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venerdì 23 gennaio 2026

28 anni dopo: Il tempio delle ossa (2026)


Martedì sono andata a vedere uno dei film che aspettavo di più, 28 anni dopo: Il tempio delle ossa (28 Years Later: The Bone Temple), diretto dalla regista Nia DaCosta.

Trama

Spike finisce tra le grinfie della gang capitanata da Sir Jimmy Crystal, diventandone un membro riluttante. Il Dr. Kelson, invece, cerca un modo per riportare l'Alfa Samson alla ragione...

RECENSIONE

Non vedevo l'ora di tornare nel mondo di 28 anni dopo, non solo perché ero rimasta appesa al cliffhanger che aveva introdotto gli assurdi Jimmies ma anche perché il titolo del nuovo capitolo prometteva il ritorno di un personaggio che avevo adorato, lo stralunato, dolcissimo Dr. Kelson. Il tempio delle ossa comincia più o meno dove finiva 28 anni dopo. Spike è stato salvato da Jimmy Crystal e i suoi sodali solo per guadagnarsi l'ingresso della banda con un duello all'ultimo sangue, e il suo cammino di scoperta di sé e del mondo fuori dall'isola dov'è nato e cresciuto subisce una brusca frenata. O, meglio, non è più il tema portante del film, ma anche qui Spike è costretto a vivere esperienze tremende per poter comprendere un ulteriore aspetto dell'umanità post-apocalittica e scegliere da che parte stare. Se il film precedente lo aveva messo di fronte alla fallibilità del padre e al memento mori/amoris del Dr. Kelson, il secondo capitolo gli chiede di scegliere tra chinare la testa per paura, affidandosi a una divinità che, per quanto malevola, giustificherebbe ogni sua azione dando una parvenza di ordine al mondo, oppure accettare con coraggio la responsabilità della scelta individuale all'interno di una realtà caotica, senza entità vere o presunte che sussurrano certezze e regole da seguire. Questa biforcazione del cammino di Spike viene rappresentata dallo scontro (dapprima "a distanza" e "ideologico", poi fisico) tra il Dr. Kelson e Sir Lord Jimmy Crystal. Banalmente, i due incarnano rispettivamente la ragione scientifica e il fanatismo religioso, ma se fosse tutto lì, il film sarebbe ben poca cosa. I due personaggi sono accomunati dal dolore e da una follia più o meno evidente, ma è diverso il modo in cui hanno scelto di affrontarli.

Kelson è rimasto umano, anche a costo di non farsi capire dai suoi simili e pagare il prezzo di un isolamento decennale; il suo tempio delle ossa è un monumento a chi un tempo ha vissuto, a prescindere da come sia morto e se sia stato o meno infettato dalla terribile epidemia. Questo concetto estremamente razionale e "ugualitario" della vita, e forse anche il desiderio di non essere più solo, lo spinge a cercare un rimedio scientifico per permettere all'Alfa Samson di trovare quiete nella furia, di "guarire", seppure temporaneamente, trovando così la pace. Il fatto che Kelson, a un certo punto, faccia una scoperta sensazionale, non è un buco di trama o uno strafalcione: abbiamo visto in 28 settimane dopo come l'approccio, anche di medici e scienziati, fosse contenitivo/distruttivo, atto non a curare chi era già infetto ma ad impedire che la malattia si diffondesse. Solo Kelson, tra tutti i personaggi visti nei vari film della saga (e forse anche Isla, in un certo senso), ragiona in termini di persone, non di mostri, ed agisce di conseguenza, senza mai abbandonare la fede nella razionalità e nella scienza. Sir Lord Jimmy Crystal, per contro, ha cancellato la razionalità con un colpo di spugna, vittima di un trauma subito in età troppo giovane per poterlo processare. Unico sopravvissuto di una famiglia governata, con tutta probabilità, dal pugno di ferro di un pastore talmente invasato da accogliere l'Apocalisse con gioia, Jimmy ha fatto un minestrone di tutte le cose imparate nel corso dell'infanzia e ha deciso di essere stato toccato dalla mano di Satana, investito del ruolo di Principe del Regno creato dal Vecchio Caprone e quindi tenuto ad amministrare la Carità del Diavolo seminando ulteriore morte e distruzione. Quello di Jimmy è un personaggio patetico, un bambino mai cresciuto che ha cercato un motivo per giustificare un semplice colpo di fortuna, perché l'alternativa sarebbe stata ancora più terribile; Jimmy è l'equivalente malvagio del Jupe di Nope, convinto di essere intoccabile perché prescelto, e le sue "sette dita" sono ancora più patetiche di lui, dei disperati che cercano una scusa per giustificare azioni inenarrabili. E' la contrapposizione tra questi due personaggi a rendere Il tempio delle ossa un'opera ricca ed affascinante, e a "giustificare", se ce ne fosse bisogno, tutto l'orrore che la regista ci sbatte in faccia fin dal primo minuto.

Nia DaCosta
dirige con ritmo indiavolato (haha!), senza lesinare dettagli raccapriccianti e momenti in cui ho faticato a tenere gli occhi sullo schermo, ma si concede anche parentesi poetiche, che mi hanno vista trattenere le lacrime a malapena, non solo sul finale. La regista, inoltre, sfrutta alla perfezione il connubio tra una colonna sonora peculiare (dove la fanno da padrone i Duran Duran ma trovano posto anche Everything In Its Right Place dei Radiohead e, soprattutto, The Number of the Beast degli Iron Maiden) e la possibilità di avere un Ralph Fiennes particolarmente ispirato. Tralasciando una sequenza "poetic cinema" che difficilmente verrà superata quest'anno, davanti alla quale devo avere avuto l'espressione di una bambina che vede per la prima volta un parco giochi, la musica è una componente fondamentale del rapporto che viene a crearsi tra il Dr. Kelson e l'Alfa Sanson, perché, mitologicamente, è proprio la musica ad irretire le bestie (anche più degli oppiacei). Se, all'inizio, la regista gioca tantissimo sulla tensione scatenata dalla prima, terrificante scena che vede Samson protagonista (anche in virtù della tremenda somiglianza tra il personaggio e George Eastman in Antropohagus, change my mind), andando avanti le inquadrature ravvicinate creano un universo "intimo", all'interno del quale due anime sole cercano di avvicinarsi e di comprendersi, perlomeno di accettarsi a vicenda. Gli occhi azzurri e dolenti di Ralph Fiennes restituiscono allo spettatore 28 anni di profonda solitudine e la serenità di chi ha scelto di rimanere umano in un mondo di mostri, facendosi pienamente carico di questa difficile scelta. Dalla parte opposta, ci sono le schegge impazzite dei Jimmy. Jack O'Connell si è ormai abbonato ai ruoli di mostro carismatico, e una volta capito chi ha ispirato la sua mise (documentatevi per favore su Jimmy Savile, se ancora non lo avete fatto) il personaggio risulta ancora più folle e grottesco, ma anche gli altri Jimmy riescono a farsi ricordare, alcuni più di altri, soprattutto le "quote rosa". L'anno scorso avevamo avuto una gioia, ovvero la certezza che Il tempio delle ossa sarebbe uscito nel giro di pochi mesi. Quest'anno la situazione è più nera: il film di Nia DaCosta, nonostante a mio parere sia ancora più bello del suo predecessore, è uscito nel periodo peggiore, non ha fatto gli incassi sperati (in sala, oltre ai me e ai miei amici, c'era UNA SOLA persona), e il terzo capitolo di quella che era nata come una trilogia non è nemmeno ancora in produzione. Visto il commovente finale, io prego tutte le divinità perché la saga di 28 anni dopo possa avere la sua degna conclusione, o comincerò a distribuire Carità a tutti quelli che si saranno messi di traverso. 

CAST

Della regista Nia DaCosta ho già parlato QUI. Jack O'Connell (Sir Jimmy Crystal), Ralph Fiennes (Dr. Kelson) e David Sterne (George) li trovate invece ai rispettivi link. 


SE VI è PIACIUTO...

Il film segue 28 giorni dopo , 28 settimane dopo e 28 anni dopo, quindi recuperate tutto quello che lo precede. ENJOY!

martedì 24 giugno 2025

28 anni dopo (2025)

Per paura che questa settimana il multisala fosse già chiuso per ferie, mercoledì scorso sono andata a vedere 28 anni dopo (28 Years Later), diretto dal regista Danny Boyle.


Trama: 28 anni dopo la pandemia di rabbia che ha distrutto l'Inghilterra, in un isola della Scozia si è ricreata una prospera comunità separata dalla terraferma. Il dodicenne Spike esce per la prima volta assieme a suo padre e apre gli occhi su ciò che si trova fuori dall'isola e dentro di lui...


Quasi vent'anni dopo il secondo capitolo e 23 anni dopo aver creato la saga, Danny Boyle e Alex Garland tornano, rispettivamente, alla regia e alla sceneggiatura per raccontarci cos'è successo al mondo dopo la pandemia di rabbia che ha distrutto l'Inghilterra. Nulla, a quanto pare. Dopo la scena finale di 28 settimane dopo, che vedeva gli infetti correre davanti alla Torre Eiffel, scopriamo infatti che il mondo è andato avanti, isolando gli inglesi sopravvissuti all'interno dei confini nazionali e lasciandoli a riscoprire la "gioia" di difendere le proprie terre con arco e frecce, costruendo fortificazioni, inventando nuove leggende e riti di passaggio, tornando insomma a uno stile di vita più semplice e quasi "tribale". Anche gli infetti, in qualche modo, si sono evoluti, e alcuni di loro somigliano più a uomini di Neanderthal che a mostri (mentre altri sembrano usciti dal Gyo di Junji Ito e fanno schifo a più livelli), ma non è cambiata la loro pericolosità. In questo mondo "di mezzo", dove la natura è tornata a farla da padrone e l'umanità fatica a fare quel salto che separa il sopravvivere dal vivere, il dodicenne Spike si fa protagonista di un coming of age a tinte horror. Spike vive all'interno di una comunità chiusa, fatta di riti di passaggio e regole ferree, assieme al padre e alla madre malata. Il padre, Jamie, è un modello di mascolinità, di forza, un eroe con tutte le risposte a cui Spike guarda con ammirazione sconfinata; la madre, Isla, è vittima di una misteriosa malattia che le sta portando via forza e raziocinio. Dopo la prima sortita all'esterno, Spike scopre l'orrore che si cela sulla terraferma e arriva a conoscere l'imperfezione di un padre tristemente umano; la consapevolezza della fallacia di Jamie si trasforma in un disprezzo che spinge Spike a prendere la madre per portarla da un dottore isolato sulla terraferma, temuto da tutti perché "pazzo". Quindi, Spike intraprende una vera e propria quest per cercare un individuo "magico", o comunque dotato di capacità uniche e, nel cammino, troverà nemici da sconfiggere, pericoli mortali, improbabili alleati; soprattutto, scoprirà il significato di resilienza e cosa rende una persona davvero umana.


In 28 giorni dopo e, soprattutto, 28 settimane dopo, era l'elemento horror-zombie a farla da padrone, e il terrore di una morte violenta. 28 anni dopo rimette tutto in prospettiva, sottolineando una cosa ovvia: la morte c'è sempre stata, anche prima della pandemia di rabbia che l'ha trasformata in un orrore da dimenticare e che ha diviso l'umanità in anonimi mostri malati e persone sane. Il film sottolinea come la morte sia una parte fondamentale della vita, al punto che una delle massime espressioni d'amore è l'accettazione di una dipartita dignitosa; così come ogni esistenza è unica, è giusto che anche la morte venga percepita in questo modo, o il rischio è quello di diventare insensibili di fronte a qualsiasi dolore che non sia il nostro, soprattutto quando le vittime di pandemie e guerre si fondono in un unicum fatto di anonima carne, anonimo sangue. Il rischio, come sempre, è quello di trasformarci a nostra volta in mostri, anche se non corriamo in giro sbraitando in preda a crisi di rabbia. In una delle sequenze più poetiche del film (affidata, per inciso, ad uno degli attori più bravi del mondo) si cita la frase memento mori, alla quale si aggiunge il meno utilizzato memento amare, perché è più facile avere paura e scappare dall'inevitabile, piuttosto che trarre forza dal ricordo di momenti preziosi, per crearne di ulteriori ai quali aggrapparci. Il coming of age di Spike si trasforma così in un bisogno di libertà, nel rifiuto di una costrizione spaziale che priva di individualità le persone e fa di loro tanti piccoli ingranaggi di una struttura anonima e quasi militarizzata, che è poi il leitmotiv dei mille spezzoni di filmati d'epoca che introducono la vita all'interno dell'isola. Il che mi porta, dopo tutti questi pipponi "filosofici", a parlare un po' della regia di 28 anni dopo.


Su Facebook e Instagram ho definito il film come "una bellissima puntata di The Walking Dead in acido". Lo confermo, perché la regia di Danny Boyle e il montaggio di Jon Harris (coadiuvati da una splendida e martellante colonna sonora, il cui unico difetto è l'assenza della storica In the House – In a Heartbeat di John Murphy) creano un'opera isterica, tra gli spezzoni di filmati di cui sopra, flash di visioni orrorifiche, ralenti che portano a rapidissimi fermi immagine ogni volta che un infetto viene ucciso da una freccia, sogni ad occhi aperti e una consecutio temporum che viene spesso mescolata e spezzata. La narrazione è più lo stream of consciousness di un ragazzino che cerca di assimilare tutta una serie di stimoli nuovi e confusi, ma è anche un'eco della malattia di Isla, del delirio che è diventata l'Inghilterra in 28 anni di mutazioni continue, e c'è una bella differenza tra le immagini desolanti del primo film, intervallate da rapidissimi scoppi di sconvolgente violenza, e questo pastiche di invenzioni visive. L'unica cosa che accomuna, visivamente, le due pellicole, è l'utilizzo di un device digitale per le riprese (in 28 giorni dopo era una videocamera della Canon, qui abbiamo un IPhone di ultima generazione), che conferisce alle immagini una grana particolare, e colori ancora più vividi; per il resto, 28 anni dopo presenta molta varietà anche nei setting e non esita a lasciarsi alle spalle la verosimiglianza del primo capitolo per abbracciare momenti di pura locura concretizzati nel personaggio di Ralph Fiennes e nel trashissimo finale aperto (con tutto il rispetto per Jack O'Connell il quale, dopo questo film e Sinners, sta diventando uno dei miei attori preferiti, mi è sembrato di assistere a un mix tra i Teletubbies, una puntata dei Power Rangers e uno sketch di Benny Hill con la parrucca da giovane scapestrato biondo). A proposito di Ralph Fiennes, il cast è perfetto, proprio a cominciare dal suo Dr. Kelson, che evolve da matto del paese a personaggio migliore del mucchio nel giro di pochissime, splendide sequenze; il giovane Alfie Williams, praticamente esordiente, ha un musetto adorabile ed è un protagonista credibile, capace di infondere al suo personaggio tutte le sfumature necessarie a connotarne la crescita, e mi sono piaciuti molto anche Aaron Taylor-Johnson, sempre figo, e Jodie Comer. Non lo credevo possibile, visto che la saga iniziata nel 2002 non rientra nel mio elenco di film cult, ma alla fine di 28 anni dopo mi sono ritrovata ad aspettare con trepidazione il sequel già annunciato e previsto per l'anno prossimo, 28 Years Later: The Bone Temple, diretto da Nia DaCosta. Speriamo non faccia la fine di Horizon e che questa nuova trilogia arrivi fino alla fine!


Del regista Danny Boyle ho già parlato QUI. Aaron Taylor-Johnson (Jamie), Jodie Comer (Isla), Ralph Fiennes (Dr. Kelson) e Jack O'Connell (Sir Jimmy Crystal) li trovate invece ai rispettivi link.


Nell'attesa che esca 28 Years Later: The Bone Temple, se 28 anni dopo vi fosse piaciuto recuperate 28 giorni dopo e 28 settimane dopo. ENJOY!

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