yeon, insinuandosi nel debole cuore del sacerdote e minandone la forza di volontà prima attraverso i piaceri della carne, poi con bugie ed inganni sempre più pericolosi. Di regola, Tae – ju dovrebbe essere l’emblema della donna diabolica e corruttrice ma in realtà mi è sembrata una vittima tanto quanto Sang – Yeon, una ragazzina mai cresciuta del tutto e tenuta in uno stato di succube ignoranza da una matrigna severissima e da un marito senza palle, incapace persino di soffiarsi il naso; la ragazza, di fatto, non ha mai conosciuto l’amore (della famiglia, di un amante ma nemmeno di un amico), non è mai uscita dal negozio di stoffe gestito dalla matrigna e l’unica libertà che può concedersi sono le disperate corse a piedi nudi fatte la notte, di nascosto. E’ quindi comprensibile che Tae – ju cerchi in ogni modo di legarsi all’unica persona che abbia mai mostrato interesse per lei ma è altrettanto comprensibile il desiderio di liberarsene non appena la presenza di Sang – Yeon diventerà un ostacolo ai suoi desideri, alla sua ritrovata libertà e alla sua crudele ma infantile vendetta nei confronti della famiglia e dell'umanità intera.


Oddio, ho scritto un post lunghissimo, noiosissimo e sconclusionato. Purtroppo, come ho detto, liquidare Thirst in due righe non era possibile e mi sono lasciata trasportare sia dalla trama che dalla bellezza delle immagini che dimostrano, come al solito, quanto Park Chan – Wook sia un artista più che un semplice regista. Se devo essere sincera, l’estro di Park Chan – Wook si sbriglia soprattutto nella seconda metà del film, che diventa un delirio di visioni tra il grottesco e l’inquietante (quando il marito di Tae - ju comincia a spuntare dappertutto, portandosi dietro una scia d’acqua, ho creduto di morire dal ridere ma effettivamente la cosa mette anche i brividi…) e ricerca soluzioni registiche, scenografiche e di montaggio assai peculiari; la caccia all’interno di una casa ormai bianchissima ed asettica sulle cui pareti spiccano il rosso del sangue e il blu del bellissimo abito di Tae-ju, l’enigma rivelato dagli occhi e dal dito della matrigna ormai paralizzato (una sequenza che mi ha lasciata senza fiato nonostante sapessi benissimo quale fosse la soluzione del mistero), quel misto di sensazioni contrastanti provocate da quel triste e risolutivo tramonto alla fine sono tutti frammenti di un mosaico elegante e particolare che si sono conficcati nel mio cuore per non uscirne più. Park Chan – Wook si conferma ancora una volta uno dei miei Autori preferiti, uno dei pochi in grado di non lasciarmi indifferente e di trasformare le ore in minuti talmente veloci che è impossibile non essere presi dalla “sete” e volerne sempre di più! Se cercate un film di vampiri totalmente avulso da banalità e facilonerie assortite abbeveratevi alla fonte di un Maestro del cinema coreano, non ve ne pentirete!


E se ancora non vi basta, vi ri-segnalo lo speciale su Whispering Corridor di Obsidian Mirror, oltre ad aggiungere i link ai post degli altri partecipanti a questo K-Horror Day... ENJOY!

mercoledì 29 aprile 2015

Housebound (2014)

La terribile lentezza con la quale sono costretta a recuperare i film On Demand o il prossimo Special TV di Lupin mi porta a proseguire con la visione dei Best Horror 2014 segnalati da Lucia! Oggi tocca al neozelandese Housebound, diretto e sceneggiato nel 2014 dal regista Gerard Johnstone.


Trama: condannata agli arresti domiciliari, Kylie si ritrova a dover vivere per 8 mesi nella sua vecchia casa natale, assieme alla madre chiacchierona e al patrigno. Subito, Kylie si accorge che i due non sono gli unici abitanti della casa…



Come accade sempre più spesso, il divertimento e le sorprese arrivano o dall’Australia o, come in questo caso, dalla Nuova Zelanda, nazioni dove l’umorismo e l’horror si sposano con incredibile naturalezza. Housebound in particolare si prende gioco di tutti i cliché degli home invasion e soprattutto degli ormai diffusissimi film sulle case infestate, dove i protagonisti sono sempre girati di schiena nei momenti meno opportuni, mentre alle loro spalle passano ombre sinistre e pericolose, pronte a ghermirli in ogni momento. Se la vittima di tali entità è però una come Kylie, grezzissima ragazzotta che entra ed esce di prigione praticamente una volta all’anno, i fantasmi (o presunti tali) rischiano di trovarsi davanti un muro di scetticismo e persino di prendersi qualche cazzotto ben dato, con buona pace di tutti gli orsetti demoniaci e mani putrefatte che gli spiriti inquieti possono scagliarle contro. Ora, voi penserete che Housebound sia una supercazzola parodica della peggior specie ma in verità la pellicola di Gerard Johnstone dimostra di conoscere molto bene i meccanismi del genere e proprio per questo riesce a prenderli in giro eludendo allo stesso tempo le aspettative dello spettatore (fomentate da quei personaggi comuni in questo tipo di pellicola, come l’espertone di fenomeni paranormali, il vicino di casa ambiguo, ecc.), interessandolo comunque al destino dei protagonisti e persino mettendogli addosso qualche brivido, pochini a dire il vero ma sempre graditi. Johnstone non ricerca né la soluzione facile né l’umorismo d’accatto e Housebound si rivela una visione allegra ed entusiasmante, piena di personaggi interessanti che probabilmente avrebbero molto altro da dire, tanto che alla fine quasi si rimpiange di non poter passare un po’ più di tempo con loro.


La cosa che più mi è piaciuta di Housebound, al di là della sua intelligenza, è però la scelta degli attori. So benissimo che il film è ambientato in Nuova Zelanda, ma guardandolo mi è sembrato di ritornare in Australia, in quelle cittadine sonnacchiose dove la gente è simpatica e chiacchierona ma anche noiosa, ancorata ad abitudini “da anziani” e di un’ignoranza abissale; la linguacciuta madre di Kylie è un esempio perfetto di questo tipo di persona e lo stesso vale per il suo patrigno, silenzioso al punto da risultare quasi ostile, quando in realtà è semplicemente il suo carattere schivo a farlo comportare così. Gli unici due personaggi un po’ più “universali” nella loro rappresentazione sono Kylie, insofferente a tutte quelle caratteristiche che ho elencato sopra, e l’agente ciccionetto Amos, molto “americano” nel suo modo di affrontare la situazione; ho tuttavia apprezzato molto il casting di Morgana O’Reilly per il suo non essere eccessivamente bella, né magra né, soprattutto, raffinata, cosa che la rende automaticamente perfetta per il ruolo della protagonista. Per finire, ormai sapete tutti che ho un debole per la miriade di accenti con cui viene pronunciata la lingua inglese nelle diverse parti del mondo, quindi non mi stancherò mai di ripetere che per godere appieno di questo genere di film occorrerebbe armarsi di tanta pazienza e guardarli in lingua originale; in questo caso particolare, le caratteristiche degli attori, la personalità dei personaggi e le rispettive differenze saltano ancora più all’occhio e i vari scambi di battute risultano molto più divertenti e piacevoli di quanto sarebbero se doppiate in italiano. A parte questo sproloquio da nerd linguista, Housebound è davvero un film simpatico e merita una visione: se vi va una serata horror ma non siete in vena di cose troppo pesanti o splatter recuperatelo, ne vale la pena!

Gerard Johnstone è il regista e sceneggiatore della pellicola. Neozelandese, è al suo primo lungometraggio ed è anche attore.


So che probabilmente non ve ne fregherà nulla ma Cameron Rhodes, che interpreta Dennis, ne Il signore degli anelli - La compagnia dell'anello era l'hobbit che risponde spaventato al Nazgul dicendo che tutti i Baggins abitano a Hobbiville. Forse vi interesserà maggiormente sapere allora che la New Line ha comprato i diritti del film e che l'anno prossimo potrebbe purtroppo uscire un remake americano di Housebound; nell'attesa della probabile fuffa, se il film vi fosse piaciuto recuperate i demenziali film d'esordio di Peter Jackson, ovvero Fuori di testa e Splatters - Gli schizzacervelli, ai quali aggiungerei La casa nera di Wes Craven. ENJOY!

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