Trama: alcune persone cominciano a scomparire misteriosamente, mentre i fantasmi invadono il mondo sfruttando internet...
Se esiste un film in grado di prevedere il cupo futuro in cui saremmo piombati di lì a poco, è proprio Pulse. Figlio della recessione economica giapponese, espressione di un'epoca di paura ed incertezza dove le fondamenta della società nipponica sono andate quasi a farsi benedire, Pulse accoglie i timori del periodo storico in cui è stato girato ma getta anche uno sguardo sul rovescio della medaglia di tecnologie che avevano appena cominciato a diventare molto popolari nel mondo orientale (noi saremmo arrivati qualche anno dopo). Attraverso il racconto della silenziosa invasione da parte degli yurei, dei fantasmi, Kiyoshi Kurosawa tocca infatti argomenti come l'incapacità di comunicare, la solitudine, la distanza e l'isolamento incoraggiati, appunto, dai cellulari e da internet. Lo fa imbastendo due storie parallele, che si incontrano sul finale. La prima vede come protagonista Michi, appena trasferitasi a Tokyo per lavorare in un negozio di piante, la quale si ritrova a testimoniare, impotente, la progressiva scomparsa di tutti i suoi colleghi; la seconda punta i riflettori su Kawashima, studente che installa un provider sul suo computer e, da quel momento, viene perseguitato da un inquietante sito internet pieno di immagini di persone sole, all'interno di ambienti bui. Benché i due personaggi abbiano caratteri diversi, ciò che li accomuna è il condurre una vita solitaria senza rendersene minimamente conto, convinti o di avere una rete di conoscenze e familiari solida (come Michi) oppure di poter contare, come Kawashima, su un atteggiamento espansivo, molto chill, come direbbero i giovani d'oggi. In realtà, entrambi proveranno sulla propria pelle la labilità dei legami intrecciati nel corso del tempo, e l'impossibilità di trovare argomenti che possano fare breccia nella stretta rete di disperazione con la quale gli yurei hanno avvolto l'umanità, perché sono a loro volta soli e disperati. Quanto all'invasione degli spiriti, non è violenta né sanguinosa, a loro basta entrare in risonanza con le emozioni negative dei vivi ed amplificarle per privarli della volontà di lottare, ed è questa la cosa più terrificante di Pulse, al di là delle immagini effettivamente inquietanti legate alle "forbidden room", che attirano a sé gli umani, e dei loro occupanti. Il ritmo del racconto, infatti, è talmente lento e progressivo che quando, sul finale, le strade di Tokyo si svuotano, condividiamo lo stesso shock dei protagonisti, i quali fino a quel momento si erano concentrati sulla loro situazione contingente, senza accorgersi di un apocalisse tanto subdola quanto efficace.
Eppure, non è che Kiyoshi Kurosawa non ci offra gli indizi per capire, è solo che non li vediamo, perché la nostra attenzione viene catturata dalle sequenze più dichiaratamente scioccanti e paranormali del film. Tra echi di un j-horror agli albori, fatto di figure scure che si contorcono minacciose, tecnologie ribelli, computer che si accendono da soli mostrando scorci di un altro mondo o entità misteriose che ci spiano, ricorrendo a quell'effetto Droste che i giapponesi amano particolarmente, ombre che all'improvviso acquistano una forma umana, suicidi violenti, scritte inquietanti e ancor più angoscianti macchie sul muro, rischiamo di perderci dettagli importanti. In primis, il progressivo scurirsi della fotografia, opera di Junichirô Hayashi, che immerge le immagini in un'atmosfera sempre più plumbea, eco non solo dell'oscurità del mondo degli spiriti, ma soprattutto della perdita della volontà di continuare a vivere. Man mano che gli yurei aumentano di numero, le superfici riflettenti e i vetri delle finestre diventano opache, e l'unico colore che salta all'occhio è il rosso, che in Giappone viene usato fin dall'antichità come protezione contro gli spiriti maligni e che qui, infatti, viene usato per sigillare le forbidden room, oltre ad essere l'ultimo colore che Junko indossa prima di venire a sua volta "maledetta". Oltre a questo, il regista inserisce spesso e volentieri persone sullo sfondo che, di tanto in tanto, scompaiono all'improvviso, un'elemento su cui inizialmente l'occhio non si sofferma ma che poi diventa evidente, aumentando l'incertezza su chi sia o meno una persona reale. L'unico difetto di Pulse - Kairo, almeno per me, è quello di essere forse un po' troppo lungo per l'argomento che tratta, e a distanza di 25 anni gli effetti speciali più importanti, come quello dell'aereo, risentono un po' l'usura del tempo. A parte questi due aspetti trascurabili, è un ottimo film che offre un punto di vista originale, benché pessimista, sulla depressione, la solitudine e il terrore di vivere, più che di morire; personalmente non l'ho trovato tanto pauroso, quanto angosciante, perché pone interrogativi scomodi e dipinge situazioni anche troppo verosimili, yurei a parte. Vi consiglio, dunque, di maneggiarlo con molta cura.
Del regista e sceneggiatore Kiyoshi Kurosawa ho già parlato QUI.
Kumiko Asô, che interpreta Michi Kudo, ha partecipato anche a Ring 0: Birthday. Di Pulse - Kairo esiste un omonimo remake americano del 2006 che ha persino generato un seguito straight-to-video Pulse 2: Afterlife. Considerato che il remake è stato scritto da Kurosawa e Wes Craven potreste anche dargli un'occhiata, se Pulse vi fosse piaciuto, e aggiungere Cure, Ringu e Shutter. ENJOY!





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