martedì 10 giugno 2014

Maleficent (2014)

Come avrete capito ieri, è tempo di Crossposting! Dopo il post doppio su La bella addormentata nel bosco, io e Acalia Fenders del blog Prevalentemente Anime e Manga abbiamo deciso di completare l'opera parlando dell'ultima fatica live action della Disney, Maleficent, diretto dal regista Robert Stromberg. IL POST DI ACALIA POTETE TROVARLO QUI.


Trama: La fata Malefica, dopo un orribile tradimento, abbraccia la via dell'oscurità e maledice la figlia neonata del Re Stefano, suo acerrimo nemico. Aurora, come vuole la fiaba, cresce in bellezza, intelligenza e dolcezza... Malefica rimarrà immune al suo fascino o nel petto della strega batte ancora un cuore?


Che dire. Maleficent è ben fatto. Nonostante l'ausilio di un 3D che scurisce la fotografia e rende quasi incomprensibili alcuni passaggi, la pellicola del premio Oscar per la scenografia Robert Stromberg è, giustamente, uno spettacolo per gli occhi fatto di meravigliosi esseri fatati, terribili mostri e splendidi paesaggi di squisita irrealtà che potrebbero tranquillamente affiancarsi a quelli nati dalla mente di Tolkien. Poi, ovviamente, c'è Angelina Jolie. Come descrivere questa meravigliosa dea alata che si staglia in volo contro il tramonto, chiaro simbolo di libertà e vittoria? Come descrivere il suo aspetto regale, la caustica freddezza e la malvagia ironia che guizzano negli inquietanti occhi di Malefica o l'incredibile perfezione di una bocca che pare dipinta da un artista? Verrebbe voglia di prenderla a schiaffoni sugli zigomi da tanto è gnocca nonostante le corna che porta in testa, maledetta lei, che catalizza l'intera attenzione dello spettatore mentre qualunque altro attore utilizzato nella pellicola fa la figura della rana pescatrice, del nuovo mostro lasciato a piede libero! Come si può, infine, non apprezzare la Disney per la progressiva demolizione dell'antiquato concetto di "amore a prima vista", già cominciata col bellissimo Frozen - Il regno di ghiaccio e proseguita in questo Maleficent con il chiaro intento di espandere il concetto di "amore" a tutte le manifestazioni di affetto, che sia di coppia, fraterno o materno (ora manca giusto un'apertura alla bisessualità ma insomma, immagino questo non avverrà mai!)? Tutte gran belle cose, nevvero? Ecco, godetevele finché potete perché adesso parliamo del motivo per cui Maleficent, in definitiva, è stato per me un gran diludendo.

L'Orrore.
Ora, immaginate che Ursula, l'esilarante e terribile strega de La Sirenetta, fosse in realtà una filiforme ed apprezzatissima cantante sottomarina. Un giorno arriva Tritone e le fa bere una pozione che la rende grassa e priva di voce, solo per poter mettere sul palco una sua protetta come farebbe un qualsiasi politico italiano. Ursula, divenuta non solo inguardabile ma anche malvagia, per rovinargli la vita decide di rifarsi sulla figlia Ariel ma vedendo che, in effetti, la giovinetta è sì un po' svampitella e nescia ma fondamentalmente buona, a poco a poco si pente e decide di aiutarla a coronare il suo sogno di vivere sulla terra e sposare il principe Eric. Tritone, in tutto questo, non pago di avere rovinato la vita alla povera Ursula che si faceva i fatti suoi, non smette di tormentarla senza un motivo apparente e, così facendo, perde la sua dignità di Re, scettro, corona e compagnia cantante, col risultato che al granchio Sebastian tocca salire sul trono dopo che Tritone si è soffocato coi tentacoli di Ursula cercando di ucciderla. Bella schifezza di storia, vero? Vi sento già inveire contro una simile bruttura ma sappiate che la storia di Maleficent, il fantomatico "retroscena" che dai trailer prometteva cattiveria, malvagità, epiche battaglie e terribili esempi di giustissima vendetta, è in realtà un insieme di enormi punti interrogativi grondanti melassa. Anzi, veramente l'unico punto interrogativo è Re Stefano, il personaggio peggio scritto dell'intera storia della Disney. Uno che, senza fare troppi spoiler, si ritrova a passare dallo status di simpatico e corretto comprimario a quello di merda talmente patentata che farebbe rabbrividire Jafar, Scar, Majin-Bu e financo Mick Taylor, un uomo talmente bolso (grazie Sharlto Copley, poi torniamo a parlare di te!!), stronzo, inutile e assurdamente incarognito che più di una volta mi sono ritrovata ad allargare le braccia sconsolata esclamando "Ma perché??!! Che senso ha??!". La cosa più sciocca del film, infatti, è che per imprigionare Malefica in un bozzolo di stucchevole melassa si è deciso d'amblé di trasformare il resto del cast in una banda di bizzosi, incapaci decerebrati, a partire dalle fatine per arrivare al principe mollo, sul quale stenderei un velo pietoso.


Dici, vabbé, la storia è imbarazzante e la caratterizzazione dei personaggi, salvo Malefica e il corvo Fosco, è anche peggio ma almeno gli attori saranno bravi? Oddio, diciamo che si vede la mano di Angelina Jolie come produttrice. La futura signora Pitt, assente dallo schermo da almeno 4 anni, evidentemente dev'essersi guardata allo specchio e, in un momento di follia, dev'essersi fatta venire delle paranoie da adolescente perché il cast di contorno è formato dagli attori più brutti e mosci esistenti in circolazione. Persino Elle Fanning, normalmente capace e bellina, si limita a sfoggiare un sorriso berlusconiano per l'intera durata della pellicola, gareggiando in espressività con la muraglia spinosa creata dalla strega Malefica. Delle fatine, interpretate da attrici del calibro di Imelda Staunton e Juno Temple, non voglio nemmeno parlare, provo imbarazzo per loro poveracce, quindi mi limiterò a lanciare altri strali sulla rara bruttezza di Sharlto Copley, assolutamente inadatto ad interpretare Re Stefano, e sulla faccia morta di sonno di Brendon Thwaites, che già mi aveva convinta poco in Oculus ma che qui ridefinisce il concetto di inutile calandosi nei panni del bell(?)addormentato Filippo. E a proposito di Stefano e Filippo. Adattatori miei, sembrava di guardare un episodio di Sensualità a Corte, mancavano solo Jean Claude e Cassandra perché, purtroppo, anche il termine Fata Madrina è stato usato più e più volte: lasciare Stefan e Philip vi faceva tanto schifo? Tanto quale bambino si ricorda più i nomi usati nel cartone animato Disney? Più che altro, i bimbi e gli adulti che li accompagnano ricorderanno ancora la storia originale che, per quanto non priva di difetti, era sicuramente più bella di questa Merolata in cui il sonno di Aurora non dura nemmeno due ore e tutta la magnifica perfidia di una delle più belle villain disneyane evapora in una nube di fumo verdastro. Che peccato, che occasione sprecata. Ridatemi Julia Roberts e Charlize Theron, loro sì che erano veramente Malefiche!!

- 'zzo vuoi? Sono cattiva. Ti mangio. Roargh.
- Ma piantala, dai, mammina. Tanto non ti crede nessuno..
Di Angelina Jolie (Malefica), Elle Fanning (Aurora), Sharlto Copley (Stefano), Imelda Staunton (Giuggiola), Juno Temple (Verdelia) e Brenton Thwaites (Principe Filippo) ho già parlato ai rispettivi link.

Robert Stromberg è il regista della pellicola (subentrato a Tim Burton prima e David Yates poi), al suo primo film. Americano, è maggiormente conosciuto come responsabile degli effetti speciali e direttore della scenografia (ha vinto due Oscar, uno per Avatar e uno per Alice in Wonderland).


Sam Riley interpreta Fosco. Inglese, ha partecipato a film come Control, On the Road e Byzantium. Ha 34 anni e un film in uscita.


Vivienne Jolie - Pitt, figlia di Angelina Jolie e Brad Pitt, compare nei panni della piccola Aurora perché era l'unica bambina a non avere paura della Jolie in versione Malefica (si dice che persino gli altri figli della coppia fossero terrorizzati dalla visione). Tra gli attori "scartati" invece figurano Emma Thompson e Judi Dench, prese brevemente in considerazione per il ruolo delle fate, Jude Law (che, a mio modesto parere, come Re Stefano sarebbe stato molto ma molto meglio di Sharlto Copley) e Miranda Richardson, che avrebbe dovuto interpretare la Regina Ulla, zia di Malefica, personaggio poi eliminato dalla pellicola. Detto questo, se Maleficent vi fosse piaciuto non mancate di recuperare La bella addormentata nel bosco, Frozen - Il regno di ghiaccio e Biancaneve. ENJOY!


lunedì 9 giugno 2014

La bella addormentata nel bosco (1959)

Tornano i doppi Crossposting con Prevalentemente Anime e Manga!! Oggi e domani si parlerà della famosissima storia di Aurora e della maledizione che la colpì appena compiuti i sedici anni, cominciando ovviamente da La bella addormentata nel bosco (Sleeping Beauty), diretto nel 1959 dal regista Clyde Geronimi. QUI trovate il post di Acalia! ENJOY!


Trama: è il giorno della festa di battesimo della principessina Aurora e tutti sono stati invitati tranne la strega Malefica. Risentita, la malvagia scaglia una maledizione sulla piccina: appena compiuti i 16 anni Aurora si pungerà con un fuso e morirà. Le tre fate buone riescono tuttavia a tramutare la morte in un sonno da cui la principessa potrà svegliarsi solo grazie al bacio del vero amore...


La bella addormentata nel bosco è uno dei pochi cartoni animati Disney a non essere stato praticamente consumato dalle ripetute visioni nei giorni d'infanzia. Anzi, se devo essere sincera credo di non averlo mai visto per intero fino a un paio di giorni fa e la visione recente non mi ha portata a pentirmi di questa mancanza, sono sincera. La bella addormentata nel bosco è infatti, a mio avviso, uno dei cartoni più sciocchi mai prodotti dalla Casa del Topo. Nonostante l'apprezzabile aria vintage del character design, lo stile medievale degli sfondi di Eyvind Earle e le musiche arrangiate sulle splendide arie di Tchaikovsky, infatti, la pellicola è talmente povera di eventi interessanti e priva di protagonisti di spessore da risultare un prodotto minore. Saranno inoltre i miei 33 anni che incombono ma anche la morale di fondo l'ho trovata a dir poco imbarazzante, anzi, diciamo pure che la pellicola è priva di un messaggio positivo adatto ai piccini. Se, infatti, il Principe Filippo,vero protagonista della pellicola, deve compiere un semi-consapevole viaggio di maturazione e combattere per ottenere il tanto bramato Vero Amore, armandosi di verità e virtù (la verità incarnata da una spada che deve abbattere le barriere, infuocarsi per uccidere il nemico... la Spada de Foco, vecchio porcello Disney...), la principessa Aurora è invece una povera decerebrata che, all'età di appena 16 anni, non fa altro che sognare il Principe Azzurro che se la prenda e se la sposi e si innamora dopo un minuto del primo (letteralmente) streppone che passa per il bosco, arrivando a fare scene degne di Mario Merola quando le Fate Buone le dicono che, ciccia, tu saresti promessa ehm, tipo, dalla nascita al Principe Filippo. Unglaublich. Avessi una figlia così la riempirei di ceffoni da mane a sera ma evidentemente negli anni '60 questa stupidità quasi immorale rispecchiava la mentalità di madri e giovinette o, meglio, il modo in cui gli uomini vedevano madri e giovinette.


Capirete quindi come La bella addormentata nel bosco sia praticamente impossibile da ricordare per la Bella del titolo, la principessa Disney meno carismatica (ma forse più gnocca) di sempre. Quindi, è una gran fortuna la presenza della divina Malefica, un trionfo di malvagità, rancore e algida bellezza che non viene meno neppure quando il suo sembiante viene "rovinato" dall'aggiunta postuma di un mento assai simile a quello della strega de Il mago di Oz. Ogni comparsa di Malefica porta con sé il Caos e un pericolo palpabile che nemmeno le Fate Buone possono sconfiggere ad armi pari, e non basta la comicità dei suoi tirapiedi per renderla meno terribile agli occhi di un bambino o carismatica a quelli di un adulto. Anche le fatine buone, fortunatamente, offrono un degno ed allegro intrattenimento con le loro scaramucce e i loro goffi tentativi di salvare la piccola Aurora da un triste destino, inoltre sono tutte e tre dotate di una personalità spiccata e ben definita che le rende, ovviamente dopo Malefica, i personaggi migliori dell'intera pellicola. Un altro discorso sono invece i padri dei due futuri sposi che, nonostante siano estremamente divertenti nel corso dei loro litigi, confermano purtroppo l'impronta fondamentalmente maschilista de La bella addormentata nel bosco, dove la Regina Madre è praticamente inesistente, le Fatine svampite hanno un'utilità magica parecchio ridotta (uno dei doni fatti alla bimba è la capacità di cantare... forse era meglio donarle l'intelligenza, santo cielo!), Aurora fa la figura del baccalà e Malefica si ritrova, poveraccia, a fare del suo meglio per non soccombere alla stupidità che la circonda. Diciamo che, nonostante tutto, a lei è andata meglio che alla Jolie... ma di questo parliamo domani, è meglio!!

Clyde Geronimi (vero nome Clito Enrico Geronimi) è il regista della pellicola. Italiano, originario di Chiavenna, ha diretto film come I tre Caballeros, Cenerentola, Alice nel paese delle meraviglie, Le avventure di Peter Pan, Lilli e il Vagabondo, La carica dei 101 ed episodi delle serie Mister Magoo, The Dick Tracy Show e Spider-Man. Anche animatore, sceneggiatore e produttore, è morto nel 1989 all'età di 87 anni.


Eleanor Audley, che doppia Malefica in lingua originale, avrebbe poi prestato la voce anche alla matrigna cattiva di Cenerentola mentre Verna Felton, voce di Flora, è stata Fata Madrina in Cenerentola, zia Sarah in Lilli e il Vagabondo e Regina di cuori in Alice nel paese delle meraviglie. Detto questo, se La bella addormentata nel bosco vi fosse piaciuto, recuperate anche La bella e la bestia, La sirenetta, Cenerentola e Biancaneve e i sette nani. ENJOY!!

venerdì 6 giugno 2014

Oculus - Il riflesso del male (2013)

Con il post dedicato a Oculus - Il riflesso del male (Oculus), diretto nel 2013 dal regista Mike Flanagan, dovrei essermi rimessa in pari con tutti gli horror persi durante il periodo vacanziero e, se posso dire, come conclusione di questa forsennata maratona mi è sembrata decisamente valida!


Trama: l'infanzia dei fratelli Tim e Kaylie è stata funestata da alcuni misteriosi eventi che hanno visto loro padre impazzire ed assassinare la madre, prima di venire ucciso proprio da Tim, rinchiuso poi in manicomio. Il ragazzo, finalmente, viene dimesso ma la sorella Kaylie lo attende all'uscita per costringerlo a rivivere quei terribili eventi...


Di Oculus avevo letto benissimo in varie recensioni e devo dire che come horror non è dispiaciuto neppure a me ed è anche riuscito, a tratti, a mettermi una discreta strizza. Pur non essendo troppo innovativo (lo specchio come veicolo di demoni, il pater familias che impazzisce come un novello Jack Torrance, i sopravvissuti che tornano a "stuzzicare" l'entità quando potevano farsi i fatti loro e campare altri 100 anni...), Oculus riesce a giostrarsi bene tra i vari cliché su cui si basa la sua struttura ed intrattiene molto, soprattutto all'inizio: ho trovato particolarmente divertente, infatti, il piglio "scientifico" con cui la protagonista decide di dimostrare la natura sovrannaturale e maligna dello specchio, arrivando a creare un sistema di difesa virtualmente impenetrabile e, soprattutto, mai visto in nessun altro film di genere (se non contiamo Oculus: Chapter 3 - The Man with the Plan, corto da cui è stata tratta la pellicola). Gli eventi narrati alternano il presente, il passato e le visioni dei due fratelli senza soluzione di continuità né particolari cambiamenti di stile che faciliterebbero la comprensione dello spettatore e questo è un altro punto a favore di una pellicola che gioca molto sui diversi punti di vista, le prospettive (splendide le inquadrature riprese dal punto di vista dello specchio) e le atmosfere, sfruttando con intelligenza le nuove tecnologie senza tuttavia abusarne, rimanendo più nell'ambito di quel genere di ghost story classiche che centellinano i momenti spaventevoli da "salto sulla sedia".


Non che l'horror tout court sia stato bandito da Oculus, anzi. La pellicola di Mike Flanaghan è una delle più bastarde tra quelle viste in tempi recenti perché lascia che il sangue venga sparso goccia dopo goccia attraverso una serie di piccole torture che colpiscono i punti più sensibili del corpo umano (altro non aggiungo perché mi sta venendo la pelle d'oca a scriverne!!), mentre l'abbondanza di ombre, suggestioni e colpi di scena interrotti sul più bello riescono ad alimentare l'ansia molto più di quanto sia in grado di fare il solito paio di mostri ricreati in CG che sembrerebbero ormai quasi inevitabili in questo genere di film. Per quel che riguarda gli attori, non ci si può lamentare. Annalise Basso, Karen Gillian e Katee Sackhoff, rispettivamente figlia da piccola, figlia da grande e madre, offrono tre validissime interpretazioni e soprattutto la terza subisce, nel corso del film, una metamorfosi psicologica che la rende quasi irriconoscibile; personalmente, ho molto apprezzato anche Rory Cochrane che forse, sentendosi sul collo il fiato del Jack Torrance di Jack Nicholson, si è rifugiato in un'interpretazione misurata e perfettamente in linea con la "follia della porta accanto" richiesta dal personaggio. Un po' sottotono, ahimé, il secondo protagonista Brenton Thwaites (il che mi fa temere per The Giver e il personaggio di Jonas, soprattutto dopo il disastroso Filippo di Maleficent, di cui parlerò a giorni), con la faccia inespressiva ma sopraccigliata di chi non sta capendo una benemerita mazza. Insomma, se cercate un horror innovativo forse Oculus non è il film che fa per voi ma, indubbiamente, se cercate una bella ghost story che, per una volta, non stordisce lo spettatore con spiegoni, retroscena o riprese da mockumentary ma, anzi, procede crudele, classica ed implacabile, avete trovato pane per i vostri denti!


Di Rory Cochrane, che interpreta Alan, ho già parlato qui.

Mike Flanagan è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Ghosts of Hamilton Street, Absentia e, ovviamente, il corto da cui è stato tratto Oculus, ovvero Oculus: Chapter 3 - The Man with the Plan. Anche produttore, attore e tecnico degli effetti speciali, ha 36 anni e un film in uscita.


Brenton Thwaites interpreta Tim. Australiano, ha partecipato a film come Laguna blu: il risveglio, Maleficent e alla soap Home and Away. Ha 25 anni e quattro film in uscita, tra cui l'imminente The Giver, dove interpreterà Jonas.


Katee Sackhoff (vero nome Kathryn Ann Sackhoff) interpreta Marie. Americana, famosa per la serie Battlestar Galactica, ha partecipato a film come Halloween - La resurrezione e ad altre serie come E.R. Medici in prima linea, Cold Case, Nip/Tuck (lo strano caso di miscasting per cui Teddy, moglie di Sean, è stata prima interpretata da lei poi sostituita da Rose McGowan, ugualiugualiuguali, eh!), 24, The Big Bang Theory e CSI; come doppiatrice, ha lavorato in alcuni episodi di Futurama, The Cleveland Show e Robot Chicken. Anche produttrice, ha 34 anni e due film in uscita.


Karen Gillan, che interpreta Kaylie, ha partecipato alla serie Doctor Who e la ritroveremo nell'imminente I guardiani della galassia nei panni di Nebula. Per concludere, se Oculus - Il riflesso del male vi fosse piaciuto recuperate il corto che lo ha originato, Oculus: Chapter 3 - The Man with the Plan e altre pellicole come Shining, Amityville Horror, Riflessi di paura e Mirror Mirror. ENJOY!

giovedì 5 giugno 2014

(Gio)WE, Bolla! del 5/6/2014

Buon giovedì a tutti! Pochissime, diludenti uscite questa settimana, non solo a Savona ma in tutta Italia. L'estate sta arrivando.... ENJOY!!!

Three Days to Kill
Reazione a caldo: un tonno al tavolo 5, grazie!
Bolla, rifletti!: non so se si è capito ma con gli action al cinema non vado molto d'accordo. Three Days to Kill mi sembra la versione ripulita, corretta, aggiornata e con daddy issues dello storico Commando con Arnie. E per quanto sia invecchiato bene, il buon Kevin Costner non potrà mai competere con la potenza distruttiva di Arnie o Bruce Willis.

In ordine di sparizione
Reazione a caldo: mai sentito nominare!!
Bolla, rifletti!: il titolo originale di questo film, Kraftidioten, darebbe a intendere che, nonostante l'inizio drammatico (il figlio del protagonista viene ucciso), la storia si sviluppi poi in modo comico o perlomeno grottesco. Leggendo la trama, In ordine di sparizione mi sembrerebbe tanto un Fargo in salsa svedese quindi potrei anche recuperarlo, prima o poi.

Al cinema d'élite torna invece prepotentemente in auge il cinema francese...

Tutta colpa del vulcano
Reazione a caldo: Eyjafjallajökull: salute!!
Bolla, rifletti!: mi piacerebbe vedere i cugini d'oltralpe andare al cinema e chiedere un biglietto per Eyjafjallajökull, che poi sarebbe il titolo originale della pellicola in questione, immagino le grasse risate al botteghino! A parte questo, sulla locandina campeggia il simpatico faccione di Dany Boon quindi aspettatevi la solita commediola francese con un pizzico d'aMMore a condire l'insipido piatto.

mercoledì 4 giugno 2014

Dom Hemingway (2013)

Mi rendo conto che negli ultimi tempi sto privilegiando le nuove uscite a discapito di film più vecchi o rubriche come il Bollalmanacco On Demand ma sono rimasta un po' indietro e tento di recuperare. In questi giorni, per esempio, ho guardato lo spassoso Dom Hemingway, diretto e sceneggiato nel 2013 dal regista Richard Shepard.


Trama: Dopo 12 anni di prigione il folle e sboccatissimo Dom Hemingway esce di prigione. Come prima cosa, decide di recuperare i soldi che gli spettano dal suo ex boss poi cerca di ricostruire il rapporto con la figlia, ma le cose non saranno così facili...


Un monologo sul ca**o recitato con un cacofonico, roboante accento inglese. Ecco come comincia Dom Hemingway, assestandosi subito su un binario di esilarante volgarità appoggiata interamente sulle spalle di un Jude Law ingrassato, imbruttito e, letteralmente, larger than life. Le peripezie di Dom, malvivente di bassissima lega afflitto da problemi di autocontrollo che lo portano, assieme alle epiche sbronze, a rovesciare invettive e pugni contro chiunque gli capiti a tiro, sono uno spiazzante e divertentissimo mix tra i momenti più goliardici di Arancia Meccanica e il sottobosco criminale dipinto nei film di Guy Ritchie, con in più un leggero tocco di classe e wit tutto british che mancava ai film dell'ex Mr. Ciccone. Come in un romanzo picaresco che si rispetti, la storia di Dom Hemingway viene divisa in capitoli che segnano diverse e fondamentali tappe della sua "riabilitazione" e che lo vedono alle prese con vari problemi legati al post-prigionia e, non meno importante, alla presa di coscienza di essere ormai un vanitoso dinosauro, un relitto del passato che dovrebbe smettere di fare il giovincello scapestrato e darsi una regolata per non sputare in faccia alla seconda chance (diciamo anche terza o quarta...) che gli è stata concessa, soprattutto dopo aver perso già troppo a causa del suo carattere bizzoso. Dopo aver soddisfatto i desideri più immediati, nella fattispecie donne, alcool, droga, vendetta e soldi, veri e propri protagonisti della prima, scoppiettante parte del film, nella seconda parte assistiamo ad un naturale rallentamento del ritmo e ad un'atmosfera quasi più malinconica, nella quale Dom è costretto ad affrontare le conseguenze dei suoi atteggiamenti passati per riuscire a ricostruirsi una vita quantomeno dignitosa e a "crescere" come persona. Niente di patetico, per fortuna, e nessun happy ending da Mulino Bianco, ma forse una speranza, come succede nella vita di tutti i giorni, sempre piena di false partenze ed incertezze.


La sceneggiatura di Richard Shepard è brillantissima ed interessante e la sua regia, pur di stampo classico, riesce a non appiattirla, ricorrendo anche ad un'esilarante scena al ralenti dove sfiderei chiunque a non ridere davanti all'oggetto che lo strafattissimo protagonista si vede volare davanti alla faccia. A tal proposito, l'aspetto fondamentale di Dom Hemingway sono i due attori principali, Jude Law e Richard E. Grant, che sullo schermo mostrano una sinergia a dir poco incredibile: Jude Law ha un carisma fuori dal comune e, come ho detto all'inizio, regge sulle sue spalle l'intero film senza mai risultare esagerato o ridicolo ma l'aplomb britannico di Richard E. Grant fa da perfetto contraltare all'incontenibilità dell'amico, creando così una moderna strana coppia di opposti che regala allo spettatore risate a non finire. Valido anche tutto il cast di supporto, a cominciare da quel gigionissimo Demian Bichir già visto in Machete Kills per concludere con l'esilarante gangsta nero afflitto da trauma infantile felino (vedere per credere, ero piegata in due dalle risate!) e non mancano ovviamente personaggi un po' più "realistici" come la figlia di Dom o il tenero e silenzioso nipotino che, a differenza del logorroico nonno, fa breccia nel cuore e nella mente delle persone con un semplice, eloquente sguardo. Insomma, avrete capito che, complici anche una bella colonna sonora e un'azzeccatissimo stile per quel che riguarda abiti e scenografie (le mise di Dickie sono spettacolari ma anche la villa di Mr. Fontaine non scherza!) Dom Hemingway mi è piaciuto davvero un sacco. Ora, il problema è capire se questo mio amore si sarebbe manifestato con la stessa intensità anche davanti all'adattamento italiano perché, come ho detto, buona parte della bellezza del film risiede nei dialoghi e in quel mix di rhyming slang e accento cockney con cui vengono pronunciati, quindi non vorrei che la versione nostrana risultasse inevitabilmente piatta. Voi andatelo comunque a vedere e poi, nel caso, recuperate l'imprescindibile versione in lingua originale!


Di Jude Law (Dom Hemingway), Richard E. Grant (Dickie Black) e Demian Bichir (Mr. Fontaine) ho già parlato ai rispettivi link.

Richard Shepard è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Oxygen, The Matador, The Haunting Party - I cacciatori ed episodi delle serie Ugly Betty, 30 Rock, Criminal Minds, Ringer e Salem. Anche produttore e attore, ha 49 anni.


L'attrice romena Madalina Diana Ghenea, che interpreta Paolina, oltre ad essere una delle protagoniste de I Borgia ha avuto anche la sfortuna di partecipare a I soliti idioti: il film mentre Kerry Condon, che interpreta Melody, è comparsa in This Must Be the Place e un paio di episodi di The Walking Dead. Emilia Clarke infine, che interpreta la figlia di Dom, altri non è se non la "nana ciglioparrucca"® Daenerys de Il trono di spade. Detto questo, se Dom Hemingway vi fosse piaciuto recuperate Lock & Stock - Pazzi scatenati e Snatch - Lo strappo. ENJOY!

martedì 3 giugno 2014

The Sacrament (2013)

Con la recensione di oggi si conclude il mio forsennato recupero horror post-vacanziero e, brutto da dire, mi tocca chiudere biasimando il regista Ti West e il suo The Sacrament, da lui diretto e sceneggiato nel 2013.


Trama: tre reporter di Vice si recano nella comunità denominata Eden Parish, dove si è ritirata la sorella di uno dei tre dopo essersi disintossicata. Apparentemente tutti gli abitanti della comunità vivono come se si trovassero in un paradiso in terra ma non tutto è quello che sembra...


Ti West, mi hai DIluso profondamente. Già me lo aspettavo dalle recensioni lette in giro per i vari blog ma ritenevo davvero che sarei stata immune dal diludendo e avrei fatto la voce fuori dal coro, forse in virtù di quell'Eli Roth che figura tra i produttori. Invece, si può dire? The Sacrament è una palla. Peggio, The Sacrament è di una banalità sconcertante. Ancor peggio, The Sacrament non comunica NIENTE, né una riflessione, né un senso di inquietudine, niente di niente. L'ultima pellicola di Ti West ha un finale già scritto in calce fin dall'inizio del film e la storia si trascina stancamente tra un "ma vah?? Non l'avrei mai detto..." dello spettatore e l'altro scodellando personaggi stereotipati, odiosi e molli come una figa molla. Non c'è possibilità di interessarsi alle sorti dei tre reporter come accadeva invece in The Innkeepers perché l'allegro trio di protagonisti è composto fondamentalmente da deficienti che hanno già pittato tutto il marciume che si nasconde dietro l'apparente perfezione della comunità e, nonostante questo, come dei beoti, attendono l'inevitabile destino quando avrebbero dovuto girare i tacchi e chiamare le autorità appena avvistate le guardie coi fucili automatici. La formula dello pseudo-documentario non riesce a rendere la cosa più realistica né a sconvolgerci con le interviste ai rincoglionitissimi membri della comunità perché, di fatto, non scatta nessun meccanismo in grado di farci provare pietà per queste pecore da macello, al limite un odio sconfinato il cui fulcro si concentra ovviamente sulle figure di Padre e della sorella scema del reporter ma si estende poi a tutta l'inenarrabile manica di cretini immortalata dal regista.


Hai voglia a far ripetere a tutti i personaggi di quanto sia carismatico Padre: ogni volta che Gene Jones, l'attore che lo interpreta, apre bocca fa cadere i maroni per le banalità che ne escono (conciato poi come un'incrocio tra il vecchio Elvis e un bolso poliziotto di provincia...), come se bastasse citare un paio di volte il vangelo con fare misterioso per acquisire un'improvvisa aura di irresistibile magnetismo. Quindi, basare buona parte della storia su un "santone" poco credibile è già un bel passo falso ma purtroppo non è solo questo a non andare nella pellicola. Per esempio, nonostante tutti gli horror visti mi ritengo una persona molto sensibile e, fidatevi, le inquadrature di Ti West sul finale di The Sacrament (indubbiamente l'aspetto più interessante del film, ulteriore conferma della bravura tecnica di uno dei pochi registi in grado di girare un mockumentary senza indurre nausea allo spettatore) avrebbero dovuto farmi sentire depressa, sporca e addolorata mentre invece continuavo a ripensare a tutto ciò che mi era stato detto e mostrato prima e a chiedermi il motivo per cui un film così zeppo di nulla avrebbe dovuto interessarmi. No, davvero, vorrei capire cos'abbia spinto Ti West a prestarsi a girare e, peggio, scrivere una simile belinata. La critica verso laGGente che si fa abbindolare dal primo venuto? Vabbé. La critica verso la società che spinge le persone a rivolgersi ai peggio imbonitori per la disperazione? Meh. La critica verso quei giornalisti che vogliono fare scoop a tutti i costi? Nah, non mi è sembrato. La voglia di girare l'ennesimo mockumentary sperando che gli spettatori avrebbero apprezzato un'altra delle tremilasettecento variazioni sul tema? Illuso. E illusa anche io che, per un attimo, ci avevo creduto. Adesso tocca aspettare al varco Eli Roth col suo The Green Inferno, sperando che non mi diluda anche lui!


Del regista e sceneggiatore Ti West ho già parlato qui. Joe Swanberg (Jake) e AJ Bowen (Sam) li trovate invece ai rispettivi link.

Anche Amy Seimetz, che interpreta Caroline, aveva già partecipato a You're Next come Joe Swanberg e AJ Bowen mentre Gene Jones che, come ho detto, interpreta Father, era il vecchio commesso che rischiava di venire fatto secco da Javier Bardem in Non è un paese per vecchi. ENJOY!

domenica 1 giugno 2014

Wolf Creek 2 (2013)

Come avrete evinto, sto recuperando tutti gli horror/thriller che hanno fatto parlare gli amici cinefili durante la mia doppia assenza. Dopo Cheap Thrills e nell'attesa di vedere finalmente il discusso The Sacrament di Ti West oggi tocca a Wolf Creek 2, diretto nel 2013 dal regista e co-sceneggiatore Greg Mclean.


Trama: l'outback non è più un posto sicuro visto che il terrificante Mick Taylor è tornato a seviziare i turisti che osano avventurarsi nella bella Australia...


Come rammenta bene chi ha letto il post relativo a Wolf Creek, la prima pellicola dedicata alle gesta di Mick Taylor ha segnato parecchio il mio immaginario horror, anche grazie ad una lunga permanenza nella terra dei canguri. Inevitabile, quindi, che la visione di Wolf Creek 2 venisse accolta dalla sottoscritta con aspettative ed entusiasmo eccessivi che, purtroppo, hanno un po' pregiudicato il giudizio complessivo riguardo al film, soprattutto durante la prima parte. La bellezza del primo Wolf Creek, infatti, risiedeva principalmente nel modo in cui Greg McLean riusciva ad equilibrare l'indubbio carisma di un moderno e sanguinario boogeyman destinato ad entrare nella storia dell'horror e il naturale senso di inquietudine provocato dallo sterminato ed inclemente paesaggio australiano, di fatto protagonista indispensabile degli eventi narrati quanto e più del bushman Mick. In Wolf Creek 2, invece, McLean fallisce nell'intento di raggiungere questo equilibrio perché, furbamente, sbatte subito in faccia allo spettatore il suo villain, rendendolo protagonista e mattatore assoluto tanto da abbassare drasticamente il livello di "paura" che dovrebbe accompagnare ogni sua comparsa, un po' come accadeva all'epoca con Freddy Krueger: inevitabilmente, il fan arriva a tifare spudoratamente per il boogeyman logorroico e stronzo, ridendo di ogni suo lazzo, e chissenefrega delle povere vittime. Il risultato è che la prima metà del film è un remake di Wolf Creek più fracassone e sboronetto, dove l'outback australiano diventa poco più di un mero sfondo e un pretesto per scatenare l'indignazione nazionalista di Mick, fiero castigatore di irrispettosi turisti, stavolta talmente tanto carne da macello da non parlare neppure inglese. Detto questo, con tutto l'amore che provo per il bravissimo John Jarratt e per il suo favoloso accento, sinceramente parlando, se il film fosse continuato per tutto il tempo in questo modo (nonostante la terribile, agghiacciante scena che coinvolge un branco di canguri) avrei provato una pesantissima DIlusione.


Per fortuna Wolf Creek 2 si ripiglia quando Mclean decide di mandare alle ortiche ogni pretesa di realismo e trasforma il vecchio Mick in una leggenda metropolitana tout court, con tanto di nascondiglio sotterraneo zeppo di trabocchetti e quant'altro. E' lì che la tensione comincia a tagliarsi con un coltello, quando la "carne da macello" (o meglio il maledetto Pommie, inglese prigioniero della patria!) acquista finalmente una dimensione, un'intelligenza, un qualcosa che possa elevarlo dalla massa e convincere lo spettatore ad interessarsi al suo destino e conseguentemente immedesimarsi. Il bastardo Mick coinvolge la vittima in una terribile (e ahimé anche divertentissima, bisogna dirlo!) manche di Who Wants to be Fucking Millionaire, tra una bevuta, una canzone, una domanda e una penitenza; l'intera, lunghissima sequenza è talmente concitata, folle ed imprevedibile da lasciare letteralmente senza fiato per l'ansia. Il finale, per concludere, è decisamente all'altezza del vecchio film, un trionfo di malvagia ironia, inquietante ed ambiguo quanto basta. John Jarratt e la terribile leggenda di Mick Taylor ce l'hanno fatta anche questa volta a conquistarmi e come non potrebbe essere così? D'altronde, "gente come lui mangia i parassiti stranieri a colazione e poi li caga fuori" e, fidatevi di chi ha toccato con mano, non è per niente facile affrontare un dialogo con dei veri bushman dotati di quel loro strano, sconcertante senso dell'umorismo e di un accento a dir poco incomprensibile. Detto ciò, a saper parlare come Mick e farmi una bevuta con lui cantando Tie Me Cangaroo Down, Sport (canzoncina che mi risuona nelle orecchie ormai da una settimana, è ipnotica!!) ci metterei la firma in men che non si dica. E ora chiamatemi pure pazza, poi però correte a recuperare questo divertentissimo Wolf Creek 2!

Prima regola dell'outback: chi si fa li 'azzi sua....
Del regista e co-sceneggiatore Greg Mclean ho già parlato qui mentre John Jarratt, che ovviamente interpreta Mick Taylor, lo trovate qua.

Se Wolf Creek 2 vi fosse piaciuto e non avete ancora visto Wolf Creek recuperatelo e aggiungete alla lista anche Non aprite quella porta e Le colline hanno gli occhi. ENJOY!


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