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martedì 23 dicembre 2025

Wake Up Dead Man: Knives Out (2025)

Considerato che la mia idea era andare a vedere Avatar - Fuoco e cenere durante le feste di Natale, l'ultimo film recente di cui parlerò quest'anno è Wake Up Dead Man: Knives Out (Wake Up Dead Man), diretto e sceneggiato dal regista Rian Johnson.


Trama: il detective Benoit Blanc viene chiamato ad indagare su un caso di omicidio avvenuto in una chiesa e, ad affiancarlo, c'è padre Jud, accusato proprio dello stesso omicidio...


Avevo adorato il primo Knives Out e mi era piaciuto molto anche Glass Onion, due esempi di gialli ironici, molto ben realizzati e popolati da ottimi attori. Avevo quindi grandissime aspettative per Wake Up Dead Man, ed effettivamente la prima parte mi ha catturata. Attraverso la voce narrante di un prete imperfetto ma sincero, l'ex pugile Padre Jud, ci viene presentata la piccola congrega di una parrocchia governata con pugno di ferro da Monsignor Wicks, uomo al quale non importa nulla all'infuori del potere, non esclusivamente spirituale, esercitato su un pugno di fedeli. Questi ultimi rappresentano un'umanità varia ma, in definitiva, si tratta di persone altoborghesi con problemi lavorativi, familiari e di salute, per i quali il Monsignore rappresenta non solo una fonte di salvezza spirituale, ma anche l'uomo attorno al quale ricostruire una sorta di "élite" di cui far parte e vivere di importanza riflessa; alla cerchia appartengono anche una perpetua e un tuttofare ex alcolista, depositari delle confidenze e dei segreti del Monsignore ma, tutto sommato, trattati come subalterni compiacenti. All'interno di questo microcosmo, Padre Jud ci arriva dopo avere usato i pugni invece della parola, e trova subito un clima ostile nei suoi confronti, in primis da parte dello stesso Monsignore, un rozzo bastardo che cerca in ogni modo di far sentire il giovane parroco in difetto perché troppo "mite" nel diffondere la parola di Dio. Là dove Padre Jud cerca compassione, bontà e una paziente mano sempre pronta ad accogliere e confortare, il Monsignore ritiene più opportuno abbracciare una religione fatta di fuoco purificatore ed intolleranza, e rispondere alla violenza del mondo con durezza. Quando, inevitabilmente, ci scappa il morto, Padre Jud diventa il primo indiziato e sta al detective Benoit Blanc impedire che il giovane prelato finisca in carcere, come vorrebbero sia i parrocchiani che la stessa polizia, tutti convinti della sua colpevolezza. E' qui, paradossalmente, che ho cominciato a fare moltissima fatica a venire coinvolta da Wake Up Dead Man, che sostituisce la scoppiettante battaglia tra Padre Jud e il Monsignore con una didascalica indagine atta a scoprire la dinamica di un delitto perfetto letteralmente da manuale, anzi, da romanzo, e poco si cura di personaggi potenzialmente interessanti, relegati a mero contorno. L'unico ad essere ben delineato dall'inizio alla fine è Padre Jud, attraverso il quale Blanc si riconcilia con una spiritualità consapevolmente ignorata (per non dire disprezzata), ma il rovescio della medaglia di questo aspetto è che persino il detective risulta stereotipato e vuoto.


A differenza dei primi due film, ho fatto fatica a seguire Wake Up Dead Man perché mi sono annoiata al punto da avere difficoltà a rimanere sveglia, persa nel cervellotico autocompiacimento di un protagonista che, in precedenza, avevo adorato. Il desiderio di svelare i meccanismi di una perfezione che sfocia nel miracolo ha fatto sì che mi perdessi più volte, e solo nel corso della rivelazione definitiva sono arrivata commuovermi, sempre grazie al Padre Jud di Josh O'Connor, il quale meriterebbe un film a sé, altro che il nostro Don Matteo. A differenza dei precedenti Knives Out, mi è sembrato che qui anche i meccanismi dietro il delitto e le sue conseguenze fossero "di comodo", molto faciloni, in primis un dettaglio della rivelazione finale che a me sa tanto di "perché sì", assieme al dubbio sortomi sul perché un determinato personaggio dovesse tenersi in casa un complemento d'arredo allucinante. Mi è dispiaciuto molto non riuscire né a divertirmi né ad appassionarmi perché, come sempre, per quanto riguarda scenografie ed oggetti particolarmente importanti per l'indagine, Wake Up Dead Man è di altissimo livello e ho trovato simpatici anche un paio di espedienti narrativi, come il "video nel video" o la lunga introduzione scritta, per non parlare delle doppie narrazioni che, attraverso l'uso di un secondo punto di vista, rivelano la triste realtà di eventi passati. Mi è mancata, purtroppo, la critica sociale corrosiva dei primi due capitoli. Non che qui sia assente, ma l'ho trovata banale, affidata a personaggi talmente superficiali da essere caricature ben poco efficaci, il che si riflette anche nella performance degli attori, non particolarmente entusiasmanti. Chi ne esce a testa altissima è un Josh O'Connor sempre più bravo, e anche Glenn Close e Josh Brolin, che ho faticato a riconoscere, sono degni di nota, mentre mi è parso che Daniel Craig, pur essendosi palesemente divertito, abbia scelto stavolta di interpretare Benoit Blanc inserendo il pilota automatico, lasciando spazio al giovane co-protagonista. Tre anni fa speravo in un crossover coi Muppet, forse sarebbe stato meglio, perché per quanto mi riguarda, e lo dico con sommo dispiacere, Wake Up Dead Man: Knives Out è un film dimenticabilissimo, tanto che non spero neppure ci sia un ennesimo seguito, se i risultati sono questi.


Del regista e sceneggiatore Rian Johnson ho già parlato QUI. Daniel Craig (Benoit Blanc), Josh O'Connor (Padre Jud Duplenticy), Glenn Close (Martha Delacroix), Josh Brolin (Mons. Jefferson Wicks), Mila Kunis (Capo Geraldine Scott), Jeremy Renner (Dr. Nat Sharp), Kerry Washington (Vera Draven), Cailee Spaeny (Simone Vivane), Thomas Haden Church (Samson Holt), Jeffrey Wright (Vescovo Langstrom) e Joseph Gordon-Levitt (è la voce del telecronista di baseball) li trovate invece ai rispettivi link.

Andrew Scott interpreta Lee Ross. Irlandese, ha partecipato a film come Salvate il soldato Ryan, Victor: La storia segreta del dottor Frankenstein, Alice attraverso lo specchio, 1917, Estranei e a serie quali Sherlock, Fleabag, Black Mirror e Ripley. Anche produttore e sceneggiatore, ha 49 anni e un film in uscita.


Lindsay Lohan
Tom Hardy erano stati contattati per partecipare al film, ma i loro ruoli sono andati a Mila Kunis e Jeremy Renner. Se Wake Up Dead Man: Knives Out vi fosse piaciuto recuperate, ovviamente, Cena con delitto - Knives Out e Glass Onion - Knives Out. ENJOY!

venerdì 6 dicembre 2024

Bollalmanacco on Demand: Mary Reilly (1996)

Un po' mi addolora affrontare l'On Demand di oggi, perché Mary Reilly, diretto nel 1996 da Stephen Frears, è l'ultimo film richiesto da Arwen Lynch, ed è triste pensare che non mi chiederà di guardare più nulla. Oggi, più che mai, la sua natura profondamente cinefila mi manca tantissimo.


Trama: la giovane cameriera Mary Reilly si innamora del suo datore di lavoro, il dottor Henry Jekyll, e rimane turbata dall'arrivo del suo violento, ferale assistente, Edward Hyde...


Non ho mai letto il romanzo originale di Valerie Martin, pubblicato anche in Italia col titolo La governante del Dottor Jekill, ma mi è venuta in soccorso Lucia con un suo vecchio, prezioso articolo che mi ha fatta venire voglia di andare a caccia della versione Bompiani, mai vista su nessuna bancarella. Leggere il post di Lucia mi ha fatta anche un po' vergognare della mia ignoranza; non riguardavo Mary Reilly dai tempi dell'università ma l'ho sempre considerato (e l'opinione, dopo quasi 20 anni, non è cambiata) un bellissimo film, un gotico dalle sfumature sensuali con degli ottimi attori (salvo la protagonista, ahimé), che fa uno splendido uso della cupa fotografia, delle scenografie, persino degli oggetti di scena. In realtà, da ciò che ho letto mi sembra di capire che la sceneggiatura di Christopher Hampton banalizzi un po' il romanzo della Martin, trasformando le riflessioni di una donna del suo tempo nella classica battaglia tra innocenza e oscurità; in effetti, per chi come me ha amato Le relazioni pericolose (sempre frutto del sodalizio tra Frears e Hampton), il legame che si viene a creare tra Mary Reilly e Jekyll/Hyde, soprattutto quando subentra l'alter ego malvagio del dottore, ricorda molto quello tra la pura Madame de Tourvel e Valmont, fatto di assalti e resistenze sempre più deboli, ma anche di crisi di coscienza da parte del "cattivo", frastornato dalla dignitosa purezza dell'avversaria. Questo, nonostante Mary Reilly non sia cresciuta nella bambagia come Madame de Tourvel, anzi, l'esatto contrario. Mary ha subito, fin dall'infanzia, tutto l'orrore di avere a che fare con un uomo incapace di controllare i propri istinti violenti, e ne porta evidenti cicatrici sulla pelle. Il suo naturale distacco nei confronti di Jekyll deriva non solo dal rispetto dei rigidi codici vittoriani ma, probabilmente, anche da un'inevitabile terrore nei confronti degli uomini. Da qui, però, nasce anche l'attrazione verso un padrone di casa gentile, colto, che la sceglie, proprio in virtù del suo acume, come confidente privilegiata, elevandola dal resto del personale di servizio. Il naturale riserbo di Mary fa breccia anche nel violento alter ego di Jekyll, Hyde, e, anche in questo caso, l'impressione è che la cameriera venga "blandita" da una condizione di esclusività che nasce dall'essere l'unica ad avere avuto contatto diretto con l'uomo e la sola ad avere il potere di instillargli scrupoli morali. 


Lo "scontro" tra Mary e Jekyll deriva soprattutto da una diversa concezione di "male". Mary accetta l'oscurità del mondo, il dolore, come qualcosa di naturale, dignitoso ed inevitabile quanto la gioia; non lo subisce, ma neppure si dispera quando ne viene colpita, seguendo una mentalità molto pratica. Viceversa, Jekyll richiama Hyde per non soccombere all'orrore dell'esistenza (si parla di una "malattia", ma non è dato sapere se ci si riferisca alle tendenze licenziose di Jekyll, testimoniate dal suo rapporto di lunga data con Mrs. Farraday, o alla perdita di una persona amata), cercando un modo per diventare puro istinto e non venire più turbato da scrupoli di coscienza o vincoli legati alla morale o alle convenzioni sociali. Mentre John Malkovich incarna perfettamente questo dualismo, convincente com'è sia nei panni di tormentato, elegante gentiluomo, che in quelli di demone depravato, quella che fatica di più è Julia Roberts. Dopo il successo ottenuto con commedie romantiche palesemente a lei più consone, l'attrice ha cercato probabilmente di dimostrare che poteva anche reggere altri ruoli (e in futuro ci sarebbe riuscita); purtroppo, Mary Reilly non era forse il personaggio giusto, e per me è la Roberts l'unico, grande difetto del film. L'attrice non riesce a veicolare la naturalezza con cui Mary vive ed accetta le regole della sua società, la rende o un burattino rigido e perennemente immusonito, oppure uno spirito libero che scalpita per diventare altro, e anche i momenti di intimità con Malkovich funzionano poco, tanto è il carisma che l'attore trasuda anche nei panni del dimesso Jekyll. Ho sempre amato molto, invece, la regia di Frears, coadiuvata dalla fotografia plumbea di Philippe Rousselot, che imprigiona i personaggi all'interno della falsa sicurezza di quattro mura claustrofobiche e rappresenta alla perfezione l'ipocrisia dell'epoca vittoriana; la fredda, rigorosa gestione delle ville borghesi rispecchia l'esteriorità della gente perbene, ma appena girato l'angolo c'è lo schifo di sangue e sporcizia che infesta i vicoli della città, pronto ad esplodere ad ogni momento, come i sentimenti negativi che si nascondono nei suoi abitanti. Per tutti questi motivi, Mary Reilly è uno di quei film che rivedo sempre volentieri, e che mi rapiscono nonostante le imperfezioni. Recuperatelo, se non vi è mai capitato di guardarlo, soprattutto se vi piacciono le opere gotiche. Io intanto cercherò il romanzo!


Del regista Stephen Frears ho già parlato QUI. Julia Roberts (Mary Reilly), John Malkovich (Dr. Henry Jekyll / Mr. Edward Hyde), Michael Gambon (padre di Mary), Glenn Close (Mrs. Farraday), Michael Sheen (Bradshaw) e Ciarán Hinds (Sir Danvers Carew) li trovate invece ai rispettivi link.


Tim Burton
avrebbe dovuto dirigere il film ma ha rifiutato per scazzi produttivi, portando con sé anche la possibilità di una Winona Ryder protagonista. Niente di fatto anche per Daniel Day-Lewis, che ha declinato l'offerta di interpretare Jekyll/Hyde, e per Uma Thurman, che ha perso non solo il ruolo titolare ma anche la possibilità di venire candidata a un Razzie Award, onore invece toccato sia a Julia Roberts (quell'anno vinse però Demi Moore per Striptease) che al regista Stephen Frears. Il prossimo film On Demand sarà Little Sister. ENJOY!


martedì 25 maggio 2021

Elegia americana (2020)

Lo hanno bocciato tutti o quasi, quindi è con qualche remora che mi sono approcciata a Elegia Americana (Hillbilly Elegy), diretto nel 2020 da Ron Howard e tratto dall'autobiografia di J.D. Vance.


Trama: J.D. studia legge a Yale ma viene da una sgangheratissima famiglia degli Appalachi che gli ha lasciato parecchie cicatrici e che rischia di stroncare sul nascere la sua eventuale carriera di avvocato.


Sarà la pandemia ma a me pare i protagonisti dei film candidati ai Golden Globe siano tutti fastidiosissimi e di un'antipatia rara. Ma Rainey era da fustigare, Marla non ne parliamo e i maledetti hillbilly di Elegia Americana meriterebbero di scomparire dalla faccia della terra, tanto il loro squallore mi provoca istintivo disgusto. Ma prima di andare avanti, che cos'è un hillbilly? Noi li chiameremmo "montanari", è un modo dispregiativo di definire gli abitanti delle zone montuose d'America, connotati da poca raffinatezza e abbondanti dosi di ignoranza. I parenti di J.D., il protagonista del film, non fanno eccezione e sono lo stereotipo dell'americano repubblicano e timorato di Dio che passa la vita a sfondarsi di junk food mentre orde di figli e nipoti razzolano nello sporco e nell'indigenza, imprigionati in cittadine dove alcool e droga sono gli unici modi per sopravvivere a una vita misera, fatta di precariato e scuole lasciate a metà. Il rischio, in un ambiente simile, è quello di avere il destino già segnato, soprattutto se per carattere si tende a lasciarsi andare e non combattere, ed è ciò che rischia J.D. ogni giorno nonostante una vena di sensibilità e intelligenza che gli potrebbe fare ambire traguardi più alti; la storia di Elegia Americana è proprio la storia di J.D., dall'infanzia passata con la madre pazza e drogata all'adolescenza salvata per il rotto della cuffia da una nonna distante anni luce dall'idea di "nonnina" normale, fino alla temporanea liberazione durante gli anni della maturità, quando il tentativo di fuga dalle radici deve fare il conto con problemi familiari mai risolti.


Eppure, nonostante la palese negatività di un ambiente come quello in cui J.D. Vance è realmente vissuto, la sua è un'elegia, un'elegia dei valori che lo hanno cresciuto fin da ragazzino e che possono riassumersi in una protezione totale da parte della famiglia, un "non venire lasciati mai soli" nonostante tutti gli errori e i difetti, in virtù di una testardaggine e una vena di durezza assai simile a quella delle rocce delle montagne; emblema di questa durezza è proprio Mamaw Vance, schiacciata dalla vecchiaia e dai sogni di giovinezza infranti eppure determinata a non cedere e, soprattutto, a fare sì che il nipote non faccia la stessa fine della madre, cosa che ovviamente la rende in pratica l'unico personaggio a cui il pubblico riesce ad affezionarsi. Forse è proprio questo che ha tenuto distanti gli spettatori dall'ultimo film di Ron Howard, nonostante le interpretazioni magistrali di Amy Adams (brutta, imprevedibile e pazza) e Glenn Close, altrettanto irriconoscibile. Probabilmente molti americani non avranno gradito lo "sputtanamento" e l'occhio per nulla indulgente con cui lo star system ha messo in scena una storia di ordinaria decadenza urbana, mentre il resto del mondo, già scosso dalla pandemia, forse non aveva bisogno di una storia che, nonostante l'happy ending "formativo", è di una tristezza atroce e spesso raggiunge picchi di fastidio insostenibili. Nonostante questo, vi dirò, a me è comunque piaciuto e, anche se non lo farò mai rientrare nel novero di film per cui tiferò ai Golden (infatti nulla ha vinto, in questo caso) o agli Oscar, è una visione che consiglio.


Del regista Ron Howard ho già parlato QUI. Amy Adams (Bev), Glenn Close (Mamaw) e Haley Bennett (Lindsay) le trovate invece ai rispettivi link. 

Gabriel Basso interpreta J.D. Vance. Americano, ha partecipato a film come Super 8 e Una doppia verità. Ha 27 anni. 



giovedì 20 giugno 2019

Nicole Kidman Day: La donna perfetta (2004)


Oggi cade il compleanno di Nicole Kidman, splendida benché rifattissima cinquantaduenne, e col solito gruppetto di Blogger cinèfili abbiamo voluto omaggiarla. Scartabellando la filmografia della bella hawaiana ho scelto La donna perfetta (The Stepford Wives), diretto nel 2004 dal regista Frank Oz e remake de La fabbrica delle mogli, già tratto dal romanzo omonimo di Ira Levin.


Trama: dopo essere stata licenziata dal network per cui lavorava, Joanna ha un crollo nervoso e il marito decide di abbandonare la città e trasferirsi nei sobborghi, a Stepford. Lì i mariti sono felici e le mogli perfette, tutto sembra idilliaco ma qualcosa comincia ad insospettire Joanna...



Correva l'anno 2004 e Nicole Kidman, diventata una star internazionale nonché una delle attrici più quotate grazie a film come Moulin Rouge!, Eyes Wide Shut, The Hours e The Others, grazie ai quali sembrava che la sua stella non dovesse tramontare mai... cominciava la sua parabola discendente, impantanandosi per parecchi anni in filmetti dimenticabili. Tra questi ultimi farei rientrare anche La donna perfetta e non perché non mi sia divertita molto durante la visione ma perché, passatemi il termine, è "indegno" di un'attrice come la Kidman e probabilmente avrebbe funzionato lo stesso anche con un'altra protagonista. Al momento in cui scrivo queste righe non ho mai guardato né La fabbrica delle mogli né letto il romanzo di Ira Levin quindi non posso fare confronti tra le varie opere (vista la produzione travagliata di La donna perfetta credo sia meglio così o probabilmente avrei odiato questo film visto anche l'abbandono totale della natura horror della storia) ma, da quello che ho colto relativamente alle prime due, mi par di aver capito che Frank Oz abbia optato per un approccio più da commedia satirica, tirando spesso il freno all'inevitabile inquietudine causata da questa cittadina dove tutte le donne sono perfette e servizievoli, mentre i mariti si riuniscono a tessere misteriosi complotti. La mano di Paul Rudnick, sceneggiatore di quelle piccole meraviglie di In & Out, La famiglia Addams 2 e Sister Act è riconoscibilissima grazie al suo gusto per il grottesco, per i personaggi caricati, per l'esagerazione di situazioni e relazioni "normali", che vengono stressate fino a risultare pura fantascienza (quasi) e che puntano il dito su follie e idiosincrasie realmente esistenti all'interno della nostra società; gli improbabili reality creati da Joanna (improbabili per il 2004, ora sono stati praticamente sdoganati identici), il rapporto tempestoso tra Bobbie e il suo stupido marito, la gaiezza al limite della parodia di Roger, sono tutti elementi che sconfinano nel nonsense ma sembrano quasi "normali" se confrontati alla realtà di Stepford, dove le mogli si piegano davanti ad ogni irragionevole richiesta di mariti che a definirli infantili si farebbe loro un complimento.


La donna perfetta non è però una critica al maschilismo imperante, anzi. La sceneggiatura di Rudnick ne ha per tutti: per l'uomo molle e senza palle che non riesce a trovare una sua dimensione nel mondo e passa il tempo a dar le colpe alla moglie nemmeno fossimo rimasti negli anni '50, per la società che costringe le donne o a rimanere ancorate ad un modello retrogrado oppure ad annullarsi come persona per dimostrare di valere tanto quanto un uomo (portando avanti una lotta tra sessi che, di fatto, non dovrebbe nemmeno esistere visto che siamo tutti sulla stessa triste barca che affonda), per le donne che abbracciano completamente questo stile di vita imposto trasformandosi in schiacciasassi prive di sentimento. La perfezione, come si dice alla fine del film, non esiste. Né per l'uomo, né per la donna, né per la coppia (gay o etero che sia) e il segreto di una vita felice o perlomeno "umana", normale, è comprendersi, venirsi incontro e sopportarsi, oltre che sUpportarsi a vicenda, senza pretendere di imporsi sul partner al punto da annullarlo completamente. E questo, ovviamente, vale per donne e uomini in egual misura. Queste riflessioni scaturiscono da un tourbillon di eventi che non lascia allo spettatore neppure un tempo morto durante il quale annoiarsi, tra dialoghi al fulmicotone, situazioni al limite del paradossale, una bella colonna sonora, immagini coloratissime e un mix vincente di costumi, make-up e scenografie capaci di trasformare Stepford nel sogno di ogni desperate housewife che si rispetti, di ogni amante del kitsch e nell'incubo di chiunque pensi anche un minimo fuori dal coro, come i poveri Joanna, Bobbie e Roger.


A proposito di questi tre personaggi. Nicole Kidman nei panni della moglie in carriera prima e trasandata poi è onestamente poco credibile. Troppo bella per essere sciatta, troppo perfetta e signorile per non risultare caricaturale in questa sua interpretazione, anche se in un parterre di macchiette riesce in qualche modo ad amalgamarsi. C'è da dire che lei, assieme a Matthew Broderick e allo stesso Frank Oz ("reo" di essersi messo a novanta davanti alla Paramount e di aver lavorato essenzialmente col pensiero fisso di non scontentare i produttori, tanto da arrivare a litigare con mezzo cast), hanno dichiarato in seguito di essersi pentiti di avere partecipato al film e purtroppo si vede come anche durante le riprese non fossero molto convinti. Tolto Broderick che è praticamente un gatto di marmo, la Kidman è infatti spesso eclissata da una Bette Midler esilarante (la sequenza del Natale mi ha uccisa dalle risate), una Glenn Close perfettamente a suo agio nei panni del boss delle mogli e uno scoppiettante Roger Bart, talmente sissy nel suo essere gay da far vergognare persino il Jack di Will & Grace. Non pervenuto il povero Christopher Walken, ancora più gatto di marmo di Broderick e incapace di conferire al personaggio di Mike quel tocco luciferino che avrebbe meritato e che mi sarei aspettata dall'attore. A parte gli innegabili difetti, comunque, La donna perfetta è un film che mi ha divertita parecchio. Come ho detto, questo "entusiasmo" nasce dal fatto di non aver mai visto La fabbrica delle mogli oltre che dall'amore per lo stile di scrittura di Paul Rudnick, altrimenti penso non sarei stata così indulgente, nemmeno con la festeggiata Nicole.


Nicole Kidman è già comparsa parecchie volte sulle pagine del Bollalmanacco, ecco l'elenco dei post:

Scendi Zac Efron che lo piscio: imbarazzante in The Paperboy (2012)


Elegantissima e angosciante in Stoker (2013)


Altro scivolone: Paddington (2014)


Dimenticabile in La famiglia Fang (2015)


Fuori di testa in Genius (2016)


Dolcemente materna in Lion - La strada verso casa (2016)


Intensa in L'inganno (2017)


Il ritorno recente al cinema con le palle: Il sacrificio del cervo sacro (2017)


Di nuovo madre, di nuovo a lottare per il figlio in Boy Erased - Vite cancellate (2018)


Combattente spaccaculi in Aquaman (2018)


Qui invece trovate l'elenco degli altri omaggi alla brava attrice:

La bara volante - Da morire
Pensieri Cannibali - Destroyer
Non c'è paragone - Il sacrificio del cervo sacro
La fabbrica dei sogni - Il matrimonio di mia sorella
Director's Cut - Moulin Rouge
La stanza di Gordie - The Others
Una mela al gusto pesce - Amori e incantesimi
Stories. - Big Little Lies (stagione 1)

domenica 3 febbraio 2019

The Wife - Vivere nell'ombra (2017)

Un altro film che mi ero persa e che ho recuperato in vista degli Oscar è The Wife - Vivere nell'ombra (The Wife), diretto nel 2017 dal regista Björn Runge, tratto dall'omonimo romanzo di Meg Wolitzer e candidato all'Oscar per la Miglior Attrice Protagonista, Glenn Close.


Trama: quando lo scrittore Joe Castleman vince il Premio Nobel per la letteratura, lui e la moglie volano a Stoccolma ma l'evento felice si trasforma fin da subito in un crogiolo di risentimento...



Di The Wife mi avevano detto peste e corna ed effettivamente non sarà mai un film particolarmente memorabile, soprattutto per la carriera di una Glenn Close candidata per un ruolo meno interessante rispetto ad altri da lei interpretati (ricordiamoci che la Close ha mancato l'Oscar per Le relazioni pericolose e ho capito che l'ha battuta Jodie Foster ma, insomma, un po' di vergogna), tuttavia l'ho trovato una pellicola gradevole e angosciante, graziata da due attori bravissimi. Quella di The Wife è una storia che gioca di sottrazione. Ciò che è importante, infatti, non sono i dialoghi ma quello che non viene detto, gli sguardi degli attori, le loro espressioni che stridono con quello che dovrebbe, di regola, essere il momento più felice per i due protagonisti. Joe Castleman ha appena vinto il Premio Nobel per la letteratura ed è innamoratissimo della moglie Joan. Quest'ultima è la sposa che tutti vorrebbero avere: premurosa, pratica, gestisce marito e famiglia come fosse la cosa più facile del mondo, sostiene la carriera dello sposo rimanendo defilata, in rispettoso silenzio. Eppure, c'è qualcosa nello sguardo e nell'atteggiamento di Joan che spinge lo spettatore a non credere all'illusione di un matrimonio e una vita perfetti. Si potrebbe banalmente pensare alla stanchezza di dover sopportare un ego grande come quello di Joe, di fare da balia a un uomo incapace di gestirsi e già vittima di diversi infarti, di essere sempre considerata solo "la moglie dello scrittore famoso", un oggetto o un cucciolo carino che quest'ultimo si porta appresso come un trofeo, e non le si potrebbe dare torto per questo, anche se l'invidia è sempre un sentimento biasimevole. Ovviamente, la questione è un po' più complicata e The Wife scopre le sue carte a poco a poco così che, anche se il segreto di Joan viene intuito fin dal primo flashback e rivelato definitivamente a metà film, è comunque interessante vedere come le parole taciute esplodono nelle mani consapevoli dei personaggi e di tutti quelli che, senza saperlo, sono stati toccati e afflitti da questo oscuro mistero.


Glenn Close e Jonathan Pryce sono entrambi molto bravi e sicuramente lei si accolla il personaggio più difficile, offrendo un'interpretazione misurata e silente, defilata, quasi lo spettatore si trovasse davanti una pentola che ribolle di una furia lasciata trapelare da occhiate gelide, da un contegno eccessivamente composto, da un'ironia in qualche modo triste; non nego che, per quanto abbia trovato superiore Olivia Colman, l'interpretazione di Glenn Close non mi è affatto dispiaciuta, anzi, l'ho trovata molto emozionante, soprattutto nei momenti di interazione col sottovalutato Jonathan Pryce, attore che a me è sempre piaciuto moltissimo e che si ritrova per le mani un personaggio codardo e fanfarone ma fondamentalmente, in qualche modo, odiosamente "buono", vittima di inettitudine e noncuranza più che di reale cattiveria. A mio avviso i due attori si equivalgono per quel che riguarda la bravura, l'unico vero difetto di The Wife è, piuttosto, la scelta di inserire dei flashback (per quanto indispensabili) caricati sulle spalle di due interpreti non particolarmente meritevoli, tra i quali figura peraltro la figlia di Glenn Close. Onestamente, per il resto la realizzazione generale del film non è granché degna di nota e The Wife si conferma semplicemente un prodotto ordinario, gradevole dall'inizio alla fine, capace di far emozionare sul finale (ammetto di avere pianto, cosa che non è successa con A Star Is Born, guarda un po') e anche di fare un po' riflettere sul trattamento riservato alle donne in campo artistico, con gli esponenti del cosiddetto sesso debole troppo spesso costretti a scegliere tra ciò che la società ritiene più opportuno per loro (famiglia, figli, matrimonio) e le proprie aspirazioni, ritenute frivole ed inutili. Un film non da Oscar e sicuramente non memorabile ma che lo stesso sono stata contenta di vedere.


Di Glenn Close (Joan Castleman), Jonathan Pryce (Joe Castleman), Christian Slater (Nathanial Bone), Harry Lloyd (Joe da giovane) ed Elizabeth McGovern (Elaine Mozell) ho già parlato ai rispettivi link.

Björn Runge è il regista della pellicola. Svedese, ha diretto film come Daybreak. Anche sceneggiatore e produttore, ha 58 anni e un film in uscita.


Max Irons, che interpreta David Castleman, è figlio dell'attore Jeremy Irons mentre Annie Starke, che interpreta Joan da giovane, è figlia della stessa Glenn Close. Quest'ultima, per inciso, avrebbe voluto Gary Oldman nel ruolo di Joe ma l'attore purtroppo non era disponibile. ENJOY!



lunedì 7 gennaio 2019

Golden Globes 2019

Buon lunedì a tutti! Ecco a voi il consueto, rapido riassunto dei vincitori per i Golden Globes 2019, quest'anno meno ignorante del solito, ché qualche film è arrivato in anticipo anche in Italia e giusto in tempo. ENJOY!



Miglior film - Drammatico
Bohemian Rhapsody (USA, 2018)
Era quasi scontato, soprattutto se a competere c'era "roba" come Black Panther, a mio avviso incandidabile come miglior film drammatico. Da recuperare assolutamente BlacKkKlansman, film che non sono riuscita a vedere ma che è finito nel 90% delle classifiche lette on line.

Miglior film - Musical o commedia
Green Book (USA, 2018)
Ho visto ieri sera il trailer al cinema e devo dire che non vedo l'ora che arrivi il 31 gennaio per poterlo guardare. Peccato per Vice - L'uomo nell'ombra, di cui spero di poter parlare domani, perché è davvero bellissimo, mentre sospendo il giudizio per La favorita, anch'esso di imminente uscita.

Miglior attore protagonista in un film drammatico
Rami Malek in Bohemian Rhapsody
Avendo visto solo la sua performance non posso che esserne contenta ma senza esagerare, poiché mi tocca sospendere il giudizio. Fisicamente Malek è davvero perfetto, comunque, e ha molte probabilità di portarsi a casa un Oscar.


Miglior attrice protagonista in un film drammatico
Glenn Close in the Wife - Vivere nell'ombra
Film uscito in Italia che non ho avuto modo di vedere. Anzi, in realtà tutte le attrici candidate erano per me un'incognita, lo ammetto.

Miglior attore protagonista in un film musicale o commedia
Christian Bale in Vice - L'uomo nell'ombra
L'unico motivo che mi ha fatta rimpiangere di non aver visto Vice in v.o. è proprio Christian Bale, con la sua bocca storta ad indicare un difetto di pronuncia o qualcosa di simile, ovviamente assente nel doppiaggio italiano. Impressionante la sua trasformazione in Dick Cheney, davvero. A parte Lin-Manuel Miranda, a mio avviso incandidabile, non ho ancora avuto modo di vedere le performance degli altri candidati ma mi interessano tutti parecchio.

Ringraziare Satana per l'ispirazione: check!
Miglior attrice protagonista in un film musicale o commedia
Olivia Colman in La favorita
Motivo in più per aspettare La favorita, anche se mi piacerebbe molto recuperare Tully. Deliziosa anche la Blunt ne Il ritorno di Mary Poppins ma non abbastanza per un Golden Globe.

Miglior attore non protagonista
Mahershala Ali in Green Book
Premesso che Sam Rockwell nei panni di Bush è qualcosa di spettacolare, sono curiosa di vedere Ali in Green Book, anche se come attore non mi ha mai fatta impazzire molto. E siccome adoro Richard E. Grant dovrò aspettare con ansia anche l'uscita di Copia Originale.

Miglior attrice non protagonista
Regina King in Se la strada potesse parlare
Di tutte le candidate, ha vinto proprio l'unica che non conoscevo. Il film uscirà in Italia a San Valentino ma è un genere (ragazza incinta e problemi assortiti derivanti dalla sua condizione) che proprio non mi attira, peccato. E peccato anche per la bravissima Amy Adams.

Miglior regista
Alfonso Cuarón
Obiettivamente, credo non potesse competere nessuno, ché Roma è pura arte visiva. Quindi, bravo Cuarón!


Miglior sceneggiatura
Nick Vallelonga, Brian Hayes Currie e Peter Farrelly per Green Book
Mi dispiace tantissimo per lo scoppiettante McKay ma non per Cuarón e i suoi ricordi d'infanzia, con tutto il rispetto. Sale tantissimo l'attesa per Green Book, lo ammetto!

Miglior canzone originale
Shallow di Lady Gaga, Mark Ronson, Anthony Rossomando e Andrew Wyatt, per il film A Star is Born
Splendida, premio meritatissimo. Ma le altre canzoni non le ho sentite quindi potrei anche sbagliare.

Miglior colonna sonora originale
First Man - Il primo uomo di Justin Hurwitz
Colonna sonora che nemmeno ricordo, a differenza di quella bellissima de L'isola dei cani e quella deliziosa ma un po' troppo Disneyana de Il ritorno di Mary Poppins.

Miglior cartone animato
Spider-Man: Un nuovo universo (USA 2018)
Ora mi maledico davvero per non aver recuperato quello che è, a detta di tutti, il miglior cartone dell'anno. Peccato per L'isola dei cani e tantissima curiosità per Mirai, che devo assolutamente recuperare!!

Miglior film straniero
Roma (Messico/USA, 2018)
Ne parlerò nei prossimi giorni. Un film che, obiettivamente, cresce dentro lo spettatore e si fa apprezzare col tempo. Da recuperare anche Un affare di famiglia, prima che arrivi la notte degli Oscar.


Due righe anche sulle serie TV, sulle quali come al solito non posso pronunciarmi visto che ne seguo pochissime. Mi perplime parecchio la vittoria di American Crime Story, che alla prima stagione  poteva giusto allacciare le scarpe, soprattutto quando mi si dice che Sharp Objects (ancora da recuperare) sia splendido; quest'ultima serie si è consolata con la vittoria di Patricia Clarkson anche perché, se avesse vinto la terribile Cruz con la sua inquietante Donatella Versace, mi sarei sparata, bene invece per Darren Criss, il cui Andrew Cunanan è la cosa migliore di tutto il bailamme Versaciano. E con questo è tutto... ci si risente per gli Oscar! ENJOY!

domenica 10 dicembre 2017

Seven Sisters (2017)

Con un ritardo devastante arrivo finalmente a parlare anch'io di Seven Sisters (What Happened to Monday), diretto dal regista Tommy Wirkola. NO SPOILER, anche se probabilmente il film l'avrete già visto tutti.


Trama: A causa della sovrappopolazione, nel futuro alle famiglie viene consentito di avere un solo figlio mentre gli altri eventuali bambini vengono messi in stasi criogenica. In qualche modo, sette sorelle sono riuscite a sottrarsi a questo destino creandosi una comune identità fittizia ma un giorno la prima sorella, Monday, scompare e cominciano i guai...


Mi avevano detto che Seven Sisters era molto bello ma tra una cosa e l'altra ne ho rimandato la visione finché non è uscito al cinema in Italia. Onestamente, parliamoci chiaro: non so quante persone siano andate a vederlo in sala visto che il film è stato reso disponibile già mesi fa sulla versione USA della piattaforma Netflix (con ovvie conseguenze di cui non starei a parlare, tanto ci siamo capiti) e non so nemmeno perché la distribuzione italiana prenda queste cantonate a ridosso del Natale, con un sacco di film "importanti" che rischiano di eclissarlo (infatti a Savona non è uscito) e, soprattutto, a rischio di appiattire la pellicola con un doppiaggio/adattamento indecenti (Lucia dixit e io mi fido). Sta di fatto che è un peccato perché Seven Sisters è davvero un bellissimo esempio di action distopico e meriterebbe di venire visto da quante più persone possibili soprattutto perché, sì, sullo schermo gigante di un cinema la vicenda delle sorelle Settman dovrebbe essere una botta di adrenalina mica da ridere. D'altronde, a Tommy Wirkola ho voluto bene sin dai tempi di Dead Snow, il regista ha il gusto del sangue (tanto sangue ma anche occhi, dita mozzate, morti particolarmente violente e "gratuite") e dell'azione, non è pacchiano né confuso nemmeno quando gli mettono per le mani una potenziale ciofeca come Hansel e Gretel cacciatori di streghe, che inaspettatamente all'epoca mi era parecchio piaciuto: gli basta prendere degli attori dal forte piglio badass, mettere in piedi delle convincenti scene d'azione dove, a scelta, ci si spara o ci si pesta pesantemente e ritagliare dello spazio sia per un po' di sana inquietudine sia per qualche siparietto divertente. Va detto inoltre che nel corso di Seven Sisters ho pianto senza ritegno e che la rivelazione sul pre-finale mi ha messo un'angoscia indicibile in quanto buttata in faccia allo spettatore senza troppi giri di parole, il che ha reso la pellicola qualcosa di più di un semplice action violento, arrivando a toccare anche delle corde emotive, cosa che non mi sarei mai aspettata. E più non dimandate, perché parlare della trama di Seven Sisters vorrebbe dire inciampare in spoiler continui, non mi sembra il caso.


Parlerò quindi un po' di Noomi Rapace, che nel film interpreta ben sette sorelle, uguali ma ognuna ben distinta dalle altre per quel che riguarda non solo le scelte di stile ma anche per il carattere. Ora, la Rapace non è proprio una signora attriciona e la versione originale del film ne mette in risalto anche la dizione non proprio perfetta, sporcata dall'accento svedese (ma chissene, il film è una co-produzione europea ed è palesemente ambientato in una non meglio specificata "confederazione" dove la moneta è l'euro), però è comunque una gioia per gli occhi vederla interpretare a volte l'eroina determinata, altre il pulcino terrorizzato, altre ancora la fatalona fredda come il ghiaccio, prestandosi ad una sceneggiatura di una cattiveria talvolta incredibile. La Rapace è dotata di un perfetto mix di fascino, fragilità e fisico talmente palestrato che durante determinate inquadrature mi veniva da piangere pensando alle mie forme da budino Elah, ricorda un po' le eroine "maschie" di alcuni film anni '80/'90 con una buona dose di sentimento in più quindi secondo me è perfetta per il ruolo delle sorelle Settman. Buono anche il cast di supporto, con un Willem Dafoe stranamente paterno (almeno finché... no, niente, lo ha fatto a fin di bene, dai) e probabilmente pagato a cottimo da Netflix visto che spunta in ogni loro produzione, e una Glenn Close particolarmente detestabile (nobile proposito il suo, eh, però anche un po' baffangulo!). Molto caruccia anche la bimbetta presa per incarnare la versione infantile delle Settman, anche lì una sola attrice visto che probabilmente sette tutte uguali sarebbero state un po' difficili da recuperare. Mi rendo conto che questo è un post un po' più stringato del solito ma ho deciso di fermarmi qui visto che, come ho detto sopra, ogni parola in più rischierebbe di compromettere la visione di Seven Sisters. Aggiungo solo che la pellicola di Wirkola è una delle più interessanti ed "esaltanti" uscite quest'anno quindi sarebbe davvero un peccato perdersela!


Del regista Tommy Wirkola ho già parlato QUI. Noomi Rapace (le sorelle Settman), Glenn Close (Nicolette Cayman) e Willem Dafoe (Terrence Settman) li trovate invece ai rispettivi link.

Marwan Kenzari interpreta Adrian Knowles. Olandese, ha partecipato a film come Autobahn - Fuori controllo, La mummia e Assassinio sull'Orient Express. Ha 34 anni e due film in uscita tra cui il live action di Aladdin, dove interpreterà Jafar!


Christian Rubeck, che interpreta Joe, è un aficionado di Wirkola in quanto ha partecipato sia a Dead Snow 2 che a Hansel e Gretel - Cacciatori di streghe. Se Seven Sisters vi fosse piaciuto potrebbe essere giunto il momento di recuperare gli altri film del regista!



mercoledì 29 ottobre 2014

Guardiani della Galassia (2014)

In Italia abbiamo dovuto aspettarlo per mesi, io ho dovuto attendere un paio di giorni in più ma finalmente posso dire la mia sull'ultimo film Marvel, Guardiani della galassia (Guardians of the Galaxy), diretto e co-sceneggiato dal regista James Gunn.


Trama: il mercenario e ladro Peter Quill, detto Starlord, ruba un potentissimo artefatto senza conoscerne il vero valore e senza sapere che il malvagio alieno Ronan progetta di utilizzarlo per distruggere un intero pianeta. Sulle tracce di Starlord si mettono quindi Gamora, ex alleata di Ronan, i due mercenari Rocket e Groot e il taurino Drax, che vuole vendicarsi di Ronan...


Guardiani della Galassia è stato davvero una bella sorpresa. Chi s'immaginava che, con un cast di personaggi praticamente sconosciuti sia al grande pubblico che a molti lettori di comics (me compresa) la Marvel riuscisse a tirare fuori un film in grado di coniugare divertimento, un pizzico di epicità, grandi effetti speciali e persino qualche lacrima? Sicuramente non io, che sono andata a vederlo giusto per il trailer che utilizzava le note di Hooked on a Feeling e schiaffava in bella vista il musetto incazzoso di un procione armato di fucile ma sotto sotto sposavo lo scetticismo Ortolaniano e temevo una gigantesca e pacchiana belinata. E invece, nonostante Guardiani della Galassia non sia l'erede di Star Wars come molti critici tendono a spacciarlo, mi sono divertita un sacco e mi sono anche affezionata ad un paio di personaggi, nella fattispecie il procione Rocket e soprattutto il dolcissimo alberone Groot, un essere talmente magico ed espressivo che gli Ent di Peter Jackson sono stati costretti a chinare il capo e ammettere la sconfitta. Non è tutto oro quello che luccica, ci mancherebbe, soprattutto a livello di trama: il film è un po' troppo lungo e la durata si sente, soprattutto perché manca un villain degno di questo nome, in grado impedire allo spettatore una visione tranquilla (Ronan sarà anche pazzo ma, diciamocelo, ha il carisma di una patata, meglio Thanos che si vede poco ma ti fulmina con uno sguardo), poi molte cose vengono date per scontate, tanto che il mio compagno di visione dopo dieci minuti mi ha sussurrato un costernato "Non ci sto capendo niente!", ma piano piano la matassa si dipana. Anche se sicuramente Gunn poteva osare di più a livello di trash ed umorismo corrosivo, il film prosegue abbastanza scorrevole tra un'esplosione, una mossa di wrestling e una fuga mirabolante, in mezzo alle quali la Disney riesce persino ad infilarci un positivo elogio dell'amicizia e della famiglia e, soprattutto, le risate e le gioie cinefil-nerd (Footloose è una continua fonte d'ispirazione!) si sprecano.


Non ho visto Guardiani della Galassia in 3D ma per quel che mi riguarda gli effetti speciali in generale e in particolare la computer graphic che anima i personaggi sono di prim'ordine; la barriera delle navicelle di Nova Prime è impressionante mentre Rocket (tutto pelosino e giustamente incazzoso!) e Groot (a cui basta uno sguardo per esprimere molte più emozioni degli attori in carne ed ossa) sembrano veri, tanto da surclassare buona parte del cast. Se Bautista, infatti, è perfetto quanto Michael Rooker per il ruolo, rispettivamente, di gigante buono e carogna intergalattica, i due protagonisti Pratt e Saldana non brillano né per carisma né per espressività mentre la marea di guest star eccellenti (Glenn Close e Benicio Del Toro su tutti) risultano abbastanza sacrificate. Tutto questo renderebbe Guardiani della Galassia un film carino, divertente e nulla più ma per fortuna ci sono la colonna sonora e un sacco di citazioni anni '80 ad alzarne il livello qualitativo; per buona parte della pellicola, infatti, si canticchia e si balla sulla poltrona grazie all'inseparabile Awesome Mix Vol.1 di Quill, mentre una lacrima nostalgica scende furtiva ad annebbiare la vista, soprattutto quando un certo personaggio si scatena sulle note di I Want You Back dei Jackson Five. A proposito di personaggi, OVVIAMENTE, non lasciate la sala prima della fine dei titoli di coda e preparatevi ad un'ovazione di livello "Chuck Norris che compare ne I Mercenari", magari incrociando le dita perché QUELL'altro personaggio possa venire recuperato nel prossimo, delirante film Marvel. Per concludere, Guardiani della Galassia è un ottimo antipasto per quello che sarà il filmone dell'anno prossimo, The Avengers: Age of Ultron, e se la Marvel sarà abbastanza furba da lasciare le redini di un eventuale sequel a giovani autori del calibro di James Gunn (magari con un po' più di libertà creativa, meno vincolati alle direttive della Casa del Topo)  potrebbe anche uscire un capolavoro. Io, di sicuro, se ci saranno di nuovo Groot e Rocket mi fionderò a vederlo!


Del regista e co-sceneggiatore James Gunn, che compare nei panni di un Sakaaran, ho già parlato QUI. Chris Pratt (Peter Quill), Zoe Saldana (Gamora), Bradley Cooper (doppiatore originale di Rocket), Michael Rooker (Yondu Udonta), John C. Reilly (Dey), Glenn Close (Nova Prime), Benicio Del Toro (il Collezionista), Gregg Henry (il nonno di Quill), Josh Brolin (non compare nei credits ma è lui Thanos), Rob Zombie (anche lui non accreditato, doppia in originale il navigatore dei Ravager), Seth Green (sempre non accreditato, è la voce originale di QUEL personaggio che compare dopo i titoli di coda) e Nathan Fillion (l'alieno che Groot prende per il naso) li trovate ai rispettivi link.

Dave Bautista (vero nome David Michael Bautista Jr.) interpreta Drax. Americano, famoso principalmente come wrestler, ha partecipato a film come Il re scorpione 3 - La battaglia finale, L'uomo con i pugni di ferro e Riddick. Ha 45 anni e tre film in uscita.


Vin Diesel (vero nome Mark Sinclair Vincent) è il doppiatore originale di Groot. Americano, lo ricordo per film come Salvate il soldato Ryan, Pitch Black, Fast and Furious, Compagnie pericolose, xXx, The Chronicles of Riddick, Fast & Furious - Solo parti originali, Fast & Furious 5, Fast & Furious 6 e Riddick, inoltre aveva già lavorato come doppiatore per Il gigante di ferro. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 47 anni e tre film in uscita.


Lee Pace interpreta Ronan. Americano, ha partecipato a film come Lincoln, Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato e Lo Hobbit - La maledizione di Smaug. Ha 35 anni e tre film in uscita tra cui l'imminente Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate, in cui interpreta Thranduil.


Karen Gillan interpreta Nebula. Scozzese, ha partecipato a film come Oculus - Il riflesso del male e a serie come Doctor Who. Ha 27 anni e tre film in uscita.


Djimon Hounsou interpreta Korath. Originario del Benin, ha partecipato a film come Stargate, Il gladiatore, In America, Blueberry, Constantine, Blood Diamonds e a serie come Beverly Hills 90210, E.R. Medici in prima linea e Alias. Anche produttore, ha 50 anni e sette film in uscita tra cui l'ennesima versione di Tarzan.


L'elenco di guest star presenti in Guardiani della Galassia è praticamente infinito: Laura Haddock, che interpreta la madre di Starlord, era comparsa brevemente anche in Capitan America - Il primo Vendicatore, l'onnipresente Stan Lee è il vecchiaccio laido che Rocket spia in compagnia di una donzella aliena, Peter Serafinowicz, ovvero l'odioso Pete di Shaun of the Dead, interpreta Saal, Sean Gunn, fratello del regista James, veste i panni di Kraglin e, soprattutto, è stato il modello per la motion capture con cui è stato realizzato Rocket, Alexis Denisof torna dopo The Avengers come servo di Thanos mentre il fondatore della Troma Lloyd Kaufman lo potete vedere tra i carcerati all'interno della prigione. Anche Robert Downey Jr. avrebbe dovuto comparire brevemente nei panni di Iron Man se nel frattempo non avesse annunciato che non avrebbe mai più ripreso il ruolo; fortunatamente, Robertino ci ha ripensato e nei prossimi anni lo vedremo ancora come Tony Stark! Tra i cambiamenti all'interno del cast invece c'è da dire che Djimon Hounsou si era offerto per il ruolo di Drax e Lee Pace per quello di Quill ma entrambi sono poi finiti ad ingrossare le fila dei cattivi. Per finire, se Guardiani della Galassia vi fosse piaciuto preparatevi perché nel 2017 dovrebbe uscire il seguito, nel frattempo però recuperate tutti i film Marvel usciti finora: Iron Man, L'incredibile Hulk, Iron Man 2, Thor, Captain America - Il primo vendicatore, The Avengers, Iron Man 3, Thor: The Dark World, Captain America: The Winter Soldier! ENJOY!


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