Un recupero che mi era rimasto dall'anno scorso (uno dei tanti, vedrete nei prossimi giorni quanti ne arriveranno, soprattutto in campo horror) era These Final Hours, diretto e sceneggiato nel 2013 dal regista Zak Hilditch.
Trama: nelle ultime, caotiche e terribili ore di vita della Terra, un uomo cerca di riportare una bambina dal padre perduto...
La fine del mondo è uno dei temi più amati dai film horror e fantascientifici e ormai è stata usata in tutte le salse, persino in quella semicomica di Rogen e compagnia, tanto da risultare spesso assai poco sorprendente, figuriamoci coinvolgente. Eppure, anche se siamo ormai nel 2015, c'è ancora qualche autore in grado di stupire, come Zak Hilditch, e di raccontarci una fine del mondo inevitabile, dolorosa e triste, capace di serrare stomaci e spezzare i cuori. In These Final Hours non c'è speranza, ahimé: la Terra è condannata, le parole di uno speaker radiofonico sempre più sconsolato ci dicono che l'Europa non esiste più, che l'Asia sta per essere annientata e che la morte sta arrivando inesorabile per gli abitanti del continente Australiano, terra d'azione del film. Il protagonista è quindi ben consapevole del fatto che gli restino pochissime ore per... per che cosa? Gente, voi cosa fareste se sapeste che entro poche ore sarete morti assieme a tutto il resto dell'umanità? Io, molto probabilmente, sarei tra quelli che ricorrerebbero ad un'uscita anticipata ed indolore (tanto, in poche ore dalle mie parti non è che si possano fare chissà quali cose) ma in These Final Hours c'è tutto un vasto campionario di reazioni più o meno condivisibili e lì per lì il protagonista vorrebbe semplicemente sballarsi, così da non rendersi nemmeno conto di stare morendo. D'altronde, James è un maledetto egoista e lo capiamo fin dalle prime immagini della pellicola, andando avanti capiremo che lo è sempre stato e che nella vita ha preferito circondarsi di poveri imbecilli in grado di pompare il suo ego, abbandonando nel cammino tutti quelli che potevano dargli fastidio, madre compresa, costringendosi ad essere, fondamentalmente, un coglione con la C maiuscola. Proprio a poche ore dalla fine di tutto, però, James compie un unico atto altruista che lo porterà a fare i conti non solo con ciò che lo circonda ma anche, soprattutto, con sé stesso e le sue scelte, con le sue priorità e persino con il miglior modo di morire. E noi spettatori non potremo fare altro che cominciare a tifare per James, combattendo la voglia di prenderlo a coppini per la sua iniziale stupidità e arrivando a piangere come se anche noi non avessimo un domani.
Sicuramente la storia di These Final Hours viene raccontata con qualche eccesso di retorica, con alcune soluzioni persino troppo facilone (un paio di "colpi di scena" sono prevedibili per quanto funzionali alla trama, che a tratti sembra scritta apposta per spezzare i cuori teneri come il mio) ma tutto viene perdonato davanti ad attori bravissimi e ad un'ancor più bella messa in scena. Sia nelle parti più "statiche" che nelle sequenze più movimentate la regia e la fotografia non perdono un colpo, le immagini risultano sempre nitide e per nulla confuse, per quanto sempre più avvolte, man mano che il film prosegue, dai colori e dall'"aria" tipica di un giorno di canicola infernale, ed è stupenda soprattutto la scena finale, l'unico momento in cui il regista si concede all'utilizzo degli effetti speciali. Nathan Phillips come attore avrà sempre un posto nel mio cuore per vari motivi, non ultimo perché tutto di lui grida Australia e anche la piccola Angourie Rice è deliziosa, ben lontana dagli stereotipi delle ragazzine insopportabili o saccenti che di solito ammorbano questo genere di film: la sua pacatezza quasi adulta è un degno complemento alle ingenuità tipiche dell'ultima fase dell'infanzia (la faccia di Rose al party è da antologia) e un paio di frasi della piccoletta fanno scendere più di qualche lacrima. Molto azzeccata anche la contrapposizione tra le due donne di James, quella ufficiale, una bambolotta fisicata e scema come un tacco che Rose stessa "immaginava più bella" e l'amante, di una bellezza tanto semplice quanto disarmante, tanto quanto la frase pronunciata a beneficio di James: "La vita è sempre più forte della morte". Eh sì, quanto è vero. Perché anche la morte, se "vissuta" bene, può essere meravigliosa e non una schifezza per trogloditi. E anche un film di genere, se raccontato al meglio, potrebbe riuscire a conquistare persino chi non è avvezzo al genere catastrofico. Provare per credere.
Di Nathan Phillips, che interpreta James, ho già parlato QUI.
Zak Hilditch è il regista e sceneggiatore della pellicola. Australiano, ha diretto anche il film drammatico Plum Role ed è produttore e attore.
La bella Jessica de Gouw, che interpreta Zoe, ha partecipato alla recente serie Dracula nei panni di Mina Murray. Detto questo, se These Final Hours vi fosse piaciuto recuperate magari il citato Facciamola finita, The World's End e Melancholia. ENJOY!
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mercoledì 7 gennaio 2015
domenica 8 luglio 2012
Wolf Creek (2005)
Venerdì sera mi sono sparata una simpatica maratona horror a casa di amici, dopo tanto tempo. I film "incriminati" erano il bellissimo Shadow di Zampaglione e l'altrettanto bello Wolf Creek, diretto nel 2005 da Greg McLean.
Trama: tre ragazzi, persi nell'Outback australiano, si ritrovano vittime di un pazzo omicida.
La mia "storia" con Wolf Creek comincia nel 2006, anno in cui ho passato nove mesi in Australia. In quel periodo, sono riuscita a vedere il film due volte, la prima volta nel comfort della mia casetta, assieme ai miei due inquilini, la seconda volta sola in una stanza d'albergo dopo una splendida gita ad Ayer's Rock. Proprio in quella stessa stanza mi sono addormentata dopo la visione della pellicola solo per poi risvegliarmi con l'orrenda sensazione che il maledetto Mick Taylor fosse sopra di me, un incubo (per fortuna!) così vivido che ho sentito distintamente il materasso affondare ai lati del mio corpo come se qualcuno si stesse reggendo sulle braccia. Questo solo per dare un'idea della potenza di Wolf Creek, uno dei migliori horror dell'ultimo decennio, in grado di "partorire" un mostro capace di rivaleggiare con maniaci cinematografici ben più illustri. Certo, il doppiaggio italiano gli fa perdere almeno 30.000 punti, perché ascoltare la quasi incomprensibile parlata da bushman del bravissimo John Jarratt è una parte fondamentale dell'"esperienza Wolf Creek", ma tolto questo, anche alla terza visione la pellicola si riconferma uno spettacolo devastante.
La bellezza di Wolf Creek risiede innanzitutto nel modo in cui il regista rende il paesaggio australiano un coprotagonista fondamentale all'interno della storia narrata. La stupefacente visione del cratere del luogo che da il titolo al film (anche se lo spelling corretto sarebbe Wolfe Creek) diventa il simbolo di una terra misteriosa e affascinante, ma al contempo irta di insidie e non sempre a misura d'uomo, o meglio, non a misura di turista: è troppo facile immaginarsi dispersi nel desolato Outback, al centro di una strada asfaltata sì, ma potenzialmente infinita, che taglia un territorio brullo, pianeggiante, privo di punti di riferimento e persone. In mezzo a queste terre di nessuno potrebbe succedere davvero di tutto, e lo scoprono sulla loro pelle i tre ragazzi protagonisti, schiacciati sia dalla follia di Taylor che dall'impossibilità di fuggire da un luogo che non offre nascondigli, maledetto dalla luce del giorno, talmente ampio e sterminato da risultare, paradossalmente, claustrofobico. Di conseguenza, il secondo elemento che rende Wolf Creek uno dei migliori horror recenti è proprio il ribaltamento di gran parte dei cliché del genere. I tre protagonisti, infatti, riescono a fuggire abbastanza facilmente al loro aguzzino, perché non è tanto la tortura fine a sé stessa ad essere importante (sebbene le scene splatter e le sevizie abbondino, per esempio quella della "testa sullo stecco" è una sequenza difficile da digerire persino per me), quanto l'infrangersi di tutte le speranze e le convinzioni dello spettatore e dei personaggi, costretti ad osservare e subire una spietata ed impari caccia dai risvolti spesso imprevedibili.
Last but not least la, perdonatemi il termine, meravigliosa figura di Mick Taylor. Alla sua prima comparsa sullo schermo, la mia inquilina dell'epoca mi aveva raccontato di come John Jarratt fosse praticamente la versione australiana di Claudio Bisio, un comico e presentatore tra i più amati nella terra dei canguri. Sapendo questo, diventa semplicemente scioccante osservarlo annullarsi nei panni di una odiosa, laida, perversa macchina per uccidere, che stravolge completamente la figura reale degli amichevoli, sboroni, divertenti e incomprensibili bushmen che popolano l'Outback. In aggiunta, il montaggio serrato, gli effetti splatter anche troppo realistici, la fotografia luminosissima e impietosa e la colonna sonora minimal rendono Wolf Creek un piccolo capolavoro che ogni amante dell'horror dovrebbe guardare ed inserire nella propria videoteca.
Di Nathan Phillips, che interpreta Ben, ho già parlato qui.
Greg Mclean è il regista e sceneggiatore della pellicola. Australiano, ha diretto solo un altro film, Rogue. Anche produttore e attore, al momento ha due film in progetto, tra cui il seguito di Wolf Creek.
John Jarratt interpreta Mick Taylor. Australiano, ha partecipato a film come Picnic a Hanging Rock, Rogue e Australia. Anche sceneggiatore e produttore, ha 60 anni e due film in progetto, tra cui il seguito di Wolf Creek.
Anche se viene spesso dichiarato che il film si basa su eventi realmente accaduti, ciò non corrisponde proprio a verità. Wolf Creek prende spunto sia dai famigerati Backpackers Murders avvenuti in Australia negli anni '90 per mano del killer Ivan Milat sia da altri omicidi compiuti sempre in loco da Bradley John Murdoch (in particolare, il processo contro quest'ultimo si è concluso con la sua condanna per omicidio proprio l'anno dell'uscita della pellicola). Se il film vi fosse piaciuto, consiglierei la visione di classici come Le colline hanno gli occhi, Non aprite quella porta o qualcosa di più recente e scioccante come A' l'interieur. ENJOY!
Trama: tre ragazzi, persi nell'Outback australiano, si ritrovano vittime di un pazzo omicida.
La mia "storia" con Wolf Creek comincia nel 2006, anno in cui ho passato nove mesi in Australia. In quel periodo, sono riuscita a vedere il film due volte, la prima volta nel comfort della mia casetta, assieme ai miei due inquilini, la seconda volta sola in una stanza d'albergo dopo una splendida gita ad Ayer's Rock. Proprio in quella stessa stanza mi sono addormentata dopo la visione della pellicola solo per poi risvegliarmi con l'orrenda sensazione che il maledetto Mick Taylor fosse sopra di me, un incubo (per fortuna!) così vivido che ho sentito distintamente il materasso affondare ai lati del mio corpo come se qualcuno si stesse reggendo sulle braccia. Questo solo per dare un'idea della potenza di Wolf Creek, uno dei migliori horror dell'ultimo decennio, in grado di "partorire" un mostro capace di rivaleggiare con maniaci cinematografici ben più illustri. Certo, il doppiaggio italiano gli fa perdere almeno 30.000 punti, perché ascoltare la quasi incomprensibile parlata da bushman del bravissimo John Jarratt è una parte fondamentale dell'"esperienza Wolf Creek", ma tolto questo, anche alla terza visione la pellicola si riconferma uno spettacolo devastante.
La bellezza di Wolf Creek risiede innanzitutto nel modo in cui il regista rende il paesaggio australiano un coprotagonista fondamentale all'interno della storia narrata. La stupefacente visione del cratere del luogo che da il titolo al film (anche se lo spelling corretto sarebbe Wolfe Creek) diventa il simbolo di una terra misteriosa e affascinante, ma al contempo irta di insidie e non sempre a misura d'uomo, o meglio, non a misura di turista: è troppo facile immaginarsi dispersi nel desolato Outback, al centro di una strada asfaltata sì, ma potenzialmente infinita, che taglia un territorio brullo, pianeggiante, privo di punti di riferimento e persone. In mezzo a queste terre di nessuno potrebbe succedere davvero di tutto, e lo scoprono sulla loro pelle i tre ragazzi protagonisti, schiacciati sia dalla follia di Taylor che dall'impossibilità di fuggire da un luogo che non offre nascondigli, maledetto dalla luce del giorno, talmente ampio e sterminato da risultare, paradossalmente, claustrofobico. Di conseguenza, il secondo elemento che rende Wolf Creek uno dei migliori horror recenti è proprio il ribaltamento di gran parte dei cliché del genere. I tre protagonisti, infatti, riescono a fuggire abbastanza facilmente al loro aguzzino, perché non è tanto la tortura fine a sé stessa ad essere importante (sebbene le scene splatter e le sevizie abbondino, per esempio quella della "testa sullo stecco" è una sequenza difficile da digerire persino per me), quanto l'infrangersi di tutte le speranze e le convinzioni dello spettatore e dei personaggi, costretti ad osservare e subire una spietata ed impari caccia dai risvolti spesso imprevedibili.
Last but not least la, perdonatemi il termine, meravigliosa figura di Mick Taylor. Alla sua prima comparsa sullo schermo, la mia inquilina dell'epoca mi aveva raccontato di come John Jarratt fosse praticamente la versione australiana di Claudio Bisio, un comico e presentatore tra i più amati nella terra dei canguri. Sapendo questo, diventa semplicemente scioccante osservarlo annullarsi nei panni di una odiosa, laida, perversa macchina per uccidere, che stravolge completamente la figura reale degli amichevoli, sboroni, divertenti e incomprensibili bushmen che popolano l'Outback. In aggiunta, il montaggio serrato, gli effetti splatter anche troppo realistici, la fotografia luminosissima e impietosa e la colonna sonora minimal rendono Wolf Creek un piccolo capolavoro che ogni amante dell'horror dovrebbe guardare ed inserire nella propria videoteca.
Di Nathan Phillips, che interpreta Ben, ho già parlato qui.
Greg Mclean è il regista e sceneggiatore della pellicola. Australiano, ha diretto solo un altro film, Rogue. Anche produttore e attore, al momento ha due film in progetto, tra cui il seguito di Wolf Creek.
John Jarratt interpreta Mick Taylor. Australiano, ha partecipato a film come Picnic a Hanging Rock, Rogue e Australia. Anche sceneggiatore e produttore, ha 60 anni e due film in progetto, tra cui il seguito di Wolf Creek.
Anche se viene spesso dichiarato che il film si basa su eventi realmente accaduti, ciò non corrisponde proprio a verità. Wolf Creek prende spunto sia dai famigerati Backpackers Murders avvenuti in Australia negli anni '90 per mano del killer Ivan Milat sia da altri omicidi compiuti sempre in loco da Bradley John Murdoch (in particolare, il processo contro quest'ultimo si è concluso con la sua condanna per omicidio proprio l'anno dell'uscita della pellicola). Se il film vi fosse piaciuto, consiglierei la visione di classici come Le colline hanno gli occhi, Non aprite quella porta o qualcosa di più recente e scioccante come A' l'interieur. ENJOY!
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domenica 5 giugno 2011
Dying Breed (2008)
Da noi sarà anche un genere ancora semisconosciuto e poco apprezzato (Wolf Creek e Saw a parte) ma anche gli australiani picchiano duro in quanto a horror o Ozploitation, come riportano i siti specializzati. Per esempio Dying Breed, film diretto nel 2008 dal regista Jody Dwyer, nonostante la banalità della storia non è affatto male.
Trama: quattro ragazzi decidono di fare una spedizione nei boschi della Tasmania per cercare un animale estinto da qualche decennio, la Tigre della Tasmania appunto (da non confondersi con il beneamato Taz). Gira che ti rigira, troveranno qualcos’altro di carnivoro, ovvero i discendenti del galeotto cannibale Alexander Pierce, detto Pieman…
Non ho ancora ben capito perché un film come Dying Breed mi sia piaciuto più di altri e cosa abbia trovato di diverso rispetto ad altre 300 produzioni praticamente identiche. Sarà il paesaggio particolare che fa da sfondo a tutta la vicenda, perché effettivamente la natura australiana ha qualcosa che la rende diversa da tutto il resto del mondo. Sarà che l’inizio è fuorviante e lì per lì pensavo a qualche strano incrocio tra uomini e tigri tasmaniane, cosa che mi avrebbe fatto storcere parecchio il naso e che, per fortuna,non viene contemplata. Sarà la sottile crudeltà di fondo e il fatto che le scene sono parecchio cruente ma anche quasi contenute, suggerite piuttosto (il che è anche peggio!!). Saranno gli attori che, per una volta, sono bravi e capaci di far immedesimare lo spettatore nelle loro terribili vicende, anche se uno dei protagonisti fa venire voglia di trucidarlo appena apre bocca. Sarà l’esaltante mix di accento “aussie” e “oirish” che arricchisce i dialoghi originali. Sarà quel che sarà, Dying Breed mi è piaciuto parecchio.
Non è un horror originale, questo no. Le famiglie di “inbred” (se riuscite a trovare un termine italiano fatemelo sapere, a me piace un sacco questo!) che sviluppano gusto per la carne umana hanno infestato la cinematografia USA praticamente da quando è nato il genere horror, e anche le povere e bistrattate meatpie hanno subito l’indegno trattamento di contenere praticamente qualsiasi porcata (non pretendo abbiate visto La rabbia dei morti viventi, ma sicuramente quasi tutti avrete fatto la conoscenza delle “worst pies in London” di Mrs. Lovett nel film Sweeney Todd), senza contare che anche i boschi abitati da bestiole o esseri pericolosi ormai hanno fatto il loro tempo. Eppure, nonostante questo, Dying Breed riesce a mettere parecchia ansia, a fare accapponare la pelle per il disgusto (provate a vedere quale segreto nasconde il retro del pub o a sopportare un primo piano del cannibale in piena fase “degustativa” e ditemi poi se non vi viene da chiudere gli occhi, anche solo per un secondo…) e anche a sorprendere con un finale maligno fino all’inverosimile: d’altronde, come dice Stephen King, quando ci sono di mezzo bambini malvagi il successo è assicurato. Insomma, lunga vita all’horror australiota!
Di Nathan Phillips, che interpreta Jack, ho già parlato qui.
Jody Dwyer è il regista della pellicola. Inglese, o forse australiano, ha ancora poca esperienza come regista, avendo diretto un paio di film e un episodio di Two Twisted. Età non pervenuta.
Leigh Whannell interpreta lo sfortunato Matt. Creatore e sceneggiatore di una delle serie più famose e (almeno all’inizio) innovative dell’ultimo decennio, ovvero Saw, ha partecipato come attore a film come Matrix Reloaded, Saw – L’enigmista e Saw III – L’enigma senza fine, oltre che alla soap opera Neighbours. Australiano, anche sceneggiatore e produttore, ha 34 anni e un film in uscita.
E ora vi lascio con il trailer del film... ENJOY!!
Trama: quattro ragazzi decidono di fare una spedizione nei boschi della Tasmania per cercare un animale estinto da qualche decennio, la Tigre della Tasmania appunto (da non confondersi con il beneamato Taz). Gira che ti rigira, troveranno qualcos’altro di carnivoro, ovvero i discendenti del galeotto cannibale Alexander Pierce, detto Pieman…
Non ho ancora ben capito perché un film come Dying Breed mi sia piaciuto più di altri e cosa abbia trovato di diverso rispetto ad altre 300 produzioni praticamente identiche. Sarà il paesaggio particolare che fa da sfondo a tutta la vicenda, perché effettivamente la natura australiana ha qualcosa che la rende diversa da tutto il resto del mondo. Sarà che l’inizio è fuorviante e lì per lì pensavo a qualche strano incrocio tra uomini e tigri tasmaniane, cosa che mi avrebbe fatto storcere parecchio il naso e che, per fortuna,non viene contemplata. Sarà la sottile crudeltà di fondo e il fatto che le scene sono parecchio cruente ma anche quasi contenute, suggerite piuttosto (il che è anche peggio!!). Saranno gli attori che, per una volta, sono bravi e capaci di far immedesimare lo spettatore nelle loro terribili vicende, anche se uno dei protagonisti fa venire voglia di trucidarlo appena apre bocca. Sarà l’esaltante mix di accento “aussie” e “oirish” che arricchisce i dialoghi originali. Sarà quel che sarà, Dying Breed mi è piaciuto parecchio.
Non è un horror originale, questo no. Le famiglie di “inbred” (se riuscite a trovare un termine italiano fatemelo sapere, a me piace un sacco questo!) che sviluppano gusto per la carne umana hanno infestato la cinematografia USA praticamente da quando è nato il genere horror, e anche le povere e bistrattate meatpie hanno subito l’indegno trattamento di contenere praticamente qualsiasi porcata (non pretendo abbiate visto La rabbia dei morti viventi, ma sicuramente quasi tutti avrete fatto la conoscenza delle “worst pies in London” di Mrs. Lovett nel film Sweeney Todd), senza contare che anche i boschi abitati da bestiole o esseri pericolosi ormai hanno fatto il loro tempo. Eppure, nonostante questo, Dying Breed riesce a mettere parecchia ansia, a fare accapponare la pelle per il disgusto (provate a vedere quale segreto nasconde il retro del pub o a sopportare un primo piano del cannibale in piena fase “degustativa” e ditemi poi se non vi viene da chiudere gli occhi, anche solo per un secondo…) e anche a sorprendere con un finale maligno fino all’inverosimile: d’altronde, come dice Stephen King, quando ci sono di mezzo bambini malvagi il successo è assicurato. Insomma, lunga vita all’horror australiota!
Di Nathan Phillips, che interpreta Jack, ho già parlato qui.
Jody Dwyer è il regista della pellicola. Inglese, o forse australiano, ha ancora poca esperienza come regista, avendo diretto un paio di film e un episodio di Two Twisted. Età non pervenuta.
Leigh Whannell interpreta lo sfortunato Matt. Creatore e sceneggiatore di una delle serie più famose e (almeno all’inizio) innovative dell’ultimo decennio, ovvero Saw, ha partecipato come attore a film come Matrix Reloaded, Saw – L’enigmista e Saw III – L’enigma senza fine, oltre che alla soap opera Neighbours. Australiano, anche sceneggiatore e produttore, ha 34 anni e un film in uscita.
E ora vi lascio con il trailer del film... ENJOY!!
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mercoledì 26 agosto 2009
Snakes on a Plane (2006)
Nel lontano continente australiano si è molto influenzati dai cuginetti americani. Capita quindi che i giornali della Terra dei Canguri diano molto risalto a film che hanno pian piano raggiunto un livello di cult raramente eguagliato, mentre qui magari gli stessi film passano praticamente inosservati. Ed è così che io sono riuscita ad infiammarmi, prima ancora della sua uscita, per Snakes on a Plane, pellicola del 2006 diretta da David R. Ellis, semplicemente leggendo di un film modellato sui gusti del pubblico, tramite un blog che il regista ha tenuto per tutta la realizzazione per rimanere in contatto con quanti aspettavano con ansia la sua uscita. I miei studenti di allora ricorderanno i miei deliranti status su MSN, che recitavano cose tipo: “Can’t wait to see those motherfucking snakes on that motherfucking plane!”, tanto che alla fine credo di essere stata l’unica insegnante a venire accompagnata da un branco di teenagers festanti che non vedevano l’ora di assistere allo spettacolo non tanto del film ma della prof ormai impallata. E il bello è che ne siamo usciti tutti soddisfattissimi, e anche a rivederlo questo Snakes on a Plane è puro delirio.
La trama? Ci sono serpenti. Su un aereo in volo. E Samuel L. Jackson a farli fuori. Direi che basta questo per convincere chiunque a vederlo.Allora, freno un attimino l’entusiasmo. Io ho ADORATO questo film, ma non posso pretendere che lo facciano tutti, quindi un piccolo prontuario per l’uso è doveroso. Innanzitutto, se da piccoli non vi siete mai appassionati per roba come Lo squalo, Piranha o simili, non provateci neppure ad avvicinarvi a SOAP. Il motivo è presto detto, visto che la pellicola è una sorta di “operazione nostalgia”, un film dove è assolutamente vietato pensare, bisogna solamente farsi avvolgere dalle spire dei serpenti, accettare un assunto così assurdo da risultare irritante e pretestuoso e perdersi in ogni sboronata registica ed attoriale. Bisogna tornare bambini e fare “ooh”” saltando sulla sedia ad ogni attacco di serpenti, senza farsi troppe domande. Attenzione però a non confonderlo con boiate pseudo fashion come potrebbe essere un Anaconda, o un Blu profondo. Quelli sono privi della necessaria ironia, mentre in SOAP sembra di essere tornati ai tempi di Indiana Jones e a quel caustico, sprezzante umorismo che non risparmia nemmeno un personaggio, dallo steward apparentemente gayo, alla signora cicciona, dal marito ansioso, alla donnina con l’inseparabile chihuahua, passando ovviamente per lo sbirro di Samuel L. Jackson che si spreca in frasi storiche degne di quelle che uscivano dalla bocca di un Indy o di un Rambo. Se si è disposti a prendere il tutto come un gioco, allora si uscirà assolutamente soddisfatti dalla visione. Altrimenti, serpenti su di voi!
Ovviamente la regia è ottima, così come la realizzazione. I serpenti sono molto realistici, e a volte viene utilizzata anche la “serpentovisione” che consente di vedere attraverso i loro occhi, espediente che per fortuna viene usato con parsimonia. Il ritmo è serratissimo, com’è giusto per questo genere di film, e le scene catastrofiche si sprecano: spettacolare il primo attacco dei serpenti e la decisione finale di Jackson di eliminarli nel modo più pericoloso per i passeggeri all’urlo di “I’ve had enough of those motherfucking snakes on this motherfucking plane!”. I personaggi sono assai simpatici, sebbene proprio il protagonista che dovrebbe affiancare Samuel è tra tutti il più moscio ed insignificante, tanto che non sarebbe una gran perdita se i serpenti lo masticassero. Assolutamente esilaranti le due guardie del corpo del rapper nero terrorizzato dai germi altrui e il bastardissimo snob che usa cagnolini innocenti come scudo contro i serpenti. Persino la lunghezza del film è pressoché perfetta: non troppo corta da dar l’idea di un filmetto buttato via, e nemmeno troppo lunga da lasciar subentrare noia e tempi morti. “Imperdibile” il video musicale che accompagna i titoli di coda, con un branco di strepponcelli fighetti a cantare, appunto, una canzone dall’inequivocabile titolo: Snakes on a Plane. Un tocco di trash che, indubbiamente, in un simile film non può mancare.
Di Samuel L. Jackson ho già parlato qui. Nel frattempo i suoi impegni si sono moltiplicati, e oltre a dare la voce a uno dei personaggi di Astroboy interpreterà Nick Fury (ma non era bianco? O___O) in una marea di film Marvel di prossima uscita, tra cui il seguito di Iron Man, Thor, The Avengers, Nick Fury e dovrà presenziare in altri 12 film. Auguri, Sam!!
David R. Ellis è il regista della pellicola. Americano, non proprio di primo pelo ma neppure troppo famoso,tra i suoi film ricordo Final Destination 2 e The Final Destination, l’ultimo episodio della saga, rigorosamente in 3D. Ha 57 anni e tre film in uscita.
Julianna Margulies interpreta l’hostess Claire. L’attrice americana è diventata famosa e familiare agli occhi di molti telespettatori grazie al ruolo dell’infermiera Carol Hathaway nella serie ER, dove la fortunata donna era la fidanzata del buon George Clooney. Tra i suoi film ricordo Nave fantasma e Il giovane Hitler, mentre tra le serie tv alle quali ha partecipato cito Law and Order, La Signora in giallo, Scrubs, I Soprano. Ha 43 anni.Nathan Phillips interpreta il testimone, Sean. Australiano, ha raggiuntola notorietà con lo splendido, inquietantissimo Wolf Creek, che è l’unico altro suo film degno di menzione. Come tutti gli attori australiani che non hanno avuto parte in Home and Away ha partecipato comunque all’altra famosa soap del paese: Neighbours. Ha 29 anni e due film in uscita.
E ora vi lascio con la cosa più trash del film, come promesso: i Cobra Starship e la loro Snakes on the Plane! ENJOY!!
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