Un altro film splendido visto a inizio anno è stato La piccola Amélie (Amélie et la métaphysique des tubes), diretto e sceneggiato nel 2025 dai registi Liane-Cho Han Jin Kuang e Maïlys Vallade e tratto dal romanzo autobiografico Metafisica dei tubi di Amélie Nothomb.
Trama: Amélie, figlia di un diplomatico belga di stanza in Giappone, arriva a due anni senza percepire nulla di ciò che la circonda, dopodiché comincia a conoscere il mondo, con tutta la gioia e il dolore che ne consegue...
Non ho mai letto Metafisica dei tubi, né altre opere di Amélie Nothomb, quindi non sapevo cosa aspettarmi da La piccola Amélie. Sono stata essenzialmente attirata dai colori e dalle animazioni di un trailer che profumava tantissimo di Studio Ghibli, e siccome amo i cartoni animati anche se ho 44 anni suonati e, come sapete, adoro il Giappone, ho chiesto a Mirco di accompagnarmi al cinema il giorno dell'Epifania. Siamo usciti dalla sala in lacrime, entrambi profondamente commossi da un film splendido, dall'impostazione e dai temi adulti, eppure realizzato in modo da portare sullo schermo il punto di vista di una bambina di tre anni. O di Dio, se volete. O anche di un "ortaggio", dipende a chi lo chiedete. La caratteristica di Dio, infatti, è quella di subire e non trattenere stimoli, emozioni ed esperienze, così che tutto passa attraverso lui come se fosse un tubo, un tubo immoto, immutabile ed egocentrico. Queste caratteristiche possono essere ascritte anche ai bambini molto piccoli, al di là della loro natura meno che statica, quindi alla stessa Amélie: voce narrante del film, Amélie è il centro del proprio universo, di un mondo che si piega alle leggi della sua percezione falsata, e tutto ciò che la circonda, se non colpisce il suo interesse o non mostra di eleggerla a "bene supremo", non è altro che un rumore di fondo. Non ricordo le sensazioni che provavo da bambina, ma probabilmente il punto di vista adottato da La piccola Amélie è vicinissimo a quello di un treenne incapace di andare oltre alle situazioni contingenti e a un egoismo sconfinato, non per cattiveria, quanto proprio per la mancanza di esperienza. Per questo, la prima parte del film è un bombardamento costante di sensazioni contraddittorie che mescolano il reale all'immaginazione, di forze naturali che si scatenano in sintonia al carattere bizzoso della protagonista, di momenti riflessivi che tuttavia scivolano come l'acqua, senza che Amélie cambi davvero o maturi con l'esperienza. C'è una netta separazione tra una voce autoproclamatasi "saggia" e un mondo che appartiene in toto ai grandi (che parla, in effetti, agli spettatori adulti), un divario che diminuisce man mano che il film prosegue e che il legame tra Amélie e la domestica di casa, Nishio-san, si fa totalizzante. Nishio-san, senza volere, cristallizza il mondo di Amélie nel tempo e nello spazio, ed è solo quando questo piccolo universo perfetto subisce la prima crepa che il dolore imprime nell'animo della protagonista indelebili ricordi; come già la Pixar ai tempi del primo Inside Out, anche La piccola Amélie ci insegna che vivere e crescere vanno di pari passo con tristezza, perdite e separazioni, senza le quali non riusciremmo a fare tesoro della felicità che possediamo, né a capirla fino in fondo.
Sono considerazioni adulte, che hanno portato me e Mirco a piangere come due fontane in sala, inevitabilmente, perché sarebbe così bello tornare ad abbandonarsi all'innocente petulanza dell'infanzia, essere adorabilmente stronzi e menefreghisti come la protagonista de La piccola Amélie. E come la sua protagonista, il film di Liane-Cho Han Jin Kuang e Maïlys Vallade unisce il meglio di due mondi e culture distanti, aprendo le sue riflessioni anche alla necessità di condivisione e conoscenza, le uniche cose in grado di salvarci dalle guerre, piccole o grandi che siano, e da una morte che non sia quella naturale. Dell'Europa, La piccola Amélie riprende l'elegante e sagace ironia, uno stile d'animazione pulito, un character design che strizza l'occhio alla Francia e al Belgio; dal Giappone, in primis dalle opere dello Studio Ghibli e degli slice of life dei primi Mamoru Hosoda e Makoto Shinkai, derivano un approccio fantasioso ma rispettoso verso la natura, i piccoli riti casalinghi, una poesia racchiusa nelle forme, nei colori e nelle melodie di una splendida colonna sonora. L'animazione tradizionale del film restituisce allo spettatore tutta la bellezza di un mondo filtrato dagli occhi enormi di una bambina, il sense of wonder di splendide sequenze dai colori brillanti nelle quali non c'è differenza tra sogno e realtà, ma anche la triste "normalità" della morte di una persona cara, o di una guerra lontana comprensibile solo attraverso l'ausilio di metafore "casalinghe". In realtà, mi rendo conto che sto facendo davvero fatica a mettere per iscritto le sensazioni provate guardando La piccola Amélie, un minuscolo capolavoro che mi ha lasciata frastornata e prigioniera di una girandola di emozioni fortissime, e che probabilmente dovrei rivedere con calma per analizzarlo come meriterebbe. Quindi, il mio consiglio è quello di smettere di leggere, armarvi di tanti fazzoletti e correre al cinema a guardare un film che rischia di venire penalizzato dai campioni d'incassi natalizi, quando invece avrebbe meritato molta più risonanza. Spero vivamente di vederlo tra i titoli candidati agli Oscar di quest'anno!
Liane-Cho Han Jin Kuang è il co-regista e co-sceneggiatore del film. Come animatore, ha realizzato film quali L'illusionista. E' anche storyboard artist.
Maïlys Vallade è la co-regista e co-sceneggiatrice del film. Come animatrice, ha realizzato film quali Il piccolo principe. E' anche character designer e storyboard artist.
Se La piccola Amélie vi fosse piaciuto, recuperate Il mio vicino Totoro e Mirai. ENJOY!





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