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domenica 25 maggio 2014

That's 70! - Velvet Goldmine (1998)

Da un'idea di Alessandra, la padrona del blog Director's Cult, torna oggi la potente unione dei soliti folli blogger per celebrare, come da titolo, gli anni '70. Non potevo ovviamente farmi sfuggire l'occasione per parlare di uno dei film che più ho amato durante l'adolescenza, ovvero Velvet Goldmine, diretto nel 1998 dal regista Todd Haynes.


Trama: la pellicola racconta l'ascesa e la caduta della rockstar Brian Slade, scomparso dalle scene all'apice del successo, dopo aver simulato la propria morte...


Prima di cominciare a parlare di Velvet Goldmine, diciamo le cose come stanno: io di musica non so una benemerita cippa. Non era certamente grazie alla passione per David Bowie (ispirazione per il personaggio Brian Slade) o Iggy Pop (ispirazione per il personaggio Curt Wild) che, all'età di 17 anni, mi ero fiondata al cinema d'élite assieme alle mie migliori amiche per vedere questa pellicola nostalgica che dipingeva un'Inghilterra fatta di lustrini, paillettes ed eccessi, figuriamoci. Era piuttosto l'idea di vedere in un unico film quel gran figo di Ewan McGregor, già ampiamente apprezzato grazie a Trainspotting, altro cult dell'epoca, e le allora new entries Jonathan Rhys Meyers e Christian Bale; come sovrappiù, nel corso del film comparivano anche i quotatissimi Placebo e lo swanstuck del già citato Ewan McGregor quindi immaginate come saremo uscite da quella sala, con gli ormoni i superfibrillazione e una voglia matta di riguardare Velvet Goldmine (perlomeno un paio di scene, via) e ascoltare la stupenda colonna sonora fino a non poterne più. Nel frattempo, sono passati 16 anni (Cristo, quanto sono vecchia!!!), la mia conoscenza della musica non è aumentata e riguardando Velvet Goldmine mi sono accorta che l'ormone davanti a certe scene non smette di dimenarsi, che ormai canto le canzoni a memoria facendo anche degli inquietanti ballettini nella stanza e anche che, diciamo le cose come stanno, questo film sarà stato un mio cult adolescenziale ma non è proprio un capolavoro. Grandissimi attori, grandissima musica, grandissimi costumi ma un canovaccino esile, pretestuoso e confuso, effettivamente vuoto come l'epoca gloriosa che voleva dipingere.


Le affascinanti star Brian Slade, Curt Wild e Jack Fairy, amanti dell'eccesso e portatori di una libertà di costumi sessuali impensabile per la rigida e monarchica Inghilterra coccolata dai più "normali" Beatles, sono tre uragani che sconvolgono la mente dello spettatore, tre creature benedette e maledette da un destino proveniente letteralmente da un altro mondo, infusi della luce delle stelle: come divinità capricciose influenzano la vita di chi si ritrova ad avere a che fare con loro, che siano amici e amanti o semplici fan, come per esempio il povero Arthur Stuart, il giornalista costretto, negli anni '80, a riesumare vecchi ricordi, amori ed umiliazioni. Arthur è la componente umana della pellicola, il personaggio a cui ci si può rapportare grazie alla disperazione e al senso di inferiorità che lo muovono almeno all'inizio, spingendolo a diventare "altro". Tra un videoclip e l'altro, infatti, assistiamo attraverso i ricordi e le ricerche del giornalista allo squallido passaggio da un'epoca superficiale ma in qualche modo ricca di cambiamenti e gioiosa ai tristissimi anni '80 votati allo Yuppismo e ormai conformati alla vile logica del denaro, anni nei quali non riesce a trovare posto quel verde scintillìo di ribellione e novità. Velvet Goldmine, costruito un po' come un finto documentario, un po' come una storia d'amore e un po' come un musical, procede nella sua apologia del glam facendosi ricordare più per l'impatto visivo ed uditivo che per la satira di costume o la blanda critica mossa a chi ha lasciato che il sogno morisse, persa in citazioni da diario scolastico e dialoghi vuoti messi in bocca a persone che, col senno di poi, risultano decisamente odiose. Sicuramente, parliamo di un film adattissimo ad un pubblico di adolescenti che tuttavia rischia ormai di risultare vetusto agli occhi delle nuove generazioni, specchio di un'epoca lontana che ai nostri tempi non va neppure più di moda ma che, a fine anni '90, aveva conosciuto una certa sorta di revival (si vedano anche Boogie Nights, Studio 54 e persino Austin Powers). Personalmente, nonostante tutto, è un film che consiglierei di vedere se non vi è mai capitato di farlo e, soprattutto, è degno di celebrare alla grande gli anni '70!!


Di seguito, troverete l'elenco dei blog che partecipano a questa simpatica e scopadelica iniziativa (sto scrivendo questo post con una decina di giorni di anticipo causa vacanza quindi non riuscirò a mettere i link esatti ai vari post, mi spiace!), dategli un'occhiata e... ENJOY!

Dantès: Boogie Nights
Alfonso Maiorino: Romanzo criminale
Beatrix Kiddo: American Hustle
Jean Jeacques: Garage Olimpo
Kris Kelvin: I primi della lista
James Ford: Buongiorno notte
Denny B.: The Dreamers
Lisa Costa: Les Amants Regulier
Elisa Pavan: Quasi famosi
Marco Goi: Blood Ties
Obsidian Mirror: The Doors
Director's cult: Larry Flint - Oltre lo scandalo
Poison: Toni Manero





martedì 10 settembre 2013

Albert Nobbs (2011)

E' passato un po' di tempo dalla sua uscita nelle sale italiane, ma in questi giorni sono riuscita a guardare Albert Nobbs, diretto nel 2011 dal regista Rodrigo García, tratto dal racconto The Singular Life of Albert Nobbs di George Moore e candidato a tre premi Oscar (migliore attrice protagonista, miglior attrice non protagonista e miglior make up, ne avesse vinto uno!!).


Trama: diciannovesimo secolo. Una donna, per evitare la povertà, passa decenni nei panni del maggiordomo Albert Nobbs ma la sua vita diventa più difficile mano a mano che aumenta la solitudine...


Albert Nobbs è un film particolarissimo. All'inizio mi aspettavo una pellicola che denunciasse la condizione della donna in Inghilterra e Irlanda alla fine del diciannovesimo secolo, ma non è solo questo. La singolare vita di Albert Nobbs racconta innanzitutto la solitudine di una persona costretta a perdere la propria identità, a rinunciare alla propria natura fino a rimuoverla del tutto, a diventare una creatura imperfetta, insicura, triste e piena di desideri irrealizzati. Il film non è una divertente commedia degli equivoci dove una donna si traveste da uomo per sbarcare il lunario e deve cercare di non farsi scoprire; il motivo che spinge, o meglio costringe, la protagonista a vestire panni maschili è un orrendo e sconcertante insieme di ingiustizie sociali e traumi adolescenziali, che da soli tuttavia non bastano a sedare le naturali pulsioni di un essere umano. Basta infatti l'arrivo di una persona nelle sue stesse condizioni ma felicemente sposata per fare sì che Albert Nobbs (il cui vero nome non verrà mai svelato) cominci a fantasticare di avere una vita sua, un piccolo negozio, magari persino l'amore, l'unica "cosa" in grado di illuminare una vita consacrata alla semplice e fredda sopravvivenza. Attorno a lui/lei ruota un intero microcosmo di donne oppresse, costrette a combattere contro uomini violenti ed egoisti, contro una società crudele ed ingiusta, e a reinventarsi per riuscire ad ottenere quelle cose che le persone più agiate o fortunate considerano banali e quasi dovute.


Considerate le delicate e complesse emozioni che animano il cuore del protagonista, il ritmo del film viene impostato quasi in modo da rispettarle, come se fosse un dramma teatrale invece che una pellicola: poche variazioni di set (l'albergo, la strada e la casa di Hubert Page), abbondanza di sequenze "rituali" e a loro modo coreografiche come quelle dove i dipendenti prestano i loro servizi all'hotel e, infine, molti dialoghi tra personaggi. Pregevolissimi, quindi, costumi e scenografie ma, soprattutto, indispensabile la presenza di attori bravissimi. Sembra banale cominciare da Glenn Close, qui quasi irriconoscibile, ma la verità è che Albert Nobbs sarà anche il protagonista del film però è uno dei personaggi meno accattivanti e più passivi della storia del cinema... quindi, a maggior ragione, la bravura dell'attrice sta nel coinvolgere il pubblico davanti al dramma umano di questo piccolo e timido omino/donnina. Fortunatamente, a fargli da contraltare e fungere da sprone, c'è un'incredibile Janet McTeer che parrebbe davvero un uomo nei primi fotogrammi e che, spesso e volentieri, ruba la scena al personaggio principale. Anche i nomi eccellenti che animano il sottobosco della pellicola sono molto validi, soprattutto Mia Wazikowska che ormai è anni luce distante dalla Alice Burtoniana, per fortuna, ma è un piacere anche vedere Pauline Collins in un personaggio falso e melodrammatico e Brendan Gleeson nei panni del dottore ubriacone ma fondamentalmente buono. In sostanza, mi spiace che Albert Nobbs non abbia avuto la risonanza che avrebbe meritato, perché è una visione che consiglio caldamente a chi cerca un film particolare e si trova a suo agio con ritmi lenti e ragionati.


Di Mia Wazikowska (Helen), Pauline Collins (Madge), Brendan Gleeson (Dr. Holloran) e Aaron Taylor-Johnson (Joe) ho già parlato ai rispettivi link. 

Rodrigo García è il regista della pellicola. Colombiano, figlio dello scrittore Gabriel García Márquez, ha diretto Le cose che so di lei ed alcuni episodi delle serie I Soprano e Six Feet Under. Anche produttore, sceneggiatore e attore, ha 54 anni.


Glenn Close interpreta Albert Nobbs, ruolo che aveva già interpretato nel 1982 a teatro e per cui ha ricevuto la sesta nomination all’Oscar. Americana, la ricordo per film come Il grande freddo, Attrazione fatale, Le relazioni pericolose, Hook – Capitan Uncino, La casa degli spiriti, Mary Reilly, La carica dei 101 – Questa volta la magia è vera, Mars Attacks! e Air Force One. Come doppiatrice ha lavorato nei film Tarzan, Pinocchio, Hoodwinked e in alcuni episodi de I Simpson, inoltre ha partecipato alle serie Will & Grace e The Shield. Anche produttrice, sceneggiatrice e regista, ha 66 anni e cinque film in uscita tra cui Guardians of the Galaxy.


Jonathan Rhys Meyers (vero nome Jonathan Michael Francis O'Keefe) interpreta il Visconte Yarrell. Irlandese, lo ricordo per film come Velvet Goldmine, Titus, Sognando Beckham, Alexander, Match Point, Mission: Impossible III, From Paris With love e Shadowhunters – Città di ossa. Anche produttore, ha 36 anni, un film e una serie in uscita, Dracula.


Janet McTeer interpreta Hubert Page, ruolo per cui ha ricevuto la seconda nomination all'Oscar, questa volta come migliore attrice non protagonista. Inglese, ha partecipato a film come In cerca d'amore, Velvet Goldmine e The Woman in Black. Anche sceneggiatrice, ha 52 anni e un film in uscita.


Mark Williams, che interpreta il maggiordomo Sean Casey, ha prestato il volto al buon Arthur Weasley nella saga cinematografica di Harry Potter. Amanda Seyfried e Orlando Bloom, invece, erano stati scritturati per i ruoli di Helen e Joe ma hanno dovuto rinunciare per impegni pregressi. Posso dire che, In My Humble Opinion, è stato meglio così? Direi di sì e aggiungo che, se Albert Nobbs vi fosse piaciuto, potete sempre recuperare Victor/Victoria! ENJOY!!

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