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mercoledì 14 gennaio 2026

2026 Horror Challenge: La morte corre sul fiume (1955)

A causa delle uscite recenti ho saltato il post della horror challenge, la settimana scorsa, ma non la visione del film. Al momento, dunque, i post sono un po' sfasati ma conto di rimettermi in carreggiata a breve. Il tema della settimana scorsa era "Horror più popolare su Letterboxd, tra quelli non ancora visti e non sulla wishlist", ed è uscito in automatico La morte corre sul fiume (The Night of the Hunter), diretto e co-sceneggiato nel 1955 dal regista Charles Laughton, tratto dal romanzo omonimo di Davis Grubb.


Trama: un sedicente predicatore, che in realtà è un serial killer di vedove, sposa l'ex moglie di un rapinatore impiccato da poco, onde appropriarsi del denaro nascosto dall'uomo prima di morire...


La morte corre sul fiume
è uno dei quei cult di cui ho sentito parlare mille volte e di cui avrò visto centinaia di parodie, ma non ero mai riuscita a vedere l'opera originale. Accolto con disgusto dalla critica dell'epoca, al punto da spingere Charles Laughton a rinunciare a una carriera da regista, La morte corre sul fiume è in realtà un thriller dignitosissimo con un protagonista indimenticabile, il terrificante Harry Powell di Robert Mitchum. Prima dell'arrivo della diva Lillian Gish e della sua tostissima Rachel Cooper, il carismatico predicatore Powell si mangia tutti gli altri personaggi, e non solo per esigenze di copione che vogliono le persone ammaliate dal fascino e dall'eloquenza del personaggio, ma proprio per il modo in cui è stato caratterizzato. Harry Powell è un mostro travestito da agnello, benché sia vestito di nero dalla testa ai piedi, come l'angelo della morte; arriva preannunciato da un inno religioso che suona come una condanna ("ci abbandoniamo al Suo abbraccio"), è implacabile nel perseguire i suoi scopi, annienta l'animo delle sue vittime prima ancora del corpo, ed è talmente arrogante da permettersi di fare il cialtrone anche quando la situazione volge al peggio per lui. E' proprio questa commistione di sacro e profano, di pericolosità e cialtronaggine, a rendere il personaggio indimenticabile, un gentiluomo d'altri tempi che nasconde un cuore nero come l'inferno. Non a caso, sono i bambini a vedere oltre la sua facciata. Non tanto Pearl, troppo piccola per rendersi conto di ciò che la circonda, quanto il povero John, già costretto dal padre a sobbarcarsi il segreto del nascondiglio dei soldi rubati. Mentre la madre Willa, provata dalla morte di un marito impiccato come criminale, lascia che il disprezzo per le donne e il fervore religioso di Powell la avvelenino, facendole il lavaggio del cervello, John deve stare all'erta, pena la vita sua e della sorella. E' proprio la presenza di John e Pearl a rendere La morte corre sul fiume non tanto un thriller, quanto una fiaba dalle atmosfere southern gotic; come novelli Hansel e Gretel, i due bambini sono costretti a prendere una barca e fuggire alla morte incarnata da Powell (come da titolo italiano), fino ad approdare al porto relativamente sicuro offerto da Miss Cooper, donna dai modi spicci ma decisa a dare un rifugio e la possibilità di avere un'infanzia serena ad ogni bambino che arriva a bussare alla sua porta. Sapete bene che non ho un grande istinto materno, ma onestamente, sul finale, vedere John liberarsi dal peso del segreto affidatogli dal padre e piangere tutto il dolore dell'innocenza perduta per colpa degli adulti, mi ha stretto il cuore. 


La regia e la fotografia, opera di Stanley Cortez, concorrono ad aumentare l'atmosfera fiabesca de La morte corre sul fiume. Il bianco e nero è incredibilmente nitido e pulito, tanto che sembra di avere davanti delle illustrazioni a china semoventi, all'interno delle quali la figura di Powell spicca come una macchia "sbagliata", ovunque si trovi. Il predicatore risulta ancora meno umano durante le sequenze della fuga di John e Pearl, quando la sua ombra, accompagnata soltanto da un canto insinuante, si staglia all'orizzonte come fosse la sagoma di un demone. Tra scene create completamente in studio, come quella del fienile, riverberi sull'acqua che rendono il fiume una dimensione a sé, fuori dallo spazio e del tempo, e analogie che vedono la presenza di teneri animaletti, la fuga dei bambini diventa un incubo a occhi aperti, completamente distaccato dalla realtà, e lo stesso vale per la presenza di Powell nella vita quotidiana. Le violente interazioni tra il predicatore e i bambini, inoltre, vengono pietosamente intervallate da momenti più lievi ed umoristici, che hanno la doppia funzione di dare un po' di respiro allo spettatore e mitigare la ferocia e l'orrore di una situazione obiettivamente insostenibile. Non che Laughton si trattenga: la sequenza del cadavere nel fiume, per quanto resa più poetica da una fotografia particolarmente morbida, è carica di tragedia, e l'assedio ai danni di Miss Cooper e dei suoi ragazzi mette angoscia come un home invasion moderno. Per quanto riguarda le interpretazioni, di Robert Mitchum ho già parlato all'inizio del post, ed è incredibile vedere con quale naturalezza l'attore indossi i panni per lui inusuali di uno psicopatico tout-court, talmente ipocrita nel suo approcciarsi ad un fervente cristianesimo da risultare un perfetto predicatore, tristemente realistico. Shelley Winters, nel ruolo di Willa, è l'emblema dei genitori deboli ed egoisti che popolano fiabe ed horror, ma infonde al personaggio una triste umanità per cui è impossibile odiarla, mentre Lillian Gish è semplicemente perfetta. A Miss Cooper viene consegnata la morale del film, la speranza per un futuro migliore affidato ai bambini, i quali vivono in un mondo duro, ma alla fine riescono a resistere, a perseverare; la pacata durezza e la dignità dell'attrice, contrapposta all'ostentata sicumera di Robert Mitchum, arricchisce entrambe le interpretazioni e rende La morte corre sul fiume qualcosa di più di un semplice thriller da guardare e dimenticare dopo qualche giorno. Se non l'avete mai fatto, come buon proposito per il 2026 recuperate questo cult, non ve ne pentirete!    


Del regista e co-sceneggiatore Charles Laughton ho già parlato QUI mentre Shelley Winters, che interpreta Willa Harper, la trovate QUA.

Robert Mitchum interpreta Harry Powell. Americano, ha partecipato a film come I forzati della gloria, La magnifica preda, Il promontorio della paura, Il giorno più lungo, S.O.S. Fantasmi e Cape Fear - Il promontorio della paura. Anche produttore e sceneggiatore, è morto nel 1997.


Lillian Gish
interpreta Rachel Cooper. Diva del muto e musa di David Wark Griffith, ha partecipato a film come Nascita di una nazione, Intolerance, Le due orfanelle, Duello al sole, I commedianti e Le balene d'agosto. Anche sceneggiatrice, regista e produttrice, è morta nel 1993. 


Peter Graves
interpreta Ben Harper. Più conosciuto come Jim Newton di Furia cavallo del West e James Phelps del telefilm Missione impossibile, ha partecipato a film come L'aereo più pazzo del mondo, L'aereo più pazzo del mondo... sempre più pazzo, La famiglia Addams 2, Il mistero della casa sulla collina, Men in Black II e ad altre serie quali Fantasilandia, La signora in giallo, Love Boat, Dr. House, Cold Case e Settimo cielo. Come doppiatore, ha lavorato in Angry Beavers e American Dad!. Anche regista, è morto nel 2010.


Evelyn Varden
, che interpreta Icey Spoon, era anche nel cast di un altro grande thriller dell'epoca, Il giglio nero. La morte corre sul fiume ha un remake televisivo, Una famiglia in pericolo, dove Harry Powell è interpretato, in maniera assai appropriata, dall'ex Padre Ralph Richard Chamberlain. Non l'ho mai visto e non ci tengo particolarmente; se La morte corre sul fiume vi fosse piaciuto, consiglio, piuttosto, Il promontorio della paura (e, ovviamente, il remake firmato Scorsese, Cape Fear - Il promontorio della paura) e I diabolici. ENJOY!

domenica 22 settembre 2013

Alan, il conte nero (1951)

Mettiamo ora un po’ da parte le novità cinematografiche e concentriamoci su qualche recupero del passato. Ogni tanto mi punge vaghezza di guardare qualche vecchissimo horror e stavolta la scelta è caduta su Alan, il conte nero (The Strange Door), diretto nel 1951 dal regista Joseph Pevney e tratto dal racconto The Sire of Maletroit’s Door di Robert Louis Stevenson.


Trama: il malvagio conte Alan costringe un poco di buono a rimanere prigioniero nel suo maniero e a sposare la candida nipote. I motivi del gesto, apparentemente imperscrutabili, sono da ricercare nel passato del conte…


Alan, il conte nero è uno degli horror minori in bianco e nero prodotti dalla Universal ma è più un melodramma in costume con sfumature gotiche che un horror tout court. Durante la visione, infatti, si possono ritrovare facilmente i temi e i cliché del romanzo gotico settecentesco, come la presenza di un eroe negativo e tormentato, di una vergine oppressa dalle violenze psicologiche del malvagio, di passaggi segreti che conducono a misteri sepolti, di persone che non sono quello che sembrano, ecc. ecc. Ho parlato di “sfumature” gotiche perché la vicenda ruota principalmente su matrimoni, storie d’amore e sulla solita damsel in distress che è finita nelle grinfie del villain di turno perché è rimasta orfana (un po’ come accadeva anche in Candy Candy o Lovely Sara, tra l’altro…), quindi l’atmosfera horror risulta molto più all’acqua di rose rispetto ad altri film simili e si riduce ad un paio di delitti all’arma bianca, a qualche urlo misterioso, alla blanda follia del Conte del titolo… e ovviamente alla presenza di Boris Karloff, che poi è il motivo che mi ha spinta a vedere Alan, il conte nero.


Il vecchio Boris interpreta Voltan (che tutte le volte mi veniva da chiamare Zoltan. Oh, chi era Zoltan??), l’ambiguo servo del castello che si rivelerà la chiave fondamentale per svelarne i segreti, un ruolo che non gli rende giustizia perché lo relega ad essere una spalla troppo spesso messa da parte per seguire le vicende dei due sciapi protagonisti. Lui comunque porta a casa un’interpretazione dignitosa, cosa che non accade invece per Charles Laughton, il Conte Alan in persona. Ora, nella mia Crassa ignoranza non avevo mai visto un film interpretato dal famosissimo attore inglese, forse giusto Spartacus o Gli ammutinati del Bounty da piccola ma chi se li ricorda, e devo dire che ci sono rimasta malissimo. Probabilmente è il personaggio che lo richiede ma Laughton si profonde in un’interpretazione terribile, caricaturale, dove la follia scompare davanti ad un ciccione vanesio, logorroico e abbulicciato. Yeew. Mi rendo conto che forse la sua carriera era alle ultime battute ma Sir Laughton non ci fa proprio una bella figura. E in generale anche Alan, il conte nero  non è un film abbastanza curioso o seminale da meritare di essere consigliato, nemmeno a chi adora Boris Karloff. 

Joseph Pevney è il regista della pellicola. Americano, ha diretto L’uomo dai mille volti ed episodi delle serie Vita da strega, Missione impossibile, Star Trek, Bonanza, Fantasilandia e L’incredibile Hulk. Anche attore e produttore, è morto nel 2008 all’età di 96 anni.


Charles Laughton interpreta Alain De Maletroit. Inglese, lo ricordo per film come L’isola delle anime perdute, Le sei mogli di Enrico VIII (per il quale ha vinto l’Oscar come miglior attore protagonista), Gli ammutinati del Bounty, Notre Dame, Lo spettro di Canterville, Capitan Kidd, Testimone d’accusa e Spartacus. Anche sceneggiatore, produttore e regista, è morto nel 1962 all’età di 63 anni.


Boris Karloff (vero nome William Henry Pratt) interpreta Voltan. Inglese, una delle icone horror per eccellenza, lo ricordo per film come Frankenstein, La mummia, La moglie di Frankenstein, Il figlio di Frankenstein, La iena, Manicomio, I maghi del terrore, La vergine di cera, I tre volti della paura e Il clan del terrore. E’ morto nel 1969 all’età di 81 anni.


Tra gli altri attori segnalo la presenza di Alan Napier, ovvero l’Alfred della storica e campissima serie Batman, nei panni del Conte Grassin. Non essendo molto esperta di questo genere di film gotici non saprei davvero cosa consigliarvi di guardare nel caso vi fosse piaciuto Alan, il conte nero, quindi dico solo.. ENJOY!

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