domenica 22 novembre 2015

Non aprite quella porta (1974)

Lo scorso 7 novembre è venuta a mancare un'icona horror come Gunnar Hansen e in tale occasione ho deciso di rendergli omaggio guardando il film che lo ha consacrato ad imperitura memoria, Non aprite quella porta (The Texas Chain Saw Massacre), diretto e co-sceneggiato nel 1974 dal regista Tobe Hooper. Se fate parte del pugno di lettori che si dilettano a leggere questo blog ormai avrete capito che lo slasher non è proprio il mio genere. Sarete quindi stupiti di sapere che Non aprite quella porta è uno di quei film che non mi stancherei mai di riguardare, per quanto mi faccia male, male, male da morire ogni volta che la sua perversione, follia e cattiveria mi vengono sbattute in faccia. E siccome ogni critico cinematografico horror che si rispetti ha detto la sua su ciò che sta dietro al film, sulle tecniche utilizzate da Hooper, sul periodo storico in cui la pellicola è stata girata e sulla grandissima influenza di Non aprite quella porta sul cinema che è seguito, vi inviterei a leggere i saggi di chi ne sa molto più di me e a stare attenti agli SPOILER perché il mio sarà un post per nulla tecnico e molto "de panza".


Trama: durante un viaggio in furgone, cinque ragazzi incappano in una famiglia di folli cannibali e vengono coinvolti in un sanguinoso incubo...


Ah, il Texas degli anni '70, che meraviglia. Cimiteri violati, corpi in decomposizione illuminati dai flash di una macchina fotografica, cadaveri dissotterrati e ricomposti in pose plastiche e fantasiose, armadilli morti sulle superstrade e un caldo talmente torrido che anche a novembre mi ritrovo a grondare sudore guardando Non aprite quella porta. Con questi presagi di morte neanche troppo sottili Tobe Hooper fin dall'inizio pare volerci dire che, per la nostra salute mentale, sarebbe meglio non sapere quello che è successo alla giovane Sally e ai suoi amici e forse sarebbe anche meglio uscire dal cinema o spegnere la TV, così come i protagonisti dovrebbero fuggire dal puzzo di carne macellata che impesta tutta quella parte del Texas, attaccandosi a capelli e vestiti come se la morte viaggiasse a mo' di carogna sulle loro spalle. Ma si sa, l'essere umano pecca di voyeurismo ed eccessiva curiosità e noi non possiamo fare a meno di salire sul torrido furgone assieme ai protagonisti e avvicinarci, allegri e spensierati, all'appuntamento con la morte. Non sarà un bel viaggio, tra l'effettiva antipatia dei protagonisti (Sally e i suoi amichetti carini sono odiosi da morire ma il fratello di lei, comprensibilmente incattivito dal fatto di essere paraplegico, forse è anche peggio) e gli inquietanti figuri che popolano le strade del Texas, primo fra tutti l'imprevedibile autostoppista che i nostri caricano con ammirevole sprezzo del pericolo, una sorta di folle e sanguinario messaggero di morte col compito di infastidire ed inquietare lo spettatore, predisponendolo a temere il peggio. E il peggio arriva nelle vesti del "festeggiato" Gunnar Hansen, alias Leatherface, protagonista di una delle scene più efficaci della storia del cinema horror.


Dal momento in cui compare Leatherface per me Non aprite quella porta diventa un delirio di terrore non tanto visivo, quanto uditivo. In effetti, se ci si pensa, la prima apparizione del "mostro" non coincide con una mattanza splatter quanto con un urlo, un atto di violenza neppure troppo efferato e, soprattutto, con il colpo fortissimo di una porta scorrevole che si chiude, celando di fatto agli occhi dello spettatore gli indicibili orrori a cui andrà sicuramente incontro la prima vittima di Leatherface. Da quel momento in poi, i grugniti di Gunnar Hansen, il suono della famigerata motosega e gli strilli terrorizzati e disperati della povera Sally (e dell'amica che avrà la sfortuna di precederla finendo appesa a un gancio da macellaio) saranno la colonna sonora della pellicola, un crescendo di suoni sempre più stridenti capaci di richiamare alla mente dello spettatore, assieme alle folli scenografie messe in piedi dai realizzatori, tutte le nefandezze che Hooper ci lascia solo intuire, senza mostrarci, condecendosi solo una volta al salto sulla sedia gratuito (non aprite quel congelatore più che Non aprite quella porta...); regia e montaggio, serrati e "grezzi", ci avvolgono nelle spire di un incubo claustrofobico nel quale non esistono salvezza o vie di fuga dalla follia che sta attanagliando il Texas. L'apice dell'orrore è la concitata, grottesca scena finale in cui Sally viene costretta ad "andare a cena" con la famiglia di assassini cannibali capitanata dal terrificante nonno mummificato; la sequenza durerà sì e no 10 minuti ma agli occhi dello spettatore ormai annichilito dall'orrore e dall'angoscia sembra interminabile e fa realmente venire voglia di andare lì per uccidere finalmente Sally e liberarla dalle sofferenze piuttosto che aspettare che lo faccia il nonno, che gioca coi nervi scoperti di tutti i coinvolti con quei terribili colpi di martello incapaci di andare a segno.


La fuga di Sally è, a mio avviso, un altro pezzo di grande Cinema. Dopo i lazzi maligni della famiglia cannibale, le urla disperate della protagonista e i suoni metallici del martello, con un ultimo fragore di vetri infranti la ragazza lascia la sala da pranzo buia, sanguinosa e maleodorante e praticamente "rinasce", cadendo pesantemente sulla nuda terra baciata da un sole accecante. In quel momento Non aprite quella porta si "ferma", godendo di un attimo di silenziosa sospensione in cui tutte le speranze dello spettatore e della protagonista si cristallizzano in un momento di ottimistica quiete. E' solo un attimo, ovviamente, ché la fuga di Sally mica è finita lì. Un attimo in cui allo spettatore ormai sfiancato viene concesso di riprendere fiato prima dell'ultimo, rumorosissimo rush di motosega verso l'inevitabile conclusione; dovessi dire la verità, il pre-finale è l'unico punto debole di Non aprite quella porta, forse perché manca sia della ferocia delle prime due, inaspettate apparizioni di Leatherface (non ho citato la scioccante apparizione nel bosco ma è lì che comincia davvero l'incubo ininterrotto), sia perché si ritrova in mezzo a due sequenze indimenticabili e magistrali. Quel maledetto suono di motosega, infatti, accompagna il "balletto" finale di un Leatherface frustrato ed impazzito, talmente colmo di insoddisfatta ferocia che sembra quasi voler tagliare la luce del tramonto e tutto il Texas, ancora e ancora, finché lo Stato e persino il mondo intero non saranno caduti sotto i colpi della sua arma. E' una fortuna che arrivino i titoli di coda a troncare brutalmente quel suono apparentemente senza fine, perché a me succede sempre di concludere la visione di Non aprite quella porta frastornata, senza respiro e tremante. Con la voglia matta di dare un bacio sulla fronte a Tobe Hooper e ricominciare da capo a farmi del male, ovviamente.


Del regista e co-sceneggiatore Tobe Hooper ho già parlato QUI mentre Marilyn Burns, che interpreta Sally, la trovate QUA.

Edwin Neal interpreta l'autostoppista. Americano, ha partecipato a film come JFK: Un caso ancora aperto e a serie come Power Rangers, Power Rangers Zeo, Power Rangers Turbo, Power Rangers in Space e Power Rangers Lost Galaxy; come doppiatore, ha lavorato per serie come Gatchaman, la battaglia dei pianeti e Il mistero della pietra azzurra. Anche sceneggiatore e produttore, ha 70 anni e un film in uscita.


Gunnar Hansen interpreta Leatherface. Islandese, ha partecipato a film come Campfire Tales, Mosquito, Reykjavik Whale Watching Massacre e Non aprite quella porta 3D. Anche sceneggiatore, è morto il 7 novembre di quest'anno, all'età di 68 anni.


John Larroquette (vero nome John Edgar Bernard Larroquette Jr.) è il narratore. Americano, ha partecipato a film come Il bacio della pantera, Ai confini della realtà, Appuntamento al buio, Roba da matti, JFK - Un caso ancora aperto, Richie Rich - Il più ricco del mondo, Il cavaliere del male, Non aprite quella porta, Beethoven 5, Non aprite quella porta: l'inizio e a serie come Il tenente Kojak, Fantasilandia, Mork & Mindy, Dallas, Dr. House e CSI: NY; come doppiatore, ha lavorato per serie come Phineas & Ferb. Anche regista e produttore, ha 67 anni e un film in uscita.


Paul A. Partain, che interpreta il paraplegico Franklin, sarebbe tornato per una breve guest appearance in Non aprite quella porta IV, con Matthew McConaughey e Renée Zelwegger, uno dei molti sequel, prequel e remake della pellicola originale. Gli altri sono Non aprite quella porta - Parte 2, sempre diretto da Tobe Hooper, Non aprite quella porta - Parte 3, Non aprite quella porta, Non aprite quella porta: L'inizio e Non aprite quella porta 3D, ai quali dovrebbe aggiungersi l'anno prossimo il prequel Leatherface, diretto da Alexandre Bustillo e Julien Maury. Nell'attesa, se Non aprite quella porta vi fosse piaciuto recuperateli e aggiungete La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo. ENJOY!



venerdì 20 novembre 2015

Quattro dopo Splinder

Che vergogna.
Quattro anni dal trasferimento su Blogger e io mi stavo dimenticando di celebrare la ricorrenza.
Potrei arrampicarmi sugli specchi e dirvi che avevo preparato un post meravigliosamente originale che, ahimé, è stato cancellato causa black out ma la verità è che sono troppo scema e sincera: mi sono ritrovata come una fessa a fissare lo schermo, improvvisamente consapevole che oggi è già il 20 novembre e io non ho preparato nulla.
Quindi, per rimediare, ecco quattro segreti legati al Bollalmanacco che nessuno conosce e dei quali, immagino, non vi fregherà nulla.



1. Quando persone che conosco di vista o non vedo spesso mi apostrofano con "Uh, leggo sempre il tuo  blog!" mi vergogno come una ladra e ringrazio balbettando, sperando che giunga il Demone Calderiano a portarmi via in quell'esatto istante.

2. Quando i miei amici stretti chiedono "oh, ma l'hai visto quel film?" e io ne ho parlato il giorno prima sul blog mi scende invece una triste e silenziosa lacrima sul viso. Il mondo diventa un posto brutto, freddo e solitario, popolato solo dalle mie paranoie e psicosi. Sigh.

3. Dico dico ma gli articoli che mi diverto di più a scrivere sono quelli dedicati a Lupin III - L'avventura italiana, per quanto mi faccia schifo la serie. E sì, mi ritengo una #MassimaEsperta di Lupin. Al diavolo la modestia.

4. Evito consapevolmente di affrontare quelli che considero i Grandi Classici o i Capolavori o i Cult. Purtroppo ogni tanto sono costretta a farlo ma preferirei dissertare di astrofisica piuttosto che scrivere banalità sui film che amo alla follia.


Ecco qua, i Segreti di Pulcinella che mi rivelano pavida, insicura e anche un po' paracula. Una bella personcina, via.
Scherzi a parte, se sono ancora qui dopo quattro anni è perché c'è gente che legge quel che scrivo quindi GRAZIE a tutti i lettori, commentatori, lurker, amici, nemici, blogger e non che ogni giorno si prendono la briga di dedicare cinque minuti del loro tempo ai miei deliri.
Ricordate anche che il Bollalmanacco ha una pagina feisbuc. Piacciàtela, thanks.
TantoLLove.

E chi non capisce il riferimento è una persona MALE. O forse giovane. Che è peggio!

Last Shift (2014)

Ne hanno parlato tutti nei mesi scorsi, facendomi salire una bella scimmia; così, per il post-Halloween, ho deciso di guardare Last Shift, diretto e co-sceneggiato nel 2014 dal regista Anthony DiBlasi.


Trama: l'agente Loren, appena entrata nel corpo di polizia, è costretta a fare l'ultimo turno di notte all'interno di una stazione destinata a venire dismessa il giorno dopo. La giovane si ritroverà a dover affrontare fenomeni inspiegabili..


Last Shift è un altro di quei film a cui il tam tam in rete ha fatto benissimo. Nonostante avessi già apprezzato Anthony DiBlasi con Dread, il suo non è comunque un nome che mi è rimasto impresso, dunque se non avessi letto in giro di Last Shift non avrei neppure cercato di recuperare questa terrificante, angosciante pellicola che, di per sé, non brilla di originalità e parte con una situazione talmente tipica che in quest'ultimo decennio è stata sviscerata in tutti i modi possibili e immaginabili, spesso con scarsissimi risultati. Eppure, durante la visione di Last Shift non è tanto la trama ad importare (abbiamo a che fare con un luogo infestato e con adoratori del demonio ai quali è stata garantita l'immortalità, perlomeno "in spirito") quanto l'impostazione di tutta la vicenda, l'interpretazione di Juliana Harkavy e le scelte registiche e scenografiche. Il film di DiBlasi stimola il senso di impotenza e l'empatia dello spettatore presentando una situazione iniziale plausibile: la protagonista, una novellina alle prime armi desiderosa di fare bella figura e decisa ad onorare la memoria del padre defunto in servizio, è costretta a rimanere sola all'interno di una stazione di polizia in attesa degli agenti chiamati a "bonificare" la saletta delle prove organiche. A sua disposizione l'agente ha solo il cellulare, un telefono interno al quale non dovrebbero arrivare più chiamate e il numero diretto del burbero responsabile, per il resto può contare solo su sé stessa e come ulteriore handicap c'è il fatto che abbandonare il presidio significherebbe perdere lavoro e autostima. Dopo pochissimo tempo, all'interno della stazione cominciano ad accadere le cose più strane e se all'inizio ogni evento potrebbe essere spiegabile ed affrontabile con professionale tranquillità, mano a mano i fenomeni ai quali è costretta a testimoniare la protagonista si fanno sempre più violenti, inquietanti e incontrollabili, portando l'agente a perdere lucidità e costringendo lo spettatore a sopportare assieme a lei tutti gli orrori che si nascondono all'interno della stazione di polizia oltre a crisi di ansia sempre più intense.


Juliana Harkavy, costretta a reggere sulle proprie spalle l'intero film, offre un'interpretazione magistrale, distante da quella della solita scream queen: l'agente Loren non è una sprovveduta, anzi, affronta di petto tutte le situazioni inspiegabili che le si parano davanti, ma nel corso del film assistiamo ad un crudele gioco di manipolazione psicologica che la trasformerà nell'ombra di sé stessa, una ragazzina dal complesso paterno incapace di distinguere l'incubo dalla realtà. Non che DiBlasi in questo la aiuti, eh. Il regista crea la situazione più angosciante in assoluto, girando un horror quasi interamente illuminato da una luce artificiale fortissima che rende il buio esterno o nascosto in attesa dietro le porte semi-aperte ancora più oscuro ed insondabile. Non so se a voi è mai capitato da piccoli di rimanere soli d'inverno in casa mentre la mamma usciva un quarto d'ora, magari per andare in cantina, e voi eravate costretti a stare in cucina ad aspettarne il ritorno, con la luce del neon che non riusciva a raggiungere il corridoio proprio alle vostre spalle; ecco, in Last Shift succede proprio questo ma in più c'è un'attesa di otto ore, all'interno di un luogo sconosciuto e palesemente ostile. Davanti a questa prospettiva diventano terrificanti anche dei cliché come i filmati che partono da soli, le porte che si aprono, i telefoni che squillano all'improvviso o i fantasmi dall'aspetto demoniaco (il make-up e gli effetti speciali di Last Shift sono fenomenali) perché tutti questi elementi si innestano in un'ambientazione claustrofobica e surreale, senza limitarsi a provocare uno spavento temporaneo ma diventando parte integrante di un orrore fisico e psicologico. Insomma, di nuovo bravo ad Anthony DiBlase, che è stato capace di spaventarmi e turbarmi ancora una volta.


Del regista e co-sceneggiatore Anthony DiBlasi ho già parlato QUI.

Juliana Harkavy interpreta Jessica Loren. Americana, ha partecipato a film come La mia super ex-ragazza e a serie come The Walking Dead e Constantine. Anche sceneggiatrice, ha 30 anni e tre film in uscita.


Se Last Shift vi fosse piaciuto recuperate Distretto 13: Le brigate della morte, dal tema simile ma non sovrannaturale. ENJOY!

giovedì 19 novembre 2015

(Gio) WE, Bolla! del 19/11/2015

Buon giovedì a tutti! Oggi lo è soprattutto per i fan dell'insopportabile Ragazza di Fuoco i quali, finalmente, vedranno conclusa una delle saghe più remunerative degli ultimi anni. Io invece avrei voluto vedere Mr. Holmes con Ian McKellen ma ciccia, almeno a Savona... ENJOY!


Hunger Games - Il canto della rivolta parte 2
Reazione a caldo: Anche no.
Bolla, rifletti!: E niente, a me questa saga 'sta sulle balle. Ho abbandonato i film al primo episodio e i libri al secondo volume, vuoi per la pochezza della realizzazione vuoi per l'antipatia dei personaggi. Che i fan si divertano, io me ne chiamo fuori!

Loro chi?
Reazione a caldo: Hmmm!!!
Bolla, rifletti!: Dopo Smetto quando voglio tendo a tenere sott'occhio i vari attori che hanno partecipato, tra i quali figura ovviamente Edoardo Leo. Ho dunque guardato il trailer di Loro chi? con uno sguardo incuriosito che solitamente non riservo alle commedie italiane: questa storia truffaldina mi conquisterà come il film di Sibilia? Ne dubito ma credo le darò comunque una chance.

Al cinema d'èlite si va proprio sul cinefilo spinto..!

Rams - Storia di due fratelli e otto pecore
Reazione a caldo: Oddio!!
Bolla, rifletti!: Film islandese, candidato all'Oscar come miglior film straniero per il 2016, la pellicola di Grímur Hákonarson racconta perlappuntamente di due fratelli allevatori che non si parlano da quarant'anni e sono costretti ad unire le forze per salvare lo storico allevamento di famiglia. Un po' dramma e un po' commedia, Rams parrebbe sufficientemente particolare da titillare l'interesse...

mercoledì 18 novembre 2015

Altered - Paura dallo spazio profondo (2006)

Spulciando qui e là in rete mi è saltato all'occhio Altered - Paura dallo spazio profondo (Altered), diretto e co-sceneggiato nel 2006 dal regista Eduardo Sánchez, e ho deciso di guardarlo.


Trama: cinque ragazzini vengono rapiti e seviziati dagli alieni e uno di loro muore nel corso di orribili esperimenti. Da adulti, spinti chi da un desiderio di vendetta, chi trascinato nella vicenda nonostante la ferma volontà di scappare, si ritrovano a dover affrontare quegli stessi alieni...



Per chi ha vissuto in pieno l'epoca Blair Witch Project come la sottoscritta il nome di Eduardo Sánchez, seconda metà della coppia che ha donato al mondo il papà di tutti i found footage moderni, suscita ancora un po' di affettuosa curiosità. Ed è per questo che, pur non andando particolarmente matta per gli alieni e pur essendone francamente anche terrorizzata, ho deciso di dare una chance ad Altered - Paura dallo spazio profondo, un film al quale inizialmente non avrei dato un centesimo ma che in qualche modo mi ha coinvolta e anche un po' spaventata. La trama si concentra su una triste storia di vendetta che comincia "in medias res" nel momento in cui tre dei protagonisti esordiscono cacciando una creatura aliena in un bosco; questo inizio al fulmicotone ha un effetto straniante perché lì per lì parrebbe quasi che nell'universo descritto da Altered la caccia all'alieno sia comune quanto qui quella al cinghiale, come se la Terra fosse stata invasa e fosse in corso una guerra tra umani ed extraterrestri. In realtà, andando avanti col film verremo a scoprire che i tre (ai quali si aggiungerà il vero protagonista della pellicola, Wyatt) sono vittime isolate di rapimenti alieni, condannati a vivere una vita di terrore, sensi di colpa e continue prese in giro proprio a causa del terribile evento che ha distrutto la loro infanzia. Altered prende quindi il via dal desiderio dei tre di farla pagare agli alieni uccidendo l'essere che sono riusciti a catturare ma il vero motore dell'azione è la ferrea consapevolezza di Wyatt, l'unico rimasto prigioniero per più tempo e conseguentemente il più esperto in materia ma anche quello che pensa giustamente a fuggire dal passato, che l'eventuale morte dell'orribile ostaggio scatenerebbe l'ira dei suoi simili, condannando l'umanità all'estinzione. La particolarità di Altered è quindi la presenza di un mostro orrendo, sanguinario e anche molto bastardo, il quale gioca sul fatto che i protagonisti possono torturarlo e tenerlo prigioniero ma non ucciderlo, con tutto quello che ne consegue; questo meccanismo regge benissimo per la prima metà del film, claustrofobica, tesa e disperata oltre che condita da un paio di momenti splatter non da poco, ma si perde un po' nella seconda, più banale e raffazzonata.


Altered perde di efficacia nel momento in cui parecchi pezzi vengono tolti dalla scacchiera e l'azione si concentra essenzialmente sul protagonista, una specie di radar per alieni "alterato" dagli stessi in un modo che non viene mai specificato. La claustrofobica e cauta sopravvivenza racchiusa in quattro mura diventa una fuga disperata tra strade e boschi o si traduce in duelli mentali tra Wyatt e l'alieno zannuto, più fastidiosi per le orecchie dello spettatore (straziate da terribili stridii) che paurosi e non bastano un paio di momenti di nera ironia per risollevare una risoluzione frettolosa ed un finale fiacco. C'è da dire che, in generale, a me gli alieni terrorizzano quando sono appiedati mentre quando compaiono eventuali astronavi innalzo un muro di scetticismo e ho quindi trovato sconsiderata l'idea di destinare buona parte del budget ad un orrido veicolo spaziale realizzato con una CGI da poveracci, una vera caduta di stile di cui Altered poteva fare a meno. A parte tutto, il film di Sánchez si lascia guardare, soprattutto grazie alla presenza di caratteristi capaci, che mettono l'anima per far sì che i loro personaggi buchino lo schermo consentendo allo spettatore di interessarsi alla loro storia e soprattutto alla loro sorte; il protagonista è un po' moscetto e lo zoticone Cody per buona parte del film è costretto nel ruolo del redneck iracondo, volgare e pazzo ma Brad William Henke e il veterano della strega di Blair Michael C. Williams danno vita a due personaggi ai quali non è possibile volere male. Quanto al trucco dell'alieno... ecco, diciamo che non vorrei mai trovarmi davanti una simile aberrazione, la versione carnivora di un Exogino (che, se ricordate, erano già brutti di loro!) con una fastidiosa passione per le interiora umane, però come al solito ho provato più ansia quando questa schifezzuola verde e zannuta non veniva inquadrata piuttosto che di fronte ad eventuali primi piani. A parte le mie considerazioni deviate, Altered è un film che merita una visione, dategli una chance!


Del regista e co-sceneggiatore Eduardo Sánchez ho già parlato QUI mentre Michael C. Williams, che interpreta Otis, lo trovate QUA.

Adam Kaufman interpreta Wyatt. Americano, ha partecipato a serie come Buffy l'ammazzavampiri, Dawson's Creek, Taken, CSI: Miami, CSI NY, Monk, Senza traccia, Melrose Place e 90210. Ha 41 anni.


Brad William Henke interpreta Duke. Americano, ha partecipato a film come The Fan - Il mito, Space Jam, North County, World Trade Center, Pacific Rim, Fury e serie come Nash Bridges, ER Medici in prima linea, Jarod il camaleonte, Più forte ragazzi, CSI Scena del crimine, Dexter, Cold Case, CSI: Miami, Lost, Criminal Minds e Bones. Anche sceneggiatore e produttore, ha 49 anni e tre film in uscita.


Se Altered - Paura dallo spazio profondo vi fosse piaciuto recuperate anche Dark Skies - Oscure presenze. ENJOY!

martedì 17 novembre 2015

Il Bollodromo #22: Lupin III - L'avventura italiana (episodi 20-21)

Siamo arrivati quasi alla conclusione di quella che si sta rivelando la serie più diludente di sempre, l'equivalente di una mattina di Natale in cui ti svegli sperando di trovare sotto l'albero, chessò, un biglietto per una cena con Bruce Willis e invece scartando il pacchetto scopri che finirai ad ammorbarti ad un concerto di Max Pezzali. Cose che ti fanno scendere la lacrima compulsiva anche se stavolta perlomeno Lupin III - L'avventura italiana è cominciato alle 23.20... ENJOY!

Quest'immagine però è splendida!
Episodio 20 - Per sentirti cantare ancora

A proposito di tristezza. Filler tra l'inutile e il dannoso, forse quello disegnato peggio finora, sia per quel che riguarda i personaggi secondari (la cantante Nora tanto quanto è carina ma il marito e, soprattutto, il venditore di automobili in guisa di Elvis/Frankie/Zenigata da giovane non si possono guardare) che per quelli principali, tanto che Lupin e Fujiko a tratti non paiono nemmeno loro. L'episodio verte interamente sul "furto" di un'automobile d'epoca, appartenuta ad una cantante famosa negli anni '50 e ora in fin di vita; le virgolette sono d'obbligo, in quanto a Lupin è stato semplicemente commissionato di guidare l'auto dal punto A, la concessionaria, al punto B, un camion, solo per accrescere il valore commerciale della vettura. Purtroppo la vettura è come Herbie, il maggiolino tutto matto, e ha una volontà propria che non coincide con quella del ladro. Il tutto mentre sullo sfondo scorre la storia, triste quanto volete, per carità, di due personaggi dei quali non frega una cippa a nessuno e Lupin è costretto a cantare un'ammorbante e melensa canzonetta. Le lacrime scorrono copiose sul finale ma è solo per il dolore di avere visto l'ennesima, tremebonda puntata ciofeca.


Episodio 21 - Dal Giappone con amore

Con l'episodio 21 Lupin e soci tornano in un Paese più congeniale a loro e forse anche agli sceneggiatori che, incredibile ma vero, riescono a confezionare l'ennesimo filler rendendolo però stranamente supercazzoloso e divertente. La puntata verte sulla sfida tra Fujiko e un nuovo detective (un inquietante e vanesio figuro dall'abito nipponico, il cappello all'occidentale e l'evocativo cognome Holmes, accompagnato da due assistenti altrettanto peculiari) che riesce a mettere nel sacco Lupin dopo averli ingannati entrambi ma compie l'errore fatale di sottovalutare la pettoruta miss Mine in quanto donna. Tolto l'esordio da vera demente di Fujiko, convinta di avere davanti Goemon quando è palese che il samurai MAI si ubriacherebbe con lei e di sicuro non le proporrebbe una scommessa mettendo di mezzo Lupin, l'episodio è interessante proprio per il modo in cui riesce a sottolineare l'importanza di Fujiko, che nulla ha da invidiare ai suoi colleghi maschi in quanto ad abilità e forza. Molto belle le animazioni, l'abbondante utilizzo di colori autunnali e l'idea di cambiare l'intro iniziale per omaggiare il Giappone (ultimamente si vede una Gioconda e si sente la frase "L'arte e il ladro hanno una cosa in comune: entrambe ti rubano il cuore" mentre nell'episodio 21 la stessa frase viene scritta in giapponese ed accompagnata dall'immagine di un misterioso neko) e molto apprezzabile anche il giusto equilibrio tra momenti seri e momenti faceti. Ovviamente, su tutto vince l'inedita mise di Jigen con cappello, kimono e capelli raccolti in una coda, che mi ha causato una terrificante epistassi alla faccia del "completo da campione di petanque" visto qualche settimana fa. Più Jigen in kimono pe' tutti!!!

MioDDio!!! *___*
Come vedete, Lupin III - Lavventura italiana sta quasi per concludersi, tra alti (pochissimi) e bassi (incalcolabili). Mancano ancora quattro puntate e posso solo sperare che il ritorno temporaneo in terra nipponica abbia contribuito ad ossigenare il cervello dei realizzatori sebbene sia sempre più propensa a dubitarne. Anche perché la prossima puntata, ahimé, vedrà il ritorno di Rebecca e del suo maggiordomo, entrambi rapiti (di nuovo un rapimento? Ma chePPalle!!!!!) e infilati in un treno tallonato dalla strana coppia di salvatori Lupin/Zazà. Io scommetto nell'ennesima camurrìa, voi? Alla prossima!

Ecco le altre puntate di Lupin III - L'avventura italiana:

Episodi 1- 4
Episodi 5 - 7
Episodi 8-10
Episodi 11-13 
Episodio 14
Episodio 15
Episodio 16
Episodio 17
Episodio 18
Episodio 19
Episodio 20

domenica 15 novembre 2015

Kill List (2011)

Ci ho messo un po' ma finalmente trovo il coraggio di parlare di Kill List, diretto e co-sceneggiato nel 2011 dal regista Ben Wheatley.


Trama: un ex soldato riciclatosi come sicario, in piena crisi coniugale e lavorativa, decide di accettare un incarico e uccidere delle persone inserite in una lista. Neanche a dirlo, sarà l'inizio di un incubo...



Quando aspetto giorni per scrivere un post (tolta la perenne mancanza di tempo, chevvelodicoaffare) è perché o il film non mi è piaciuto oppure perché ho avuto bisogno di rifletterci su. Il caso di Kill List rappresenta un misto di queste due possibilità perché, ammettiamolo, non è che la pellicola di Wheatley mi abbia appassionata più di tanto di primo acchito, complice anche l'ora tarda e un'altra serie di circostanze sfavorevoli accorse durante la visione. Anzi, diciamo pure che alla fine ero talmente perplessa da aver aperto una sorta di "simposio" via WhatsApp durante il quale la buona e paziente Silly ha dato risposta ad alcuni miei dubbi. Partendo da un suo paio di interpretazioni illuminate ho passato i giorni a rigirarmi nella mente Kill List e alla fine sono giunta alla conclusione che la pellicola di Ben Wheatley è una bomba proprio perché un film che da da pensare per così tanto tempo, di questi tempi così superficiali, è già di per sé un piccolo miracolo. E poi perché riesce ad essere uno splendido omaggio a The Wicker Man mantendendo contemporaneamente una sua spiccata personalità e anche questo non è poco, anzi. Se mai vi accingerete a guardare Kill List toglietevi innanzitutto dalla testa di trovarvi davanti un horror nel senso stretto della parola e, soprattutto, non crediate che la trama sia lineare ed univoca, in quanto la sceneggiatura scritta da Wheatley e dalla moglie Amy Jump si apre a mille interpretazioni diverse, tutte quante plausibili. D'altronde il protagonista è un ex militare afflitto palesemente da stress post traumatico, incapace sia di condurre una vita normale con la moglie e il figlio, sia di tornare a "lavorare", dove per lavorare si intende riprendere l'attività di sicario, condivisa con l'amico ed ex commilitone Gal: nel film si fa spesso cenno a "qualcosa" accaduto a Kiev, durante una missione omicida in cui probabilmente Jay ha perso il controllo, conseguentemente possiamo dire che la frammentazione del montaggio e la scarsità di informazioni fornite allo spettatore, che concorrono a rendere Kill List molto criptico, siano un modo di rappresentare la psiche fragile e torturata del protagonista, soggetto ad apatia e scoppi improvvisi di violenza.


Al legame profondo tra protagonista e realizzazione del film, il cui cammino verso il finale è scandito da capitoli come se ci trovassimo davanti a una tragedia greca o ad un impietoso countdown, si accompagna il modo sottile ed inquietante col quale Wheatley inserisce l'Orrore in questa storia di traumi, problemi familiari e criminali. Un Orrore perturbante che induce lo spettatore a riprendere Kill List per riguardarlo tutto da capo, cercando di cogliere i segni in grado di prefigurare il terrificante, angoscioso finale, per capire come si possa essere arrivati a quel punto. In effetti, io con quel finale (di cui non parlerò) ho avuto molti problemi e Silly lo sa, semplicemente non potevo accettarlo né capirlo, abituata come sono a guardare horror dotati di spiegazioni "razionali" e fondamentalmente univoche. Su questo finale mi sono incaponita, nonostante mi sia stato consigliato di non farlo, di accettarlo e lasciarmi trasportare, ho deciso di ripercorrere da capo ogni scena, anche la più insignificante, ed è stato così che a un certo punto la tragedia e il destino di Jay sono diventati lapalissiani e perfettamente plausibili. E' servita solo molta, moltissima attenzione ed è stato necessario rifocalizzare il cervello su un tipo di intrigo quasi "antiquato", centellinato e bastardo, affidato più alla sensibilità soggettiva dello spettatore che a qualcosa di oggettivo e universale. Quando anche l'ultima tessera del puzzle è andata a posto mi si è aperto un mondo e ho capito che Kill List è uno degli horror più intriganti che siano stati girati nell'ultimo decennio, nonché uno dei più crudeli ed impietosi e stupidissima io a non averlo capito subito e a non aver dato fiducia a Ben Wheatley, autore assolutamente non banale che già avevo apprezzato in The ABCs of Death e Killer in Viaggio. So bene che questo post non ha alcun senso ma è servito a me per scendere a patti con questo piccolo gioiellino, per ricordarmi che non è mai bene dar retta alla mia testa d'Ariete e buttare giù dei giudizi affrettati nati dall'errata convinzione di non capire. A volte basta solo rilassarsi e rifletterci un po'.


Del regista e co-sceneggiatore Ben Wheatley ho già parlato QUI mentre Michael Smiley, che interpreta Gal, lo trovate QUA.

Neil Maskell interpreta Jay. Inglese, ha partecipato a film come Basic Instinct 2, Doghouse, Pusher e The ABCs of Death. Anche regista e sceneggiatore, ha 39 anni e due film in uscita.


MyAnna Buring interpreta Shel. Svedese, ha partecipato a film come The Descent, Omen - Il presagio, Grindhouse, Doomsday - Il giorno del giudizio, Lesbian Vampire Killers, The Descent: part 2, The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 1, The Twilight Saga: Breaking Dawn - Parte 2 e a serie come Downton Abbey. Ha 36 anni e tre film in uscita.


Se Kill List vi fosse piaciuto recuperate The Wicker Man. ENJOY!

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