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mercoledì 26 aprile 2023

L'esorcista del papa (2023)

E' sempre meraviglioso andare al cinema con le aspettative sotto i piedi. E' il modo migliore di godersi film come L'esorcista del papa (The Pope's Exorcist), diretto dal regista Julius Avery.


Trama: l'esorcista Gabriele Amorth viene inviato dal Papa in persona presso una famiglia che ha da poco ereditato un'abbazia in Spagna e il cui figlio minore è stato posseduto da un potente demone...


Io volo, gente. Un "horror" divertente come questo, soprattutto perché non vuole (forse) essere divertente ma parte invece da presupposti serissimi e, almeno per me, potenzialmente terrificanti, non lo vedevo da parecchio. Mettete da parte quasi tutto quello che sapete su Padre Amorth, figura realmente esistita davanti alla quale, ad ogni apparizione televisiva, mi trovo costretta a scegliere tra cambiare canale e non dormire la notte (infatti di lui non so praticamente nulla), ed accogliete con gioia la versione ammeregana, che lo dipinge come un compagnone dannatamente bravo a fare il suo lavoro, un crogiolo di battute e tic esilaranti che prende ordini nientemeno che da un Papa col volto di Franco Nero. Questo Gabriele Amorth è il migliore esorcista ever, non ha paura di sporcarsi le mani, è dotato di talmente tanti oggetti magici che al confronto Sailor Moon è una pivella e, in più, ha il carisma di Russell Crowe, quindi cos'altro vogliamo dalla vita? Forse la sua stessa Lambretta miracolosa, che ha il dono di trasportarlo da Roma alla Spagna senza perdere un colpo, o forse la nonchalance con cui si sciaguatta le ascelle con l'acqua santa dopo il lungo viaggio? O forse una sceneggiatura meno banale, che tanto a un certo punto scompare, concentrati come sono gli spettatori su Gabriele detto Gaby. Prendete, infatti, tutti i film a tema "esorcismi" girati a partire dal capolavoro di Friedkin in poi e, più o meno, dovreste riuscire a prevedere ogni twist, situazione particolare o mattana del demone senza neppure spaventarvi, anche perché L'esorcista del diavolo è stranamente privo di jump scare e procede dritto come un treno verso l'ambizioso obiettivo che tutti speriamo venga realizzato: la nascita di un ACU, un Amorth Cinematic Universe che sdogani gli Avengers del Vaticano e duri la bellezza di 199 sequel, uno più corposo e lungo dell'altro e con uno scontro finale che veda Gabry sfidare Lucifero in persona, magari in space. D'altronde, abbiamo già il vescovo Nick Fury e un Papa che fa un po' Charles Xavier, ci sono la base segreta e un sacco di potenziali preti e suore in grado di assurgere al ruolo di comprimari, anzi, datemi un crossover con Gli occhi del diavolo e sarò felicissima!


Mentre sogno in grande, intanto, mi auguro che un eventuale casting per questa futura meraviglia non si privi di Russell Crowe per quanto, mi duole ammetterlo, già solo la sua presenza metta a rischio il franchise, visto quanta sfiga porta st'uomo agli universi cinematografici. Il buon Russell, che somiglia sempre più a Bud Spencer (e un crossover con Don Matteo e Terence Hill? Dai, dai, dai!!), ci crede tantissimo a questo ruolo e gigioneggia come non mai, non sottraendosi al ridicolo e riuscendo, chissà come, a non renderlo tale nemmeno quando il livello di WTF raggiunge quello di "Madonna dell'Incoronéta with surprise"; Crowe fa sparire con un solo sguardo, e al limite un cucù, tutto il resto del cast, e l'unico momento in cui il suo carisma vacilla è quello in cui entra chi ne trasuda a carrettate dal 1962, un uomo che a 82 anni è figo come quando ne aveva 20, ovvero Franco "Vai in Ispagna" Nero. Gli altri, chi più chi meno, fanno il loro lavoro, così come il regista, che pur non raggiungendo i livelli di Overlord è riuscito almeno a farsi perdonare Samaritan e, probabilmente, ad imparare la lezione di non sovraccaricare il film di CGI pessima. Purtroppo, qualcosa ancora rimane, e il finale somiglia tanto ad un videogioco privo di fascino e tanto caciarone, ma ho visto decisamente di peggio nel corso degli anni, quindi non mi va di fare troppo le pulci a L'esorcista del papa. Ovvio, lungi da me dirvi che abbiamo l'horror migliore dell'anno o anche solo un horror, ché qui siamo più dalle parti del film fantastico con demoni annessi e se non siete più che bendisposti ad accettare del trash più o meno involontario rischiate di odiarlo tantissimo (ah, mi tocca anche avvertire le persone particolarmente sensibili alla violenza sugli animali, ci sono un paio di scene bruttine), ma io mi ci sono molto divertita e posso dirmi pienamente soddisfatta. Più Padre Amorth per tutti quindi, almeno quello finto, e preghiamo il signuruzzu perché arrivi presto un L'esorcista del papa 2, con Pilou Asbæk nei panni di un demone e old man Stallone in quelli del mentore di Amorth!  


Del regista Julius Avery ho già parlato QUI. Russell Crowe (Gabriele Amorth) e Franco Nero (il Papa) li trovate invece ai rispettivi link.

Daniel Zovatto interpreta Padre Esquibel. Costaricano, ha partecipato a film come It Follows, Man in the Dark, Lady Bird e a serie quali Agents of S.H.I.E.L.D., Fear the Walking Dead e Dal tramonto all'alba - La serie. Ha 32 anni e un film in uscita. 


Alex Essoe interpreta Julia. Nata in Arabia Saudita, la ricordo per film come Starry Eyes, Tales of Halloween, Doctor Sleep; inoltre, ha partecipato a serie quali The Haunting of Bly Manor, Midnight Mass e The Midnight Club. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 31 anni e un film in uscita. 


Se L'esorcista del Papa vi fosse piaciuto, avete solo l'imbarazzo della scelta e potete recuperare L'esorcista (a noleggio su Prime Video), la saga di The Conjuring (tutti e tre su Netflix, i primi due anche su Prime)Il rito (a noleggio su Prime), Liberaci dal male (su Netflix) e The Vatican Tapes (gratis su Rakuten TV o Pluto). ENJOY! 


venerdì 22 luglio 2022

Bolla Loves Bruno: 58 minuti per morire - Die Harder (1990)

Nonostante il caldo che mi annulla le funzioni mentali, ho cercato comunque di rispettare l'appuntamento con Bolla Loves Bruno, ovvero l'omaggio all'adorato e ormai pensionato Bruce Willis. Oggi tocca a 58 minuti per morire - Die Harder (Die Hard 2), diretto nel 1990 dal regista Renny Arlin e tratto dal romanzo 58 minuti di Walter Wager.


Trama: mentre è in aeroporto ad aspettare il ritorno della moglie per Natale, John McClane si ritrova a dovere sventare una minaccia terroristica costituita da soldati decisi a far fuggire un generale sudamericano...


Gli anni '90 si aprono per Bruce Willis col ritorno del personaggio che lo ha elevato nell'Olimpo degli eroi action. In realtà, ho volutamente saltato il film precedente del nostro, Senti chi parla, che pure adoravo da bambina, e il motivo è semplice: è un film il cui valore risiede nel doppiaggio italiano e nella voce di Paolo Villaggio, sinceramente l'idea di un bambino che parla con la voce di Bruce Willis non mi fa granché ridere, poi potrei anche sbagliarmi. Detto questo, torniamo a 58 minuti per morire. Messo da parte John McTiernan, impegnato a dirigere Caccia a Ottobre Rosso, e dimenticato il romanziere Roderick Thorp per fare spazio a Walter Wager (che col personaggio non aveva nulla a che fare), la nuova avventura natalizia di John McClane lo vede stavolta impegnato ad ingannare il tempo in aeroporto scontrandosi con pericolosi ex soldati americani convertiti in terroristi. Lo sceneggiatore Steven E. de Souza si ricollega alla continuity del film precedente (e anche a Commando, se Val Verde vi dice qualcosa), sempre scritto da lui, ed alza l'asticella del pericolo affrontato dal protagonista; John McClane è ora universalmente riconosciuto come l'eroe, il salvatore del Nakatomi, il matrimonio con Holly è tornato ad essere idilliaco, e giustamente, per la legge del #maiunagioia, la minaccia esterna arriva a superare i confini di un ristretto edificio (in questo caso l'aeroporto) per diventare ancora più infida ed estesa. Aumentano, per la frustrazione di McClane, anche gli ostacoli posti da chi dovrebbe ragionevolmente dargli una mano, tra poliziotti invidiosi del successo ottenuto dal nostro e purtroppo incompetenti, giornalisti che pensano solo agli scoop senza tenere in conto l'incolumità delle persone e chi più ne ha più ne metta, e aumentano ovviamente anche i "boss di fine livello", che in questo caso diventano addirittura tre, uno più carismatico e malvagio dell'altro.


Le minacce dirette a McClane e ai poveri, ignari passeggeri degli aerei tanto sventurati da essersi trovati a passare dall'aeroporto di Dulles nel giorno sbagliato, sono molteplici e la struttura del film segue uno schema in crescendo che vede il protagonista occuparsi (con più o meno successo) del problema contingente per poi trovarsene davanti uno più grosso, magari dopo essersi fatto trarre in inganno da una falsa pista, e la differenza sostanziale con Trappola di cristallo, oltre al bodycount decisamente superiore, è che qui McClane gioca a carte più o meno scoperte, mentre là, per buona metà del film, il suo personaggio doveva cercare di non farsi scoprire. Ciò ovviamente consente a Bruce Willis di gigioneggiare anche più di prima. Il suo personaggio è consapevole sia della sua sfiga costante sia del pericolo che minaccia lui e la moglie e, tra una sparatoria e l'altra, gli tocca armarsi di parecchia ironia per non diventare pazzo o per non spaccare la faccia a chi fa orecchie da mercante davanti alle sue giuste rimostranze; l'adorato Bruno si profonde quindi nelle improvvisazioni che gli riescono meglio, perdendo magari quell'umana debolezza che lo caratterizzava in Trappola di cristallo ma guadagnandoci in cazzimma e "invulnerabilità", per quanto sempre troppo vestito, ahimé, ché con la neve la canottiera d'ordinanza non ci stava (poi vi chiedete perché ricordassi così poco questo film? Dai, quel maglione di lana è inguardabile!!). D'altronde, stavolta gli tocca competere con almeno un paio di attori dal carisma indubbio. Vero è che Franco Nero si vede poco, ma quando compare è magnetico, e a William Sadler vengono addirittura regalate la sequenza più agghiacciante dell'intero film e un'introduzione a dir poco cult, quindi Bruno qui ha il suo bel da fare per diventare ancora più indimenticabile. 


Cambiando argomento, non è solo per la canottiera mancante che 58 minuti per morire è il film della trilogia (lo so, esistono anche Die Hard - Vivere o morire e Die Hard - Un buon giorno per morire ma non li ho mai visti) che ricordavo di meno. Renny Harlin è bravo, nulla da dire, ed è costretto a gestire molta più carne al fuoco rispetto a John McTiernan, ma il suo film risulta più sfilacciato e meno centrato rispetto a Trappola di cristallo, che non aveva un minuto morto o un elemento non funzionale neppure a cercarlo col lanternino, e riusciva ad essere claustrofobico e pieno di inquadrature interessanti; in 58 minuti per morire non mancano le scene epiche e caciarone, d'altronde stiamo comunque parlando di aerei che esplodono, ma difetta di quella scintilla "magica" che sembrava infusa in ogni sequenza del primo Die Hard, e il tempo è stato impietoso con alcuni effetti speciali (Bruce Willis e il sedile eiettabile... 'nuff said). Ciò detto, non si può dire che 58 minuti per morire sia un brutto film, anche se da quel che ricordo Duri a morire è molto, ma molto più bello, e sicuramente in queste serate caldissime è in grado di portare non solo un po' di sano, caciarone divertimento action, ma anche un'illusione di freschezza, grazie a tutta la neve (finta) di cui abbonda. Col prossimo Bolla Loves Bruno si cambia genere, preparatevi! 


Del regista Renny Arlin ho già parlato QUI. Bruce Willis (John McClane), Bonnie Bedelia (Holly McClane), William Atherton (Thornberg), Reginald VelJohnson (Al Powell), Franco Nero (Esperanza), William Sadler (Stuart), John Amos (Grant), Tom Bower (Marvin), Sheila McCarthy (Samantha Coleman), Robert Patrick (O'Reilly), John Leguizamo (Burke), Vondie Curtis-Hall (Miller) e  Mark Boone Junior (Shockley) li trovate ai rispettivi link.


Dennis Franz, che interpreta Carmine Lorenzo, sarebbe diventato famosissimo pochi anni dopo per il ruolo di Andy Sipowicz nel telefilm New York Police Department. Ciò detto, se vi interessa 58 minuti per morire, sappiate che prima dovete guardare Trappola di cristallo e poi, se il genere vi piace, Die Hard - Duri a morire, Die Hard - Vivere o morire e Die Hard - Un buon giorno per morire. ENJOY!

martedì 21 marzo 2017

John Wick - Capitolo 2 (2017)

Dopo l'entusiasmo generato dal primo capitolo potevo non andare a vedere John Wick - Capitolo 2 (John Wick: Chapter 2), nuovamente diretto da Chad Stahelski?


Trama: finita la mattanza del primo capitolo John Wick cerca di ritirarsi a vita privata ma viene richiamato in attività dal camorrista Santino D'Antonio, deciso a scalare i vertici della criminalità mondiale...


Nel 2014 John Wick era stata una bella sorpresa, un action anni '80 tamarro al punto giusto, con un protagonista sufficientemente duro ed inespressivo e alcune finezze di fondo che facevano venire voglia di averne di più. Il di più è arrivato tre anni dopo, con un film che mostra John Wick ancora incazzato nero per la morte della moglie e dell'amato cagnussu (e basta, santo cielo!), ancora desideroso di pace e ancora circondato da gente che lo rivorrebbe in azione a tutti i costi. Stavolta la sceneggiatura, se tale la si può definire, scava maggiormente all'interno di quel mondo organizzato di assassini e criminali che era la parte più affascinante del primo capitolo: apprendiamo infatti (o forse lo dicevano già in John Wick ma chi se lo ricorda...) che il mondo è governato da una sorta di cosca criminale internazionale, un G7 del crimine tipo, un'organizzazione ancora diversa da quella che gestisce l'Hotel Continental ma ad essa strettamente legata. Questi due gruppi, ai quali bisogna aggiungerne un terzo che richiama molto i Morlock degli X-Men, evitano di pestarsi i piedi a vicenda grazie ad un ferreo codice fatto di regole che non bisognerebbe infrangere, pena la scomunica e la perdita non solo della vita ma anche e soprattutto di protezione e privilegi. In base ad una di queste regole, John Wick è costretto ad accettare di "rientrare nel giro" quando il camorrista Santino D'Antonio (nome meno banale e pizzaspaghettimandolino no?) gli chiede di ammazzare la sorella Gianna presentandogli un cosiddetto pegno, sorta di patto suggellato all'epoca in cui John voleva andare in pensione e passare la vita con l'amata moglie. Altro non aggiungerò sulla trama, ché tanto il succo è riassumibile, da qui in poi, in "John Wick spara in testa a laGGente" con pochissime varianti, tra le quali una molto interessante in cui l'intera New York si trasforma in un covo di assassini e le incursioni in un Hotel Continental che, se volete il mio parere, meriterebbe un film a parte con Ian McShane e Franco Nero come protagonisti assoluti. Rileggendo ciò che ho scritto finora mi sono resa conto di suonare poco entusiasta ma il fatto è che stavolta, nonostante la presenza di molti momenti ridicoli (la sparatoria silenziosa è esilarante, della pretestuosissima sequenza iniziale non voglio neppure parlare altrimenti scoppio a ridere), l'atmosfera generale è troppo seria e alcune scene d'azione ripetitive.


Non mi reputo un'esperta di film action zamarri o di "cinema di menare" (probabilmente se volete leggere una recensione competente di John Wick 2 dovete andare QUI), per carità, ma mi è sembrato che John Wick - Capitolo 2 riciclasse spesso e volentieri gli stessi stunt, con intere e lunghissime sequenze in cui Keanu Reeves, quando non ammazza alla prima i ventordici nemici che gli si parano davanti sbucando da ogni dove, li atterra con un paio di mosse di sottomissione rotolanti e poi li secca con un headshot ben piazzato. Questa routine si ripropone due o tre volte e sinceramente preferisco soluzioni un po' più fantasiose, che magari contemplino armi improprie particolari come una matita, un'automobile, pistole utilizzate a mo' di mattoni da lanciare, ecc. ecc. Di fatto, l'unica sequenza memorabile è quella sul finale, interamente ambientata in un labirinto di specchi e luci al neon che permette al regista di giocare un po' con prospettive e macchina da presa, oltre all'emozionante conclusione, che si svolge davanti allo splendido angelo della Bethesda Fountain in Central Park (location che grazie ad Angels in America mi smuove sempre un desiderio irrazionale di trovarmi lì in contemplazione), il resto francamente puzza un po' di già visto e gli attori non aiutano. Keanu Reeves fa John Wick e va bene, da lui mi aspetto una performance granitica, ma Riccardo Scamarcio è semplicemente imbarazzante, un blocco di tufo imbolsito, monoespressivo e autodoppiatosi con la verve di un paramecio (nulla credo rispetto al vedere quel gianduia di Luca Argentero che imita il Brad Pitt di Fight Club nell'imminente Il permesso, cercate il trailer poi ne riparliamo); non va meglio a Claudia Gerini, che ricordavo splendida e brillante e che invece mi si è riproposta col volto tumefatto da probabili ritocchi estetici nei panni di un'improbabile e moscia femme fatale, mentre perlomeno a tenere alto il buon nome del Cinema italiano ci pensa il già citato Franco Nero che, assieme a Ian McShane, interpreta l'unico personaggio davvero memorabile del film. Ribadisco: nel terzo John Wick ESIGO che il ruolo degli Hotel Continental sia preponderante perché tra assassini invulnerabili e tamarreide stavolta vince la fredda ed elegantissima burocrazia, mi spiace.


Del regista Chad Stahelski ho già parlato QUI. Keanu Reeves (John Wick), Riccardo Scamarcio (Santino D'Antonio), Ian McShane (Winston), Claudia Gerini (Gianna D'Antonio), Laurence Fishburne (Bowery King), John Leguizamo (Aurelio), Franco Nero (Julius), Peter Serafinowicz (Sommelier), David Patrick Kelly (Charlie) e Peter Stormare (Abram) li trovate invece ai rispettivi link.

Common (vero nome Lonnie Rashid Lynn) interpreta Cassian. Americano, più conosciuto come rapper che come attore, ha partecipato a film come Wanted - Scegli il tuo destino, Comic Movie, Now You See Me - I maghi del crimine, Selma - La strada della libertà, Suicide Squad e ha doppiato un episodio de I Simpson. Anche produttore, ha 45 anni e cinque film in uscita.


Lo avevo intuito dal finale ed è quasi certo che John Wick sarà una trilogia, quindi aspettatevi il ritorno di Keanu Reeves nei panni dell'eroe titolare tra qualche anno, magari con Samuel L. Jackson che, a quanto pare, muore dalla voglia di partecipare. Nell'attesa, se John Wick - Capitolo 2 vi fosse piaciuto recuperate John Wick e aggiungete Deadpool così da farvi due vere risate. ENJOY!

martedì 22 gennaio 2013

Django Unchained (2012)

Caro Quentin,
domenica sera sono finalmente riuscita ad andare al cinema a vedere il tuo ultimo film, Django Unchained. Lo so, ormai c'erano già andati tutti e ne hanno parlato a straf**tere in qualsiasi blog, me ne rendo conto. Ma questa non è una recensione per i lettori, è una mia lettera per te, quindi che ti frega se quello che scriverò l'avranno già letto in tutte le salse?  Salto la trama, tanto già la conosci? Sì, d'altronde il film l'hai scritto e girato tu, è giusto.


Innanzitutto, grazie. Grazie per avermi ridato l'orgoglio di essere italiana. Sì perché effettivamente tu non hai inventato nulla, ti sei "limitato" ad omaggiare gli spaghetti western che tanto davano lustro al cinema nostrano quando io non ero ancora nata. E chi se ne frega se devi arrivare tu a ricordarci le nostre origini, l'importante è che qualcuno ce le ricordi e che il tuo nome spinga i giovani debosciati che non hanno nemmeno idea di chi siano Corbucci, Sergio Leone o E.B. Clucher, solo per fare un paio di nomi, a recuperare i vecchi film che tanto facevano divertire papà e nonni. Di conseguenza, ti ringrazio anche per aver riportato su schermo la strana coppia Trinità e Bambino incarnandoli nel logorroico e paraculissimo (ma quanto meraviglioso! poi ci torniamo) Dr. Schultz e nell'ingenuo ed ignorantello "braccio" Django; mi hai fatto ritornare bambina e mi hai fatto divertire come una matta, anche se è vero che i tempi cambiano. Il tuo omaggio, per esempio, prevede violenza e sangue a fiumi, non pistolettate a salve e sganassoni... ma ti pare che io mi sia lamentata? Ben vengano i palettoni che squassano cavalli, povere bestiole, e crivellano corpi, gli showdown finali talmente concitati che a ridipingere le pareti di rosso sono il sangue e le cervella, le frustate talmente ben date che pare di sentirle addosso, i cani che si sbranano poveri mandinghi e questi ultimi che si cavano gli occhi gli uni con gli altri. D'altronde, siamo nel selvaggio west. O meglio, scusami, nel selvaggio sud, dove anche la legge viene amministrata con la pistola.


E comunque, caro il mio Quentin, sei un bel paraculo (e te lo dico con tanto aMMore, perché è questo che mi piace di te). Potrai anche cominciare il film con un commovente omaggio al Django di Corbucci e concluderlo sulle fighissime note di Lo chiamavano Trinità..., ma tutto quel che sta nel mezzo è tuo, lo spirito del film è tuo! Cosa credi, che non mi sia accorta di come la vendetta di Django sia un degno complemento a quello della Sposa in Kill Bill, tanto che il Dr. Schultz gli ricorda di non perdere di vista il cammino e non fare strane ed inaspettate deviazioni? E quest'ultimo? E' talmente cialtrone e meravigliosamente teatrale da esser un degno precursore di Aldo l'Apache e Mr. Wolf, con in più quel guizzo di intellettualismo europeo che lo rende uno dei migliori personaggi che tu abbia mai creato. Sì, Quentin, sei un maledetto. Perché io del Dr. Schultz e del suo cavallo Fritz mi sono innamorata fin dalla prima battuta, perché sei talmente sfacciato da urlare al mondo quanto tu sia l'unico regista in grado di portare il grandissimo Christoph Waltz oltre i livelli dell'eccellenza (se non si porta di nuovo a casa la doppietta Golden Globe + Oscar mi mangio il cappello, giuro!), perché sei riuscito a farmi apprezzare persino Jamie Foxx e Di Caprio (con la manina veramente insanguinata, bravissimo!!), gli unici dubbi che avevo sulla tua operazione. Ma il bello è che tu tutti questi riferimenti per fan, queste chicche (e Savini?? Guarda che l'ho visto, eh!! Ma l'elenco della gente che ho sgamato te lo becchi alla fine della lettera, mariuolo che non sei altro!!) non li metti a babbo, tanto per. Li infili in una trama con le contropalle. Sarà anche semplice, ma la storia di Django mi ha presa un casino. Brutto romanticone, ti metti persino a citare Sigfrido e Brunilde, indulgi nel romanzo di formazione trasformando il naif Django in uno scafatissimo uomo degno di essere libero, gli dai una spalla che lo supera in più di un'occasione, ad ostacolarli piazzi dei villain indimenticabili, mi fai persino tremare dall'ansia per Broomhilda e versare una lacrima prima della sparatoria finale. E per rispettare lo spirito dei western che guardavo da bambina non risparmi nemmeno i pezzi comici (ma sarai scemo! il siparietto del proto-KKK mi ha fatta morir dalle risate e ti prenderei a coppini nella testa per esserti infilato in quel terzetto di deficienti alla fine!!! Che cavolo facevate tu e John Jarrat assieme, eh? Lo scherzetto della testa sullo stecco ai danni di qualche schiavo?! Orrore!!). Insomma, la sceneggiatura di Django Unchained ha tutto, ma non sono io che devo ricordartelo.


E allora cosa vuoi ancora? Che ribadisca quanto la colonna sonora da te scelta sia perfetta e in grado di accompagnare ogni scena in modo esemplare? Che magnifichi la tua regia? Va bene, lo farò, anche se ho notato, e non volermene, che si sente un po' la mancanza della mano di Sally Menke al montaggio, la bonanima di quella santa donna conferiva un tocco di personalità in più ai tuoi capolavori. Però quegli schizzi di rosso sul bianco dei cavalli e del cotone, quei flashback sgranati e violentissimi, quei paesaggi su cui si stagliano le silhouette dei due cowboy, l'immagine finale di Broomhilde che si infila le dita nelle orecchie, il balletto da piacione di Jamie Foxx in sella al cavallo, il primo piano degli occhi addolorati di Christoph Waltz e il passaggio del testimone tra il nuovo e il vecchio Django ("La D non si pronuncia" "Lo so.") sono immagini che ho rinchiuso nel mio cuoricino per non farle uscire mai più. Degli attori principali ti ho già detto tutto, semplicemente perfetti, ma sappi che ho anche apprezzato molto la comparsata trash di Don Johnson e quella, più sostanziosa e seria, di un Samuel Jackson in stato di grazia. Ah, a proposito del personaggio di Stephen: geniale interrompere il suo "Django, sei un gran figlio di p....." come fece già a suo tempo il grande Sergio Leone col Biondo. E non lo faccio per vantarmi della mia cinefilia, ma il parallelo tra l'Alex di Arancia Meccanica e il Dr. Schultz mentre ascolta la musica del Ludovico Van nel bel mezzo del turbamento violento è l'ultima chicca che mi ha ricordato, se ancora ce ne fosse bisogno, perché ti adoro tanto.


Gesù, Quentin, sono stata prolissa e la mia dichiarazione d'amore verrà letta pubblicamente, quindi mi toccherà trovare anche qualche difetto al tuo film, altrimenti mi accuseranno di non essere obiettiva. E va bene, un difetto l'ho trovato. Mi fa male dirlo, ma.... c'è. Non posso esimermi dal fartelo notare, anche se non trovo le parole. E va bene, ecco qua: probabilmente ti hanno detto che mi piacciono gli uomini spessi. Al limite del ciccio. Che tu ti sia adeguato ai miei gusti mi riempie di gioia, ma per citare Elio, "ti mancano due buchi nel sedere per esser Ciccio Bombo Cannoniere e andare ad abitare in Francia". Vederti lì in piedi, con quella panza da alcoolizzato, accanto a quel bel figurino di Jamie Foxx, che hai mostrato ignudo a più riprese... ehhh. Dai, amore, buttiamo giù sti due chiletti in vista della tua prossima comparsata, eh? Per il resto, continua così. Aspetto con ansia il tuo prossimo film e anche di poter sentire il tuo accento aussie guardando Django Unchained in lingua originale. Grazie ancora, Quentin!!!!
Tua,
Bollina


Di Quentin (che qui, oltre ad essere regista e sceneggiatore, interpreta anche lo sfigatissimo impiegato della LeQuint Dickey Mining Co. assieme al John Jarrat di Wolf Creek) ho già parlato qua. Jamie Foxx (Django), Christoph Waltz (Dr. King Schultz), Leonardo Di Caprio (Calvin Candie), Samuel L. Jackson (Stephen), Don Johnson (Big Daddy) e Franco Nero (Amerigo Vessepi) li trovate invece nei rispettivi link. Beccàti, ovviamente, all'interno del nutrito gruppetto di cacciatori armati di cani, anche Tom Savini, Michael Bowen e Robert Carradine.

Kerry Washington interpreta Broomhilda. Americana, ha partecipato a film come I Fantastici 4, Mr. & Mrs. Smith, I Fantastici 4 e Silver Surfer e a episodi della serie NYPD. Ha 35 anni e un film in uscita.


Walton Goggins (vero nome Walton Sanders Goggins Jr.) interpreta Billy Crash. Americano, ha partecipato a film come Karate Kid 4, Il corvo 3 – Salvation, Pallottole cinesi, La casa dei 1000 corpi, Predators, Cowboys & Aliens, Lincoln e alle serie Beverly Hills 90210, L’ispettore Tibbs, Renegade, Sentinel, NYPD, CSI: Scena del crimine, The Shield, CSI: Miami e Sons of Anarchy. Anche produttore, ha 41 anni e un film in uscita.


Dennis Christopher (vero nome Dennis Carelli) interpreta Leonide Moguy. Americano, ha partecipato a film come Momenti di gloria, It (nei panni di Eddie Kaspbrak) e alle serie Moonlighting, La signora in giallo, Sentinel, Roswell, Six Feet Under, Angel, NYPD, CSI: Scena del crimine e Criminal Minds. Ha 57 anni.


Michael Parks (vero nome Harry Samuel Parks) interpreta uno degli impiegati della LeQuint Dickey Mining Co.  Americano, lo ricordo per  aver interpretato lo sceriffo Earl McGraw nei film Dal Tramonto all’alba, Kill Bill – Vol. 1 e Vol. 2, Grindhouse – A prova di morte e Planet Terror, inoltre ha partecipato anche a Dal tramonto all’alba 3, Argo e a serie come La signora in giallo e I segreti di Twin Peaks (dove interpretava il laido Jean Renault). Anche produttore e regista, ha 72 anni e due film in uscita.


Tra gli altri attori, segnalo Laura Cayouette (che in Django Unchained interpreta l'odiosa sorella di Calvin e in Kill Bill recitava accanto a Michael Madsen nei panni della spogliarellista Rocket), l'ex Luke Duke di Hazzard Tom Wopat nei panni del cosiddetto Marshall, lo Swamp Thing di Con Air M.C. Ganey nei panni di Big John Brittle e, tra i cacciatori, la stunt di Uma Thurman Zoe Bell nascosta dal fazzoletto rosso, il Gesù Cristo di Jesus Christ Superstar Ted Neeley e il cosiddetto “figlio numero uno” dello sceriffo di Kill Bill, James Parks. Dopo tutte queste guest star passiamo ora a chi non ce l’ha fatta, per stupidità o scherzi del destino. Nella prima categoria, con buona pace della sottoscritta che non lo sopporta, rientra Will Smith: Quentin ha buttato giù la sceneggiatura pensando di dargli la parte del protagonista e il cretino dalle orecchie a sventola ha osato rifiutare. Ma sparati, bestia! Più sfortunati e per questo rispettabilissimi sono stati Kevin Costner, Joseph Gordon - Levitt, Sacha Baron Coen e Kurt Russell, che hanno dovuto tutti rinunciare per impegni pregressi. Un caso a parte, invece, è Sid Haig, che aveva una parte quasi assicurata finché Tarantino non ha deciso di darla a un altro, probabilmente per vendicarsi del fatto che l'attore, anni prima, aveva rifiutato il ruolo di Marcellus Wallace in Pulp Fiction. Quentin, Quentin, ma sei tremendo!! Per concludere questo lunghissimo delirio, se Django Unchained vi fosse piaciuto, consiglio almeno la visione dei film già citati nella "recensione": Django, Lo chiamavano Trinità... e Il buono, il brutto e il cattivo. ENJOY!



venerdì 11 gennaio 2013

Django (1966)

Il 17 gennaio, ovvero tra poco meno di una settimana, uscirà nelle sale italiane l'ultimo film di Tarantino, Django Unchained. Per arrivare preparata e capire ALMENO la citazione principale, quella su cui Quentin ha basato l'idea della sua ultima fatica, ho deciso di guardarmi Django, diretto nel 1966 da Sergio Corbucci. Per dovere di completezza, vi comunico che il sito Imdb riporta anche citazioni da Assalto al treno, I sette samurai, Ercole e la regina di Lidia, Mezzo dollaro d'argento, Il buono, il brutto e il cattivo, Lo chiamavano Trinità... (!!) e Battle Royale, solo per citare i film che conosco persino io. Purtroppo non ho tempo di recuperarli tutti prima del 17 gennaio: per alcuni mi basterà la memoria, per gli altri... pazienza, vorrà dire che mi ci fionderò a pesce dopo. Ma ora torniamo a Django.


Trama: Django è un infallibile e glaciale pistolero che vaga trascinandosi dietro una bara attraverso un'America lacerata dagli strascichi della guerra civile. Dopo aver salvato una prostituta, si ritroverà tra i fuochi incrociati dei ribelli messicani e di un branco di sudisti razzisti...


Credo di averlo già accennato da qualche parte su questo blog, ma ripeterlo non fa mai male: se c'è un genere cinematografico di cui proprio non m'intendo è il western e la sua variante italiana, lo spaghetti western. Certo, guardo Trinità da quando ero praticamente in fasce, ma questo film per me non ha mai avuto un'etichetta, era Trinità e basta, "un film con Bud Spencer e Terence Hill", che fa ovviamente genere a sé. Nonostante questo, tutte le volte che mi avvicino a questo tipo di pellicole mi ritrovo a guardarle con piacere e a divertirmi, quindi forse dovrei procurarmene qualcuna in più e passare meno tempo a snobbarle. Django per esempio l'ho apprezzato parecchio e ne sono stata catturata fin dallo spiazzante inizio: sulle note dell'esaltantissima canzone che porta lo stesso titolo del film ( Once you loved her, whoa-oh...Now you've lost her, whoa-oh-oh-oh...But you've lost her for-ever, Djangoooooooo!!) la telecamera indugia sui pantaloni stracciati di una divisa nordista, appartenenti ad un misterioso uomo che trascina, in mezzo al fango, nientemeno che una bara! Ma io mi immagino all'epoca, negli anni '60, il pubblico che bisbigliava "Eeeeeh???!!!" nelle fumose sale cinematografiche, per poi trasecolare davanti alle prime, feroci frustate che spillano sangue dalla bianca pelle di una prostituta e aprono la via a due belle sparatorie dal body count già abbastanza elevato. E questo è solo l'inizio, appunto! Dimenticate gli epici duelli tra pistoleri o  le scaramucce tra indiani e cowboys, perché Django, oltre ovviamente a rivelare lo scioccante segreto della bara, mostra incredibili battaglie 1:100 che nemmeno Chuck Norris, un gruppo di spiazzanti membri di un simil Ku-Klux-Clan dal cappuccio rosso (quindi comunisti, ovvio!), scazzottate, tradimenti, punizioni di indicibile crudeltà e sboronerie assortite, con virtuosismi così surreali che farebbero ingoiare la sigaretta a Jigen.


E poi, ovviamente, non ci sarebbe Django senza Franco Nero. Bello, santo cielo. Di una bellezza incredibile. Roba che il Clint Eastwood dagli occhi di ghiaccio e il futuro don Babbeo Terence Hill sarebbero dovuti andare a nascondersi di corsa. Espressività zero, per carità, ma qui ritorno a nominare Jigen: a che serve l'espressività facciale quando basta avere un cappellaccio in grado di lasciare il viso sufficientemente in ombra, uno scazzo atavico nei movimenti e negli atteggiamenti e, infine, la capacità di pronunciare alternativamente frasi storiche o enormissime belinate con la più grande naturalezza? Ma vi rendete conto che costui, davanti alla prostituta che lo ringrazia per averle dato l'illusione di avere un uomo a proteggerla, con assoluta nonchalance se la porta a letto al grido di "E allora bisogna continuare l'illusione!"? Cioé, una faccia di tolla proprio! Ma giustamente, come si può dire di no a questo solitario benefattore, a questo rivoluzionario a tempo perso, a questo ladro sfortunato, a questo amante in cerca di vendetta? Eh, non si può. E non si può nemmeno ignorare questa pietra miliare del cinema di genere nostrano, non fosse altro per le idee, lo stile, il cult (o) che a tutt'oggi vengono rispettati ed omaggiati dai cineasti di tutto il mondo. Prima che Django Unchained esca nelle sale italiane, fatevi il favore, recuperate il Django normale. E' un'esperienza che val la pena fare almeno una volta nella vita!

Sergio Corbucci è regista e cosceneggiatore della pellicola. Nato a Roma, ha diretto film come Totò, Peppino e… la dolce vita, Di che segno sei?,  Pari e dispari, Poliziotto superpiù, Chi trova un amico trova un tesoro, Rimini Rimini e Roba da ricchi. Anche produttore e attore, è morto nel 1990, all’età di 63 anni.


Franco Nero (vero nome Francesco Sparanero) interpreta Django. Nato in Emilia-Romagna, lo ricordo per film come Zanna bianca, Il ritorno di Zanna bianca, Django 2: il grande ritorno, 58 minuti per morire, la miniserie tv I promessi sposi, il film TV Desideria e l’anello del drago,  inoltre ha lavorato come doppiatore in Cars 2. Anche produttore, sceneggiatore e regista,  ha  71 anni e un film in uscita, inoltre lo ritroveremo tra le guest star di Django Unchained.


Del film esiste un seguito ufficiale, Django 2: il grande ritorno e uno non ufficiale che ha per protagonista Terence Hill, Preparati la bara!. Sicuramente interessante anche l'omaggio di Takashi Miike, Sukiyaki Western Django, che mi procurerò immantinente. Di western non m'intendo, ma se Django vi fosse piaciuto consiglierei la visione di C'era una volta il west e Per qualche dollaro in più. ENJOY!




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