mercoledì 28 gennaio 2026

Sirat (2025)

La settimana scorsa è uscito in Italia Sirat (Sirât), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Oliver Laxe e candidato a due Oscar, Miglior Film Straniero e Miglior Sonoro.


Trama: Luis, assieme al figlioletto Esteban, gira per i rave in cerca della figlia maggiore, da tempo scomparsa. Quando si convince che un gruppo di raver si recheranno in quello decisivo, Luis si accoda alla loro piccola carovana...


Da che ho memoria o, meglio, da quando ho raggiunto l'età per uscire di casa, mio padre mi ha sempre detto: "su g'he du burdellu, porta via u belin", ovvero "se ci sono dei casini, vattene". Per mio padre, i rave sarebbero l'epitome del "burdellu", una calamità (in)naturale intrisa di casini, a partire dalla loro illegalità, dalla quantità di droga che gira, e dalla possibilità concreta di venire portati in prigione o peggio. Per questo mi è sembrato di leggere nell'animo di Luis, un tizio sulla sessantina con figlioletto al seguito che va di rave in rave a cercare l'altra figlia, quella maggiore, scomparsa senza dare più notizie di sé. Non sappiamo perché la ragazza non abbia più contattato la famiglia, sappiamo solo, e nemmeno da Luis, che dalle foto sembra avere "gli occhi tristi" e che il padre è deciso a ritrovarla, quello stesso padre che, con tutta probabilità, farebbe un falò di rave e raver assieme. Probabilmente, nel suo cuore Luis la dà già per persa, eppure lo stesso decide di seguire un gruppetto di raver, pronti a passare alla prossima festa, per tentare ancora una volta la sua disperata ricerca, perché arrendersi sarebbe anche peggio. Sirat comincia così come il tipico viaggio cinematografico on the road, dove due realtà diverse si incontrano, si scontrano e poi si mescolano, limando le rispettive diffidenze e arricchendosi reciprocamente, un viaggio verso un obiettivo ben preciso. Peccato (o per fortuna), però, che Sirat non sia così lineare e banale: il titolo fa riferimento al ponte, più sottile di un capello e più affilato di una spada, sospeso sopra l'inferno, un ponte che solo gli animi retti possono attraversare. E l'inferno è ciò che circonda Luis e i suoi compagni, un inferno tanto splendido quanto subdolo, che offre mille possibilità di una vita libera e selvaggia, ma non perdona la minima distrazione, soprattutto quando tutto intorno c'è sì la minaccia della guerra, ma anche un ambiente che nasce per essere pericoloso e inospitale. In ogni sequenza, a partire dalla frenetica scena iniziale in cui la cinepresa di Oliver Laxe ci trascina letteralmente dentro un rave, a stordirci di musica martellante, c'è qualcosa a ricordarci che la fuga dalla realtà è temporanea, che basta un nonnulla e le ali che ci fanno librare in alto possono andare in fiamme e precipitarci all'inferno, che il "burdellu", se vuole, può travolgerci anche se le altre volte ce la siamo cavata per il rotto della cuffia. E così, il prevedibile viaggio di Luis diventa un'esperienza cinematografica tra le più angoscianti viste nella vita, un non-horror che mette più ansia di un film che rispetta tutte le regole del genere. 


Il motivo per cui Sirat entra sotto pelle è la perfetta commistione tra tecniche di "finzione" cinematografica e uno stile documentaristico che rende tutto più verosimile. Oliver Laxe non ricerca l'artificio, lascia che siano gli scorci naturali del deserto marocchino a creare immagini spettacolari e mozzafiato, inserendo di volta in volta l'elemento umano o artificiale (le enormi, vecchissime casse utilizzate nei rave in primis) per modificare drasticamente l'atmosfera, senza mai essere banale. E' raro che un film mi sorprenda, ma Sirat lo ha fatto per ben tre volte, con una fluidità letteralmente spaventosa, che mi ha impedito di "rilassarmi" per tutto il resto del film. In tandem con lo stile di regia, anche la scelta di utilizzare un attore famoso come Sergi López, affiancandogli dei veri raver, risulta vincente e concorre a rendere credibile il piglio realistico di Sirat. Steff, Josh, Bigui, Tonin e Jade riempiono lo schermo con le loro facce splendide, da buskers, e fanno venire voglia di sapere cos'è successo loro prima degli eventi raccontati nel film, di seguirli lungo il cammino che li ha portati a diventare "cacciatori" di rave. E a proposito di rave, che Sirat abbia una candidatura per il miglior sonoro non deve stupire. I suoni del film, un misto di musica techno e dei silenzi naturali tipici del deserto, avvolgono lo spettatore senza lasciarlo andare dall'inizio alla fine, attirandolo in un trip fatto di bassi insinuanti, suoni distorti e una grezza vitalità artigianale riprodotta con incredibile nitidezza. Oserei dire che pare quasi di essere in un rave, non fosse che non ho mai provato una simile esperienza e, dopo Sirat, mai la proverò, soprattutto a 44 anni suonati, ma l'impressione è stata quella. A maggior ragione, perché alla fine di Sirat mi è sembrato che mancasse "qualcosa", come se il film mi avesse stordita, mi avesse travolta con emozioni troppo fugaci per poterle trattenere, e ciò mi avesse impedito di coglierne il senso di insieme. Forse dovrei rivederlo, ma anche no, e non perché sia un brutto film (spero di essere stata chiara, è bellissimo), ma perché resistere fino alla fine senza scappare preda dell'ansia è stato molto difficile.   

Oliver Laxe è il regista e co-sceneggiatore del film. Francese, ha diretto i film Todos vós sodes capitáns, Mimosas e O que arde. Anche produttore, ha 44 anni.


Sergi López
interpreta Luis. Spagnolo, ha partecipato a film come Piccoli affari sporchi, Il labirinto del fauno e L'uomo che uccise Don Chisciotte. Ha 61 anni e un film in uscita. 



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