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mercoledì 26 marzo 2025

A Different Man (2024)

Nonostante la vittoria di Sebastian Stan ai Golden Globe e una nomination agli Oscar per il miglior trucco, in Italia è stato distribuito solo la settimana scorsa il film A Different Man, diretto e sceneggiato nel 2024 dal regista Aaron Schimberg.


Trama: Edward, affetto da neurofibromatosi, vive nel disgusto del suo aspetto fisico. Decide quindi di cogliere al volo la possibilità di sottoporsi ad un trattamento sperimentale che, nel giro di qualche tempo, gli restituirà un volto normale, privo dei segni della malattia. Ma non sempre la bellezza si accompagna alla felicità...


La visione di A Different Man mi ha messa davanti alla consapevolezza che la mia memoria, ormai, non vale più una cicca, o mi sarei ricordata dell'esistenza di Adam Pearson, presentatore e attore inglese affetto da neurofibromatosi che avevo già avuto modo di vedere in Under the Skin. Oddio, è anche vero che, forse, avevo voluto proprio dimenticare un film che non mi era granché piaciuto, ma il mio cervello l'ha rimosso a tal punto che credevo la trama imbastita da Aaron Schimberg partisse da un'idea horror come tante. Invece, la neurofibromatosi esiste davvero, chi ne soffre deve convivere ogni giorno col volto sfigurato dalla malattia, e giuro che vorrei avere anche solo un briciolo dello spirito di Adam Pearson, io che nemmeno mi guardo allo specchio dopo la doccia per lo schifo che provo davanti al mio fisico meno che atletico. Il che è un po' il discorso su cui si fonda l'intero concetto di A Different Man, ovvero la disperata fuga da ciò che si è e l'incapacità di migliorare ciò che è in nostro potere cambiare, anche quando le circostanze ci favorirebbero. Edward, il protagonista del film, è un attore affetto da neurofibromatosi. Le sue giornate si alternano tra provini per ruoli adatti al suo volto e un'esistenza solitaria all'interno di uno squallido appartamento. Edward, ogni giorno, cerca di essere invisibile, di non richiamare l'attenzione di altri, neppure quando ne andrebbe della qualità della sua vita, quando avrebbe ogni ragione di lamentarsi. Un giorno, a Edward capita quello che succede nelle favole: una fatina buona, incarnata da un dottore spregiudicato, con un colpo di bacchetta magica (leggi: un dolorosissimo mix sperimentale di medicinali) lo rende bello, anzi, bellissimo. Edward dichiara la morte del suo vecchio io, rinunciando anche ai pochissimi legami che era riuscito a creare, e si costruisce una nuova identità, quella di Guy Moratz. A testimonianza di come la natura profonda di Edward non sia cambiata per nulla, basta già vedere il nome generico che si è scelto,"Guy", e il lavoro anonimo come agente immobiliare, in un ufficio dove il protagonista evita ogni rapporto profondo coi colleghi. 


Le cose precipitano quando Ingrid, ex vicina di casa con velleità di sceneggiatrice, dopo la "morte" di Edward decide di mettere in piedi una produzione off-Broadway basata proprio su di lui. Scoperto lo spettacolo per caso, Guy/Edward fa di tutto per ottenere il ruolo di protagonista, arrivando ad indossare la maschera che i medici avevano modellato sulle sue fattezze prima del trattamento. E' un cortocircuito mentale quello di Edward, la consapevolezza che il suo aspetto "bello" lo rende anche anonimo, un volto nella folla, mentre in precedenza proprio la sua malattia lo distingueva dalla massa, per quanto in negativo. Ancora peggio, Edward viene definito dalla neurofibromatosi nonostante la bellezza ritrovata. Prima, la sua condizione era la scusa per un'esistenza infelice, solitaria e grigia; dopo il trattamento, la malattia diventa un segreto impossibile da rivelare che gli avvelena esistenza e sanità mentale, soprattutto dopo la comparsa di Oswald, a sua volta deturpato dalla neurofibromatosi eppure capace di vivere appieno, trasformando la malattia nella ciliegina sulla torta di una personalità scoppiettante e vivace. Aaron Schimberg racconta dunque la storia di un uomo incapace di affermarsi, a prescindere da quali siano i suoi problemi, un uomo privo di un'ancora a cui appigliarsi per non andare alla deriva, e lo fa coi toni grotteschi di una commedia nera e il linguaggio di un body horror. Purtroppo, parte di quelle fregnacce presenti negli imbarazzanti video (de)motivazionali interpretati da Edward sono vere, già solo la vista degli effetti devastanti della neurofibromatosi sconvolgono la nostra percezione di "normale"; inoltre, il fatto che chi è affetto dalla malattia sia nato "sano" e poi abbia perso il controllo del proprio corpo, è la base fondamentale di ogni body horror che si rispetti. Dopo aver visto il film, mi rendo conto che solo The Substance avrebbe potuto battere gli effetti speciali di A Different Man, ma è davvero una bella lotta, visto che sia il trucco prostetico di Edward che i terrificanti step della sua trasformazione in Guy, forniscono materiale da incubo. 


Un'altra caratteristica che rende A Different Man uno dei film più originali e, a parer mio, migliori dell'anno scorso, è la presenza di ottimi attori. Sebastian Stan prosegue nella sua carriera di belloccio in cerca di ruoli che non lo definiscano solo per il suo aspetto (in questo, è assai simile a Dan Stevens, che però ha scelto un percorso ancora più weird) ed è perciò l'interprete perfetto per Edward. Dopo la trasformazione, infatti, sembra quasi che il protagonista sia diventato bello "suo malgrado", e conserva la postura goffa e timida, nonché lo sguardo ferito, che lo caratterizzava prima della sua guarigione, al punto che non si potrebbe mai definirlo "figo". Renate Reinsve continua invece a confermarsi "la persona peggiore del mondo", con un giusto mix di fascino e crudele incostanza che, inevitabilmente, inghiotte tutte le personalità deboli ed insicure, come quelle del protagonista. Un'ambivalenza simile, di attrazione e rifiuto, l'ho provata anche verso il personaggio interpretato da Adam Pearson, e non per il suo aspetto fisico ma perché, molto intelligentemente, la sceneggiatura di Schimberg lo tratteggia come un vincente logorroico e, nonostante Edward non sia perfetto, inevitabilmente adottiamo il punto di vista del protagonista; razionalmente, ammiro Oswald perché ammiro Adam Pearson, ma lasciandomi coinvolgere da ciò che vede e sente Edward, è inevitabile arrivare a percepirlo come un vanesio rompicoglioni e a provare rabbia per la "facilità" con la quale è in grado di vivere bene, a differenza di Edward. Potenza del cinema, con tutto il rispetto per Pearson, ovviamente. Anche per questo motivo, ritengo che A Different Man sia uno dei film migliori presentati agli Oscar di quest'anno, ed è davvero un peccato che non abbia avuto maggior successo durante la Awards Season e, conseguentemente, che sia uscito al cinema in Italia senza la spinta di un'eventuale corsa ai recuperi prima della premiazione. Datemi retta e correte a vederlo, prima che lo tolgano dalle sale, soprattutto se avete la fortuna di averlo proiettato in lingua originale, perché l'accento di Pearson è spettacolare! 



Di Sebastian Stan (Edward), Charlie Korsmo (Ron Belcher) e Michael Shannon (Michael Shannon) ho parlato ai rispettivi link.

Aaron Schimberg è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, anche produttore, ha diretto altri due film, Go Down Death e Chained for Life


Renate Reinsve
, che interpreta Ingrid, era la protagonista de La persona peggiore del mondo. Non avrei scritto quanto segue se non mi fossi detta "ma dai, questo bancone, questa inquadratura, mi sembra di averle già viste": la scena del bar in cui Edward osserva Oswald ed Ingrid è stata girata nello stesso locale visto in Past Lives e, addirittura, Edward è seduto dov'era seduta Nora. Se vi fosse piaciuto A Different Man recuperate The Elephant Man, The Substance e Apri gli occhi. ENJOY! 

mercoledì 11 luglio 2012

Hook - Capitan Uncino (1991)

In questi giorni caldi ho deciso di riguardare quello che è praticamente diventato un classico della programmazione televisiva natalizia, ovvero Hook – Capitan Uncino (Hook), diretto nel 1991 dal regista Steven Spielberg.


Trama: Peter Banning è un avvocato che mette sempre la carriera davanti alla famiglia e, soprattutto, ai figli. Durante un viaggio in Inghilterra questi ultimi vengono rapiti da Capitan Uncino; trascinato dalla fatina Trilly sull’Isola che non c’è, Peter arriverà a ricordare che il suo vero cognome non è Banning… ma Pan.


Hook rappresenta uno di quegli incredibili casi in cui, guardando alcuni spezzoni di film, si viene assaliti da una nostalgia canaglia e da un ricordo meraviglioso della pellicola in questione, accompagnati da una potentissima voglia di rivederla. Poi, quando si prende il DVD e ci si immerge nella visione, si rimane inevitabilmente delusi. Intendiamoci, Hook è sempre un film diretto da Spielberg, interpretato da attori della madonna, basato su una delle storie per l’infanzia più belle di sempre… ma la delusione deriva proprio dal fatto che, con tutti questi elementi per le mani, sarebbe dovuto uscire fuori un capolavoro, e invece la sensazione che ho avuto è stata quella di trovarmi davanti ad un’occasione sprecata. L’idea su cui si basa la sceneggiatura è molto intrigante: Peter Pan un giorno ha deciso di andarsene dall’Isola che non c’è e crescere, diventando l’antitesi di tutti i valori promossi nel suo luogo di origine. Ci troviamo quindi davanti un avvocato noioso, tutto lavoro e niente divertimento, talmente impegnato da non avere neppure il tempo di fare il padre e, soprattutto, assolutamente dimentico della sua infanzia. Su queste premesse gli sceneggiatori costruiscono il confronto tra la natura dei due personaggi protagonisti, Peter Pan e Capitan Uncino, che rispettivamente incarnano il desiderio di vivere la vita senza pensare al domani e la paura del tempo che passa, della vecchiaia che incombe; mentre Peter, pur sbagliando durante il percorso, ha deciso di crescere e allontanarsi dall’Isola che non c’è per vivere un’avventura imprevedibile, Uncino ha deciso di rimanere testardamente ancorato alla sua vecchia vita, diventando una sorta di spauracchio eterno, immutabile e inevitabilmente annoiato. A fare da corollario a questo interessante confronto, però, ci sono degli elementi che sgonfiano inevitabilmente la pellicola, banalizzandola.


Accanto, infatti, a momenti esilaranti come i confronti tra Uncino e Spugna o ad immagini poetiche e commoventi come le sequenze in cui Peter ricorda la sua infanzia, il suo stupore nel vedere Wendy invecchiare sempre di più, l’incontro con la sua futura moglie addormentata, oppure quelle in cui i Bimbi Sperduti lo riconoscono e lo accettano come Peter Pan, c’è tutto un corollario di bambinate e secchiate di melassa francamente inutili (Trilly che confessa il suo amore a Peter, tanto per dirne una, o la pedante e ridondante moraletta finale). Anche la regia di Spielberg e le sequenze d’azione sembrano fiacche, quasi dei banali riempitivi attaccati alla bell’e meglio all’ossatura della trama, che senza un attimo di dubbio o incertezza ci scodella un paio di prove organizzate dai bimbi ai danni del vecchio Peter, qualche scontro con il galletto Rufio (talmente “simpatico” che sfido chiunque a piangere davanti al destino che gli prospetta il finale…), una triste canzoncina disneyana e una battaglia contro i pirati priva di suspance e molla quanto il parrucchino del povero Uncino. Quanto agli effetti speciali, ormai il tempo ha lasciato il segno anche su di loro; la lucetta soffusa intorno a Trilly è ancora molto naturale, ma le scene in cui i personaggi volano cominciano a risultare fasulle quanto delle monete da 5 euro.


Sul piano delle scenografie, dei costumi e degli attori, invece, bisogna levarsi il cappello. Le icone dell’Isola che non c’è, come la nave di Uncino, il covo dei Pirati e quello dei Bambini Sperduti, vengono riprodotti in modo splendido, e anche la metamorfosi di Peter da Banning a Pan ha dell’incredibile nella sua semplicità: calzamaglia a parte, il trucco che lo ringiovanisce rispetto all’inizio non è affatto teatrale o pesante, inoltre fa in modo che la naturale vivacità degli occhi di Robin Williams risalti ancora di più, mentre basta solo un’acconciatura leggermente diversa per dare l’impressione che all’attore siano venute le orecchie a punta. Anche la mise di Dustin Hoffman, superbo e malvagio Capitan Uncino, è perfetta perché, pur rifacendosi all’iconografia disneyana del personaggio, lo fa lasciando intravedere il vecchio, debole e patetico essere umano che si nasconde sotto la nera e boccolosa parrucca in stile Re Sole. Tra gli attori inoltre, assieme ai due colossi già nominati, spicca una meravigliosa Maggie Smith che da sola varrebbe la visione dell’intera pellicola: all’età di soli 57 anni l’attrice inglese è stata costretta a vestire i panni della novantaduenne e lo fa con una sensibilità, una grazia, una dignità tali che verrebbe voglia di prendere la malinconica nonna Wendy, costretta a lasciare l’amato Peter Pan alla figlia abbandonando per sempre le avventure vissute sull’Isola che non c’è, e abbracciarla forte. In conclusione, se non avete mai visto Hook ve lo consiglio nonostante le imperfezioni, mentre se, come me, ne conservate un meraviglioso ricordo, forse è il caso di non recuperarlo a meno che non vogliate guardarlo con i vostri bimbi, che sicuramente ne rimarranno deliziati!


Del regista Steven Spielberg (che interpreta anche un pirata) ho già parlato qui, mentre Dustin Hoffman (Capitan Uncino), Julia Roberts (Campanellino) e Maggie Smith (nonna Wendy) li potete trovare ai rispettivi link.

Robin Williams interpreta Peter Banning. Sicuramente uno dei più grandi attori americani viventi (anche se da parecchi anni la sua carriera ha subito un discreto declino), lo ricordo per film come Popeye – Braccio di ferro, Good Morning, Vietnam, L’attimo fuggente, Cadillac Man, Mister occasionissima, Risvegli, La leggenda del re pescatore, Toys – Giocattoli, Mrs. Doubtfire – Mammo per sempre, Nine Months – Imprevisti d’amore, A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar, Jumanji, Piume di struzzo, Jack, L’agente segreto, Hamlet, Harry a pezzi, Flubber – Un professore fra le nuvole, Will Hunting – Genio ribelle (che gli è valso l’Oscar come miglior attore non protagonista), Al di là dei sogni, Patch Adams, L’uomo bicentenario, A.I. Intelligenza Artificiale, One Hour Photo e Insomnia; inoltre ha partecipato alle serie La famiglia Bradford, Happy Days, Mork e Mindy, Friends e doppiato il personaggio del Genio nel film Aladdin. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 61 anni e tre film in uscita. 


Bob Hoskins (vero nome Robert William Hoskins) interpreta Spugna, ruolo che ha ripreso inoltre nella miniserie Neverland. Altro grandissimo attore americano, sicuramente uno dei miei preferiti, lo ricordo per film come Brazil, Chi ha incastrato Roger Rabbit?, Sirene, Super Mario Bros., Gli intrighi del potere, L’agente segreto e Michael; ha doppiato inoltre uno dei personaggi di Balto. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 70 anni e un film in uscita. 


Caroline Goodall interpreta Moira. Inglese, ha partecipato a film come Cliffhanger, Schindler’s List e serie come Oltre i limiti, CSI e Alias. Ha 53 anni e un film in uscita.


Charlie Korsmo (vero nome Charles Randolph Korsmo) interpreta Jack. Americano, ha partecipato a film come Dick Tracy e Giovani, pazzi e svitati. Ha 34 anni.


Nel 1992 il film ha ricevuto cinque nomination agli Oscar: miglior scenografia, migliori costumi, migliori effetti speciali, miglior trucco e miglior canzone originale per la melensa When You’re Alone, unica canzone superstite del musical Hook che John Williams aveva cominciato a scrivere nel 1985 prima di abbandonare il progetto. Tra le guest star figurano nomi parecchio famosi, come Phil Collins (è l’ispettore che investiga sul rapimento di Jack e Maggie), una diciannovenne e non ancora famosa Gwyneth Paltrow (Wendy da giovane), una Glenn Close ben camuffata nei panni del pirata che viene chiuso nella cassa con gli scorpioni, e per finire Carrie Fisher e George Lucas che si baciano sul ponte mentre Campanellino porta via un infagottato Peter verso l’Isola che non c’è.  Kevin Kline avrebbe dovuto interpretare proprio Peter Pan, ma le riprese del demenziale Bolle di sapone glielo hanno impedito mentre invece David Bowie, purtroppo, ha rifiutato il ruolo di Capitan Uncino. Infine se, come me, vi siete sempre chiesti che significato avesse il “Bangarang” urlato spesso dai bimbi sperduti, pare sia slang giamaicano e che significhi semplicemente “Casino!” E con questo concludo dicendo che, se il film vi fosse piaciuto, potreste recuperare Jumanji, Inkheart - La leggenda del cuore d'inchiostro, Stardust e, per approfondire l'argomento, Peter Pan (il cartone Disney e la versione del 2003 con Jason Isaacs) e Neverland - Un sogno per la vita. ENJOY!!!


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