Avevo voglia di una supercazzola e la scelta è caduta su 100 Bloody Acres, diretto e sceneggiato nel 2012 dai registi Cameron e Colin Cairnes.
Trama: tre ragazzi finiscono nelle mire di due produttori di fertilizzante troppo organico, in cerca di materia prima...
E niente, l'Australia dell'horror cinematografico, anche quando è contaminato con la commedia come in questo caso, ha una marcia in più. Non avrei dato un centesimo a 100 Bloody Acres, invece ho scoperto un film schifosetto ed esilarante, capace di intrattenere dall'inizio alla fine con un meraviglioso, cattivissimo equilibrio tra momenti truci e personaggi sopra le righe, una sorta di Tucker & Dale vs Evil ancora più "ignorante". Non potrebbe essere altrimenti, visto che la pellicola è ambientata nelle zone rurali del Victoria, dove le fattorie distano chilometri l'una dall'altra e dov'è facilissimo non imbattersi in anima viva per miglia e miglia, nonostante gli autoctoni si conoscano comunque tutti e si ritrovino, periodicamente, per gioiosi festival campagnoli. Un ambiente simile è terreno fertile per film come Non aprite quella porta, ma qui non siamo nel cupo Texas, bensì nel downunder cazzone, e potrebbe capitare di avere la "fortuna" di incontrare i fratelli Morgan, Reg e Lindsay, e di entrare nelle simpatie del primo, weirdo che più non si può e pronto ad aiutare Lindsay nell'impresa di famiglia, ma comunque goffo, stralunato e fondamentalmente di buon cuore. Non è così per Lindsay, dotato di faccia da talebano e scatti di rabbia incontrollabile, al quale tocca mettere una pezza ai casini combinati dal fratellino troppo zelante e ad agire in maniera spietata laddove Reg qualche remora l'avrebbe; in mezzo alla faida tra i due finiscono tre ragazzotti impegnati in un triangolo amoroso, che diventano vittime e contemporaneamente elementi destabilizzanti, soprattutto perché uno dei tre è una bella e disnibita rossa, e, insomma, tra lei e una foto della Clerici australiana è molto meglio lei.
Il meccanismo di 100 Bloody Acres è quello tipico della commedia horror, con personaggi cartooneschi e fondamentalmente assurdi impegnati a compiere le cose più truci o ad esserne vittime senza mai prendersi troppo sul serio, con l'aggiunta, in questo caso, di un pizzico di folklore australiano (che non guasta mai) e abbondante cattivo gusto, che non risparmia né i monchi né le vecchie. I personaggi sono archetipici ma ben delineati e, nonostante si possa mettere al 90% la mano sul fuoco riguardo ad ogni cosa che faranno, alcuni riservano interessanti sorprese, al punto da far prendere al film una svolta inaspettata e ancor più esilarante, il tutto grazie anche ad attori bravi e simpatici, Damon Herriman in primis. Non manca, ovviamente, un'abbondante dose di gore accompagnata da effettacci splatter decisamente all'altezza e c'è persino la chicca di un John Jarratt negli inusuali panni di poliziotto; sì, la sua è una di quelle comparsate alla Danny Trejo/Kane Hodder/Robert Englund/Star horror casuale, che durano il tempo di un battito di ciglia, ma se non altro non è pubblicizzata piazzando il suo nome come primo in cartellone e, soprattutto, è divertente e assai gustosa. Come, del resto, tutto il film. Se avete quindi voglia di un po' di sano splatter ignorante e ridere sotto i baffi, 100 Bloody Acres è il film che fa per voi!
Dei registi e sceneggiatori Cameron Cairnes e Colin Cairnes ho già parlato QUI. Damon Herriman (Reg Morgan) e John Jarratt (Sergente Burke) li trovate invece ai rispettivi link.
Se il film vi è piaciuto recuperate Tucker & Dale vs Evil. ENJOY!
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venerdì 4 settembre 2020
mercoledì 13 giugno 2018
Bollalmanacco On Demand: Picnic ad Hanging Rock (1975)
Torna il Bollalmanacco On Demand dopo la solita centenaria attesa! Oggi tocca ad un film richiesto da Arwen del blog La fabbrica dei sogni, ovvero Picnic ad Hanging Rock (Picnic at Hanging Rock), diretto nel 1975 da Peter Weir e tratto dal romanzo omonimo di Joan Lindsay. Il prossimo film On Demand sarà Southland Tales - Così finisce il mondo. ENJOY!
Trama: il giorno di San Valentino tre ragazze e un'insegnante scompaiono misteriosamente durante un picnic ad Hanging Rock. Mentre le indagini proseguono, gli equilibri all'interno del college frequentato dalle ragazze si fanno sempre più instabili...
Dopo 12 anni faccio fatica a ricordare tutti i luoghi visti in Australia e dovrei andare a recuperare il diario di viaggio scritto (rigorosamente A MANO) all'epoca per essere certa dei posti toccati durante le gite fatte con il santo Leo ma sono quasi sicura di essere stata a Bendigo e di aver deviato verso Ballarat invece di tirare dritta verso Melbourne, città che dista solo a un paio d'ore di macchina da Hanging Rock. Probabilmente, se allora avessi visto Picnic ad Hanging Rock avrei fatto carte false per visitare questo luogo misteriorissimo e, chissà, magari sparire nel nulla come Miranda e le sue compagne, ma niente, ho aspettato fino al 2018 per guardarlo e chissà quando (e se) riuscirò a tornare nella terra dei canguri e farmi catturare dal fascino senza tempo di quello che è ormai diventato un sito turistico con tanto di statua di una delle protagoniste della vicenda. Sognare non è vietato ma nel frattempo meglio parlare del film altrimenti si fa notte! Picnic ad Hanging Rock è uno stranissimo mix di dramma e thriller, immerso in un'atmosfera surreale e onirica, che pone mille domande ma non offre risposta alcuna. Fin dalle prime linee di dialogo, pronunciate dall'affascinante Miranda, viene insinuato il dubbio che la realtà in cui viviamo, quello che percepiamo, non sia altro che un sogno dentro un sogno e più avanti ci viene detto che "tutto comincia e finisce esattamente nel posto e nel tempo giusti"; verrebbe dunque da dire che non vi è alcun mistero in Picnic ad Hanging Rock, che bisognerebbe solo accettare la scomparsa di Miranda e delle altre come un dato di fatto, pena il disgregarsi delle nostre convinzioni e della nostra percezione della realtà, fino alle inevitabili, disastrose conseguenze. La roccia di Hanging Rock diventa infatti, a poco a poco, emblema di un "tarlo", che non è solo quello che rode la polizia o la terribile direttrice del collegio, ma incarna un senso di insoddisfazione e di desiderio represso che accomuna tutti i personaggi del film e che può, a seconda del carattere, spingere a superare i propri limiti psicofisici (come nel caso di Michael) oppure portare ad abbandonare ogni speranza, ogni voglia di vivere, concretizzandosi nel desiderio di sparire dalla faccia della terra come se fosse un destino ineluttabile.
Peter Weir ce lo palesa questo tarlo; indugia sui gesti ancora acerbi ma comunque sensuali di Miranda e delle altre quando si tolgono calze e scarpe per scalare Hanging Rock, stufe della repressione di un collegio femminile dove a malapena ci si può sfilare i guanti, inquadra il volto della stessa Miranda, gli occhi persi verso un orizzonte a noi precluso, ci concede di spiare nella triste vita di Sara, abbandonata dal tutore e dalla migliore amica nonché vessata da Mrs. Appleyard, ci atterrisce con improvvisi picchi di isteria e terrore, come se il tarlo fosse diventato un enorme mostro impegnato a divorare l'animo delle ragazze superstiti e di quanti sono stati toccati dalla vicenda. In tutto questo, ci pone anche dei dubbi, perché alla fine siamo sempre umani. Incapaci di rassegnarci davanti a una mancanza di spiegazione, ci attacchiamo come i personaggi ad indizi materiali e siamo pronti a puntare il dito contro chi mostra qualsivoglia comportamento "sospetto". Nell'anno del Signore 2018 è troppo facile dubitare di John Jarratt, all'epoca ventiquattrenne ma già dotato di quel viso da compagnone pronto a cacciarti un machete giù per la gola, ed è quasi divertente pensarlo mentre schernisce con la sua risata le tre sfortunate prima di portarle nel suo rifugio a Wolf Creek... ma, a parte questo, già nel 1975 la costruzione della scena in cui Albert e Michael guardano Miranda e le altre saltare sulle rocce del fiume assecondava naturalmente l'idea che la scomparsa delle fanciulle derivasse da un tentativo di violenza sfociato in omicidio. Allo stesso modo, è facilissimo inquadrare come "colpevoli" le due ragazze sopravvissute e considerare le loro amnesie come menzogne, arrivando a odiarle come Mrs. Appleyard arriva a detestare Sara, colpevole di essere rimasta in vita al posto di studentesse che erano il fiore all'occhiello dell'istituto mentre lei è povera, timida, bruttina, svogliata. Eppure, con tutta la frustrazione che può causare un film come Picnic ad Hanging Rock, è proprio il suo strenuo aggrapparsi all'irrisolutezza del mistero a renderlo tuttora affascinante, emblema di un modo di fare Cinema che oggi porterebbe gli spettatori a scrivere su internet "Picnic ad Hanging Rock spiegazione finale" e scatenerebbe fastidiose lotte sui social tra chi apprezza il filtro onirico della visione di Weir e chi lo maledice perché "in questo film non succede nulla". Ah, bei tempi quelli in cui non c'erano tutte le risposte. Ma se io ora salissi sul Monte Diogene, riuscirei a sparire in un passaggio temporale per il 1975?
Del regista Peter Weir ho già parlato QUI mentre John Jarratt, che interpreta Albert Crundall, lo trovate QUA.
Proprio il mese scorso è uscita per il canale Showcase la serie Picnic a Hanging Rock, una miniserie in sei parti con Natalie Dormer tra i protagonisti; non l'ho ancora vista ma se il film di Weir vi fosse piaciuto potete guardarla e aggiungere Cracks. ENJOY!
Trama: il giorno di San Valentino tre ragazze e un'insegnante scompaiono misteriosamente durante un picnic ad Hanging Rock. Mentre le indagini proseguono, gli equilibri all'interno del college frequentato dalle ragazze si fanno sempre più instabili...
Dopo 12 anni faccio fatica a ricordare tutti i luoghi visti in Australia e dovrei andare a recuperare il diario di viaggio scritto (rigorosamente A MANO) all'epoca per essere certa dei posti toccati durante le gite fatte con il santo Leo ma sono quasi sicura di essere stata a Bendigo e di aver deviato verso Ballarat invece di tirare dritta verso Melbourne, città che dista solo a un paio d'ore di macchina da Hanging Rock. Probabilmente, se allora avessi visto Picnic ad Hanging Rock avrei fatto carte false per visitare questo luogo misteriorissimo e, chissà, magari sparire nel nulla come Miranda e le sue compagne, ma niente, ho aspettato fino al 2018 per guardarlo e chissà quando (e se) riuscirò a tornare nella terra dei canguri e farmi catturare dal fascino senza tempo di quello che è ormai diventato un sito turistico con tanto di statua di una delle protagoniste della vicenda. Sognare non è vietato ma nel frattempo meglio parlare del film altrimenti si fa notte! Picnic ad Hanging Rock è uno stranissimo mix di dramma e thriller, immerso in un'atmosfera surreale e onirica, che pone mille domande ma non offre risposta alcuna. Fin dalle prime linee di dialogo, pronunciate dall'affascinante Miranda, viene insinuato il dubbio che la realtà in cui viviamo, quello che percepiamo, non sia altro che un sogno dentro un sogno e più avanti ci viene detto che "tutto comincia e finisce esattamente nel posto e nel tempo giusti"; verrebbe dunque da dire che non vi è alcun mistero in Picnic ad Hanging Rock, che bisognerebbe solo accettare la scomparsa di Miranda e delle altre come un dato di fatto, pena il disgregarsi delle nostre convinzioni e della nostra percezione della realtà, fino alle inevitabili, disastrose conseguenze. La roccia di Hanging Rock diventa infatti, a poco a poco, emblema di un "tarlo", che non è solo quello che rode la polizia o la terribile direttrice del collegio, ma incarna un senso di insoddisfazione e di desiderio represso che accomuna tutti i personaggi del film e che può, a seconda del carattere, spingere a superare i propri limiti psicofisici (come nel caso di Michael) oppure portare ad abbandonare ogni speranza, ogni voglia di vivere, concretizzandosi nel desiderio di sparire dalla faccia della terra come se fosse un destino ineluttabile.
Peter Weir ce lo palesa questo tarlo; indugia sui gesti ancora acerbi ma comunque sensuali di Miranda e delle altre quando si tolgono calze e scarpe per scalare Hanging Rock, stufe della repressione di un collegio femminile dove a malapena ci si può sfilare i guanti, inquadra il volto della stessa Miranda, gli occhi persi verso un orizzonte a noi precluso, ci concede di spiare nella triste vita di Sara, abbandonata dal tutore e dalla migliore amica nonché vessata da Mrs. Appleyard, ci atterrisce con improvvisi picchi di isteria e terrore, come se il tarlo fosse diventato un enorme mostro impegnato a divorare l'animo delle ragazze superstiti e di quanti sono stati toccati dalla vicenda. In tutto questo, ci pone anche dei dubbi, perché alla fine siamo sempre umani. Incapaci di rassegnarci davanti a una mancanza di spiegazione, ci attacchiamo come i personaggi ad indizi materiali e siamo pronti a puntare il dito contro chi mostra qualsivoglia comportamento "sospetto". Nell'anno del Signore 2018 è troppo facile dubitare di John Jarratt, all'epoca ventiquattrenne ma già dotato di quel viso da compagnone pronto a cacciarti un machete giù per la gola, ed è quasi divertente pensarlo mentre schernisce con la sua risata le tre sfortunate prima di portarle nel suo rifugio a Wolf Creek... ma, a parte questo, già nel 1975 la costruzione della scena in cui Albert e Michael guardano Miranda e le altre saltare sulle rocce del fiume assecondava naturalmente l'idea che la scomparsa delle fanciulle derivasse da un tentativo di violenza sfociato in omicidio. Allo stesso modo, è facilissimo inquadrare come "colpevoli" le due ragazze sopravvissute e considerare le loro amnesie come menzogne, arrivando a odiarle come Mrs. Appleyard arriva a detestare Sara, colpevole di essere rimasta in vita al posto di studentesse che erano il fiore all'occhiello dell'istituto mentre lei è povera, timida, bruttina, svogliata. Eppure, con tutta la frustrazione che può causare un film come Picnic ad Hanging Rock, è proprio il suo strenuo aggrapparsi all'irrisolutezza del mistero a renderlo tuttora affascinante, emblema di un modo di fare Cinema che oggi porterebbe gli spettatori a scrivere su internet "Picnic ad Hanging Rock spiegazione finale" e scatenerebbe fastidiose lotte sui social tra chi apprezza il filtro onirico della visione di Weir e chi lo maledice perché "in questo film non succede nulla". Ah, bei tempi quelli in cui non c'erano tutte le risposte. Ma se io ora salissi sul Monte Diogene, riuscirei a sparire in un passaggio temporale per il 1975?
Del regista Peter Weir ho già parlato QUI mentre John Jarratt, che interpreta Albert Crundall, lo trovate QUA.
Proprio il mese scorso è uscita per il canale Showcase la serie Picnic a Hanging Rock, una miniserie in sei parti con Natalie Dormer tra i protagonisti; non l'ho ancora vista ma se il film di Weir vi fosse piaciuto potete guardarla e aggiungere Cracks. ENJOY!
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martedì 21 giugno 2016
Il Bollodromo #25: Wolf Creek - La serie
Finirò mai di ringraziare pubblicamente Lucia? Assolutamente no. Oggi la ringrazio per avermi resa edotta dell'esistenza della serie Wolf Creek, basata sui due film omonimi diretti da Greg McLean e mandata in onda in Australia sul canale specializzato in video on demand Stan.
Di cosa parla?
Se avete visto Wolf Creek e il suo sequel la domanda non si pone, in caso contrario sappiate che la storia verte sulle scorribande omicide del bushman e serial killer Mick Taylor, che ama rapire e seviziare i poveri turisti sperduti nell'outback australiano. Questa sorte capita purtroppo ad una famigliola di americani e alla strage sopravvive solo la figlia maggiore, Eve, che si metterà in testa di trovare il vecchio Mick e farlo fuori, non solo per vendicare padre, madre e fratellino, ma anche per liberare l'Australia da questa piaga decennale.
Cose che mi sono piaciute
La serie di Wolf Creek è praticamente un terzo episodio della saga cinematografica, solo diviso in sei parti. Se tutto nasce dalla figura terrificante di Mick Taylor (interpretato, come al solito, da un John Jarratt sempre in stato di grazia) è pur vero che, come nel primo film, l'attenzione degli sceneggiatori e dei registi che si susseguono di puntata in puntata viene focalizzata principalmente sul paesaggio Australiano, vero protagonista della vicenda. Eve, armata di mezzi più o meno fatiscenti e un cane "half dingo", come dice chi ha occasione di guardarlo da vicino, si imbarca in un road trip disperato, reso ancora più solitario e difficile dalle grandi distanze che separano gli sparuti paesini del South Australia; se non ci siete mai stati non avete idea di cosa sia farsi in macchina chilometri e chilometri di strade costeggiate da bush, deserti, canguri saltellanti, immensi mari di terra arancione e sconfinati cieli azzurri, incontrando in sparute ed assurde stazioni di servizio un'umanità che varia dal meravigliosamente folle al disgustosamente becero. Eve, l'americana straniera in terra straniera, vive sulla pelle tutte le contraddizioni di una Terra allo stesso tempo ostile e generosa, prosaica e misteriosa, perdendo gradualmente l'innocenza per indurirsi e diventare in grado di far fronte ai pericoli dell'Outback, i quali non si limitano essenzialmente a Mick Taylor: Mick, con la sua risata sprezzante e il senso dell'umorismo deviato, è il predatore più grande, quello maggiormente capace di mimetizzarsi, ma tanti altri piccoli criminali e disadattati approfittano della natura "inospitale" dell'Australia per portare avanti le loro storie malate. Wolf Creek diventa così un compendio di violenza, follia ma anche riflessione, un miscuglio ipnotico ed inquietante che non si limita semplicemente ad inanellare scene più o meno gore solo per il gusto voyeuristico del pubblico, bensì si propone l'obiettivo di creare una sorta di "mitologia dell'Outback". Ah, e poi l'accento aussie, ragazzi. Con tutti quegli "g'day", "sheila", "no worries" ecc. ecc. L'aMMore e la nostalgia.
Cose che non mi sono piaciute
Effettivamente, non ce ne sono. Dalla sigla iniziale, un'inquietante Nursery Rhyme cantata da Lisa Salvo e basata su una filastrocca inglese del '700, agli interpreti, fino ad arrivare alla regia, è tutto realizzato a regola d'arte. Se devo proprio trovare un neo, non ho apprezzato l'idea di dare a Mick un passato, cosa che lo ha reso più umano e meno "demone dell'outback". Ma è un dettaglio, davvero.
E quindi?
E quindi Wolf Creek è stato una bellissima sorpresa o, se volete, una riconferma dell'amore che necessariamente va tributato a Greg McLean e John Jarratt. Se cercate una serie relativamente breve, che vi tenga inchiodati alla sedia e che, subdolamente, scavi nelle vostre paure più profonde sedando anche l'atavica sete di sangue tipica degli horroromani, avete trovato quello che fa per voi!
Di cosa parla?
Se avete visto Wolf Creek e il suo sequel la domanda non si pone, in caso contrario sappiate che la storia verte sulle scorribande omicide del bushman e serial killer Mick Taylor, che ama rapire e seviziare i poveri turisti sperduti nell'outback australiano. Questa sorte capita purtroppo ad una famigliola di americani e alla strage sopravvive solo la figlia maggiore, Eve, che si metterà in testa di trovare il vecchio Mick e farlo fuori, non solo per vendicare padre, madre e fratellino, ma anche per liberare l'Australia da questa piaga decennale.
Cose che mi sono piaciute
La serie di Wolf Creek è praticamente un terzo episodio della saga cinematografica, solo diviso in sei parti. Se tutto nasce dalla figura terrificante di Mick Taylor (interpretato, come al solito, da un John Jarratt sempre in stato di grazia) è pur vero che, come nel primo film, l'attenzione degli sceneggiatori e dei registi che si susseguono di puntata in puntata viene focalizzata principalmente sul paesaggio Australiano, vero protagonista della vicenda. Eve, armata di mezzi più o meno fatiscenti e un cane "half dingo", come dice chi ha occasione di guardarlo da vicino, si imbarca in un road trip disperato, reso ancora più solitario e difficile dalle grandi distanze che separano gli sparuti paesini del South Australia; se non ci siete mai stati non avete idea di cosa sia farsi in macchina chilometri e chilometri di strade costeggiate da bush, deserti, canguri saltellanti, immensi mari di terra arancione e sconfinati cieli azzurri, incontrando in sparute ed assurde stazioni di servizio un'umanità che varia dal meravigliosamente folle al disgustosamente becero. Eve, l'americana straniera in terra straniera, vive sulla pelle tutte le contraddizioni di una Terra allo stesso tempo ostile e generosa, prosaica e misteriosa, perdendo gradualmente l'innocenza per indurirsi e diventare in grado di far fronte ai pericoli dell'Outback, i quali non si limitano essenzialmente a Mick Taylor: Mick, con la sua risata sprezzante e il senso dell'umorismo deviato, è il predatore più grande, quello maggiormente capace di mimetizzarsi, ma tanti altri piccoli criminali e disadattati approfittano della natura "inospitale" dell'Australia per portare avanti le loro storie malate. Wolf Creek diventa così un compendio di violenza, follia ma anche riflessione, un miscuglio ipnotico ed inquietante che non si limita semplicemente ad inanellare scene più o meno gore solo per il gusto voyeuristico del pubblico, bensì si propone l'obiettivo di creare una sorta di "mitologia dell'Outback". Ah, e poi l'accento aussie, ragazzi. Con tutti quegli "g'day", "sheila", "no worries" ecc. ecc. L'aMMore e la nostalgia.
Cose che non mi sono piaciute
Effettivamente, non ce ne sono. Dalla sigla iniziale, un'inquietante Nursery Rhyme cantata da Lisa Salvo e basata su una filastrocca inglese del '700, agli interpreti, fino ad arrivare alla regia, è tutto realizzato a regola d'arte. Se devo proprio trovare un neo, non ho apprezzato l'idea di dare a Mick un passato, cosa che lo ha reso più umano e meno "demone dell'outback". Ma è un dettaglio, davvero.
E quindi?
E quindi Wolf Creek è stato una bellissima sorpresa o, se volete, una riconferma dell'amore che necessariamente va tributato a Greg McLean e John Jarratt. Se cercate una serie relativamente breve, che vi tenga inchiodati alla sedia e che, subdolamente, scavi nelle vostre paure più profonde sedando anche l'atavica sete di sangue tipica degli horroromani, avete trovato quello che fa per voi!
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| Per chi ancora non si capacita del fatto che John Jarratt sia fondamentalmente un uomo buono |
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domenica 1 giugno 2014
Wolf Creek 2 (2013)
Come avrete evinto, sto recuperando tutti gli horror/thriller che hanno fatto parlare gli amici cinefili durante la mia doppia assenza. Dopo Cheap Thrills e nell'attesa di vedere finalmente il discusso The Sacrament di Ti West oggi tocca a Wolf Creek 2, diretto nel 2013 dal regista e co-sceneggiatore Greg Mclean.
Trama: l'outback non è più un posto sicuro visto che il terrificante Mick Taylor è tornato a seviziare i turisti che osano avventurarsi nella bella Australia...
Come rammenta bene chi ha letto il post relativo a Wolf Creek, la prima pellicola dedicata alle gesta di Mick Taylor ha segnato parecchio il mio immaginario horror, anche grazie ad una lunga permanenza nella terra dei canguri. Inevitabile, quindi, che la visione di Wolf Creek 2 venisse accolta dalla sottoscritta con aspettative ed entusiasmo eccessivi che, purtroppo, hanno un po' pregiudicato il giudizio complessivo riguardo al film, soprattutto durante la prima parte. La bellezza del primo Wolf Creek, infatti, risiedeva principalmente nel modo in cui Greg McLean riusciva ad equilibrare l'indubbio carisma di un moderno e sanguinario boogeyman destinato ad entrare nella storia dell'horror e il naturale senso di inquietudine provocato dallo sterminato ed inclemente paesaggio australiano, di fatto protagonista indispensabile degli eventi narrati quanto e più del bushman Mick. In Wolf Creek 2, invece, McLean fallisce nell'intento di raggiungere questo equilibrio perché, furbamente, sbatte subito in faccia allo spettatore il suo villain, rendendolo protagonista e mattatore assoluto tanto da abbassare drasticamente il livello di "paura" che dovrebbe accompagnare ogni sua comparsa, un po' come accadeva all'epoca con Freddy Krueger: inevitabilmente, il fan arriva a tifare spudoratamente per il boogeyman logorroico e stronzo, ridendo di ogni suo lazzo, e chissenefrega delle povere vittime. Il risultato è che la prima metà del film è un remake di Wolf Creek più fracassone e sboronetto, dove l'outback australiano diventa poco più di un mero sfondo e un pretesto per scatenare l'indignazione nazionalista di Mick, fiero castigatore di irrispettosi turisti, stavolta talmente tanto carne da macello da non parlare neppure inglese. Detto questo, con tutto l'amore che provo per il bravissimo John Jarratt e per il suo favoloso accento, sinceramente parlando, se il film fosse continuato per tutto il tempo in questo modo (nonostante la terribile, agghiacciante scena che coinvolge un branco di canguri) avrei provato una pesantissima DIlusione.
Per fortuna Wolf Creek 2 si ripiglia quando Mclean decide di mandare alle ortiche ogni pretesa di realismo e trasforma il vecchio Mick in una leggenda metropolitana tout court, con tanto di nascondiglio sotterraneo zeppo di trabocchetti e quant'altro. E' lì che la tensione comincia a tagliarsi con un coltello, quando la "carne da macello" (o meglio il maledetto Pommie, inglese prigioniero della patria!) acquista finalmente una dimensione, un'intelligenza, un qualcosa che possa elevarlo dalla massa e convincere lo spettatore ad interessarsi al suo destino e conseguentemente immedesimarsi. Il bastardo Mick coinvolge la vittima in una terribile (e ahimé anche divertentissima, bisogna dirlo!) manche di Who Wants to be Fucking Millionaire, tra una bevuta, una canzone, una domanda e una penitenza; l'intera, lunghissima sequenza è talmente concitata, folle ed imprevedibile da lasciare letteralmente senza fiato per l'ansia. Il finale, per concludere, è decisamente all'altezza del vecchio film, un trionfo di malvagia ironia, inquietante ed ambiguo quanto basta. John Jarratt e la terribile leggenda di Mick Taylor ce l'hanno fatta anche questa volta a conquistarmi e come non potrebbe essere così? D'altronde, "gente come lui mangia i parassiti stranieri a colazione e poi li caga fuori" e, fidatevi di chi ha toccato con mano, non è per niente facile affrontare un dialogo con dei veri bushman dotati di quel loro strano, sconcertante senso dell'umorismo e di un accento a dir poco incomprensibile. Detto ciò, a saper parlare come Mick e farmi una bevuta con lui cantando Tie Me Cangaroo Down, Sport (canzoncina che mi risuona nelle orecchie ormai da una settimana, è ipnotica!!) ci metterei la firma in men che non si dica. E ora chiamatemi pure pazza, poi però correte a recuperare questo divertentissimo Wolf Creek 2!
Del regista e co-sceneggiatore Greg Mclean ho già parlato qui mentre John Jarratt, che ovviamente interpreta Mick Taylor, lo trovate qua.
Se Wolf Creek 2 vi fosse piaciuto e non avete ancora visto Wolf Creek recuperatelo e aggiungete alla lista anche Non aprite quella porta e Le colline hanno gli occhi. ENJOY!
Come rammenta bene chi ha letto il post relativo a Wolf Creek, la prima pellicola dedicata alle gesta di Mick Taylor ha segnato parecchio il mio immaginario horror, anche grazie ad una lunga permanenza nella terra dei canguri. Inevitabile, quindi, che la visione di Wolf Creek 2 venisse accolta dalla sottoscritta con aspettative ed entusiasmo eccessivi che, purtroppo, hanno un po' pregiudicato il giudizio complessivo riguardo al film, soprattutto durante la prima parte. La bellezza del primo Wolf Creek, infatti, risiedeva principalmente nel modo in cui Greg McLean riusciva ad equilibrare l'indubbio carisma di un moderno e sanguinario boogeyman destinato ad entrare nella storia dell'horror e il naturale senso di inquietudine provocato dallo sterminato ed inclemente paesaggio australiano, di fatto protagonista indispensabile degli eventi narrati quanto e più del bushman Mick. In Wolf Creek 2, invece, McLean fallisce nell'intento di raggiungere questo equilibrio perché, furbamente, sbatte subito in faccia allo spettatore il suo villain, rendendolo protagonista e mattatore assoluto tanto da abbassare drasticamente il livello di "paura" che dovrebbe accompagnare ogni sua comparsa, un po' come accadeva all'epoca con Freddy Krueger: inevitabilmente, il fan arriva a tifare spudoratamente per il boogeyman logorroico e stronzo, ridendo di ogni suo lazzo, e chissenefrega delle povere vittime. Il risultato è che la prima metà del film è un remake di Wolf Creek più fracassone e sboronetto, dove l'outback australiano diventa poco più di un mero sfondo e un pretesto per scatenare l'indignazione nazionalista di Mick, fiero castigatore di irrispettosi turisti, stavolta talmente tanto carne da macello da non parlare neppure inglese. Detto questo, con tutto l'amore che provo per il bravissimo John Jarratt e per il suo favoloso accento, sinceramente parlando, se il film fosse continuato per tutto il tempo in questo modo (nonostante la terribile, agghiacciante scena che coinvolge un branco di canguri) avrei provato una pesantissima DIlusione.
Per fortuna Wolf Creek 2 si ripiglia quando Mclean decide di mandare alle ortiche ogni pretesa di realismo e trasforma il vecchio Mick in una leggenda metropolitana tout court, con tanto di nascondiglio sotterraneo zeppo di trabocchetti e quant'altro. E' lì che la tensione comincia a tagliarsi con un coltello, quando la "carne da macello" (o meglio il maledetto Pommie, inglese prigioniero della patria!) acquista finalmente una dimensione, un'intelligenza, un qualcosa che possa elevarlo dalla massa e convincere lo spettatore ad interessarsi al suo destino e conseguentemente immedesimarsi. Il bastardo Mick coinvolge la vittima in una terribile (e ahimé anche divertentissima, bisogna dirlo!) manche di Who Wants to be Fucking Millionaire, tra una bevuta, una canzone, una domanda e una penitenza; l'intera, lunghissima sequenza è talmente concitata, folle ed imprevedibile da lasciare letteralmente senza fiato per l'ansia. Il finale, per concludere, è decisamente all'altezza del vecchio film, un trionfo di malvagia ironia, inquietante ed ambiguo quanto basta. John Jarratt e la terribile leggenda di Mick Taylor ce l'hanno fatta anche questa volta a conquistarmi e come non potrebbe essere così? D'altronde, "gente come lui mangia i parassiti stranieri a colazione e poi li caga fuori" e, fidatevi di chi ha toccato con mano, non è per niente facile affrontare un dialogo con dei veri bushman dotati di quel loro strano, sconcertante senso dell'umorismo e di un accento a dir poco incomprensibile. Detto ciò, a saper parlare come Mick e farmi una bevuta con lui cantando Tie Me Cangaroo Down, Sport (canzoncina che mi risuona nelle orecchie ormai da una settimana, è ipnotica!!) ci metterei la firma in men che non si dica. E ora chiamatemi pure pazza, poi però correte a recuperare questo divertentissimo Wolf Creek 2!
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| Prima regola dell'outback: chi si fa li 'azzi sua.... |
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martedì 22 gennaio 2013
Django Unchained (2012)
Caro Quentin,
domenica sera sono finalmente riuscita ad andare al cinema a vedere il tuo ultimo film, Django Unchained. Lo so, ormai c'erano già andati tutti e ne hanno parlato a straf**tere in qualsiasi blog, me ne rendo conto. Ma questa non è una recensione per i lettori, è una mia lettera per te, quindi che ti frega se quello che scriverò l'avranno già letto in tutte le salse? Salto la trama, tanto già la conosci? Sì, d'altronde il film l'hai scritto e girato tu, è giusto.
Innanzitutto, grazie. Grazie per avermi ridato l'orgoglio di essere italiana. Sì perché effettivamente tu non hai inventato nulla, ti sei "limitato" ad omaggiare gli spaghetti western che tanto davano lustro al cinema nostrano quando io non ero ancora nata. E chi se ne frega se devi arrivare tu a ricordarci le nostre origini, l'importante è che qualcuno ce le ricordi e che il tuo nome spinga i giovani debosciati che non hanno nemmeno idea di chi siano Corbucci, Sergio Leone o E.B. Clucher, solo per fare un paio di nomi, a recuperare i vecchi film che tanto facevano divertire papà e nonni. Di conseguenza, ti ringrazio anche per aver riportato su schermo la strana coppia Trinità e Bambino incarnandoli nel logorroico e paraculissimo (ma quanto meraviglioso! poi ci torniamo) Dr. Schultz e nell'ingenuo ed ignorantello "braccio" Django; mi hai fatto ritornare bambina e mi hai fatto divertire come una matta, anche se è vero che i tempi cambiano. Il tuo omaggio, per esempio, prevede violenza e sangue a fiumi, non pistolettate a salve e sganassoni... ma ti pare che io mi sia lamentata? Ben vengano i palettoni che squassano cavalli, povere bestiole, e crivellano corpi, gli showdown finali talmente concitati che a ridipingere le pareti di rosso sono il sangue e le cervella, le frustate talmente ben date che pare di sentirle addosso, i cani che si sbranano poveri mandinghi e questi ultimi che si cavano gli occhi gli uni con gli altri. D'altronde, siamo nel selvaggio west. O meglio, scusami, nel selvaggio sud, dove anche la legge viene amministrata con la pistola.
E comunque, caro il mio Quentin, sei un bel paraculo (e te lo dico con tanto aMMore, perché è questo che mi piace di te). Potrai anche cominciare il film con un commovente omaggio al Django di Corbucci e concluderlo sulle fighissime note di Lo chiamavano Trinità..., ma tutto quel che sta nel mezzo è tuo, lo spirito del film è tuo! Cosa credi, che non mi sia accorta di come la vendetta di Django sia un degno complemento a quello della Sposa in Kill Bill, tanto che il Dr. Schultz gli ricorda di non perdere di vista il cammino e non fare strane ed inaspettate deviazioni? E quest'ultimo? E' talmente cialtrone e meravigliosamente teatrale da esser un degno precursore di Aldo l'Apache e Mr. Wolf, con in più quel guizzo di intellettualismo europeo che lo rende uno dei migliori personaggi che tu abbia mai creato. Sì, Quentin, sei un maledetto. Perché io del Dr. Schultz e del suo cavallo Fritz mi sono innamorata fin dalla prima battuta, perché sei talmente sfacciato da urlare al mondo quanto tu sia l'unico regista in grado di portare il grandissimo Christoph Waltz oltre i livelli dell'eccellenza (se non si porta di nuovo a casa la doppietta Golden Globe + Oscar mi mangio il cappello, giuro!), perché sei riuscito a farmi apprezzare persino Jamie Foxx e Di Caprio (con la manina veramente insanguinata, bravissimo!!), gli unici dubbi che avevo sulla tua operazione. Ma il bello è che tu tutti questi riferimenti per fan, queste chicche (e Savini?? Guarda che l'ho visto, eh!! Ma l'elenco della gente che ho sgamato te lo becchi alla fine della lettera, mariuolo che non sei altro!!) non li metti a babbo, tanto per. Li infili in una trama con le contropalle. Sarà anche semplice, ma la storia di Django mi ha presa un casino. Brutto romanticone, ti metti persino a citare Sigfrido e Brunilde, indulgi nel romanzo di formazione trasformando il naif Django in uno scafatissimo uomo degno di essere libero, gli dai una spalla che lo supera in più di un'occasione, ad ostacolarli piazzi dei villain indimenticabili, mi fai persino tremare dall'ansia per Broomhilda e versare una lacrima prima della sparatoria finale. E per rispettare lo spirito dei western che guardavo da bambina non risparmi nemmeno i pezzi comici (ma sarai scemo! il siparietto del proto-KKK mi ha fatta morir dalle risate e ti prenderei a coppini nella testa per esserti infilato in quel terzetto di deficienti alla fine!!! Che cavolo facevate tu e John Jarrat assieme, eh? Lo scherzetto della testa sullo stecco ai danni di qualche schiavo?! Orrore!!). Insomma, la sceneggiatura di Django Unchained ha tutto, ma non sono io che devo ricordartelo.
E allora cosa vuoi ancora? Che ribadisca quanto la colonna sonora da te scelta sia perfetta e in grado di accompagnare ogni scena in modo esemplare? Che magnifichi la tua regia? Va bene, lo farò, anche se ho notato, e non volermene, che si sente un po' la mancanza della mano di Sally Menke al montaggio, la bonanima di quella santa donna conferiva un tocco di personalità in più ai tuoi capolavori. Però quegli schizzi di rosso sul bianco dei cavalli e del cotone, quei flashback sgranati e violentissimi, quei paesaggi su cui si stagliano le silhouette dei due cowboy, l'immagine finale di Broomhilde che si infila le dita nelle orecchie, il balletto da piacione di Jamie Foxx in sella al cavallo, il primo piano degli occhi addolorati di Christoph Waltz e il passaggio del testimone tra il nuovo e il vecchio Django ("La D non si pronuncia" "Lo so.") sono immagini che ho rinchiuso nel mio cuoricino per non farle uscire mai più. Degli attori principali ti ho già detto tutto, semplicemente perfetti, ma sappi che ho anche apprezzato molto la comparsata trash di Don Johnson e quella, più sostanziosa e seria, di un Samuel Jackson in stato di grazia. Ah, a proposito del personaggio di Stephen: geniale interrompere il suo "Django, sei un gran figlio di p....." come fece già a suo tempo il grande Sergio Leone col Biondo. E non lo faccio per vantarmi della mia cinefilia, ma il parallelo tra l'Alex di Arancia Meccanica e il Dr. Schultz mentre ascolta la musica del Ludovico Van nel bel mezzo del turbamento violento è l'ultima chicca che mi ha ricordato, se ancora ce ne fosse bisogno, perché ti adoro tanto.
Gesù, Quentin, sono stata prolissa e la mia dichiarazione d'amore verrà letta pubblicamente, quindi mi toccherà trovare anche qualche difetto al tuo film, altrimenti mi accuseranno di non essere obiettiva. E va bene, un difetto l'ho trovato. Mi fa male dirlo, ma.... c'è. Non posso esimermi dal fartelo notare, anche se non trovo le parole. E va bene, ecco qua: probabilmente ti hanno detto che mi piacciono gli uomini spessi. Al limite del ciccio. Che tu ti sia adeguato ai miei gusti mi riempie di gioia, ma per citare Elio, "ti mancano due buchi nel sedere per esser Ciccio Bombo Cannoniere e andare ad abitare in Francia". Vederti lì in piedi, con quella panza da alcoolizzato, accanto a quel bel figurino di Jamie Foxx, che hai mostrato ignudo a più riprese... ehhh. Dai, amore, buttiamo giù sti due chiletti in vista della tua prossima comparsata, eh? Per il resto, continua così. Aspetto con ansia il tuo prossimo film e anche di poter sentire il tuo accento aussie guardando Django Unchained in lingua originale. Grazie ancora, Quentin!!!!
Tua,
Bollina
Di Quentin (che qui, oltre ad essere regista e sceneggiatore, interpreta anche lo sfigatissimo impiegato della LeQuint Dickey Mining Co. assieme al John Jarrat di Wolf Creek) ho già parlato qua. Jamie Foxx (Django), Christoph Waltz (Dr. King Schultz), Leonardo Di Caprio (Calvin Candie), Samuel L. Jackson (Stephen), Don Johnson (Big Daddy) e Franco Nero (Amerigo Vessepi) li trovate invece nei rispettivi link. Beccàti, ovviamente, all'interno del nutrito gruppetto di cacciatori armati di cani, anche Tom Savini, Michael Bowen e Robert Carradine.
Kerry Washington interpreta Broomhilda. Americana, ha partecipato a film come I Fantastici 4, Mr. & Mrs. Smith, I Fantastici 4 e Silver Surfer e a episodi della serie NYPD. Ha 35 anni e un film in uscita.
Walton Goggins (vero nome Walton Sanders Goggins Jr.) interpreta Billy Crash. Americano, ha partecipato a film come Karate Kid 4, Il corvo 3 – Salvation, Pallottole cinesi, La casa dei 1000 corpi, Predators, Cowboys & Aliens, Lincoln e alle serie Beverly Hills 90210, L’ispettore Tibbs, Renegade, Sentinel, NYPD, CSI: Scena del crimine, The Shield, CSI: Miami e Sons of Anarchy. Anche produttore, ha 41 anni e un film in uscita.
Dennis Christopher (vero nome Dennis Carelli) interpreta Leonide Moguy. Americano, ha partecipato a film come Momenti di gloria, It (nei panni di Eddie Kaspbrak) e alle serie Moonlighting, La signora in giallo, Sentinel, Roswell, Six Feet Under, Angel, NYPD, CSI: Scena del crimine e Criminal Minds. Ha 57 anni.
Michael Parks (vero nome Harry Samuel Parks) interpreta uno degli impiegati della LeQuint Dickey Mining Co. Americano, lo ricordo per aver interpretato lo sceriffo Earl McGraw nei film Dal Tramonto all’alba, Kill Bill – Vol. 1 e Vol. 2, Grindhouse – A prova di morte e Planet Terror, inoltre ha partecipato anche a Dal tramonto all’alba 3, Argo e a serie come La signora in giallo e I segreti di Twin Peaks (dove interpretava il laido Jean Renault). Anche produttore e regista, ha 72 anni e due film in uscita.
Tra gli altri attori, segnalo Laura Cayouette (che in Django Unchained interpreta l'odiosa sorella di Calvin e in Kill Bill recitava accanto a Michael Madsen nei panni della spogliarellista Rocket), l'ex Luke Duke di Hazzard Tom Wopat nei panni del cosiddetto Marshall, lo Swamp Thing di Con Air M.C. Ganey nei panni di Big John Brittle e, tra i cacciatori, la stunt di Uma Thurman Zoe Bell nascosta dal fazzoletto rosso, il Gesù Cristo di Jesus Christ Superstar Ted Neeley e il cosiddetto “figlio numero uno” dello sceriffo di Kill Bill, James Parks. Dopo tutte queste guest star passiamo ora a chi non ce l’ha fatta, per stupidità o scherzi del destino. Nella prima categoria, con buona pace della sottoscritta che non lo sopporta, rientra Will Smith: Quentin ha buttato giù la sceneggiatura pensando di dargli la parte del protagonista e il cretino dalle orecchie a sventola ha osato rifiutare. Ma sparati, bestia! Più sfortunati e per questo rispettabilissimi sono stati Kevin Costner, Joseph Gordon - Levitt, Sacha Baron Coen e Kurt Russell, che hanno dovuto tutti rinunciare per impegni pregressi. Un caso a parte, invece, è Sid Haig, che aveva una parte quasi assicurata finché Tarantino non ha deciso di darla a un altro, probabilmente per vendicarsi del fatto che l'attore, anni prima, aveva rifiutato il ruolo di Marcellus Wallace in Pulp Fiction. Quentin, Quentin, ma sei tremendo!! Per concludere questo lunghissimo delirio, se Django Unchained vi fosse piaciuto, consiglio almeno la visione dei film già citati nella "recensione": Django, Lo chiamavano Trinità... e Il buono, il brutto e il cattivo. ENJOY!
domenica sera sono finalmente riuscita ad andare al cinema a vedere il tuo ultimo film, Django Unchained. Lo so, ormai c'erano già andati tutti e ne hanno parlato a straf**tere in qualsiasi blog, me ne rendo conto. Ma questa non è una recensione per i lettori, è una mia lettera per te, quindi che ti frega se quello che scriverò l'avranno già letto in tutte le salse? Salto la trama, tanto già la conosci? Sì, d'altronde il film l'hai scritto e girato tu, è giusto.
Innanzitutto, grazie. Grazie per avermi ridato l'orgoglio di essere italiana. Sì perché effettivamente tu non hai inventato nulla, ti sei "limitato" ad omaggiare gli spaghetti western che tanto davano lustro al cinema nostrano quando io non ero ancora nata. E chi se ne frega se devi arrivare tu a ricordarci le nostre origini, l'importante è che qualcuno ce le ricordi e che il tuo nome spinga i giovani debosciati che non hanno nemmeno idea di chi siano Corbucci, Sergio Leone o E.B. Clucher, solo per fare un paio di nomi, a recuperare i vecchi film che tanto facevano divertire papà e nonni. Di conseguenza, ti ringrazio anche per aver riportato su schermo la strana coppia Trinità e Bambino incarnandoli nel logorroico e paraculissimo (ma quanto meraviglioso! poi ci torniamo) Dr. Schultz e nell'ingenuo ed ignorantello "braccio" Django; mi hai fatto ritornare bambina e mi hai fatto divertire come una matta, anche se è vero che i tempi cambiano. Il tuo omaggio, per esempio, prevede violenza e sangue a fiumi, non pistolettate a salve e sganassoni... ma ti pare che io mi sia lamentata? Ben vengano i palettoni che squassano cavalli, povere bestiole, e crivellano corpi, gli showdown finali talmente concitati che a ridipingere le pareti di rosso sono il sangue e le cervella, le frustate talmente ben date che pare di sentirle addosso, i cani che si sbranano poveri mandinghi e questi ultimi che si cavano gli occhi gli uni con gli altri. D'altronde, siamo nel selvaggio west. O meglio, scusami, nel selvaggio sud, dove anche la legge viene amministrata con la pistola.
E comunque, caro il mio Quentin, sei un bel paraculo (e te lo dico con tanto aMMore, perché è questo che mi piace di te). Potrai anche cominciare il film con un commovente omaggio al Django di Corbucci e concluderlo sulle fighissime note di Lo chiamavano Trinità..., ma tutto quel che sta nel mezzo è tuo, lo spirito del film è tuo! Cosa credi, che non mi sia accorta di come la vendetta di Django sia un degno complemento a quello della Sposa in Kill Bill, tanto che il Dr. Schultz gli ricorda di non perdere di vista il cammino e non fare strane ed inaspettate deviazioni? E quest'ultimo? E' talmente cialtrone e meravigliosamente teatrale da esser un degno precursore di Aldo l'Apache e Mr. Wolf, con in più quel guizzo di intellettualismo europeo che lo rende uno dei migliori personaggi che tu abbia mai creato. Sì, Quentin, sei un maledetto. Perché io del Dr. Schultz e del suo cavallo Fritz mi sono innamorata fin dalla prima battuta, perché sei talmente sfacciato da urlare al mondo quanto tu sia l'unico regista in grado di portare il grandissimo Christoph Waltz oltre i livelli dell'eccellenza (se non si porta di nuovo a casa la doppietta Golden Globe + Oscar mi mangio il cappello, giuro!), perché sei riuscito a farmi apprezzare persino Jamie Foxx e Di Caprio (con la manina veramente insanguinata, bravissimo!!), gli unici dubbi che avevo sulla tua operazione. Ma il bello è che tu tutti questi riferimenti per fan, queste chicche (e Savini?? Guarda che l'ho visto, eh!! Ma l'elenco della gente che ho sgamato te lo becchi alla fine della lettera, mariuolo che non sei altro!!) non li metti a babbo, tanto per. Li infili in una trama con le contropalle. Sarà anche semplice, ma la storia di Django mi ha presa un casino. Brutto romanticone, ti metti persino a citare Sigfrido e Brunilde, indulgi nel romanzo di formazione trasformando il naif Django in uno scafatissimo uomo degno di essere libero, gli dai una spalla che lo supera in più di un'occasione, ad ostacolarli piazzi dei villain indimenticabili, mi fai persino tremare dall'ansia per Broomhilda e versare una lacrima prima della sparatoria finale. E per rispettare lo spirito dei western che guardavo da bambina non risparmi nemmeno i pezzi comici (ma sarai scemo! il siparietto del proto-KKK mi ha fatta morir dalle risate e ti prenderei a coppini nella testa per esserti infilato in quel terzetto di deficienti alla fine!!! Che cavolo facevate tu e John Jarrat assieme, eh? Lo scherzetto della testa sullo stecco ai danni di qualche schiavo?! Orrore!!). Insomma, la sceneggiatura di Django Unchained ha tutto, ma non sono io che devo ricordartelo.
E allora cosa vuoi ancora? Che ribadisca quanto la colonna sonora da te scelta sia perfetta e in grado di accompagnare ogni scena in modo esemplare? Che magnifichi la tua regia? Va bene, lo farò, anche se ho notato, e non volermene, che si sente un po' la mancanza della mano di Sally Menke al montaggio, la bonanima di quella santa donna conferiva un tocco di personalità in più ai tuoi capolavori. Però quegli schizzi di rosso sul bianco dei cavalli e del cotone, quei flashback sgranati e violentissimi, quei paesaggi su cui si stagliano le silhouette dei due cowboy, l'immagine finale di Broomhilde che si infila le dita nelle orecchie, il balletto da piacione di Jamie Foxx in sella al cavallo, il primo piano degli occhi addolorati di Christoph Waltz e il passaggio del testimone tra il nuovo e il vecchio Django ("La D non si pronuncia" "Lo so.") sono immagini che ho rinchiuso nel mio cuoricino per non farle uscire mai più. Degli attori principali ti ho già detto tutto, semplicemente perfetti, ma sappi che ho anche apprezzato molto la comparsata trash di Don Johnson e quella, più sostanziosa e seria, di un Samuel Jackson in stato di grazia. Ah, a proposito del personaggio di Stephen: geniale interrompere il suo "Django, sei un gran figlio di p....." come fece già a suo tempo il grande Sergio Leone col Biondo. E non lo faccio per vantarmi della mia cinefilia, ma il parallelo tra l'Alex di Arancia Meccanica e il Dr. Schultz mentre ascolta la musica del Ludovico Van nel bel mezzo del turbamento violento è l'ultima chicca che mi ha ricordato, se ancora ce ne fosse bisogno, perché ti adoro tanto.
Gesù, Quentin, sono stata prolissa e la mia dichiarazione d'amore verrà letta pubblicamente, quindi mi toccherà trovare anche qualche difetto al tuo film, altrimenti mi accuseranno di non essere obiettiva. E va bene, un difetto l'ho trovato. Mi fa male dirlo, ma.... c'è. Non posso esimermi dal fartelo notare, anche se non trovo le parole. E va bene, ecco qua: probabilmente ti hanno detto che mi piacciono gli uomini spessi. Al limite del ciccio. Che tu ti sia adeguato ai miei gusti mi riempie di gioia, ma per citare Elio, "ti mancano due buchi nel sedere per esser Ciccio Bombo Cannoniere e andare ad abitare in Francia". Vederti lì in piedi, con quella panza da alcoolizzato, accanto a quel bel figurino di Jamie Foxx, che hai mostrato ignudo a più riprese... ehhh. Dai, amore, buttiamo giù sti due chiletti in vista della tua prossima comparsata, eh? Per il resto, continua così. Aspetto con ansia il tuo prossimo film e anche di poter sentire il tuo accento aussie guardando Django Unchained in lingua originale. Grazie ancora, Quentin!!!!
Tua,
Bollina
Di Quentin (che qui, oltre ad essere regista e sceneggiatore, interpreta anche lo sfigatissimo impiegato della LeQuint Dickey Mining Co. assieme al John Jarrat di Wolf Creek) ho già parlato qua. Jamie Foxx (Django), Christoph Waltz (Dr. King Schultz), Leonardo Di Caprio (Calvin Candie), Samuel L. Jackson (Stephen), Don Johnson (Big Daddy) e Franco Nero (Amerigo Vessepi) li trovate invece nei rispettivi link. Beccàti, ovviamente, all'interno del nutrito gruppetto di cacciatori armati di cani, anche Tom Savini, Michael Bowen e Robert Carradine.
Kerry Washington interpreta Broomhilda. Americana, ha partecipato a film come I Fantastici 4, Mr. & Mrs. Smith, I Fantastici 4 e Silver Surfer e a episodi della serie NYPD. Ha 35 anni e un film in uscita.
Walton Goggins (vero nome Walton Sanders Goggins Jr.) interpreta Billy Crash. Americano, ha partecipato a film come Karate Kid 4, Il corvo 3 – Salvation, Pallottole cinesi, La casa dei 1000 corpi, Predators, Cowboys & Aliens, Lincoln e alle serie Beverly Hills 90210, L’ispettore Tibbs, Renegade, Sentinel, NYPD, CSI: Scena del crimine, The Shield, CSI: Miami e Sons of Anarchy. Anche produttore, ha 41 anni e un film in uscita.
Dennis Christopher (vero nome Dennis Carelli) interpreta Leonide Moguy. Americano, ha partecipato a film come Momenti di gloria, It (nei panni di Eddie Kaspbrak) e alle serie Moonlighting, La signora in giallo, Sentinel, Roswell, Six Feet Under, Angel, NYPD, CSI: Scena del crimine e Criminal Minds. Ha 57 anni.
Michael Parks (vero nome Harry Samuel Parks) interpreta uno degli impiegati della LeQuint Dickey Mining Co. Americano, lo ricordo per aver interpretato lo sceriffo Earl McGraw nei film Dal Tramonto all’alba, Kill Bill – Vol. 1 e Vol. 2, Grindhouse – A prova di morte e Planet Terror, inoltre ha partecipato anche a Dal tramonto all’alba 3, Argo e a serie come La signora in giallo e I segreti di Twin Peaks (dove interpretava il laido Jean Renault). Anche produttore e regista, ha 72 anni e due film in uscita.
Tra gli altri attori, segnalo Laura Cayouette (che in Django Unchained interpreta l'odiosa sorella di Calvin e in Kill Bill recitava accanto a Michael Madsen nei panni della spogliarellista Rocket), l'ex Luke Duke di Hazzard Tom Wopat nei panni del cosiddetto Marshall, lo Swamp Thing di Con Air M.C. Ganey nei panni di Big John Brittle e, tra i cacciatori, la stunt di Uma Thurman Zoe Bell nascosta dal fazzoletto rosso, il Gesù Cristo di Jesus Christ Superstar Ted Neeley e il cosiddetto “figlio numero uno” dello sceriffo di Kill Bill, James Parks. Dopo tutte queste guest star passiamo ora a chi non ce l’ha fatta, per stupidità o scherzi del destino. Nella prima categoria, con buona pace della sottoscritta che non lo sopporta, rientra Will Smith: Quentin ha buttato giù la sceneggiatura pensando di dargli la parte del protagonista e il cretino dalle orecchie a sventola ha osato rifiutare. Ma sparati, bestia! Più sfortunati e per questo rispettabilissimi sono stati Kevin Costner, Joseph Gordon - Levitt, Sacha Baron Coen e Kurt Russell, che hanno dovuto tutti rinunciare per impegni pregressi. Un caso a parte, invece, è Sid Haig, che aveva una parte quasi assicurata finché Tarantino non ha deciso di darla a un altro, probabilmente per vendicarsi del fatto che l'attore, anni prima, aveva rifiutato il ruolo di Marcellus Wallace in Pulp Fiction. Quentin, Quentin, ma sei tremendo!! Per concludere questo lunghissimo delirio, se Django Unchained vi fosse piaciuto, consiglio almeno la visione dei film già citati nella "recensione": Django, Lo chiamavano Trinità... e Il buono, il brutto e il cattivo. ENJOY!
domenica 8 luglio 2012
Wolf Creek (2005)
Venerdì sera mi sono sparata una simpatica maratona horror a casa di amici, dopo tanto tempo. I film "incriminati" erano il bellissimo Shadow di Zampaglione e l'altrettanto bello Wolf Creek, diretto nel 2005 da Greg McLean.
Trama: tre ragazzi, persi nell'Outback australiano, si ritrovano vittime di un pazzo omicida.
La mia "storia" con Wolf Creek comincia nel 2006, anno in cui ho passato nove mesi in Australia. In quel periodo, sono riuscita a vedere il film due volte, la prima volta nel comfort della mia casetta, assieme ai miei due inquilini, la seconda volta sola in una stanza d'albergo dopo una splendida gita ad Ayer's Rock. Proprio in quella stessa stanza mi sono addormentata dopo la visione della pellicola solo per poi risvegliarmi con l'orrenda sensazione che il maledetto Mick Taylor fosse sopra di me, un incubo (per fortuna!) così vivido che ho sentito distintamente il materasso affondare ai lati del mio corpo come se qualcuno si stesse reggendo sulle braccia. Questo solo per dare un'idea della potenza di Wolf Creek, uno dei migliori horror dell'ultimo decennio, in grado di "partorire" un mostro capace di rivaleggiare con maniaci cinematografici ben più illustri. Certo, il doppiaggio italiano gli fa perdere almeno 30.000 punti, perché ascoltare la quasi incomprensibile parlata da bushman del bravissimo John Jarratt è una parte fondamentale dell'"esperienza Wolf Creek", ma tolto questo, anche alla terza visione la pellicola si riconferma uno spettacolo devastante.
La bellezza di Wolf Creek risiede innanzitutto nel modo in cui il regista rende il paesaggio australiano un coprotagonista fondamentale all'interno della storia narrata. La stupefacente visione del cratere del luogo che da il titolo al film (anche se lo spelling corretto sarebbe Wolfe Creek) diventa il simbolo di una terra misteriosa e affascinante, ma al contempo irta di insidie e non sempre a misura d'uomo, o meglio, non a misura di turista: è troppo facile immaginarsi dispersi nel desolato Outback, al centro di una strada asfaltata sì, ma potenzialmente infinita, che taglia un territorio brullo, pianeggiante, privo di punti di riferimento e persone. In mezzo a queste terre di nessuno potrebbe succedere davvero di tutto, e lo scoprono sulla loro pelle i tre ragazzi protagonisti, schiacciati sia dalla follia di Taylor che dall'impossibilità di fuggire da un luogo che non offre nascondigli, maledetto dalla luce del giorno, talmente ampio e sterminato da risultare, paradossalmente, claustrofobico. Di conseguenza, il secondo elemento che rende Wolf Creek uno dei migliori horror recenti è proprio il ribaltamento di gran parte dei cliché del genere. I tre protagonisti, infatti, riescono a fuggire abbastanza facilmente al loro aguzzino, perché non è tanto la tortura fine a sé stessa ad essere importante (sebbene le scene splatter e le sevizie abbondino, per esempio quella della "testa sullo stecco" è una sequenza difficile da digerire persino per me), quanto l'infrangersi di tutte le speranze e le convinzioni dello spettatore e dei personaggi, costretti ad osservare e subire una spietata ed impari caccia dai risvolti spesso imprevedibili.
Last but not least la, perdonatemi il termine, meravigliosa figura di Mick Taylor. Alla sua prima comparsa sullo schermo, la mia inquilina dell'epoca mi aveva raccontato di come John Jarratt fosse praticamente la versione australiana di Claudio Bisio, un comico e presentatore tra i più amati nella terra dei canguri. Sapendo questo, diventa semplicemente scioccante osservarlo annullarsi nei panni di una odiosa, laida, perversa macchina per uccidere, che stravolge completamente la figura reale degli amichevoli, sboroni, divertenti e incomprensibili bushmen che popolano l'Outback. In aggiunta, il montaggio serrato, gli effetti splatter anche troppo realistici, la fotografia luminosissima e impietosa e la colonna sonora minimal rendono Wolf Creek un piccolo capolavoro che ogni amante dell'horror dovrebbe guardare ed inserire nella propria videoteca.
Di Nathan Phillips, che interpreta Ben, ho già parlato qui.
Greg Mclean è il regista e sceneggiatore della pellicola. Australiano, ha diretto solo un altro film, Rogue. Anche produttore e attore, al momento ha due film in progetto, tra cui il seguito di Wolf Creek.
John Jarratt interpreta Mick Taylor. Australiano, ha partecipato a film come Picnic a Hanging Rock, Rogue e Australia. Anche sceneggiatore e produttore, ha 60 anni e due film in progetto, tra cui il seguito di Wolf Creek.
Anche se viene spesso dichiarato che il film si basa su eventi realmente accaduti, ciò non corrisponde proprio a verità. Wolf Creek prende spunto sia dai famigerati Backpackers Murders avvenuti in Australia negli anni '90 per mano del killer Ivan Milat sia da altri omicidi compiuti sempre in loco da Bradley John Murdoch (in particolare, il processo contro quest'ultimo si è concluso con la sua condanna per omicidio proprio l'anno dell'uscita della pellicola). Se il film vi fosse piaciuto, consiglierei la visione di classici come Le colline hanno gli occhi, Non aprite quella porta o qualcosa di più recente e scioccante come A' l'interieur. ENJOY!
Trama: tre ragazzi, persi nell'Outback australiano, si ritrovano vittime di un pazzo omicida.
La mia "storia" con Wolf Creek comincia nel 2006, anno in cui ho passato nove mesi in Australia. In quel periodo, sono riuscita a vedere il film due volte, la prima volta nel comfort della mia casetta, assieme ai miei due inquilini, la seconda volta sola in una stanza d'albergo dopo una splendida gita ad Ayer's Rock. Proprio in quella stessa stanza mi sono addormentata dopo la visione della pellicola solo per poi risvegliarmi con l'orrenda sensazione che il maledetto Mick Taylor fosse sopra di me, un incubo (per fortuna!) così vivido che ho sentito distintamente il materasso affondare ai lati del mio corpo come se qualcuno si stesse reggendo sulle braccia. Questo solo per dare un'idea della potenza di Wolf Creek, uno dei migliori horror dell'ultimo decennio, in grado di "partorire" un mostro capace di rivaleggiare con maniaci cinematografici ben più illustri. Certo, il doppiaggio italiano gli fa perdere almeno 30.000 punti, perché ascoltare la quasi incomprensibile parlata da bushman del bravissimo John Jarratt è una parte fondamentale dell'"esperienza Wolf Creek", ma tolto questo, anche alla terza visione la pellicola si riconferma uno spettacolo devastante.
La bellezza di Wolf Creek risiede innanzitutto nel modo in cui il regista rende il paesaggio australiano un coprotagonista fondamentale all'interno della storia narrata. La stupefacente visione del cratere del luogo che da il titolo al film (anche se lo spelling corretto sarebbe Wolfe Creek) diventa il simbolo di una terra misteriosa e affascinante, ma al contempo irta di insidie e non sempre a misura d'uomo, o meglio, non a misura di turista: è troppo facile immaginarsi dispersi nel desolato Outback, al centro di una strada asfaltata sì, ma potenzialmente infinita, che taglia un territorio brullo, pianeggiante, privo di punti di riferimento e persone. In mezzo a queste terre di nessuno potrebbe succedere davvero di tutto, e lo scoprono sulla loro pelle i tre ragazzi protagonisti, schiacciati sia dalla follia di Taylor che dall'impossibilità di fuggire da un luogo che non offre nascondigli, maledetto dalla luce del giorno, talmente ampio e sterminato da risultare, paradossalmente, claustrofobico. Di conseguenza, il secondo elemento che rende Wolf Creek uno dei migliori horror recenti è proprio il ribaltamento di gran parte dei cliché del genere. I tre protagonisti, infatti, riescono a fuggire abbastanza facilmente al loro aguzzino, perché non è tanto la tortura fine a sé stessa ad essere importante (sebbene le scene splatter e le sevizie abbondino, per esempio quella della "testa sullo stecco" è una sequenza difficile da digerire persino per me), quanto l'infrangersi di tutte le speranze e le convinzioni dello spettatore e dei personaggi, costretti ad osservare e subire una spietata ed impari caccia dai risvolti spesso imprevedibili.
Last but not least la, perdonatemi il termine, meravigliosa figura di Mick Taylor. Alla sua prima comparsa sullo schermo, la mia inquilina dell'epoca mi aveva raccontato di come John Jarratt fosse praticamente la versione australiana di Claudio Bisio, un comico e presentatore tra i più amati nella terra dei canguri. Sapendo questo, diventa semplicemente scioccante osservarlo annullarsi nei panni di una odiosa, laida, perversa macchina per uccidere, che stravolge completamente la figura reale degli amichevoli, sboroni, divertenti e incomprensibili bushmen che popolano l'Outback. In aggiunta, il montaggio serrato, gli effetti splatter anche troppo realistici, la fotografia luminosissima e impietosa e la colonna sonora minimal rendono Wolf Creek un piccolo capolavoro che ogni amante dell'horror dovrebbe guardare ed inserire nella propria videoteca.
Di Nathan Phillips, che interpreta Ben, ho già parlato qui.
Greg Mclean è il regista e sceneggiatore della pellicola. Australiano, ha diretto solo un altro film, Rogue. Anche produttore e attore, al momento ha due film in progetto, tra cui il seguito di Wolf Creek.
John Jarratt interpreta Mick Taylor. Australiano, ha partecipato a film come Picnic a Hanging Rock, Rogue e Australia. Anche sceneggiatore e produttore, ha 60 anni e due film in progetto, tra cui il seguito di Wolf Creek.
Anche se viene spesso dichiarato che il film si basa su eventi realmente accaduti, ciò non corrisponde proprio a verità. Wolf Creek prende spunto sia dai famigerati Backpackers Murders avvenuti in Australia negli anni '90 per mano del killer Ivan Milat sia da altri omicidi compiuti sempre in loco da Bradley John Murdoch (in particolare, il processo contro quest'ultimo si è concluso con la sua condanna per omicidio proprio l'anno dell'uscita della pellicola). Se il film vi fosse piaciuto, consiglierei la visione di classici come Le colline hanno gli occhi, Non aprite quella porta o qualcosa di più recente e scioccante come A' l'interieur. ENJOY!
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