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mercoledì 20 maggio 2026

Blue Moon (2025)


Per la serie "recuperi pre-Oscar", oggi vi parlo di Blue Moon, diretto nel 2025 dal regista Richard Linklater e candidato a due Oscar, quello per Miglior attore protagonista e quello per Miglior sceneggiatura originale.

Trama

Il paroliere Lorenz Hart, la sera del trionfo del suo socio storico, si ritrova in un bar ad attendere Elizabeth, la sua protetta...

Mi ero chiesta come mai, nel corso dei miei soliti recuperi, non fosse ancora arrivata la classica biografia di un personaggio (a me) sconosciuto e finalmente Blue Moon ha esaudito il mio "desiderio". Il film di Richard Linklater ci offre, infatti, uno scorcio degli ultimi anni del paroliere Lorenz Hart, colui che, assieme al compositore Richard Rodgers, ha dato vita a canzoni come Blue Moon, appunto, e spettacoli quali A Connecticut Yankee, più volte nominato nel corso della vicenda. Il focus della sceneggiatura di Robert Kaplow è una serata ben precisa, quella in cui il musical Oklahoma! ha aperto a Brodway per la prima volta, decretandone non solo il clamoroso successo, ma anche la nascita di un nuovo sodalizio artistico, quello tra Richard Rodgers e Oscar Hammerstein. L'inizio della fine, insomma, per Hart, il quale si ritrova, solo ed amareggiato, al bar dove l'ex socio sta per arrivare a festeggiare lo spettacolo, ad attendere sua protetta, l'aspirante poetessa Elizabeth. Che il destino di Hart non sarà felice, il film lo chiarisce fin dalle prime scene, ma Blue Moon cristallizza un commovente, delicato momento di consapevolezza, in cui Hart capisce di essere ormai "superato", intrappolato in un passato di gloria che lui stesso, complice l'alcolismo e un carattere intemperante, ha contribuito a distruggere. La presa di consapevolezza arriva graduale, rallentata dalla natura affabulatoria del protagonista, il quale mescola continuamente verità ed illusioni alimentate da una passata grandezza, aneddoti che lo vedono protagonista, sogni di gloria per il futuro e tantissime pennellate di umorismo nero, citazioni più o meno colte e una buona dose di malizia, che rendono i dialoghi particolarmente vivaci ma non meno "patetico", passatemi il termine, il povero Hart. Il modo in cui il protagonista apre gli occhi alla triste realtà, tra la freddezza malinconica di Rodgers e i fiumi di parole di un'adolescente in fregola che ha occhi solo per sé stessa e per le sue "crush" (tra le quali, ahimé, Hart non rientra) è una doccia fredda per lo spettatore, il quale si ritrova impossibilitato a provare altro che simpatia per lui, e la sciocca speranza che le carte possano tornare a girare in suo favore. 

L'impianto di Blue Moon è giustamente teatrale come il mondo in cui è ambientato, caratterizzato da un'intima unità di luogo, una serie di lunghi monologhi e qualche importante dialogo tra Hart e tutta una serie di co-protagonisti ed "extras", con un paio di gag imperniate su personaggi che sarebbero diventati importantissimi per la scena culturale americana. Il film è lo one man show di Ethan Hawke, aiutato giusto da un paio di trucchetti tecnici a riprodurre la fisicità di Hart (a volte il trucco riesce, altre meno; le poltrone, per esempio, sembrano innaturalmente grandi, ma le inquadrature atte a mostrare Hawke più basso di tutti gli altri attori sono perfette) ma, per il resto, impegnato nella performance della vita. L'attore ripropone tutti i vezzi di Hart, il suo modo di parlare e la sua ambiguità di fondo, profondendosi in un riuscito mix di poesia e trivialità, senza mai risultare macchiettistico, anzi; il suo personaggio acquista profondità nel tempo e se, all'inizio, Hart sembra solo un buffo fanfarone, verso il finale si avverte proprio il peso della vecchiaia, delle occasioni perdute, una malinconia che prelude ad una resa e che dona ulteriore profondità agli sguardi e ai gesti dell'attore. Il dialogo all'interno del deposito degli abiti è una delle mie sequenze preferite, per la verosimiglianza con cui un cuore colmo di amore e speranza si ritrae, si rimpicciolisce davanti allo spietato fulgore di una sincerità ingenua e crudele, affidata all'impossibile bellezza di Margaret Qualley, sempre più splendida ed irraggiungibile. Guardando quella scena, sfido chiunque ad ignorare il magone, a ricordare tutte le volte in cui ci si è sentiti stupidi, umiliati di fronte all'incapacità di capire che il nostro tempo era passato e, per certi versi, forse non era neppure mai arrivato. Lo ammetto, arrivata alla fine di Blue Moon non ero molto convinta di quello che avevo visto, forse perché da Richard Linklater non mi aspettavo qualcosa di così "tradizionale". Eppure, passata la notte che porta consiglio, ho scoperto di non riuscire a smettere di pensare alle emozioni dolceamare lasciate dal film, un'opera delicata e poetica alla quale vi consiglierei di dare una chance. 

CAST

Del regista Richard Linklater ho già parlato QUI. Ethan Hawke (Lorenz Hart), Bobby Cannavale (Eddie), Andrew Scott (Richard Rodgers) e Margaret Qualley (Elizabeth Weiland) li trovate invece ai rispettivi link.

mercoledì 25 marzo 2026

Train Dreams (2025)


La Oscar Rush mi ha fatto recuperare anche Train Dreams, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Clint Bentley a partire dal romanzo di Denis Johnson e candidato a quattro premi Oscar (Miglior film, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior fotografia, Miglior canzone originale).

Trama

Robert Grainier è un taglialegna dal carattere schivo. Quando incontra Gladys, i due si innamorano e mettono su famiglia, ma la tragedia è dietro l'angolo...

RECENSIONE

Train Dreams era uscito su Netflix il 21 novembre 2025 e mi ci ero tenuta ben distante. Il primo motivo è che ero già rimasta "scioccata" l'anno scorso da Sing Sing, scritto e diretto da Greg Kwedar, co-sceneggiatore anche di Train Dreams; il secondo è Joel Edgerton, che sono ormai arrivata a considerare sinonimo di pesantezza coi controfiocchi. Il tremendo binomio prometteva un tedio infinito, soprattutto perché Edgerton si presentava nuovamente con un personaggio stundaio (vedi QUI ma anche QUI), quindi ho pensato bene di evitare, almeno finché non è diventato obbligatorio guardare Train Dreams in previsione degli Oscar. Per una volta, mi vedo costretta a cospargere il capo di cenere e ringraziare l'Academy per l'"obbligo", altrimenti avrei perso un film molto bello, poetico e commovente. Nonostante mi sia piaciuto molto, però, non sono sicura di avere capito bene Train Dreams, che a me è comunque parso un film fatto di "nulla", se mi passate l'imprecisione ignorante, o, meglio, un film fatto di sfiga cosmica, chiamata e sopportata da un uomo stolido nella sua ferma volontà di non godersi proprio una mazza. Mi spiego meglio. Robert Grainier è un uomo che non ha mai provato interesse per nulla, un lavoratore indefesso che vive senza curarsi troppo di chi gli sta attorno, senza mai fare quel passo in più per avvicinarsi a qualcuno. L'unico momento che spezza questo stile di vita è l'incontro con Gladys, colei che diventerà il suo grande amore nonché immensa fonte di disperazione e rimpianto. Senza addentrarci troppo in spoiler, il film racconta pezzi della vita di Grainier, alternando semplici momenti di quotidiana felicità casalinga ad episodi più o meno significativi legati al suo lavoro di boscaiolo e tutto un codazzo di compagni incontrati durante le lunghe trasferte lontano da casa. Gli episodi sono legati da un unico fil rouge, che è poi quella che credo sia la chiave di lettura di tutto il film, ovvero i cambiamenti all'interno della società e del paesaggio americano, osservati e talvolta causati da una natura "matrigna" che si lascia "stuprare" dall'uomo fino a un certo punto, prima di riprendere prepotentemente il controllo e ridurlo al ruolo che merita, quello di parassita da schiacciare, bruciare, o lasciare morire lentamente di vecchiaia e malattia. Chi pensa che i suoi tormenti siano importanti vive male, arriva alla fine dell'esistenza senza lasciare nulla e non si accorge, come dice il divino William H. Macy (ma lo dicono un po' anche i Negramaro) "di quanto il mondo sia meraviglioso". In poche parole, serve equilibrio, e la capacità di far fruttare ogni momento, anche il più futile e banale. Ora, io so di avere "solo" 44 anni, ma credetemi se vi dico che Grainier e tutti i suoi poco allegri compagni mi hanno messo addosso una tristezza terribile, la malinconia devastante al pensiero di guardarmi indietro e vedere quante cose non mi sono goduta presa da preoccupazioni futili col senno di poi, e di quanto tempo perderò ancora finché non giungerà il momento in cui non ne avrò più.

La vita di Robert scorre sotto gli occhi dello spettatore, scandita dalla perfetta narrazione "vecchio stampo" di Will Patton; ascoltando la voce dell'attore, sembra di stare seduti accanto al fuoco, ad ascoltare la storia di un'America (e di un tipo di americano) che non esiste più, cancellata da un progresso che è al tempo stesso fonte di rinascita e distruzione. Le immagini del film sono splendide, ricordano molto la bellezza poetica delle opere di Malick, in particolare The Tree of Life. Proprio gli alberi, le foreste sterminate, sono ripresi ed illuminati in tutta la loro gloria, diventano il cuore di Train Dreams, la metà legata alla natura; l'altra metà sono le sequenze connesse a treni e altri mezzi di locomozione, che hanno una qualità appunto onirica, e trasmettono quel misto di speranza e timore con le quali sicuramente si saranno approcciate le persone nell'epoca descritta nel film. Regia e fotografia consegnano una realtà dove i dettagli più prosaici si fanno poesia, dove ogni cosa è importante, dall'albero morto al cucciolo di cane, dai panorami mozzafiato al tavolo di casa propria, dove il mondo degli spiriti è talmente vicino da poter essere toccato e dove ogni storia è degna di essere raccontata. Anche quella di un uomo che praticamente non apre bocca, e che costringe Joel Edgerton ad esprimersi con lo sguardo, con il corpo, con una remissività talmente tenera da fare stare male, perché cosa vuoi dire a questo sfortunato pezzo di pane, "maledetto" da un unico momento di inazione dovuto ad un innato spirito di autoconservazione? In ruoli più brevi ma importantissimi brillano anche Felicity Jones, Kerry Condon (che si è fatta perdonare la partecipazione a quel giocattolone di F1 - Il film e, soprattutto, William H. Macy. William, io ti ho sempre amato e sono sempre stata convinta che la tua presenza rendesse un gioiello anche il film più trascurabile, e qui ne ho avuto l'ulteriore conferma, anche se Train Dreams è già da solo un'opera bellissima. Non fate come me e recuperatelo senza indugio!

CAST

Di Joel Edgerton (Robert Grainier), Clifton Collins Jr. (Boomer), Felicity Jones (Gladys Grainier), Paul Schneider (Frank l'apostolo), William H. Macy (Arn Peeples), Kerry Condon (Claire Thompson), Will Patton (voce narrante) ho già parlato ai rispettivi link.
  • Clint Bentley è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come L'ultima corsa. Anche produttore, attore e montatore, ha 39 anni.

mercoledì 18 marzo 2026

Un semplice incidente (2025)


Il recupero dei post dedicati ai film candidati prosegue oggi con Un semplice incidente (یک تصادف ساده‎, - Yak taṣādof-e sāde), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Jafar Panahi e in lizza per due Oscar, quello per Miglior sceneggiatura originale e quello per Miglior film straniero.

Trama

Un uomo investe accidentalmente un cane e, dopo poco, la sua automobile si ferma. Questo "semplice incidente" cambierà la sua vita e quella di molte altre persone...

RECENSIONE

Può un film raccontare tutto l'orrore di un regime senza essere cupo né didascalico, e arrivare al cuore anche di chi, fortunatamente, è privo di metri di paragone e mai ha sperimentato sulla propria pelle gli abusi di una prigionia ingiusta e violenta? Certo, se questo film è Un semplice incidente, che racconta l'angosciante situazione in cui versa buona parte della popolazione iraniana con toni che oserei definire lievi. Quest'aggettivo, però, non deve essere inteso negativamente. E' solo che, guardando Un semplice incidente, mi veniva in mente la violenta sicumera dei protagonisti di Big Bad Wolves, mentre Panahi instilla un dubbio tutto umano, la paura di diventare esattamente ciò che odiamo. Vahid, protagonista di Un semplice incidente, ha l'occasione di vendicarsi del suo carceriere, che lo ha sottoposto a costanti abusi fisici e psicologici; tuttavia, proprio mentre sta per seppellirlo vivo, gli viene il dubbio che non si tratti dello stesso uomo, in quanto i prigionieri venivano torturati bendati. Incapace di fidarsi di ricordi e percezioni distorte dal dolore, Vahid va in cerca di chi potrebbe aiutarlo a fare chiarezza e la sua decisione diventa un pungolo arroventato che riporta in superficie tutto il dolore di chi, nel frattempo, ha cercato di dimenticare e di andare avanti con la propria vita. Un semplice incidente sfrutta i toni della commedia per parlare di una tragedia enorme, spostando l'attenzione dall'aguzzino, che non viene quasi mai inquadrato, alle vittime delle sue azioni, al loro presente, alle relazioni che intercorrono tra chi si ritrova involontariamente unito nella disgrazia pur non provando simpatia alcuna verso i suoi temporanei compagni. Sullo sfondo di una situazione politica e sociale tra le più cupe, col terrore della polizia e dell'arresto sempre lì, a mo' di spada di Damocle, l'obiettivo che spinge Vahid è quello di non aggiungere altri incubi a quello che lo perseguita e di trovare, finalmente, sollievo o un minimo di senso a una vita faticosa da sopportare, senza però sacrificare la propria umanità. Le sue scelte possono sembrare sciocche, forse pavide, e Panahi non ci dà la certezza matematica che siano giuste (come dimostra la sequenza che precede i titoli di testa), ma sicuramente sono frutto di un ragionamento personale, di una scelta consapevole che va oltre i tremendi vaneggiamenti pseudo-religiosi che lo spettatore è costretto ad ascoltare nell'angosciante pre-finale. Vada come vada, sembra dirci il regista, ciò che conta è avere il coraggio delle proprie azioni, senza imputarle a divinità o governi.

L'apparenza di "normalità" che si respira all'inizio del film, viene presto distrutta con tanti piccoli dettagli, con dialoghi e soprattutto silenzi quasi metacinematografici; il regista, infatti, ha diretto Un semplice incidente senza il permesso delle autorità iraniane, e la sensazione di segretezza, di urgenza, così come la sottile paura che permea ogni sequenza dell'opera, è diretta conseguenza di questa scelta libera e consapevole. Lo stesso vale anche per gli attori. Il cast è un riuscitissimo mix di professionisti, come quelli che interpretano Vahid e l'uomo con la protesi alla gamba, e attori amatoriali, come per esempio l'interprete di Hamid e Mariam Afshari. Quest'ultima, in particolare, è sorprendente. Non solo la sua Shiva è una co-protagonista perfetta, che permette a Vahid di evolvere e confessare l'incubo che lo tormenta, ma l'attrice si porta sulle spalle la sequenza più carica a livello emotivo, quella del prefinale, che credo avrebbe messo alla prova veterani ben più esperti (e mi riferisco anche agli spettatori. Mamma mia). Nonostante questi "limiti", Un semplice incidente è confezionato con incredibile maestria, il montaggio e la regia lavorano in sinergia perfetta per far sì che il film mantenga un miracoloso equilibrio tra commedia e dramma (i divertenti battibecchi e i singoli episodi di ordinaria sfortuna si susseguono a confronti seri e sequenze più dilatate e drammatiche senza soluzione di continuità, in maniera assai fluida), e un paio di sequenze avrebbero poco da invidiare ad un thriller horror (la sequenza del rapimento ha un taglio di montaggio agghiacciante per ciò che implica, mentre il finale è materiale da incubi per la vita), il che mi ha reso Un semplice incidente ancora più gradito, e l'opera alla quale avrei dato l'Oscar per il miglior film straniero. Recuperatelo, se ancora non lo avete fatto, perché ne vale davvero la pena!

CAST

  • Jafar Panahi è il regista e co-sceneggiatore del film. Iraniano, ha diretto film come Il palloncino bianco, Oro Rosso, Il cerchio, Offside, Tre volti, Gli orsi non esistono e Taxi Teheran. Anche montatore, produttore, direttore della fotografia e attore, ha 66 anni.

lunedì 16 marzo 2026

Oscar 2026


Buon lunedì a tutti! Stanotte a un certo punto mi sono svegliata e sono riuscita a guardare l'ultima ora della cerimonia degli Oscar, che mi è sembrata abbastanza sobria ed "educata", visti i tempi che corrono (unica pennellata di colore, un Bardem che probabilmente non lavorerà mai più ad Hollywood). Lo stesso si può dire dei premi, tutti abbastanza prevedibili, all'insegna del "sì, sono contenta, però...". Ma vediamo più nel dettaglio. ENJOY!

Vince giustamente il premio per il Miglior Film Una battaglia dopo l'altra, e mi sarei meravigliata del contrario. Alla sua terza nomination, un emozionatissimo Paul Thomas Anderson ha finalmente portato a casa l'ambita statuetta di Miglior Regista, altro premio doveroso quest'anno. Il film aveva ben 13 candidature e ha rispettato quasi tutti i pronostici, vincendo anche i premi per Miglior Casting, Miglior Sceneggiatura Non Originale, Miglior Montaggio e Miglior Attore Non Protagonista. A tal proposito, non me ne voglia Sean Penn ma gli avrei preferito Benicio del Toro, per il quale tifavo, con una lacrima spesa, ovviamente, per l'adorato Stellan Skarsgård. E questo è il primo dei mille "sì, sono contenta, però...".

Nella categoria rientra anche il premio come Miglior Film Straniero. Ho amato tantissimo Sentimental Value, ma premiarlo preferendogli opere importanti come Un semplice incidente o La voce di Hind Rajab (che molti non definiscono cinema, mi rendo conto) è la conferma di come Hollywood "protesti" col culo degli altri, possibilmente seduto in una calda poltrona di design, struggendosi più per drammi altoborghesi che per situazioni realmente scomode.

Un'emozione simile ma diversa mi ha colta di fronte al Miglior Attore Protagonista. Ora, io e la mia sistaH Alessandra ci siamo scritte per celebrare alle 3.30 con un sentitissimo "Chalamet SOOCAH" e, per quanto mi riguarda, ogni premio dato a Sinners in particolare e all'horror in generale (poi ci torniamo) è fonte di gioia. Però, a Michael B. Jordan, benché bravissimo, avrei preferito Leonardo di Caprio. Ma forse è giunto il momento di riguardare Sinners in lingua originale, per apprezzare meglio la scelta. La felicità è comunque tantissima! Sinners vince molti meno premi del previsto, ma che premi! Miglior fotografia, Miglior Colonna Sonora Originale e, soprattutto, Miglior Sceneggiatura Originale!

Jessie Buckley vince l'Oscar come Miglior Attrice Protagonista e che le vuoi dire, salvo che il suo abito era abbastanza bruttino? La sua interpretazione in Hamnet era tra le più belle ed intense dell'anno, e "mi dispiace per le altre", che non avevano neppure una chance di vittoria.

La statuetta come Miglior Attrice Non Protagonista è andata invece ad Amy Madigan per la sua terrificante Zia Gladys, una delle cose migliori del bellissimo Weapons. Come ho scritto prima, ogni Oscar per un horror è ben dato, ma allora avrei preferito la magnetica, elegante Wunmi Mosaku, che in Sinners risplende. Il mio cuore però era tutto per Inga Ibsdotter Lilleaas, lo sapete. Una cosa che mi da gioia, comunque, è il pensiero che il premio ad Amy Madigan possa accelerare le produzione di un prequel di Weapons, tutto incentrato sul suo personaggio sopra le righe. 

Abbastanza prevedibilmente, visto il successo planetario, K-Pop Demon Hunters è stato proclamato Miglior Lungometraggio Animato e ha vinto anche l'Oscar per la miglior canzone, Golden. Se l'ultimo premio mi trova concorde, avrei preferito che il primo lo vincesse La piccola Amélie, superiore come opera animata sotto moltissimi aspetti.

Per concludere, riassumo i premi "tecnici" andati ad altri film. Frankenstein ha fatto man bassa di questi premi, vincendo gli Oscar per la Migliore Scenografia, Migliori Costumi e Miglior Make-Up; F1 porta a casa un Miglior Sonoro che avrei preferito fosse andato a Sirat; Avatar: Fuoco e cenere, che devo ancora guardare, vince il premio per i Migliori Effetti Speciali.  Aggiungo, come ogni anno, quelle categorie di cui non ho assolutamente conoscenza: Mr. Nobody Against Putin vince come Miglior documentario, The Girl Who Cried Pearls come Miglior corto animato, The Singers come miglior corto live action e All the Empty Rooms come Miglior corto documentario. E anche questi Oscar se li semo levati dalle... : vi saluto con l'ennesimo "Chalamet SOOCAH!" e vi rimando ai prossimi giorni, in cui pubblicherò i post ancora inediti sulle opere viste durante la Oscar Death Race. ENJOY!

venerdì 13 marzo 2026

F1 - Il film (2025)


All'uscita lo avevo snobbato ma, a fronte delle 4 candidature all'Oscar (Miglior film, Migliori effetti special, Miglior montaggio e Miglior sonoro), sono stata costretta a recuperare F1 - Il film (F1: The Movie), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Joseph Kosinski.

Trama

Sonny Hayes, ex pilota prodigio della Formula 1, viene richiamato in servizio da un vecchio amico, ora proprietario della squadra più scarsa del campionato, per risollevarne le sorti..

RECENSIONE

Che mi sarebbe toccato recuperare un film come F1 durante la già durissima Oscar Death Race non l'avevo minimamente preventivato. Che il film di Kosinski sarebbe addirittura arrivato a contendersi con opere ben migliori una statuetta per Miglior film mi offende nel profondo ma, si sa, storia che vince non si cambia e già qualche anno fa Top Gun: Maverick aveva fatto faville, quindi perché non sarebbe dovuta andare così anche stavolta? Sì, dall'acredine con cui scrivo si capisce che F1 non mi è proprio piaciuto. O, meglio, non è il film che fa per me. Nulla da dire su regia, effetti speciali, sonoro, montaggio e fotografia. F1 è un film tecnicamente ineccepibile, da vedere senza ombra di dubbio su grande schermo; immagino che l'esperienza in sala desse l'idea di trovarsi all'interno dell'abitacolo di una macchina da corsa a sfrecciare sui circuiti più famosi del mondo, e credo che per gli appassionati di Formula 1 un film simile sia stato una scossa di adrenalina emozionante dall'inizio alla fine. Io, che mi annoiavo ogni volta che mio padre cercava di guardare in TV un gran premio, questa emozione non l'ho ovviamente percepita, e mi sono ritrovata seduta sul divano a sorbirmi l'ennesima storia di riscatto e caduta, DUE ORE E TRENTACINQUE durante le quali lo stesso pattern si ripete due volte (ma non bastava una, Cristo, così il film sarebbe durato "solo" due ore?). Maver, ehm, Sonny è un pilota che non ce l'ha fatta, rimasto vittima di un tremendo incidente quando la sua carriera in Formula 1 stava per decollare, e che da allora ha vissuto guidando qualsiasi cosa su cui riusciva a mettere le mani, dall'Ape di mio padre alla Lambretta di Russell Crowe. Trent'anni dopo, l'ex collega Ruben, proprietario della squadra più scalcinata del campionato, va a chiedergli di risollevare le sorti di una squadra con due problemi fondamentali: le loro macchine sono dei ceraffi e il pilota di punta è un giovanotto indisponente che pensa solo ai social, grazie anche a un P.R. "bruv" che sarebbe da calcioruotare in tempo zero. Maver, ehm, Sonny si rivela, neanche a dirlo, un testa di cazzo ma con un cuore grande così e il volto di old man Pitt, il quale ci mette poco a conquistare il cuore dell'intera squadra e soprattutto quello della capameccanica donna, spingendola a trasformare il ceraffo in un mezzo guidabile. Ci mette un po' di più con il giovane Roost, ehm, con Joshua, ma non è nulla che due mezze tragedie ben piazzate alla bisogna non riescano a sistemare: patapim e patapam, il finale con lacrima strappastorie annessa in cui tutti brindano con Crystal, my moto and a couple of beyotches, why not? (cit.), è garantito.

Come ho scritto sopra, la trama del film è trita e ritrita, ma c'è di buono che, come già in Top Gun: Maverick, gli attori sono stati davvero infilati all'interno di monoposto modificate e guidano a rotta di collo con apposite telecamere a riprendere le loro reazioni e tutto ciò che scorre attorno all'auto da corsa, il che enfatizza molto la verosimiglianza del tutto. Inoltre, molte riprese sono state effettuate nel corso di vere gare di Formula 1 (d'altronde tra i produttori del film, se non ho visto male, figura Lewis Hamilton) quindi lo sforzo tecnico e produttivo è sicuramente da ammirare, sarei disonesta a dire il contrario. Però, a me l'intera operazione è sembrata un po' un'immensa, glaciale marchetta non solo per la Formula 1 e i suoi protagonisti reali, ma per Las Vegas e Dubai in primis, e per tutta quella serie di marchi famosi più o meno sbattuti in faccia allo spettatore i quali, sicuramente, avranno sganciato milioni di dollari per poter comparire almeno in un fotogramma. Gli attori coinvolti fanno il loro dovere, niente di più, niente di meno. Brad Pitt, invecchiato ma sempre figo, indossa la comoda coperta di un rustico dal cuore tenero, che affronta traumi e dolore con una vena di menefreghismo ed ironia, salvo sciogliersi in melense confessioni con la patata di turno. La patata di turno, per l'appunto, pur con tutta la cazzimma di un cervello tecnico di donna in carriera, l'ironia, il saldo desiderio di indipendenza, è destinata fin dalla prima inquadratura a fungere solo da love interest per il protagonista, e diventa sempre più "girlie" col passare del tempo, così ci siamo persi pure Kerry Condon, sacrificata nei panni di "bionda attrice intercambiabile". Il giovane Damson Idris e Javier Bardem sono infine l'esempio più fulgido di typecasting e fanno tutto ciò che le loro origini etnico-linguistiche richiedono loro, interpretando rispettivamente la testa calda di colore con mammà e crew a seguito e il miliardario "caliente" e un poco loco, disprezzato dai membri conservatori del consiglio di amministrazione. Ah, c'è anche un "villain", ma è talmente poco incisivo che non ve ne parlo nemmeno. Insomma, per quanto mi riguarda F1 è stato uno spreco di tempo, una mera tacca da aggiungere alla Oscar list senza infamia né lode, ma sono certa che per molti sarà un film bellissimo ed imprescindibile. Lo capisco e lo accetto ma, come si dice, not my cup of tea

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Joseph Kosinski ho già parlato QUI. Brad Pitt (Sonny Hayes), Javier Bardem (Ruben Cervantes), Kerry Condon (Kate McKenna) e Shea Whigham (Chip Hart) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Kim Bodnia, che interpreta Kaspar Smolinski, era l'insopportabile Jens de Il guardiano di notte. Se F1 vi fosse piaciuto recuperate Giorni di tuono, di cui doveva essere un seguito, e aggiungete RushLe Mans '66 - La grande sfida. ENJOY!

giovedì 12 marzo 2026

Marty Supreme (2025)


Ne avevo voglia come di impiccarmi ma, a fronte delle nove candidature (Miglior film, Miglior regista, Miglior attore protagonista, Miglior sceneggiatura originale, Miglior casting, Miglior fotografia, Miglior scenografia, Migliori costumi e Miglior montaggio), mi è toccato recuperare Marty Supreme, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Josh Safdie.

Trama

Marty Mauser è pronto a tutto pur di coronare il sogno di diventare un campione di tennis da tavolo, anche se il destino e una perenne mancanza di denaro si mettono spesso in mezzo...

RECENSIONE

Signore, pietà, da dove comincio? Io lo sapevo che Marty Supreme non mi sarebbe piaciuto, quindi colpa mia che l'ho guardato. Già avevo mal sopportato Diamanti grezzi, diretto da Josh Safdie e suo fratello Benny, ma almeno gli riconosco una storia avvincente e un ritmo indiavolato; benché odiassi con tutto il cuore il protagonista, stupido da fare il giro, le sue vicende mi avevano comunque catturata nella loro spirale d'ansia e, nel corso del film, ero arrivata a tifare per lui, a sperare in un lieto fine. Di Marty Mauser, aspirante campione di tennis da tavolo di origini ebree, dotato della parlantina di uno dei Fratelli Marx, di un inspiegabile ascendente sul genere femminile, di un gusto sopraffino per la truffa e dell'ego di Trump, non me n'è potuto invece fregare di meno. Anzi, ad ogni incontro speravo che l'avversario lo percuotesse con lo spigolo della racchetta dopo averlo sconfitto miseramente, oppure che i poliziotti lo ingabbiassero, o che qualcuno, all'interno del vasto gruppo di persone che vorrebbero vedere Marty Mauser morto nel film, riuscisse nell'intento e lo mandasse al creatore. Due ore e mezza di film per raccontare le vicende di un egocentrico insopportabile col pallino del tennis da tavolo, due ore e mezza in cui detto sport si vedrà sì e no tre quarti d'ora, il resto di Marty Supreme è tutto incentrato sui tentativi sempre più sfacciati del protagonista di recuperare i soldi che gli servono per viaggiare nel Paese dove si terrà questo o quel campionato. Questa smania di riuscire, di "vincere", nell'intento di Safdie e Ronald Bronstein avrebbe dovuto essere coinvolgente ed entusiasmante, probabilmente la trama avrebbe dovuto essere un monito ad impegnarsi sempre, con ogni mezzo, per coronare desideri che altri dismettono come "impossibili", chissà. Peccato che di "sano" amore per lo sport, in Marty Supreme, ce n'è davvero poco. Il protagonista avrebbe, infatti, anche potuto essere appassionato di salto della corda, per quel che conta all'interno del film, e tutto il discorso finale del "voglio una partita regolare, me la merito perché ci metto il cuore", con la ciliegina sulla torta dell'unico sprazzo di umanità mostrato davanti a un figlio fino a quel momento non voluto, non rende la sua vicenda epica ed importante, né lui qualcosa di più di una faccia di merda egoista. Se tutto ciò non bastasse, Marty Supreme sembra tre film mescolati assieme, nessuno dei quali particolarmente interessante, col risultato che, pur non addormentandomi mai (miracolo!) mi sono ritrovata spesso e volentieri a guardare l'orologio.

Ovviamente, sono consapevole anche io di non poter definire Marty Supreme "brutto", salvo per un paio di scene che ho trovato ridicole (la prima è l'omaggio smaccato ai titoli di testa di Senti chi parla, la seconda è quella della collana rubata nella doccia. Signur). Lo sforzo produttivo è evidente e Safdie ha un'ottima mano, dietro la macchina da presa e in post-produzione, anche se ho trovato il connubio tra regia e montaggio molto migliore in Diamanti grezzi, il cui ritmo metteva davvero ansia e trasmetteva in toto la disperazione del protagonista. In tutta onestà, ho preferito i pochi momenti, perfettamente coreografati, in cui l'abilità di Marty nel tennis da tavolo si esplicita in tutta la sua potenza, piuttosto che le sequenze in cui sembra di vedere l'imitazione di un'opera dei Coen; in tutto ciò, non mi capacito del fatto che un film come Challengers di Guadagnino sia stato fatto a pezzi dalla critica perché "vuoto" mentre questo viene definito uno dei migliori dell'anno, quando davanti agli scambi dei due tennisti protagonisti non riuscivo a stare ferma sulla sedia (io che odio il tennis!) mentre qui ho provato solo noia. Per quanto riguarda il resto delle candidature, fotografia e scenografia sono effettivamente molto belle. La scelta di girare su pellicola 35mm con lenti "vintage" richiama prepotentemente le atmosfere anni '50 in cui è ambientato il film, e le scenografie, dettagliatissime, restituiscono l'idea di una New York brulicante di vita e povertà, dove non si fa fatica a credere che i "topi" prosperino, sia quelli veri sia quelli umani. A tal proposito, il caporatto è Timothée Chalamet, perfettamente a suo agio nei panni dello stronzo manipolatore con la convinzione di essere Dio. Non fatico ad immaginarmi nelle sue mani la tanto bramata statuetta, perché la sua prova fisica, a tratti "circense" (nel senso migliore della parola), completa la fatica di calarsi in un personaggio scomodo che parla a mitraglia, ma perdonatemi se continuo a preferirgli Di Caprio (lasciamo pure perdere Michael B. Jordan, bravissimo ma sfavorito in partenza). Sul resto del cast spicca la bellissima Odessa A'zion, e si fa voler bene anche Abel Ferrara, in un ruolo di gangster al tramonto, in bilico tra l'inquietante e l'esilarante. Molto bella anche la colonna sonora, zeppa di pezzi anni '80 che, lungi dal risultare anacronistica, chissà perché calza alla perfezione con le atmosfere del film e con la storia di Marty. Forse per via del suo arrivismo tipicamente Yuppie? Chissà. Comunque, anche questo Marty Supreme se lo semo levato dalle palle, attendo con ansia la prossima camurrìa incensata dall'Academy.

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Josh Safdie ho già parlato QUI. Timothée Chalamet (Marty Mauser), Fran Drescher (Rebecca Mauser), Sandra Bernhard (Judi), Emory Cohen (Ira Mizler), Gwyneth Paltrow (Kay Stone) e Abel Ferrara (Ezra Mishkin) li trovate invece ai rispettivi link. 


SE VI è PIACIUTO...

Se Marty Supreme vi fosse piaciuto, recuperate Diamanti grezzi. ENJOY!



martedì 10 marzo 2026

BollOscar: Se solo potessi ti prenderei a calci (2025) e Song Sung Blue - Una melodia d'amore (2025)


Domenica ci sarà la fatidica notte degli Oscar e io quest'anno sono un po' indietro, sia con le visioni sia con le pubblicazioni. In realtà, ho recuperato tutto quello che mi interessava, e ho avuto modo di visionare tutti i candidati alle nomination più importanti, quindi sto meditando di interrompere la Oscar Death Race, salvo per Arlo, che dovrebbe uscire il 12 marzo. Ma queste sono riflessioni inutili, lascerei quindi spazio alle mini recensioni dei due film di oggi, Se solo potessi ti prenderei a calci di Mary Bronstein, uscito nelle sale italiane la scorsa settimana, e Song Sung Blue - Una melodia d'amore di Craig Brewer. Non le ho accorpate perché sono due film brutti, anzi, in realtà sono entrambi molto belli, ma solo perché mi andava di parlare di questi e altri candidati prima di domenica, senza sacrificare la horror challenge, e anche perché sono accomunati dalla stessa nomination, quella alla Miglior attrice protagonista (mi spiace per entrambe, soprattutto per Rose Byrne, ma la statuetta a Jessie Buckley non la toglie nessuno quest'anno). Bando alle ciance dunque! ENJOY!

Se solo potessi ti prenderei a calci (If I Had Legs I'd Kick You) - Mary Bronstein (2025)

Come "forse" avrete intuito sono molto abituata agli horror, eppure raramente ho provato ansia come guardando il film di Mary Bronstein. Se solo potessi ti prenderei a calci racconta l'orribile discesa nel burnout di una donna costretta a gestire il disordine alimentare della figlioletta, un enorme buco nel soffitto che le ha costrette entrambe a vivere in un motel e tutta una serie di personaggi odiosi, per nulla empatici, pronti a puntare il dito sulle mancanze della protagonista, aggredirla, a metterle i bastoni tra le ruote o a trattarla come se non esistesse. La sensazione che si ha guardando il film è un'angoscia tremenda, un'agghiacciante impotenza di fronte a una situazione sempre più caotica; più volte la protagonista, peraltro psicologa, sottolinea la sua impossibilità di avere il controllo degli eventi e l'ulteriore disagio di una mancanza di sonno che la logora ogni giorno di più, causandole persino delle allucinazioni visive e uditive. Se solo potessi ti prenderei a calci è un film che, con coraggio, racconta l'esistenza di una persona che non ha mai voluto essere madre (la bambina non viene mai inquadrata in viso, tranne sul finale, esiste solo come voce petulante e perennemente terrorizzata, oppure definita dal cibo rifiutato o dal rumoroso apparecchio che la nutre di notte) e che cerca di fare buon viso a cattivo gioco, impegnandosi per la salute fisica e psicologica di una creatura che, nonostante tutto, è arrivata ad amare. Rose Byrne, attrice che non mi aveva mai colpita più di tanto, ci mette anima e corpo, portando a casa l'interpretazione della vita e mostrando nello sguardo e nei gesti tutta la stanchezza di una vita ingiusta, la tristezza di esistere solo come "madre" e "psicologa", non come persona, e il terrore di una bestia in trappola. Non so se vi è mai capitato di trovarvi in una situazione, anche non grave, che avete vissuto malissimo e dalla quale eravate convinti non sareste mai usciti. Ecco, a me è successo, e la voglia era quella di prendere a testate un muro per la frustrazione e la paura, oppure di scappare facendo perdere le tracce; nell'interpretazione di Rose Byrne ho visto tutte queste cose e vi assicuro che arrivare alla fine di Se solo potessi ti prenderei a calci è stato molto difficile. Vi consiglio spassionatamente il film ma, qualora in questo periodo foste depressi, agitati, o soggetti ad attacchi di panico, fossi in voi eviterei.

Nomination: Miglior attrice protagonista, Rose Byrne.

Curiosità: Ero convinta che la frase del titolo fosse rivolta a quel mostro di bambina, invece l'ha inventata la regista a 18 anni e, non sapendo come intitolare il film, ha deciso di riutilizzarla. 


Song Sung Blue - Una melodia d'amore (Song Sung Blue) - Craig Brewer (2025)

Song Sung Blue rientra nel novero delle biografie di personaggi popolari in America ma completamente sconosciuti alla sottoscritta e racconta la storia della band Lightning & Thunder, ovvero Mike Sardina e la moglie Claire Stengl. Conosciutisi nel circuito degli "imitatori musicali", i due decidono, assieme ad altri musicisti, di mettere su un tributo a Neil Diamond, diventando, nel giro di qualche anno, la band più popolare del Wisconsin. Il film racconta non solo le peripezie lavorative della coppia, ma soprattutto la loro storia d'amore, i loro problemi personali e una sequela di sfighe alle quali sarebbe difficile credere, se solo non fossero accadute sul serio. L'impostazione tutto sommato classica e "prevedibile" del film passa in secondo piano di fronte all'effettiva simpatia dei due protagonisti, decisamente affiatati, e alla loro forza d'animo, alimentata da un enorme desiderio di cantare e risplendere sul palco. Anche chi, come me, non dovesse conoscere Neil Diamond, potrà apprezzare i tanti numeri musicali del film, anche perché sia Hugh Jackman che Kate Hudson sono degli ottimi attori, capaci di entusiasmare e commuovere sia col canto che con le loro interpretazioni (anche se la nomination l'ho trovata esagerata). Ottimo anche il cast di contorno, dove spiccano bellissime facce che fa sempre piacere rivedere (Michael Imperioli e James Belushi, sto parlando con voi!) e la giovane Ella Anderson, una rivelazione alla quale auguro una splendida carriera. Sarei una bugiarda se non dicessi che Song Sung Blue era un film che non avevo affatto voglia di guardare, invece non solo mi ha piacevolmente sorpresa, ma ad un certo punto mi ha sconvolta com'era riuscito a fare solo Sirat. Recuperatelo, se non lo avete visto al cinema, perché è davvero carino... poi però non prendetevela con me se non smetterete più di cantare Sweet Caroline

Nomination: Miglior attrice protagonista, Kate Hudson.

Curiosità: il film è la drammatizzazione del documentario omonimo diretto dal regista Greg Kohs nel 2008, quindi rientra nella categoria dei remake. 





martedì 17 febbraio 2026

Hamnet - Nel nome del figlio (2025)


Mercoledì scorso sono andata a vedere Hamnet - Nel nome del figlio (Hamnet), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dalla regista Chloé Zhao a partire dal romanzo omonimo di Maggie O'Farrell e candidato a 8 premi Oscar: Miglior Casting, Miglior colonna sonora originale, Miglior film, Miglior regia, Miglior attrice protagonista, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior scenografia, Migliori costumi. 

Trama

Agnes e Will si innamorano e hanno tre figli, ma li attende una terribile tragedia, che rischia di distruggere il loro mondo...

RECENSIONE

Hamnet era uno dei film che mi incuriosivano maggiormente, in questa forsennata corsa all'Oscar, perché era già comparso mesi fa sulla homepage di Letterboxd come un'opera tra le più "chiacchierate". E poi Hamnet, chissà perché, mi sembrava un titolo stranissimo, quando invece è l'antico modo in cui veniva scritto "Hamlet", Amleto, quello di Shakespeare. E proprio del Bardo si parla nel nuovo film di Chloé Zhao, soprattutto in relazione alla moglie Agnes, vera protagonista del film, e di Hamnet, appunto, unico maschio su tre figli avuti dalla coppia e vittima (non è spoiler, fa parte della biografia di Shakespeare) di una morte prematura, ancora bambino. Prima della tragedia, il film della Zhao si prende molto tempo per presentarci i personaggi, i diversi mondi da cui provengono, uniti da reciproca attrazione e da un'amore profondo. Agnes è "la figlia della strega", una donna lontana dai canoni estetici e caratteriali delle sue coetanee dell'epoca, e vive in comunione con la natura, dalla quale trae un'enorme forza d'animo e una visione del mondo assai pratica, pur se permeata da riti e da qualcosa che richiama una magia antica. La schiettezza di Agnes, la passione e determinazione con cui affronta ogni aspetto della vita, è legata agli insegnamenti della madre morta quando era bambina, e alla capacità di intuire il futuro altrui, di vedere ciò che altri scelgono, volutamente o meno, di ignorare. Will, figlio di un conciatore pieno di debiti, è mosso dalla stessa passione di Agnes, da un fuoco sacro che lo spinge a rifiutare la vita che la famiglia vorrebbe per lui, ma a differenza della donna è incapace di esprimere a parole emozioni e sentimenti, che fluiscono solo quando incanalati in poesie, racconti o opere teatrali. Intuendo ciò, per evitare che le sensazioni "bloccate" si trasformino in un veleno capace di contaminare il loro amore, Agnes manda Will in città, a Londra, scelta che si rivela un'arma a doppio taglio. Quanto più Will fiorisce, esprimendo la propria arte, tanto più Agnes si ritrova sola ad affrontare dolore, timori ancestrali, un passato che minaccia di sopraffarla, finché la morte di Hamnet non la convince che il marito, ormai, non prova più alcun interesse nei loro confronti. Non si tratta della solita storia di un matrimonio che si frantuma per via di ruoli socialmente imposti e recriminazioni reciproche: Hamnet racconta un dolore comune talmente forte da annientare ogni possibilità anche solo di immaginare un futuro e l'incapacità di condividerlo con la persona amata, da qui il potere salvifico dell'arte, che diventa il tema dell'ultimo atto del film.

La prima parte di Hamnet è filtrata dal punto di vista di Agnes, solo apparentemente aperto. Agnes, in realtà, è testarda, rigida nelle sue convinzioni, pesino chiusa nel pensiero di essere l'unica depositaria di una serie di "misteri" iniziatici che nessun altro potrebbe capire. I tre momenti topici in cui il dolore l'aggredisce sono emblematici, perché è in essi che la donna allontana brutalmente quanti vorrebbero aiutarla, anche solo per superare una sofferenza condivisa. Agnes è anche cieca di fronte a ciò che l'arte e il teatro significano per Will. Benché abbia incoraggiato il marito, col tempo è arrivata a considerare la sua attività come un capriccio, o al limite un mero mezzo di sussistenza economica, e questo punto di vista viene abbracciato, inevitabilmente, anche dallo spettatore, travolto dall'intensità dell'interpretazione di Jessie Buckley. Il personaggio di Will rimane sempre sullo sfondo, depotenziato dalla bizzarria di Agnes, dalla vitalità dei gemelli, dalle tragedie che toccano solo parte del nucleo familiare, ed è per questo che l'ultimo atto suona come una rivelazione e rimette tutto in prospettiva. Will non ha mai agito, né parlato, apparentemente sempre guidato dalla sicurezza di Agnes, ma ha osservato e capito, e ha ovviamente sofferto quanto lei. Il Globe, trasformato come per magia nella vitale nicchia boscosa che ha da sempre cullato Agnes, si fa letteralmente teatro di una straziante ammissione di colpa e di un atto di puro amore, verso la moglie e il figlio perduto, una rappresentazione di ciò che poteva essere, resa ancora più efficace dalla scelta di introdurre, nei panni di Amleto, proprio Noah Jupe, fratello del piccolo Jacobi, che interpreta Hamnet. E così, nella scena finale più devastante dell'anno cinematografico appena iniziato, l'arte diventa un ponte che unisce non solo individui legati tra loro, ma anche perfetti sconosciuti, travalica le dimensioni, trasforma le lacrime in sorrisi, cancella la solitudine anche nella morte, rendendola non meno reale, certo, ma forse più sopportabile. 

Hamnet
è un film di rara bellezza, che dimostra come Chloé Zhao sia riuscita ad uscire indenne dal tritacarne Marvel mantenendo la sua coerenza autoriale. Come già in Nomadland, ma anche in Eternals, la Zhao cattura gli elementi "mistici" della natura che circonda i suoi personaggi, lega inestricabilmente l'elemento umano al paesaggio, e fa di ogni dettaglio un tassello fondamentale di quella trama di magia che sottende anche ai momenti più prosaici. In questo caso specifico, è aiutata da un reparto tecnico di prim'ordine, che affianca alla bellezza misteriosa dei boschi e all'altrettanto misteriosa inquietudine veicolata da grotte e passaggi oscuri, degli ambienti artificiali meticolosamente ricostruiti, che rispecchiano le personalità dei personaggi. Lo stesso, ovviamente, vale per i costumi, tra i quali spiccano gli abiti indossati da Jessie Buckley, infuocati da quel rosso vivido che contrasta col dimesso verde-azzurro di Will, e che si spegne in un atono grigio dopo che la tragedia ha colpito; gli abiti di Agnes fanno il paio con quelle mani perennemente sporche e rovinate, espressione di una personalità pratica, di un legame viscerale con la natura e tutto ciò che ad essa è legato. Alla faccia dell'aspetto volutamente sciatto, Jessie Buckley è affascinante da morire. La sua Agnes cattura fin dal primo fotogramma, con lo sguardo diffidente e quel mezzo sorriso sulle labbra, e spezza violentemente il cuore dello spettatore con un'interpretazione totalmente abbandonata alle emozioni grezze del personaggio, feroce, disperata e spesso rabbiosa. Non stupisce che abbia vinto ai Golden Globe e spero vivamente che si porterà a casa anche la statuetta di migliore attrice, ma il resto del cast non è da meno. Non solo Paul Mescal, la cui interpretazione acquista valore ed importanza, diventando sorprendente, man mano che il film prosegue (un po' come accade a Inga Ibsdotter Lilleaas, un'altra Agnes, in Sentimental Value), anche Emily Watson e il piccolo Jacobi Jupe danno vita a sequenze toccanti ed indimenticabili, per quanto brevi, e contribuiscono ad arricchire ulteriormente un film tra i più belli ed intensi visti finora per il recupero degli Oscar. L'unico difetto di Hamnet è un ritmo un po' altalenante, che mostra il fianco a qualche momento di "stanca" ogni volta che il film passa da una tragedia (potenziale o meno) all'altra, ma è ben poca cosa di fronte al risultato complessivo. Nell'attesa di capire come la Zhao si approccerà all'eredità di Buffy the Vampire Slayer e di sapere quanti Oscar portrà a casa Hamnet, il mio consiglio è di non perderlo assolutamente!

CAST

Della regista e co-sceneggiatrice Chloé Zhao ho già parlato QUI. Jessie Buckley (Agnes), Paul Mescal (Will), Joe Alwyn (Batholomew), Emily Watson (Mary) e Noah Jupe (Hamlet) li trovate invece ai rispettivi link.

CURIOSITà

Jacobi Jupe, che interpreta Hamnet, è il fratello minore dell'attore Noah Jupe. Sam Mendes, che figura tra i produttori del film, avrebbe dovuto dirigere Hamnet, con Tom Holland nel ruolo di William Shakespeare. ENJOY!




martedì 10 febbraio 2026

L'agente segreto (2025)


La settimana scorsa è unscito in Italia L'agente segreto (O Agente Secreto), diretto e sceneggiato nel 2025 dal regista Kleber Mendonça Filho, e candidato a 4 Oscar (Miglior film, Miglior film straniero, Miglior attore protagonista, Miglior casting).

Trama

Nell'epoca del regime militare brasiliano, l'ex professore universitario Armando deve farsi una nuova vita in un'altra città, per fuggire ad un pericoloso passato...

RECENSIONE

Mi sembrava strano avere apprezzato tutti i film candidati e amati dalla critica visti finora, doveva arrivare a un certo punto l'opera che mi avrebbe lasciata con un punto interrogativo sulla testa. Il momento è giunto con L'agente segreto, film che segue le vicende di un ex professore universitario fuggito da una persecuzione ingiusta e da una serie di accuse costruite ad arte. L'agente segreto, scritto e sceneggiato dal regista Kleber Mendonça Filho, è un'opera ambientata negli anni '70, ai tempi della dittatura militare in Brasile, durante la presidenza di Ernesto Geisel. Lo scopo del film, chiaramente, è quello di raccontare come le persone vivessero in quel periodo buio, cercando la normalità pur con la costante spada di Damocle di venire arrestati o fatti sparire nel peggiore dei modi; per ogni "ribelle" che si offre di aiutare quanti vengono perseguitati dal regime, come la meravigliosa Dona Sebastiana, ci sono poliziotti corrotti o killer prezzolati nascosti nelle ombre, orribili individui dai valori morali completamente distorti. Il titolo del film, in questo, è eloquente. Per "agente segreto", infatti, non si intende il povero Marcelo/Armando, il quale cerca semplicemente di sopravvivere e riallacciare il rapporto col figlioletto, ma si fa riferimento a un termine usato in Brasile negli anni della dittatura, che indicava individui legati al governo, impegnati in attività clandestine di sorveglianza, identificazione e altre cose ben peggiori. C'è poi anche tutta l'accezione glamour veicolata dal cinema, un'arte che ha un ruolo preponderante all'interno del film (O agente secreto è il titolo di uno dei film proiettati all'interno della sala gestita dal suocero di Marcelo), oltre all'idea della memoria, individuale e collettiva, rappresentata come "agente" invisibile che modifica la percezione della realtà, come dimostra il finale in cui Fernando non è minimamente interessato a conoscere le vicende del padre, là dove una studentessa sconosciuta le reputa fondamentali per aggiungere un'ulteriore tessera ad un passato che rischia di scomparire. Tutto molto bello ed interessante, soprattutto il riferimento costante al film Lo squalo, utilizzato come oggetto delle brame del piccolo Fernando, pellicola "del momento" per i cittadini di Recife e metafora della situazione di Marcelo, braccato da "squali" che sentono sempre più l'odore del suo sangue, peccato che la vicenda del protagonista non mi abbia toccata nemmeno nei momenti più carichi emotivamente. 

Il motivo di questo distacco, almeno per me, è stata l'abbondanza di personaggi e sottotrame che distolgono l'attenzione da quello che dovrebbe essere il fulcro narrativo del film. Che i viscidi poliziotti coi quali Marcelo viene in contatto siano l'apoteosi dello schifo, che i giornali raccontino di una gamba dotata di vita propria che prende a calci gli omosessuali appartati nei parchi, che ricchi e poveri vengano trattati con una disparità imbarazzante, che il sarto tedesco (interpretato tra l'altro egregiamente da un Udo Kier alla sua, ahimé, ultima apparizione sullo schermo) sia un ebreo che i poliziotti ignoranti si incaponiscono a considerare nazista, sono tocchi di colore che sì, danno un'idea precisa dell'epoca storica in cui si muove Marcelo, ma sono poco utili ad empatizzare con lui. Personalmente, avrei preferito che venissero approfondite le storie dei rifugiati accolti da Dona Sebastiana, che venisse mostrato il loro rapporto con Marcelo, al di là di un accenno a una liaison con una delle inquiline, e che lo stesso Marcelo venisse approfondito di più. Così, mi ha dato l'impressione che il protagonista fosse  "uno dei tanti", e forse era proprio questo lo scopo di questo mix tra commedia nerissima, dramma e thriller, una scelta che con me però non ha funzionato. La conseguenza di ciò è che L'agente segreto, per quanto ben diretto, con alcune scelte stilistiche che fanno il verso ai filmacci di serie B affiancate a sequenze raffinatissime, mi è parso, a tratti, un'ordalia interminabile che mi ha persa in più punti, ovvero quando il mio disinteresse non era placato dal batticuore provato davanti alle nostalgiche immagini di sale cinematografiche affollate o da pochi momenti di pura angoscia pulp. Lo stesso Wagner Moura (peraltro affascinante da morire, difficile vederlo come un "uomo della strada") non mi ha colpita particolarmente, se non quando il personaggio apre il suo cuore al suocero e alla leader del movimento ribelle Elza, dove traspare tutto il dolore di un uomo costretto non solo a rinnegare la propria identità e gli affetti del presente, ma anche a sopportare l'infamia di venire additato come corrotto e traditore da uomini indegni persino di allacciargli le scarpe. Può essere che abbia guardato L'agente segreto in un momento di stanca, cosa che talvolta mi capita nel corso della Oscar Death Race, ma purtroppo ora come ora non mi ha convinta. Oggettivamente, però, mi rendo conto che è un'opera molto bella, quindi chissà che, tra qualche anno, non mi decida a ridargli una chance. Per ora, il mio cuore batte per altri candidati.

CAST

Di Udo Kier, che interpreta Hans, ho già parlato QUI.

  • Kleber Mendonça Filho è il regista e sceneggiatore del film. Brasiliano, ha diretto film come Aquarius, Bacurau e Retratos Fantasmas. Anche produttore, montatore, direttore della fotografia e attore, ha 58 anni. 
  • Wagner Moura interpreta Marcelo Alves/Armando Solimões/Fernando Solimões. Brasiliano, ha partecipato a film come Tropa de elite, Tropa de elite 2, Civil War e a serie quali Narcos e Narcos: Messico. Come doppiatore, ha lavorato in Il gatto con gli stivali 2 - L'ultimo desiderio. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 50 anni e due film in uscita. 

mercoledì 4 febbraio 2026

Sentimental Value (2025)


Con l'uscita italiana, sono riuscita a recuperare Sentimental Value (Affeksjonsverdi), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Joachim Trier e candidato a 9 premi Oscar: Miglior film, Miglior regia, Miglior film straniero, Miglior attrice protagonista, Miglior attore non protagonista, Migliore attrice non protagonista (in questo caso due, sia Elle Fanning sia Inga Ibsdotter Lilleaas), Miglior sceneggiatura originale e Miglior montaggio.

Trama

Dopo la morte della madre, Nora e la sorella Agnes si ritrovano ad avere a che fare col padre allontanatosi da tempo dalla famiglia, il quale vorrebbe dirigere un film con protagonista proprio Nora...

RECENSIONE

C'è una cosa che ho pensato, mentre asciugavo lacrime di commozione alla fine di Sentimental Value, ovvero che Renate Reinsve si riconferma la persona peggiore del mondo. O, se non altro, la più problematica. E io, per questo, voglio un mondo di bene ai suoi personaggi, anche se l'atteggiamento tutto cerebral-intellettuale tipico del freddo Nord è qualcosa di completamente avulso alla mia personalità. In Sentimental Value, la Reinsve interpreta Nora, attrice in profonda crisi esistenziale la quale, alla vigilia di un importante prima teatrale, rischia di mandare all'aria lo spettacolo fuggendo a gambe levate. La sua situazione psicologica non migliora quando, alla morte della madre, si ripresenta alla porta il padre, Gustav, famosissimo regista che non gira un film da anni e col quale Nora ha un rapporto di amore-odio più sbilanciato verso la seconda emozione. Gustav vorrebbe tornare a lavorare e propone a Nora di essere la protagonista del suo nuovo film, un'opera semi-biografica, ispirata alla storia della propria infanzia e, soprattutto, della madre morta suicida. Quando Nora rifiuta, furibonda col padre per avere sempre anteposto l'arte alla famiglia, al punto da abbandonare lei e la sorella, ancora bambine, Gustav propone il ruolo di protagonista ad una famosa giovane attrice, Rachel Kemp. Sentimental Value racconta dunque il tentativo di Gustav di portare sul grande schermo un episodio assai doloroso della propria infanzia, da guardare in retrospettiva quando la sua vita è quasi giunta al termine, e di riformare, attraverso esso, un legame con le due figlie. E' un tentativo goffo e tardivo di chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati, portato avanti da un uomo orgoglioso e testardo, che ragiona essenzialmente in base al proprio prestigio di regista blasonato; Gustav sa che Nora è un'attrice bravissima, eppure non va mai a vederne gli spettacoli, né ha mai guardato un solo episodio della serie televisiva in cui ha recitato, e le offre il lavoro sottolineando come sia un'occasione imperdibile per lei, facendola ovviamente sentire in difetto. Purtroppo per lui Nora, come ho scritto all'inizio, è "la persona peggiore del mondo", e Gustav, senza neppure rendersene conto, ha passato la vita a farla sentire tale.

Sentimental Value
è la commovente storia di due persone che si vogliono un bene dell'anima, che si cercano con gli sguardi e il corpo (i gesti della Reinsve e di Skarsgård, il modo in cui Trier gestisce lo spazio e i silenzi quando i due attori condividono la scena senza altre persone attorno, sono la cosa più bella e toccante del film), ma quando aprono bocca lo fanno solo per distruggersi a vicenda, incapaci di comunicare perché troppo simili. Nora non può partecipare al film di Gustav perché lui le ha inflitto, da bambina, una ferita insanabile, che l'ha resa incapace di coltivare legami stabili e duraturi nel tempo, di avere fiducia nel suo talento di attrice, di esternare un affetto che è comunque capace di provare, come testimonia lo splendido legame col nipotino. L'assenza del padre è stata un sollievo e una tortura, l'ha resa più leggera (la splendida introduzione narrativa del film, col parallelo tra Nora e l'antica casa di famiglia, è molto chiara), ma solo perché le ha tolto qualcosa di importante, per quanto fosse un fardello pesante da portare. Nora si trova dunque bloccata in un limbo, da qui la scelta di cominciare la sua carriera di attrice proprio col monologo di Nina ne Il gabbiano; a differenza però della protagonista dell'opera di Cechov, che alla fine arriva a definirsi "attrice", Nora continua a rimanere "gabbiano", distrutta dal passato, incapace di librarsi libera e fiduciosa. L'unico motivo per cui Nora è ancora viva, in effetti, è la presenza della sorella Agnes. Silenziosa testimone della faida tra Nora e Gustav, disinteressata a prendere le parti dell'una o dell'altro ma ferma nel suo proposito di ascoltare e sostenere entrambi, Agnes si è fatta una sua vita, superando i traumi infantili e diventando la guardiana di una situazione che rischia di degenerare. Poiché è priva del carattere volitivo della sorella e dell'aura da "star" di Rachel, Agnes rischia di passare inosservata, ma è probabilmente il personaggio femminile più importante del film, l'unico che ha avuto la forza di non lasciarsi soggiogare dalla personalità di Gustav.

Agnes è un personaggio splendido, che entra nel cuore dello spettatore in maniera inaspettata e diventa sempre più importante, finché il confronto risolutivo e rivelatore con padre e sorella non la rendono indimenticabile, e lo stesso vale per Rachel Kemp, un ritratto di attrice un po' diverso da quelli ai quali siamo abituati. La sua presenza, così come quella di Gustav e la sua scelta di girare un film personale, ci permette di entrare nel dietro le quinte del processo creativo, del rapporto quasi simbiotico che si crea tra registi/sceneggiatori e gli attori protagonisti, e introduce lo spettatore ad un animo delicato ma forte, che si ritrova inconsapevolmente in mezzo a beghe familiari decennali. Attraverso Rachel, Gustav vede i suoi errori, comprende il dolore causato dalla sua totale dedizione all'arte, e compie un primo, importante passo per realizzare quello che, potenzialmente, potrebbe essere il suo capolavoro. Per rappresentare degnamente una famiglia e una storia così intrinsecamente legate all'arte cinematografica, Joachim Trier realizza la sua regia più ambiziosa, armonizzando una varietà infinita di stili, tra spezzoni di film nel film, dietro le quinte teatrali e cinematografiche, narratrici esterne che raccontano l'infanzia di Nora come se fosse una fiaba, edifici che diventano "vivi", sequenze quasi documentaristiche di vita familiare ed altre più patinate (soprattutto quelle legate al mondo "dorato" in cui si muove Gustav), il tutto costruito con un montaggio fatto di brevi dissolvenze in nero, soggettive e tagli che spezzano l'azione enfatizzando ancora di più il coinvolgimento emotivo dei protagonisti (sfido chiunque a non farsi venire un attacco di panico assieme a Nora, prima dell'ingresso in scena). All'oggettiva bellezza della regia e del montaggio, si aggiunge la bravura degli attori. Ora, benché Elle Fanning sia deliziosa e la lettura del suo monologo sulla preghiera (splendido fulcro dei momenti più emozionanti del film, soprattutto la seconda volta in cui viene letto) spinga a piangere assieme a lei, forse la sua nomination all'Oscar è un po' esagerata, ma Renate Reinsve, Stellan Skarsgård e Inga Ibsdotter Lilleaas, che interpreta Agnes, sono favolosi sia da soli che quando condividono le scene, creano personaggi sfaccettati riempiendo con la loro espressività qualunque elemento lasciato libero dalla sceneggiatura e toccano il cuore, anche e soprattutto con le loro antipatiche imperfezioni. Visto quanto mi sono dilungata, dubito che qualcuno abbia avuto la forza di arrivare a leggere fin qui, ma pazienza. Questo post serve soprattutto a ricordare a me stessa tutte le sensazioni derivate dal colpo di fulmine provato per Sentimental Value, un film che vi invito caldamente a recuperare, assieme a tutte le altre opere di Trier!

CAST

Del regista e co-sceneggiatore Joachim Trier ho già parlato QUI. Stellan Skarsgård (Gustav Borg) e Elle Fanning (Rachel Kemp) li trovate invece ai rispettivi link.

Renate Reinsve interpreta Nora Borg. Norvegese, la ricordo per film come La persona peggiore del mondo e A Different Man. Anche produttrice, ha 39 anni e cinque film in uscita, tra cui The Backrooms

mercoledì 28 gennaio 2026

Sirat (2025)


La settimana scorsa è uscito in Italia Sirat (Sirât), diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Oliver Laxe e candidato a due Oscar, Miglior Film Straniero e Miglior Sonoro.

Trama

Luis, assieme al figlioletto Esteban, gira per i rave in cerca della figlia maggiore, da tempo scomparsa. Quando si convince che un gruppo di raver si recheranno in quello decisivo, Luis si accoda alla loro piccola carovana...

RECENSIONE

Da che ho memoria o, meglio, da quando ho raggiunto l'età per uscire di casa, mio padre mi ha sempre detto: "su g'he du burdellu, porta via u belin", ovvero "se ci sono dei casini, vattene". Per mio padre, i rave sarebbero l'epitome del "burdellu", una calamità (in)naturale intrisa di casini, a partire dalla loro illegalità, dalla quantità di droga che gira, e dalla possibilità concreta di venire portati in prigione o peggio. Per questo mi è sembrato di leggere nell'animo di Luis, un tizio sulla sessantina con figlioletto al seguito che va di rave in rave a cercare l'altra figlia, quella maggiore, scomparsa senza dare più notizie di sé. Non sappiamo perché la ragazza non abbia più contattato la famiglia, sappiamo solo, e nemmeno da Luis, che dalle foto sembra avere "gli occhi tristi" e che il padre è deciso a ritrovarla, quello stesso padre che, con tutta probabilità, farebbe un falò di rave e raver assieme. Probabilmente, nel suo cuore Luis la dà già per persa, eppure lo stesso decide di seguire un gruppetto di raver, pronti a passare alla prossima festa, per tentare ancora una volta la sua disperata ricerca, perché arrendersi sarebbe anche peggio. Sirat comincia così come il tipico viaggio cinematografico on the road, dove due realtà diverse si incontrano, si scontrano e poi si mescolano, limando le rispettive diffidenze e arricchendosi reciprocamente, un viaggio verso un obiettivo ben preciso. Peccato (o per fortuna), però, che Sirat non sia così lineare e banale: il titolo fa riferimento al ponte, più sottile di un capello e più affilato di una spada, sospeso sopra l'inferno, un ponte che solo gli animi retti possono attraversare. E l'inferno è ciò che circonda Luis e i suoi compagni, un inferno tanto splendido quanto subdolo, che offre mille possibilità di una vita libera e selvaggia, ma non perdona la minima distrazione, soprattutto quando tutto intorno c'è sì la minaccia della guerra, ma anche un ambiente che nasce per essere pericoloso e inospitale. In ogni sequenza, a partire dalla frenetica scena iniziale in cui la cinepresa di Oliver Laxe ci trascina letteralmente dentro un rave, a stordirci di musica martellante, c'è qualcosa a ricordarci che la fuga dalla realtà è temporanea, che basta un nonnulla e le ali che ci fanno librare in alto possono andare in fiamme e precipitarci all'inferno, che il "burdellu", se vuole, può travolgerci anche se le altre volte ce la siamo cavata per il rotto della cuffia. E così, il prevedibile viaggio di Luis diventa un'esperienza cinematografica tra le più angoscianti viste nella vita, un non-horror che mette più ansia di un film che rispetta tutte le regole del genere. 

Il motivo per cui Sirat entra sotto pelle è la perfetta commistione tra tecniche di "finzione" cinematografica e uno stile documentaristico che rende tutto più verosimile. Oliver Laxe non ricerca l'artificio, lascia che siano gli scorci naturali del deserto marocchino a creare immagini spettacolari e mozzafiato, inserendo di volta in volta l'elemento umano o artificiale (le enormi, vecchissime casse utilizzate nei rave in primis) per modificare drasticamente l'atmosfera, senza mai essere banale. E' raro che un film mi sorprenda, ma Sirat lo ha fatto per ben tre volte, con una fluidità letteralmente spaventosa, che mi ha impedito di "rilassarmi" per tutto il resto del film. In tandem con lo stile di regia, anche la scelta di utilizzare un attore famoso come Sergi López, affiancandogli dei veri raver, risulta vincente e concorre a rendere credibile il piglio realistico di Sirat. Steff, Josh, Bigui, Tonin e Jade riempiono lo schermo con le loro facce splendide, da buskers, e fanno venire voglia di sapere cos'è successo loro prima degli eventi raccontati nel film, di seguirli lungo il cammino che li ha portati a diventare "cacciatori" di rave. E a proposito di rave, che Sirat abbia una candidatura per il miglior sonoro non deve stupire. I suoni del film, un misto di musica techno e dei silenzi naturali tipici del deserto, avvolgono lo spettatore senza lasciarlo andare dall'inizio alla fine, attirandolo in un trip fatto di bassi insinuanti, suoni distorti e una grezza vitalità artigianale riprodotta con incredibile nitidezza. Oserei dire che pare quasi di essere in un rave, non fosse che non ho mai provato una simile esperienza e, dopo Sirat, mai la proverò, soprattutto a 44 anni suonati, ma l'impressione è stata quella. A maggior ragione, perché alla fine di Sirat mi è sembrato che mancasse "qualcosa", come se il film mi avesse stordita, mi avesse travolta con emozioni troppo fugaci per poterle trattenere, e ciò mi avesse impedito di coglierne il senso di insieme. Forse dovrei rivederlo, ma anche no, e non perché sia un brutto film (spero di essere stata chiara, è bellissimo), ma perché resistere fino alla fine senza scappare preda dell'ansia è stato molto difficile.   

CAST

  • Oliver Laxe è il regista e co-sceneggiatore del film. Francese, ha diretto i film Todos vós sodes capitáns, Mimosas e O que arde. Anche produttore, ha 44 anni.


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