Causa challenge di Halloween in corso ho scelto un giorno strano per pubblicare, lo so. Probabilmente, così, nessuno leggerà il post, ma fa nulla, perché davanti a tragedie simili mi chiedo come si possa pretendere di dire qualcosa di intelligente. Ma tant'è, due parole su La voce di Hind Rajab (Sawt Hind Rajab), diretto e sceneggiato dalla regista Kaouther Ben Hania, volevo comunque scriverle.
Trama: nel gennaio del 2024, gli operatori della sede palestinese della Mezzaluna Rossa ricevono la telefonata di Liyan Hamada, un'adolescente intrappolata all'interno di un'auto presa di mira dall'esercito israeliano, che ha già ucciso i genitori e i suoi fratelli. Quando anche Liyan viene uccisa, gli operatori scoprono che nell'auto c'è una bimba di 6 anni ancora viva, Hind Rajab, e cercano disperatamente di salvare almeno lei...
Quando ho deciso di andare a vedere La voce di Hind Rajab mi aspettavo che avrei pianto non solo tutte le mie lacrime, ma anche quelle della mia compagna di visione. In realtà, come ho scritto su Facebook, ho pianto, certo, ma di rabbia. E' la stessa sensazione provata guardando Diaz, derivata da un'impotenza angosciante e dall'assurda consapevolezza che chi potrebbe fare davvero qualcosa per evitare lo sterminio di un intero popolo se ne batte i coglioni minimizzando, oppure dichiarando che il problema non esiste proprio. Non è giusto che serva un film per risvegliare le coscienze, anche perché Hind Rajab è una sola bambina, dotata di un nome, un volto e una voce, mentre a migliaia ne muoiono ogni giorno nell'anonimato, senza che la loro orribile storia ci raggiunga. Non è giusto, ripeto, ma è necessario, perché un film come La voce di Hind Rajab ci sbatte in faccia la realtà sepolta in una quotidianità fatta di lavoro, notifiche, video di gattini, cazzi nostri, e ci ricorda che c'è un posto (anzi, più di uno, ché la guerra non è solo in Palestina) dove, quale che siano le loro ragioni, delle persone hanno deciso di diventare dei mostri e sterminare indiscriminatamente altri esseri umani. L'aspetto ancora più tremendo del film di Kaouther Ben Hania, nonché un enorme dito medio nei confronti di chi sicuramente denigrerà la natura "strappalacrime" del film, è che in realtà si tratta di un'opera molto asciutta, che non si concentra esclusivamente sulle ultime ore di vita di una bimba, ma soprattutto sulle vite di chi, ogni giorno, rischia la pazzia per salvarne altre. La voce di Hind Rajab è l'equivalente di un thriller. La pressione psicologica che vomita sullo spettatore è fortissima, ed è la stessa che hanno subito Omar, Rana, Mahdi e Nisreen, quattro operatori impotenti di fronte alle maglie di una burocrazia bellica spaventosa e all'orrore di non sapere se i paramedici che quotidianamente mandano in soccorso faranno ritorno vivi. La voce della piccola è ovviamente fondamentale, ma è una delle tante; il dramma umano che si consuma all'interno della sede della Mezzaluna Rossa racconta tutta la frustrazione, la disperazione, l'ansia e il panico di chi è costretto a portare sulle spalle, ogni giorno, un peso enorme.
Kaouther Ben Hania punta la cinepresa sui volti dei protagonisti, tutti bravissimi, sceglie uno stile asciutto e senza fronzoli, quasi documentaristico, soffermandosi su pochi gesti di cameratismo e conforto (quelli commuovono realmente) e annullando il confine tra drammatizzazione ed eventi reali grazie all'uso intelligente di file audio e cellulari. Bastano questo, il tempo scandito con un pennarello impietoso e le inquadrature finali di una madre compresa in un dignitoso dolore, a stringere il cuore di chi vuole ascoltare e capire, anche quando c'è solo silenzio. Perché è sicuramente la voce, reale, terrorizzata, di Hind Rajab, puntellata da spari e dal suono dei cingoli di un carro armato, a schiacciare come un macigno, ma è ancora più orribile ciò che non si vede e non si sente. Non si sente la voce di chi sta comodo in poltrona a distribuire con ostentazione una stiracchiata salvezza, solo perché "importante"; non si vedono i soldati israeliani, impegnati in un folle gioco tra gatto e topo (nel dialogo più terribile del film si sottolinea l'impossibilità che i soldati non si siano accorti della presenza di una persona ancora viva, e la certezza che la conversazione venisse intercettata, e visto il livello tecnologico dell'esercito israeliano solo chi è in malafede potrebbe sostenere il contrario); non si vede l'ultimo, disperato viaggio di un'ambulanza che non ha mai raggiunto la destinazione, rappresentata dal disegno di un'auto su una mappa digitale. Non si vede tutto ciò che hanno vissuto gli operatori della Mezzaluna Rossa prima di quella terribile telefonata, né tutte le tragedie che sono seguite, e davanti all'orrore di tante vite spezzate inutilmente, la vera domanda che mi tormenta dalla fine del film è se chi non è morto abbia ancora la forza psicologica di resistere e combattere per rimanere sano di mente, perché io non so proprio se riuscirei. Lasciate perdere le diatribe oziose da festival cinematografici e le critiche dei cosiddetti esperti del settore e, per una volta, date retta al cuore, anche se rischia di spezzarsi; correte a vedere La voce di Hind Rajab e tenetevi strette a lungo le sensazioni che vi lascerà, perché ce ne sarà bisogno, se vorremo rimanere umani nei tempi bui che ci aspettano.
Kaouther Ben Hania è la regista e sceneggiatrice del film. Tunisina, ha diretto film come L'uomo che vendette la sua pelle e Quattro figlie. Anche montatrice e direttrice della fotografia, ha 48 anni.
La vicenda di Hind Rajab è stata raccontata anche in due corti, che non guarderò mai, Close Your Eyes Hind e Hind Under Siege. Se vi sentite di star ancora più male, recuperateli, io non posso farcela.




Si è fatta fin troppa polemica nei confronti di un film che preso come un film o come un appello necessario resta da cercare, da vedere, da consigliare. Impossibile rimanerne indifferenti, impossibile vederci qualcosa di ricattatorio vista la compostezza della sceneggiatura. Una sala così silenziosa e commossa e arrabbiata che esplode in un applauso che non vuole finire, non la dimenticherò. Il potere del cinema, per fortuna, sta anche qui.
RispondiEliminaNon avrei saputo dirlo meglio! :)
EliminaNegli ultimi venti anni a Roma hanno chiuso decine e decine di cinema, cinema storici e cinema che hanno segnato la mia adolescenza e giovinezza. Il primo ottobre il cinema Adriano (un cinema storico, forse il più bello della capitale e che presto sembra cambierà proprietà: ciò sappiamo cosa rischia di significare) aveva proiettato La voce di Hind Rajab; erano presenti anche Clara Khoury e, collegata, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati Francesca Albanese. Che cos'è il cinema? La magia improvvisa del buio in sala e il maxischermo che ci immerge una volta ancora in una nuova e intrigante avventura? Il rito dell'attesa e dell'incontro davanti l'ingresso? Una risata fragorosa che all'unisono squarcia il silenzio obbediente della sala o quel silenzio assordante che irrompe insostenibile dinanzi una scena che ci segnerà per sempre? La curiosità di frugare il volto del vicino quasi a rubarne l'intima riservatezza di una sua reazione solo per confrontarla con la propria? Le luci che si accendono e la consapevolezza che non sarai più la persona che eri due ore prima? Uscire e cominciare una nuova storia, una nuova avventura: confrontarsi e scoprire che ognuno di noi ha visto un film diverso... I cinema sono baluardo di cultura e isole di resistenza. Un cinema che chiude è un pezzo di città, di cittadinanza che muore. E non è un caso che a Gaza abbiano distrutto, raso al suolo non solo ospedali e cliniche per la fertilità (si anche quelle!) ma pure scuole università biblioteche. Un popolo si annienta anche così: provando a cancellarne passato e identità per negargli un futuro.
RispondiEliminaNon posso che concordare con tutto quello che hai scritto e intristirmi davanti alla consapevolezza che, che ormai, chi avrebbe possibilità di arricchirsi culturalmente, non ne approfitta e se ne frega, lasciando che tutto muoia.
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