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martedì 25 gennaio 2022

La casa in fondo al lago (2021)

Dalle mie parti si erano guardati bene dal farlo uscire ma fortunatamente lo streaming legale viene in soccorso di chi abita in postacci brutti e finalmente sono riuscita a guardare anche io La casa in fondo al lago (The Deep House) diretto e sceneggiato dai registi Alexandre Bustillo e Julien Maury.


Trama: una coppia di fidanzati appassionati di case abbandonate si reca in Francia per andare a esplorare una casa in fondo a un lago, ancora intatta. All'interno, però, non troveranno quello che si aspettano...


La sfigaccia nera di non aver potuto godere di un grande schermo per La casa in fondo al lago non la sto nemmeno a descrivere, so solo che ho percepito distintamente il PECCATO come nemmeno Mariottide, perché la cosa più bella e originale del film di Bustillo e Maury sono le impeccabili, angoscianti riprese subacquee. Ma partiamo dall'inizio, prima di cominciare a bestemmiare forte contro la distribuzione maledetta. La casa in fondo al lago è il "tipico" horror a base di case infestate e poveri cristi che si mettono in testa di esplorarle pensando siano solo abbandonate ed innocue (ne conosco uno così. Lo saluto, nel caso legga il post: Ciao, Ale!), nella fattispecie abbiamo quel gran pezzo di figliuolo di Jagger Jr. nei panni di un wannabe youtuber che venderebbe la mamma per i like e una gran pezza di biondona franzosa che se ne starebbe tranquilla in vacanza, per una volta, ché il fidanzato con sta smania delle visualizzazioni ha anche un po' rotto le balle. Comunque, i due vengono "omaggiati" da un franzoso locale di una visita in un punto assai isolato di un lago artificiale, là dove, lontano da turisti e chiasso, c'è la possibilità di visitare una casa abbandonata perfettamente intonsa nonostante sia sott'acqua da una trentina d'anni. I due non se lo fanno ripetere due volte e, armati di indispensabile drone, pratiche gopro e fondamentali bombole, si immergono consapevoli di avere solo un'ora di tempo prima di finire l'ossigeno ma, tanto, cosa potrà mai succedere in quella casa?? (Di tutto. Ossignore, di tutto.)


Come vedete, la trama di La casa in fondo al lago è molto semplice, quasi banale, nulla che non si sia già stravisto in altri film. La bellezza, come ho scritto più su, e se di bellezza si può parlare quando ogni dieci minuti si ricorre al telecomando per interrompere un attimo la visione, così da non sputare i polmoni avvizziti dall'ansia, è che l'ambientazione non lascia scampo. Non che si possa sopravvivere quando la casa è in mezzo al bosco, alla steppa o persino in un condominio giapponese/spagnolo, ma in questo caso all'ansia da claustrofobia data dalla minacciosa combine "casa maledetta + infauste presenze" si aggiunge anche l'orrore della progressiva perdita di ossigeno, come se non bastasse già il fatto di non vedere una mazza, tra il buio del fondale, l'acqua torbida, il drone che all'improvviso smette di fare luce e tanti altri "simpatici" imprevisti che non vi spoilero. Il tutto, tra l'altro, ripreso davvero sott'acqua all'interno di un set costruito alla bisogna, con attori e stuntman in immersione, cosa che rende il tutto molto più realistico e "pressante" per chi, come me, pur essendo nata in Liguria ama rimanere all'asciutto e teme il mare come la più infingarda delle Divinità, figuriamoci poi il lago, dove, da sempre, ho schifo ad immergermi a causa dei suoi fondali putridi e leppeghini, che possono nascondere chissà cosa. Ecco, il "chissà cosa" vi ha trovati e, se deciderete di dare una chance al gagliardo La casa in fondo al lago, avrete anche l'occasione di guardarlo negli occhi e piangere pregandolo di risparmiarvi!


Dei registi e sceneggiatori Alexandre Bustillo e Julien Maury ho già parlato ai rispettivi link. 

James Jagger, che interpreta Ben, è figlio di Mick Jagger. ENJOY!

venerdì 27 agosto 2021

Kandisha (2020)

La Summer of Chills di Shudder ha riportato in auge due vecchie conoscenze degli appassionati di horror, Alexandre Bustillo e Julien Maury, che nel 2020 hanno diretto e sceneggiato Kandisha.


Trama: dopo essere quasi stata violentata dal suo ex, una ragazza evoca un djinn vendicativo di nome Kandisha, che non si limita però alla vittima designata...


Avevo lasciato Bustillo e Maury nel profondo Texas, alle prese con un Leatherface che non mi aveva lasciata granché entusiasta, e avrei tanto voluto inabissarmi con loro nel lago infestato del loro ultimo film, La casa in fondo al lago, ahimé snobbato dal multisala che gli ha preferito i dannatissimi Me contro te, ma ho dovuto "accontentarmi" di fare un giro nelle periferie multietniche di Kandisha, bestiola ibrida molto lenta ad ingranare ma foriera di parecchie soddisfazioni. La trama somiglia moltissimo a un incrocio tra Candyman (il djinn viene evocato ripetendo il nome più volte) e qualsiasi altro thriller horror a base di presenze incautamente disturbate da adolescenti che alla fine non riescono più a liberarsene e, come ho detto, si perde in una prima parte che, orrore degli orrori!, sembrerebbe quasi dribblare il gore che ha reso giustamente famosi Bustillo e Maury, preferendo omicidi fuori campo, sussurri spettrali e turbe adolescenziali a qualcosa di più tangibile e godereccio, poi fortunatamente scatta qualcosa che rende Kandisha superiore a molti horror recenti. Innanzitutto, il film si fa apprezzare per la natura multietnica delle protagoniste, assai realistiche per il modo in cui sono state scritte ed interpretate, con i loro molti difetti (spesso mutuati da una realtà dove povertà, droga, menefreghismo dei genitori e problemi legati a un colore della pelle diverso la fanno da padroni) e quell'enorme pregio che è l'amicizia che le tiene unite nonostante le colpe imperdonabili di una di loro, il desiderio soverchiante di non perdere nessun membro del terzetto, ognuno importante quanto e a volte più della famiglia di sangue; vedere la giusta vendetta di Amélie trasformarsi in un'ordalia opprimente, una corsa contro il tempo per salvare quante più persone innocenti possibili alimenta l'ansia e un senso di claustrofobia crescente, come se non ci fosse assolutamente modo, per le tre ragazze, di rinchiudere quel terrificante vaso di Pandora.


Più questo senso di ineluttabilità cresce, più le immagini di Kandisha si fanno difficili da sopportare. Non è uno spoiler, quanto piuttosto un avvertimento: se siete animalisti convinti o vi fa orrore qualsiasi tipo di violenza sugli animali, non provate neppure a guardare questo film perché c'è una scena talmente esplicita ed orribile che credo di essermi persa almeno un paio di minuti di ciò che è venuto dopo, da tanto avevo nausea all'idea di dover subire anche solo un altro fotogramma col povero coniglietto seviziato, e in alcune altre sequenze lo stomaco dello spettatore deve mantenersi comunque bello forte. Il djinn che dà il titolo al film, nato da una leggenda del folklore marocchino, si manifesta inizialmente attraverso suggestioni e sussurri, celando la sua reale natura dietro un burqua che mantiene l'aura di mistero mostrando solo due occhi splendidi, benché inquietanti, poi manifesta tutte le sue caratteristiche demoniache e persino bestiali, consentendo ai due registi di profondersi in alcune scene molto visionarie ed altre in cui, probabilmente, alle vittime non avrebbe fatto schifo una semplice, rapida morte all'arma bianca come quella toccata al coniglietto di cui sopra (rimanendo sempre in tema di sguardo distolto, la sequenza ambientata nella sauna è qualcosa di agghiacciante, probabilmente peggiore di un altro paio di immagini ben più esplicite). Certo, i fasti e l'orrore vero di A' l'interieur sono ormai un ricordo lontano (ma sempre maledettamente vivido, porco schifo), tuttavia una chance a questo penultimo lavoro di Bustillo e Maury la darei!  


Dei registi e sceneggiatori Alexandre Bustillo e Julien Maury ho già parlato QUI.


Se Kandisha vi fosse piaciuto recuperate Candyman. ENJOY!

domenica 12 novembre 2017

Leatherface (2017)

Dalle mie parti non era uscito ma sono comunque riuscita a recuperare in tempi brevi Leatherface, diretto dai registi Alexandre Bustillo e Julien Maury.


Trama: il rampollo più piccolo di una famiglia di pazzi cannibali viene rinchiuso in un manicomio. Anni dopo, la madre va a cercarlo e, benché la donna non riesca a trovarlo, causa comunque la fuga di alcuni sanguinari pazienti, i quali prendono una giovane infermiera come ostaggio...



In verità a me di Non aprite quella porta non è mai fregato più di tanto. L'originale di Tobe Hooper è un capolavoro che riguarderei in loop ma per me è finita lì, o meglio, è finita con un Leatherface en travesti che cercava di uccidere Renée Zellweger. Se sono tornata a calcare le sanguinose strade del Texas, dopo avere sputato in faccia a Nispel evitando di vedere sia la sua versione di Non aprite quella porta che il prequel della stessa, lo devo ai nomi di Alexandre Bustillo e Julien Maury, i maledettissimi esseri immondi responsabili di À l’interieur, uno dei film che più mi ha rivoltato lo stomaco e depressa in assoluto (e di cui nel frattempo è uscito un remake spagnolo. Uh, ma che belliSSSSima idea!). Mi sono detta: con un background simile e questo materiale per le mani chissà che diamine faranno 'sti due maledetti fronscesi, come minimo una roba da non dormirci per millant'anni, capace di far impiccare persino il Rated R, qualcosa di malatissimo ed innovativo, che faccia sentire sporco lo spettatore nel profondo! Ehm, no. Porta la Francia in America (o, meglio, in Romania) e il risultato sono due mangiarane spaesati che cercano di abbattere lo spettatore a colpi di scene ributtanti senza creare quell'empatia necessaria a farli sentire davvero male. Insomma, con me due registi vincono facilissimo quando mostrano un tizio a cui vengono spaccati i denti su un sasso, ma parliamo di qualcosa che si supera facilmente chiudendo un attimo gli occhi e aspettando sia finita, mentre l'idea di una donna incinta torturata a morte da una pazza mi perseguita anche nel sonno, altro che chiudere gli occhi. La verità è che, per quanto tutto ciò mi faccia schifo, due che copulano con un cadavere in mezzo al letto, persone torturate da una motosega e gente che si insozza con i peggio liquami del creato lasciano un po' il tempo che trovano, mi paiono proprio cose messe lì per ribadire uno "stile" che non oltrepassa l'apparenza e che apporta ben poco al "mito" di Leatherface (tranne la motosega, vabbé, quella è indispensabile, anche se magari potevano non regalargliela da bambino per il compleanno...), soprattutto se alla famiglia pazza ci hanno già giocato ben prima sia Tobe Hooper che Rob Zombie, l'unico che è riuscito ad omaggiare il "maestro" superandolo poi a destra con quel trionfo de La casa del Diavolo. Film che, per inciso, mi è tornato in mente non so quante volte guardando Leatherface, che lo cita di continuo partendo dalla pazza bionda per arrivare allo sceriffo più cattivo degli stessi cattivi.


Quindi, premesso che tra À l’interieur e Leatherface c'è un abisso (tra l'altro mi rendo conto giusto ora che prima di Leatherface i due registi hanno diretto anche Livide e Among the Livings, perché quelli non li ho mai recuperati? Forse per paura?), cosa rimane di quest'ennesima rilettura dei personaggi partoriti da Hooper nel 1974? Beh, se piace il genere rimangono un'ora e mezza di omicidi efferati, belle inquadrature, attori non malvagi (sui quali spiccano uno Stephen Dorff  invecchiato ma sempre bello da vedere e la brava Lili Taylor, qui forse poco utilizzata. Ah, e c'è pure il ciollamolla Iron Fist con i riccioli tinti di castano, il quale fa la fine che si sarebbe meritato il suo personaggio Marvel Netflix), risate a profusione davanti ai tentativi dello sceneggiatore di "sviare" lo spettatore impedendogli di capire chi sia il futuro Leatherface tra gli evasi dal manicomio, qualche perversione giusto per ribadire la natura "esotica" dell'opera e una sovrabbondanza di proiettili magici tipicamente texana. Il che non è un male, per carità, ma sinceramente dai due registi franzosi mi aspettavo molto di più. La verità è che ormai dopo più di quarant'anni e mezza dozzina di film non c'è più molto da dire su Leatherface e la sua allegra famiglia di cannibali redneck quindi o ci si accontenta di vedere più o meno sempre la stessa solfa più o meno realizzata bene (con l'aggiunta dei background esplicativi che adesso vanno tanto di moda) oppure bisognerà attendere che qualcuno decida di spedire il vecchio Faccia di Cuoio "in space" come minacciava di fare Robert Rodriguez con Machete o magari nell'Inghilterra di Downton Abbey con una macchina del tempo per avere finalmente qualcosa di sorprendente. O forse anche no, vah.


Dei registi Alexandre Bustillo e Julien Maury ho già parlato QUI. Stephen Dorff (Hal Hartman), Lili Taylor (Verna) e Finn Jones (Agente Sorrel) li trovate invece ai rispettivi link.


Leatherface funge da prequel per Non aprite quella porta, Non aprite quella porta - Parte 2, Non aprite quella porta - Parte 3, Non aprite quella porta IV e Non aprite quella porta 3D mentre, se non ho capito male, il Non aprite quella porta del 2003 e il suo prequel Non aprite quella porta: L'inizio, vanno per i fatti loro benché raccontino, in fin dei conti, sempre la stessa storia. Se Leatherface vi fosse piaciuto ne avete quindi di roba da recuperare... ma magari aggiungete anche La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo. ENJOY!




mercoledì 19 novembre 2014

The ABCs of Death 2 (2014)

Ho dovuto aspettare un po' ma finalmente sono riuscita a recuperare e vedere The ABCs of Death 2, seguito ad episodi del particolarissimo The ABCS of Death, un progetto che vede all'opera 26 registi a cui è stata assegnata una lettera dell'alfabeto e un tema, la morte. Come già nel post del primo film, di seguito scriverò 26 mini-recensioni (trovate i miei corti preferiti in rosso!) e un breve commento finale sull'opera nel suo insieme. Seguono ovvi SPOILER.


A is for Amateur di E. L. Katz (Americano, classe 1981, regista di Cheap Thrills)
Apertura perfetta. L'episodio di Katz ci mette subito del giusto umore per affrontare quest'antologia, dove la morte non è quasi mai seria e dignitosa, ma è spesso una grandissima, ignobile presa in giro. Stupenda la parodia di innumerevoli film d'azione dove i piani più folli non vanno mai storti, anzi, sono sempre puliti e lisci come l'olio. Grande Katz, è da Cheap Thrills che ti voglio bene... E Andy Nyman è sempre fantastico!


B is for Badger di Julian Barratt (Inglese, classe 1968, attore nel film A Field in England)
Bastardo! Sia il regista/protagonista sia il "simpatico" tasso che da il titolo al corto. Episodio gradevole ad alto tasso di risata.

C is for Capital Punishment di Julian Gilbey (Inglese, regista di A Lonely Place to Die)
Crudele. Dopo due episodi relativamente simpatici arriva la prima vera mazzata allo stomaco dell'antologia. Un'amara riflessione su come la paura e la necessità di trovare un colpevole possano fare regredire le persone e trasformarle in mostri assetati di sangue. Sicuramente uno degli episodi migliori ma anche uno dei più difficili da sopportare.


D is for Deloused di Robert Morgan (Inglese, classe 1974, regista di corti horror animati come The Cat With Hands e Bobby Yeah).
Disturbante. Realizzato con la tecnica della claymation, è il primo segmento davvero surreale e disgustoso, un incubo fatto di tanti piccoli elementi weirdissimi e oscuri, che entra sottopelle e mette i brividi. In questo caso, l'animazione fa molta più paura delle riprese "dal vero".


E is for Equilibrium di Alejandro Brugués (Argentino, classe 1976, regista di Il cacciatore di zombie).
Esilarante! Dopo due segmenti decisamente difficili da sostenere arriva la supercazzola che non c'entra nulla col progetto ma fa tanto ridere. Il maschilismo imbecille di fondo fa tenerezza ma è molto bella la realizzazione, con la luce solare che a poco a poco si affievolisce mentre l'amicizia dei due protagonisti viene meno.

F is for Falling di Aharon Keshales e Navot Papushado (Israeliani, registi di Rabies e Big Bad Wolves).
Fo**utamente triste. La poetica storia di una possibile, difficile amicizia tra una soldatessa israeliana e un ragazzino palestinese che, ovviamente, non potrà che finire male. Alla fine avevo un groppo alla gola un po' difficile da mandare giù.


G is for Grandad di Jim Hosking (Inglese, regista del corto Renegades).
Grottesco. Personalmente, l'ho trovato l'episodio peggiore dell'antologia, una surreale lotta tra un nipote stronzo e un nonno pazzo che, da come si mettono le cose a un certo punto, avrei virato sull'horror fantastico per darle un po' più senso. Mah.

H is for Head Games di Bill Plympton (Americano, classe 1946, regista di due corti animati candidati all'Oscar Your Face e Guard Dog, e di Cheatin').
Hhhh. Nel senso che, forse sarò limitata, ma questo tipo di animazione grottesca e assurda non mi fa impazzire. Comunque, è un bell'esempio di come la passione estrema possa diventare un odio altrettanto devastante.

I is for Invincible di Erik Matti (Filippino, classe 1965, regista del corto Vesuvius e di Tiktik: The Aswang Chronicles).
Idiota. Recitato da quelli che sembrerebbero una manica di zamarri arricchiti, racconta la storia di una vecchia che non muore e di una maledizione. Non sarebbe nemmeno brutta come idea ma, davvero, per quel che riguarda gli interpreti sembrava di aver davanti la telenovela filippina, non piemontese. 

J is for Jesus di Dennison Ramalho (Brasiliano, regista del corto Ninjas).
Jesù! Il corto più bello del film, di sicuro il più emozionante e poetico. L'omosessualità vista come "possessione demoniaca" da esorcizzare a colpi di violenza ed ignoranza, un dolore e una "passione" che non possono essere ignorati, né da Dio ne da qualsiasi altra divinità in ascolto. Se non avete il coraggio di imbarcarvi nell'impresa di vedere 26 horror diversi cercate di recuperare almeno questo.


K is for Knell di Kristina Buozyte e Bruno Samper (Lei Lituana, lui - credo - francese, lei regista di Vanishing Waves, lui alla prima esperienza dietro la macchina da presa).
Kaspita! Altro bellissimo episodio, meravigliosamente diretto e inquietante al punto giusto, mi ha ricordato Il male di Dylan Dog per il modo assolutamente casuale ed invasivo con cui, per l'appunto, il male può penetrare nel cuore delle persone e cambiarle per sempre. Per la cronaca, "knell" solitamente sta ad indicare il rintocco funebre.


L is for Legacy di Lancelot Imasuen (Nigeriano, classe 1971)
Leggero. Interessante perché si misura con miti e leggende tribali, per il resto il corto non è nulla di che, sia per la realizzazione che per la trama e si dimentica facilmente.

M is for Masticate di Robert Boocheck (Americano, classe 1976, regista del corto Horrific)
Mah. Simpatico ma ininfluente e, a causa di una mancanza di sottotitoli, non ho capito cosa diavolo abbia causato la follia zombesca/cannibale del ciccione protagonista che, tra l'altro, mette davvero ansia (peccato per gli occhi, le lenti a contatto sono palesemente finte)

N  is for Nexus di Larry Fessenden (Americano, classe 1963, regista di Habit e The Last Winter)
Non particolarmente esaltante. Bellissimo il montaggio, molto serrato, un incrocio di messaggi, orologi e distrazioni ma si sa dove andrà a parare il corto fin dalle prime immagini. Belli però gli omaggi a La moglie di Frankenstein e l'ambientazione a tema Halloween.

O is for Ochlocracy (mob rule) di Hajime Ohata (Giapponese, regista di Henge)
Originale! Dopo un paio di episodi mosci doveva arrivare la follia giapponese a salvarci tutti! L'abusata apocalisse zombie sviscerata da un punto di vista assai particolare, grottesco e anche commovente. Non sarebbe male un film dedicato all'argomento!


P is for P-P-P-P SCARY! di Todd Rohal (Regista, sceneggiatore, attore e produttore americano)
P is for P-P-P-P PUTTANATA! No, davvero. Simpatico l'omaggio ai Tre Marmittoni, alle gag anni '30, al bianco e nero, a quel che volete ma non c'era un altro regista un po' più "a tema", magari un italiano, a cui affidare la lettera P? Mah.

Q is for Questionnaire di Rodney Ascher (Americano, regista del documentario Overlook Hotel - Stanza 237)
Quasi riuscito. Nel senso che, anche lì, fin dall'inizio sappiamo dove andrà a parare il test sull'intelligenza condotto da una simpatica impiegata, però il risultato è comunque impressionante e sconsigliato ai deboli di stomaco.

R  is for Roulette di Marven Kren (Tedesco, regista di Rammbock: Berlin Undead e The Station)
Raffinato. Non si può dire che non lo sia e ad un certo punto ho pensato che una simile sequenza sarebbe stata perfetta per Bastardi senza gloria. Il soggetto è dei più abusati (lo potete capire dal titolo a quale roulette ci si riferisca) ma l'orrore dell'attesa è reso benissimo.

S is for Split di Juan Martinez Moreno (Spagnolo, classe 1966, regista di Game of Werewolves)
Superbo. Abbiamo un vincitore, signori, o perlomeno un corto che se la gioca col meraviglioso J is for Jesus. Un utilizzo incredibile dello split screen per una storia agghiacciante e violenta, un pugno nello stomaco con un finale da mascella per terra. Capolavoro, senza esagerare.


T is for Torture Porn di Jen e Sylvia Soska (Gemelle canadesi, classe 1983, registe di American Mary)
TeriBBile. E non in senso buono. Va bene la critica al maschilismo imperante nell'industria ma le patate tentacolate ormai sono demodé tanto quanto i flash psichedelici di cui è infarcito questo corto che, peraltro, continua anche dopo i lunghissimi titoli di coda del film, con la partecipazione speciale di Laurence R. Harvey (vi dice niente The Human Centipede 2?).

U is for Utopia di Vincenzo Natali (Americano, classe 1969, regista di Cube - Il cubo e Splice)
Uhm. Da un nome conosciuto come Natali mi aspettavo di più ma l'idea di un mondo fatto di centri commerciali e persone bellissime che deve "difendersi" dall'imperfezione è sempre affascinante.

V is for Vacation di Jerome Sable (Canadese, regista di Stage Fright)
Vaccata insopportabile. Non tanto per la realizzazione, interessantissima e con un furbo utilizzo del cellulare come mezzo di ripresa, soggettiva e comunicazione, quanto per i protagonisti. Due "amici" (più che altro due imbecilli) in vacanza; mentre uno telefona alla fidanzata cercando di nasconderle le prove dell'ovvio puttantour in cui si sono impelagati la sera prima l'altro, forse perché detesta la fidanzata dell'amico, prende il telefono e le mostra TUTTO. Ma proprio tutto. Vai a saper perché. Ho amato il finale, comunque.

W is for Wish di Steven Kostanski (Canadese, regista di Manborg e Father's Day)
Wow! Dopo la J e la S questo è indubbiamente il mio corto preferito. Immaginate di poter, per un giorno, finire catapultati in un universo assai simile a quello dei Masters. Uuh, direte, che figata per un bambino poter lottare fianco a fianco coi suoi beniamini! Seh, un par di ciufoli. Non aggiungo altro, guardatelo.


X is for Xylophone di Julien Maury e Alexandre Bustillo (Francesi, registi di A' l'interieur e Livide)
eXagerato. E non mi aspettavo di meno da quei due maledetti che hanno girato A' l'interieur. Come al solito i francesi strafanno e massacrano tutti gli altri 25 episodi, sia in quanto a splatter che in quanto a sonoro e musica. Il finale è il più scioccante della raccolta ma è anche molto prevedibile... è la tensione che si crea prima che conta.


Y is for Youth di Soichi Umezawa (Giapponese, al suo primo lavoro come regista)
Yew. Non che non mi sia piaciuto, anzi, è uno dei corti più originali ma alcune immagini sono davvero disturbanti, oltre che perfette per incarnare l'incoerente e dovuta ribellione di un'adolescente giapponese alle prese con due genitori che meritano ogni tortura immaginata dalla ragazzina.

Z is for Zygote di Chris Nash (Canadese, aveva già provato a partecipare al primo The ABCs of Death con un corto chiamato T is for Thread ma gli era stato preferito il devastante T is for Toilet)
Zio cantante (come direbbe Elio)! Un finale che stende, letteralmente, un body horror triste, disgustoso e opprimente come forse neanche Cronenberg l'avrebbe concepito. Certo, la trama è un gigantesco punto interrogativo ma come morte forse è la più fantasiosa della raccolta e il corto in sé non mi è dispiaciuto affatto.


E' finita anche quest'anno e devo dire che il secondo capitolo di quella che ormai è diventata la migliore vetrina horror cinematografica esistente è molto più bello del primo. A parte un paio di episodi supercazzola, la qualità dei corti è molto alta e, soprattutto, in essi c'è molto più equilibrio; il primo The ABCs of Death era soprattutto splatter e weird, questo spazia un po' in tutte le variazioni dell'horror e ha un ritmo meno forsennato, tanto che sono riuscita a guardarlo senza ritrovarmi con il mal di testa atroce e la voglia di vomitare che mi avevano attanagliato col suo predecessore... Inoltre anche i titoli di testa sono gradevolissimi, dal sapore antico. C'è da sperare che The ABCs of Dead 3: Teach Harder, previsto per il 2016 e nominato nei titoli di coda, si faccia davvero... magari con qualche italiano in mezzo! Nell'attesa, se il film vi fosse piaciuto vi consiglierei di cercare gli altri titoli diretti dai registi coinvolti, come al solito, (cosa che farò io) oppure guardare The ABCs of Death e Creepshow. ENJOY!

venerdì 13 febbraio 2009

A l'interieur (2007)

Da un po’ di tempo a questa parte è giunto ad imporsi sul mercato cinematografico un modo di fare horror prettamente d’Oltralpe. Registi come Alexandre Aja sono stati esportati in USA, film come Ils hanno ispirato uno gli ultimi successi commerciali americani (The Strangers, appunto) e in generale le pellicole horror francesi, a cominciare dall’ormai “antico” Alta Tensione sono diventate molto famose: per il loro gusto estremo, l’alta percentuale di gore e scene splatter, le trame crudelotte e soprattutto maledettamente realistiche. Non fa eccezione il terribile À l’interieur, girato dal regista Alexandre Bustillo nel 2007.






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La trama è questa: la sera della vigilia di Natale Sarah, una fotografa in procinto di partorire, rimane sola in casa poco dopo essere sopravvissuta all’incidente stradale dove ha perso la vita il suo fidanzato. Ad un certo punto una donna misteriosa suona alla sua porta, una donna che conosce tutto di Sarah e che, soprattutto, non si fermerà davanti a niente per avere il bambino che lei porta in grembo, lasciando dietro di sé una lunga scia di sangue.

 


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Da parecchio tempo un film non mi infastidiva fin dalla prima scena, o mi faceva stare in agitazione costante sulla sedia, o non mi lasciava un tale senso di depressione addosso da sperare di poter un giorno fracassare di legnate regista ed interpreti. A’ l’interieur è devastante da vedere per una donna perché parte da un tema delicato e dolce come quello della maternità e già lo fa dal punto di vista distorto ed impaurito di una madre/vedova, sotto shock per la morte del fidanzato e comprensibilmente terrorizzata all’idea di avere un bambino tanto da avere orrendi incubi pre-parto, ma non solo. Il regista mostra come viene vissuta la violenza, a partire dal giorno dell’incidente, “all’interno” come dice il titolo, dal punto di vista cioè del piccolo che deve ancora nascere e si trova placido e sonnacchioso nella placenta: vedere il feto che sbatte contro le pareti dell’utero e perde il sangue dal nasino, oppure mentre sembra urlare nel momento in cui la follia della donna sconosciuta si manifesta nell’attacco contro Sarah fa stare davvero male per il realismo con cui la scena è realizzata. Il terzo punto di vista è quello della donna sconosciuta. Ora, costei incarna tutto ciò che esula dalla natura femminile: nonostante l’aspetto decisamente dark e sensuale (visivamente ricorda quasi la Fata Morgana, l’incarnazione del vizio e del male ingannevole, affascinante e disturbante insieme) è infatti violenta, pazza, iraconda, soprattutto è sola per colpa d’altri, e da quest’ultimo difetto nasce il desiderio malato di possedere il bambino di un’altra, eliminando chiunque osi impedirglielo.

 

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L’ambientazione è claustrofobica e ridotta all’osso perché la vicenda principale si svolge nella casa a due piani di Sarah, soprattutto in bagno, sulle scale e nel salotto. La fotografia è fumosa e tutta sui toni del nero e dell’ocra, tranne nelle scene girate nel bagno, dove il bianco ed il rosso sono abbacinanti e molto vividi. Così come l’ambientazione, anche la musica è essenziale, ricorda molto quella di Funny Games, con picchi di suoni isterici nelle scene più splatter.

 


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Al di là della banale e scontata violenza presente in un simile film, quello che mi sconcerta è l’inutilità di questa pellicola e la cattiveria perversa. A l’interieur si mantiene a livelli di “realismo” per tutta la sua durata, ma ovviamente il realismo non poteva giustificare l’orrendo e stomachevole finale. Pur di non risparmiarlo allo spettatore subentra anche l’assurdità di un poliziotto zombiezzato (!) ed impazzito che si accanisce contro la protagonista nel momento esatto in cui, presa finalmente in mano la situazione, poteva tranquillamente e giustamente fare a fette la maledetta antagonista. Seh, magari. Perché evitare di mostrare una scena che farebbe chinare il capo in segno di umiltà al già bastardissimo Antropophagus di Aristide Massaccesi? Beh, perché, come da intervista ai due idioti responsabili di cotanto scempio, “il gore è divertente, si devono vedere litri di sangue”. Per carità di iddio, io adoro gli horror, ma serve un minimo d’ironia. Il finale di A l’interieur, invece, DOVEVA essere serio e cattivo proprio perché il sangue diverte. Quando capirò dove sta il divertimento nel vedere una scena così schifosamente orrenda e crudele allora rinchiudetemi pure in una casa di cura. In conclusione, un film ben fatto, ma da evitare se si ha un minimo di sensibilità ancora.

 


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Alexandre Bustillo è alla sua prima (e per ora unica) opera come regista e sceneggiatore. Nato a Saint-Cloud in Francia, ha 34 anni.

 

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Alysson Paradis interpreta Sarah. La giovane attrice francese è sorella della più popolare attrice/cantante Vanessa Paradis, la mogliettina di Johnny Depp. Ha 26 anni e due film in uscita.

 

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Béatrice Dalle interpreta, molto banalmente, “la donna”. Famosa attrice francese bella e maledetta, dalla vita sregolata e dalla fedina penale non proprio immacolata, ha partecipato a film come Betty Blue, Taxisti di notte, Il tempo dei lupi. E’ stata fidanzata con il nostrano Alessandro Gassman e ha 45 anni.  

 


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Dopo tutto quello che ho scritto, io metto il trailer, per chi volesse vederlo. Si può dire ENJOY? Provateci...!





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