Visualizzazione post con etichetta robin williams. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta robin williams. Mostra tutti i post
lunedì 25 agosto 2014
Robin Williams Celebration Day: Al di là dei sogni (1998)
La notte del 12 agosto 2014 si è spezzato il cuore non solo dei cinefili ma anche di chi, semplicemente, aveva guardato almeno una volta nella vita un film con Robin Williams. I miei genitori, amici che hanno altri interessi e vanno al cinema giusto una/due volte all'anno, la vicina di casa, tutti in qualche modo sono stati toccati dalla perdita di questo attore assai versatile, purtroppo defilatosi dalle scene negli ultimi anni, e lo ricordano con piacere per tutta una serie di film che oggi noi Blogger andremo ad omaggiare. Nonostante la tristezza per la perdita di un grande, ho voluto farmi ancora più male riguardando Al di là dei sogni (What Dreams May Come), diretto nel 1998 dal regista Vincent Ward e tratto dal romanzo omonimo di Richard Matheson.
Trama: Il pediatra Chris muore in seguito ad un incidente d'auto e finisce in paradiso. La moglie Annie, già provata dal senso di colpa per la morte dei due figli, si suicida e finisce all'inferno, dove Chris si recherà per cercare di salvarla...
Al di là dei sogni, vituperato da quasi tutti i cinefili esistenti al mondo, è il "tipico" film anni '90 di Robin Williams, del periodo in cui l'attore era abbonato a ruoli strappalacrime e storie in grado di spezzare il cuore a una roccia. Non lo dico con disprezzo, ovviamente, anche se non nascondo che pellicole come Patch Adams mi siano sempre risultate un po' indigeste, tuttavia credo fermamente che simili personaggi abbiano contribuito a relegare il povero Williams all'interno di una tipologia che nel 2000 era già passata di moda e che lo ha portato, progressivamente, a cercare di reinventarsi prima e a sparire dalle scene (salvo comparsate ed omaggi) poi. E adesso chiudo la parentesi "acredine" perché, a conti fatti, Al di là dei sogni è un film che mi piace molto, non posso negarlo. Soffermandomi sull'interpretazione di Robin Williams posso dire che è la summa di tutto quello che lo ha portato ad essere amato dalla gente "semplice": il suo viso, aperto e sincero, è quello di una persona normale che cela dentro di sé quei poteri che tutti siamo in grado di tirare fuori nei momenti di crisi, la sua naturale "follia" viene a malapena sedata da un'interpretazione misurata, sofferta ma non patetica, le innumerevoli "voci" lasciano spazio a quella del cuore, a gesti e sguardi che valgono più di mille parole e raccontano la tristezza di un uomo innamorato ed imperfetto a cui vengono sottratti gli affetti più cari anche in un luogo che dovrebbe essere di assoluta e perfetta felicità. E' impossibile non farsi coinvolgere dalla vicenda di Chris (nonostante tutte le sue sfortune e le sue gioie siano così estreme, in un senso e nell'altro, da superare spesso ogni concetto di verosimiglianza) e non sperare che tutto si risolva per il meglio perché quest'uomo, nonostante i difetti, è il padre che tutti avremmo voluto avere, l'anima gemella in grado di accompagnarci nella morte e anche oltre, l'uomo che decide di diventare come Orfeo e guardare indietro, non per curiosità ma per il rifiuto di abbandonare la donna amata. Un eroe nel vero senso della parola, un "giusto" in cui tutti possiamo riconoscerci perché dotato di quel viso da eterno bambino, di quella naturale e dimessa umiltà, di quegli occhi vivaci e brillanti che hanno vegliato sulle nostre serate in famiglia, davanti alla TV, fin da quando eravamo piccini. E adesso smetto di parlare di Robin Williams o scoppio a piangere.
Parliamo un po' di Al di là dei sogni in generale. La pellicola ha vinto all'epoca l'Oscar per i migliori effetti speciali e non è difficile capire il perché. Se devo essere sincera il tempo è stato un po' impietoso con la parte ambientata all'Inferno, che sembra un brutto action affossato dalla CG, ma le sequenze ambientate in Paradiso sono tuttora delle incredibili visioni: Robin Williams che si inzacchera di tempera mentre il coloratissimo paesaggio si squaglia attorno a lui, l'onirica visione a tinte dorate dove persone di tutte le epoche volano all'interno di un quadro o la nascita e la morte dell'albero violetto sono immagini che si scolpiscono a fuoco nella mente dello spettatore e non lo lasciano più, tanto è grande la meraviglia che sono in grado di suscitare. I colori e le luci sono importantissimi in Al di là dei sogni, non solo nelle sequenze ambientate nell'aldilà, basti pensare ai confronti tra Chris e Annie dove predominano il rosso dell'Amore, il verde della speranza e della solitudine, il nero del lutto e il seppia dell'oblio, come se l'intera pellicola fosse in realtà un quadro dipinto da un artista interessato più a veicolare le emozioni e coinvolgere lo spettatore tramite le immagini piuttosto che le parole. Allo stesso modo, come viene detto nel film, i personaggi cambiano aspetto nell'aldilà per non rimanere legati a preconcetti univoci e ciò ha dato origine alla strana ed eterogenea accozzaglia di attori che formano il cast, tutti eccellenti a partire da Cuba Gooding Jr. e Max Von Sydow, quest'ultimo impegnato in un ruolo particolarissimo che parrebbe un incrocio tra il vecchio Clint Eastwood e il Virgilio di dantesca memoria. L'unica parte di Al di là dei sogni che mi ha fatto storcere il naso, a dirla tutta, è il finale, su cui non voglio fare spoiler, che è molto diverso da quello del romanzo e che implica una SCELTA (peraltro, mi si passi il termine, stronza ed egoista) dei personaggi principali; pare ne esista uno alternativo presente sul DVD del film e mi piacerebbe vederlo ma resta il fatto che, per quanto odiato dalla maggior parte della critica, Al di là dei sogni è comunque un film che mi è piaciuto parecchio e sono contenta di averlo rivisto per ricordare al meglio il grandissimo Robin! Nel frattempo, se aveste voglia di approfondire la vostra conoscenza in merito, Robin Williams è stato già protagonista del Bollalmanacco a queste coordinate:
L'attimo fuggente (1989)
Hook - Capitan Uncino (1991)
Aladdin (1992)
Jumanji (1995)
The Butler - Un maggiordomo alla casa bianca (2013)
Ed ecco gli omaggi degli altri stimatissimi Blogger!
Montecristo - Il mondo secondo Garp
Whiterussian vs Pensieri Cannibali - Hook
Scrivenny - La leggenda del re pescatore
Non c'è paragone - Good Morning Vietnam
Combinazione casuale - Jumanji
Director's Cult - Toys
Pietro - Flubber
Recensioni Ribelli - L'attimo fuggente
Solaris - L'uomo bicentenario
La fabbrica dei sogni - One Hour Photo
Viaggiando (Meno) - The Angriest Man in Brooklin
In Central Perk - Will Hunting - Genio ribelle
martedì 12 agosto 2014
Robin Williams (1951 - 2014)
Capitano, mio Capitano.
Non ci sono parole per dire quanto mi mancherai, tu che con le parole hai sempre giocato, accompagnandomi nell'infanzia, facendomi ridere a crepapelle e piangere come nessun altro.
mercoledì 22 gennaio 2014
The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca (2013)
Ispirata più dall'idea che lo avesse sceneggiato Danny Strong che dall'argomento del film in sé, in questi giorni ho guardato The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca (The Butler), diretto nel 2013 dal regista Lee Daniels.
Trama: il film racconta la storia di Cecil Gaines, diventato uno dei maggiordomi di colore della Casa Bianca ai tempi del mandato di Eisenhower e ritiratosi durante la presidenza di Reagan, dopo anni di soddisfazioni lavorative e dolori in seno alla famiglia...
"I'm merely a humble butler, sir." "And what do you do?" "I buttle". Così parlava il geniale Tim Curry nell'esilarante Signori, il delitto è servito. Mentre Forrest Gump diceva "La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita". Se unite queste due storiche frasi avrete la filosofia completa e definitiva dell'ambizioso The Butler, un film in cui l'odioso Forest Withaker (non posso farci niente, lo trovo mollo e privo di carisma, inoltre quell'occhio perennemente a mezz'asta fa calare la palpebra anche a me!) perlappuntamente serve i suoi padroni e racconta la sua storia come un novello Gump, inframmezzando a eventi strettamente personali degli stralci di nera storia americana, nera sia perché legata alla comunità di colore sia, soprattutto, perché vergognosa e disdicevole, segnata da segregazione, stupidità, soprusi e violenze di ogni tipo. Sulla carta, quindi, The Butler sarebbe indubbiamente interessante, considerando anche il suo essere tratto dalla vera storia di Eugene Allen, che ha lavorato alla Casa Bianca per più di trent'anni. Il problema è che condensare in due ore questi trent'anni di storia americana, le mentalità di mezza dozzina di presidenti, quattro o cinque diversi modi di combattere la segregazione razziale e il dramma di una famiglia allo sbando significa offrire allo spettatore un bignami colmo di buchi, piatto, didascalico e sbrigativo, che non lascia nemmeno il tempo di simpatizzare con le persone rappresentate. Si arriva alla fine della pellicola con un gigantesco punto interrogativo sulla testa e la consapevolezza di dover tirare fuori i vecchi libri dell'università o del liceo per riuscire ad apprezzare appieno la visione appena terminata e ciò, se da un lato è ammirevole, dall'altro rischia di condannare The Butler al dimenticatoio dopo un giorno o due.
Un po' deprimente anche lo spreco di grande potenziale attoriale. Se, come ho detto, Forest Withaker è di una mollezza rara, la sua famiglia (secondogenito a parte, un minorato mentale sotto mentite spoglie, probabilmente) e i suoi colorati colleghi offrono interpretazioni sentite e coinvolgenti mentre i grandi nomi chiamati per ruoli che dureranno sì e no dieci minuti a testa sono decisamente superflui e valgono giusto per richiamare la maggior parte del pubblico. Per chi, come me, è fan scatenata di Alan Rickman, John Cusack o Liev Schreiber è quasi una bestemmia vederli relegati in un angolo per fare spazio a Withaker e, soprattutto, quello di Cusack è un esempio di aberrante miscasting: vederlo sudato e con quel naso posticcio scatenerebbe la risata isterica a chiunque visto che la somiglianza con Nixon è praticamente inesistente. E' incredibile, quindi, come un film che aspettavo con abbastanza trepidazione si sia rivelato così una sòla o, meglio, talmente insapore da non ispirarmi nemmeno una recensione di media lunghezza; posso capire il didascalismo e la banalità della sceneggiatura, d'altronde secondo me Danny Strong deve ancora farsi le ossette, soprattutto per quel che riguarda i lungometraggi, ma visti i nomi degli altri coinvolti qualcosina in più si poteva fare. E adesso capisco anche perché The Butler è stato snobbato ai Golden Globe e non ha ricevuto nomination per l'Oscar nonostante il patriottismo che ne impregna ogni fotogramma. Comunque, se siete degli irriducibili appassionati di storia americana guardatelo perché alcune performance, soprattutto quelle di Oprah Winfrey e David Oyelowo, sono davvero notevoli.
Del regista Lee Daniels ho già parlato qui. Forest Whitaker (Cecil Gaines), Vanessa Redgrave (Annabeth Westfall), David Oyelowo (Louis Gaines), Terrence Howard (Howard), Cuba Gooding Jr. (Carter Wilson), Robin Williams (Dwight D. Eisenhower), John Cusack (Richard Nixon), James Marsden (John Fitzgerald Kennedy), Liev Schreiber (Lyndon Johnson) e Alan Rickman (Ronald Reagan) li trovate invece ai rispettivi link.
Danny Strong (vero nome Daniel William Strong) è lo sceneggiatore della pellicola e interpreta un giornalista all'interno dell'autobus durante l'attacco del KuKluxKlan. Da Buffy addicted non potevo non dedicargli un trafiletto perché il ragazzo, assieme ai compari Tom Lenk ed Adam Busch, faceva parte del trio di archenemesisses della bionda eroina conosciuto come Troika. Come attore, lo ricordo per pellicole quali L'angelo del male, Pleasantville, Shriek - Hai impegni per venerdì 17? e Seabiscuit, inoltre ha partecipato alle serie Bayside School - La nuova classe, Una famiglia del terzo tipo, Clueless, Nip/Tuck, Una mamma per amica, How I Met Your Mother e Grey's Anatomy. Americano, anche produttore, ha 39 anni.
Jane Fonda (vero nome Lady Jayne Seymour Fonda) interpreta Nancy Reagan. Americana, la ricordo per film come A piedi nudi nel parco, Tre passi nel delirio, Barbarella, Una squillo per l'ispettore Klute e Tornando a casa (queste due pellicole le sono valse l'Oscar come migliore attrice protagonista). Anche produttrice, ha 76 anni e due film in uscita.
Tra le altre guest star presenti nella pellicola troviamo inoltre un’irriconoscibile Mariah Carey (Hattie Pearl, la madre di Cecil), la conduttrice Oprah Winfrey (Gloria Gaines) e Lenny Kravitz (James Holloway). Nella "sala tagli" è invece rimasta una scena in cui Cecil avrebbe dovuto incontrare personalmente Barack Obama e quelle in cui Melissa Leo compare nei panni di Mamie Eisenhower, mentre tra gli attori che non hanno partecipato alla pellicola segnalo Matthew McConaughey e James Franco, entrambi interpellati per il ruolo di Kennedy, Mila Kunis (come Jackie Kennedy) e Liam Neeson (come Lyndon Johnson). Anche Nicole Kidman, Zac Efron e Hugh Jackman avrebbero dovuto essere presenti ma i loro ruoli sono rimasti sconosciuti. Detto questo, se The Butler vi è piaciuto recuperate anche The Help e Il colore viola. ENJOY!
Trama: il film racconta la storia di Cecil Gaines, diventato uno dei maggiordomi di colore della Casa Bianca ai tempi del mandato di Eisenhower e ritiratosi durante la presidenza di Reagan, dopo anni di soddisfazioni lavorative e dolori in seno alla famiglia...
"I'm merely a humble butler, sir." "And what do you do?" "I buttle". Così parlava il geniale Tim Curry nell'esilarante Signori, il delitto è servito. Mentre Forrest Gump diceva "La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita". Se unite queste due storiche frasi avrete la filosofia completa e definitiva dell'ambizioso The Butler, un film in cui l'odioso Forest Withaker (non posso farci niente, lo trovo mollo e privo di carisma, inoltre quell'occhio perennemente a mezz'asta fa calare la palpebra anche a me!) perlappuntamente serve i suoi padroni e racconta la sua storia come un novello Gump, inframmezzando a eventi strettamente personali degli stralci di nera storia americana, nera sia perché legata alla comunità di colore sia, soprattutto, perché vergognosa e disdicevole, segnata da segregazione, stupidità, soprusi e violenze di ogni tipo. Sulla carta, quindi, The Butler sarebbe indubbiamente interessante, considerando anche il suo essere tratto dalla vera storia di Eugene Allen, che ha lavorato alla Casa Bianca per più di trent'anni. Il problema è che condensare in due ore questi trent'anni di storia americana, le mentalità di mezza dozzina di presidenti, quattro o cinque diversi modi di combattere la segregazione razziale e il dramma di una famiglia allo sbando significa offrire allo spettatore un bignami colmo di buchi, piatto, didascalico e sbrigativo, che non lascia nemmeno il tempo di simpatizzare con le persone rappresentate. Si arriva alla fine della pellicola con un gigantesco punto interrogativo sulla testa e la consapevolezza di dover tirare fuori i vecchi libri dell'università o del liceo per riuscire ad apprezzare appieno la visione appena terminata e ciò, se da un lato è ammirevole, dall'altro rischia di condannare The Butler al dimenticatoio dopo un giorno o due.
Un po' deprimente anche lo spreco di grande potenziale attoriale. Se, come ho detto, Forest Withaker è di una mollezza rara, la sua famiglia (secondogenito a parte, un minorato mentale sotto mentite spoglie, probabilmente) e i suoi colorati colleghi offrono interpretazioni sentite e coinvolgenti mentre i grandi nomi chiamati per ruoli che dureranno sì e no dieci minuti a testa sono decisamente superflui e valgono giusto per richiamare la maggior parte del pubblico. Per chi, come me, è fan scatenata di Alan Rickman, John Cusack o Liev Schreiber è quasi una bestemmia vederli relegati in un angolo per fare spazio a Withaker e, soprattutto, quello di Cusack è un esempio di aberrante miscasting: vederlo sudato e con quel naso posticcio scatenerebbe la risata isterica a chiunque visto che la somiglianza con Nixon è praticamente inesistente. E' incredibile, quindi, come un film che aspettavo con abbastanza trepidazione si sia rivelato così una sòla o, meglio, talmente insapore da non ispirarmi nemmeno una recensione di media lunghezza; posso capire il didascalismo e la banalità della sceneggiatura, d'altronde secondo me Danny Strong deve ancora farsi le ossette, soprattutto per quel che riguarda i lungometraggi, ma visti i nomi degli altri coinvolti qualcosina in più si poteva fare. E adesso capisco anche perché The Butler è stato snobbato ai Golden Globe e non ha ricevuto nomination per l'Oscar nonostante il patriottismo che ne impregna ogni fotogramma. Comunque, se siete degli irriducibili appassionati di storia americana guardatelo perché alcune performance, soprattutto quelle di Oprah Winfrey e David Oyelowo, sono davvero notevoli.
Del regista Lee Daniels ho già parlato qui. Forest Whitaker (Cecil Gaines), Vanessa Redgrave (Annabeth Westfall), David Oyelowo (Louis Gaines), Terrence Howard (Howard), Cuba Gooding Jr. (Carter Wilson), Robin Williams (Dwight D. Eisenhower), John Cusack (Richard Nixon), James Marsden (John Fitzgerald Kennedy), Liev Schreiber (Lyndon Johnson) e Alan Rickman (Ronald Reagan) li trovate invece ai rispettivi link.
Danny Strong (vero nome Daniel William Strong) è lo sceneggiatore della pellicola e interpreta un giornalista all'interno dell'autobus durante l'attacco del KuKluxKlan. Da Buffy addicted non potevo non dedicargli un trafiletto perché il ragazzo, assieme ai compari Tom Lenk ed Adam Busch, faceva parte del trio di archenemesisses della bionda eroina conosciuto come Troika. Come attore, lo ricordo per pellicole quali L'angelo del male, Pleasantville, Shriek - Hai impegni per venerdì 17? e Seabiscuit, inoltre ha partecipato alle serie Bayside School - La nuova classe, Una famiglia del terzo tipo, Clueless, Nip/Tuck, Una mamma per amica, How I Met Your Mother e Grey's Anatomy. Americano, anche produttore, ha 39 anni.
Jane Fonda (vero nome Lady Jayne Seymour Fonda) interpreta Nancy Reagan. Americana, la ricordo per film come A piedi nudi nel parco, Tre passi nel delirio, Barbarella, Una squillo per l'ispettore Klute e Tornando a casa (queste due pellicole le sono valse l'Oscar come migliore attrice protagonista). Anche produttrice, ha 76 anni e due film in uscita.
Tra le altre guest star presenti nella pellicola troviamo inoltre un’irriconoscibile Mariah Carey (Hattie Pearl, la madre di Cecil), la conduttrice Oprah Winfrey (Gloria Gaines) e Lenny Kravitz (James Holloway). Nella "sala tagli" è invece rimasta una scena in cui Cecil avrebbe dovuto incontrare personalmente Barack Obama e quelle in cui Melissa Leo compare nei panni di Mamie Eisenhower, mentre tra gli attori che non hanno partecipato alla pellicola segnalo Matthew McConaughey e James Franco, entrambi interpellati per il ruolo di Kennedy, Mila Kunis (come Jackie Kennedy) e Liam Neeson (come Lyndon Johnson). Anche Nicole Kidman, Zac Efron e Hugh Jackman avrebbero dovuto essere presenti ma i loro ruoli sono rimasti sconosciuti. Detto questo, se The Butler vi è piaciuto recuperate anche The Help e Il colore viola. ENJOY!
martedì 14 maggio 2013
Aladdin (1992)
E’ capitato una sera di dover rimanere al palo in quel di Kyoto e passare la serata chiusa nella meravigliosa stanzetta dell’ostello e per fortuna quel giorno davano in TV uno dei miei cartoni Disney preferiti: Aladdin, diretto nel 1992 dai registi Ron Clements e John Musker, vincitore di due Oscar, uno per la migliore colonna sonora e uno per la miglior canzone originale, Il mondo è mio (A Whole New World).
Trama: ingannato dal vile Jafar, il giovane ladruncolo Aladdin si introduce nella Caverna delle Meraviglie e recupera una lampada dalla quale esce fuori un genio in grado di esaudire tre desideri…
Potrei cominciare la recensione dicendo "Feeeeenomenali poteri cosmiciiiii..... inunminuscolospaziovitale!", continuare con "Scusa, orango! Aquì, içi, vien'accà!" e andare avanti così per ore, citando ogni battuta, cantando ogni canzone e mimando ogni scena di questo incredibile capolavoro Disney, un retaggio che mi porto dietro dall'età di 11 anni e che mi ha consentito di godermi Aladdin anche in giapponese, con il Genio che chiama Aladdin "Aru" invece di "Al". Potrei, ma non lo farò, altrimenti mi dareste della Señora Psicopatica, quindi meglio calmarsi e cercare di sviscerare il mio amore per Aladdin in modo perlomeno comprensibile. Sono molti i motivi che mi portano ad adorare questo lungometraggio, ma alla fine gratta gratta tutto si riduce a tre personaggi e all'incredibile equilibrio tra musica e testi che rende la colonna sonora di Aladdin una delle più belle mai realizzate per un cartone Disney. Pezzacci come Un amico come me, Principe Alì, Le notti d'Oriente e Il mondo è mio sono l'armonioso cuore di Aladdin, commuovono, incantano e strappano grassissime risate alternativamente, accompagnando una vicenda dalla quale sono assolutamente inscindibili e rendendola ancora più bella di quanto avrebbe potuto essere.
Quanto ai personaggi, qui parliamo di puro genio. Anzi, DEL Genio, ovviamente. Che sia doppiato da Robin Williams o dall'esilarante Gigi Proietti, il gigante blu è il vero protagonista del film e ruba la scena al giovane "Tom Cruise" che da il titolo alla pellicola praticamente ad ogni sua apparizione. Chi non vorrebbe "un amico come lui", al di là dei tre desideri? Genio è saggio, divertente, carismatico, fa delle imitazioni da paura e ha delle trovate incredibili a prescindere dai suoi poteri, diventa il confidente e la figura paterna di Aladdin aiutandolo a tirare fuori il Diamante che risplende in lui in barba alle sue umili origini. Dall'altra parte della barricata ci sono poi due dei villain migliori mai creati per un film Disney, l'orrido Jafar e la sua degna, infida e pennuta spalla Iago. Se il Genio è azzurro e solare come l'abito della virtuosa Jasmine i due malvagi sono invece rossi come il fuoco e la dannazione e si compensano perfettamente l'un l'altro: tanto Jafar è di poche parole e insinuante, tanto Iago è logorroico e testa calda, così che i duetti tra questi personaggi sono un compendio di esilarante e terribile malvagità. Ovviamente il mio amore va soprattutto al pappagallo Iago, impagabile quando interpreta la parte del "bravo" animaletto mangiacracker o quando si profonde in servilissimi salamelecchi nei confronti del suo padrone, eclissandone l'indubbio carisma in più di un'occasione.
Rimaniamo sempre nell'ambito della caratterizzazione dei personaggi e diamo una svolta più maliziosa alla recensione di un film per bambini. Vanno bene i buoni sentimenti e il messaggio positivo ma la Disney con Aladdin spalancava le porte alla modernità proseguendo un processo di emancipazione già iniziato ai tempi de La bella e la bestia con l'intelligente Belle. La principessa di turno, Jasmine, è sì intelligente e indipendente ma è anche ben consapevole del suo essere una sensualissima odalisca in grado di far fare agli uomini praticamente tutto quel che vuole. La signorina mostra parecchia pelle, il bacio che si scambiano lei e Aladdin dopo il viaggio sul tappeto volante non è proprio casto e puro come vorrebbe la tradizione e vogliamo parlare dello sguardo lubrico che le rivolge Jafar poco prima del finale? Certo, niente a che vedere coi turbamenti sessual-religiosi che coglieranno Frollo davanti ad Esmeralda ne Il gobbo di Notre Dame ma abbastanza da farci rimanere schifati da una scena in particolare, come accade ai poveri Iago e Abu! E anche l'umorismo di Genio è parecchio adulto e precorre i tempi, come se ci trovassimo davanti all'antesignano dei cartoni animati di oggi, improntati alla satira, alla parodia e a un umorismo difficilmente comprensibile per i poveri pargoli che, spesso, diventano delle scuse per consentire ai genitori di andare al cinema e uscire più contenti e divertiti dei bambini stessi. E' anche per questo che Aladdin è un capolavoro, per come riesce ad accontentare grandi e piccini, confermandosi un prodotto godibilissimo per tutte le generazioni. Se non lo avete mai guardato, recuperatelo e non ve ne pentirete!!
Dei registi Ron Clements e John Musker ho già parlato qui, mentre Robin Williams, mitica voce del Genio e del mercante a inizio film, lo trovate qua.
Per la voce del Genio erano stati presi in considerazione anche John Candy, Steve Martin, Eddie Murphy e John Goodman. Alla fine l’ha spuntata Robin Williams, ma l’attore non è stato trattato granché bene dalla Disney. Il grandissimo ha infatti accettato di doppiare Genio dietro un compenso corrispondente al minimo sindacale, a patto però che la sua voce non venisse utilizzata per il merchandising e che le immagini del personaggio su poster, trailer etc. non occupassero più del 25% di spazio. Alla Disney se ne sono fregati e l’attore ha giustamente deciso di dissociarsi dalla pellicola, tanto che nel seguito Il ritorno di Jafar è stato Dan Castellaneta (storica voce di Homer Simpson) a doppiare il personaggio; solo quando i vertici Disney sono cambiati Williams è tornato ad essere il Genio per il terzo sequel straight-to-video, Aladdin e il re dei ladri, mentre in Italia tutti e tre i film, per quanto i seguiti siano a dir poco scadenti, vantano lo splendido doppiaggio di Gigi Proietti. Niente di fatto, invece, sia per Joe Pesci e Danny De Vito (presi in considerazione per il pappagallo Jago) che per Patrick Stewart che, in quanto impegnato sul set della serie Star Trek: The Next Generation, ha dovuto rinunciare al ruolo di Jafar. Per quanto riguarda la versione DVD sappiate che chi, come me, era abituato a sentire i versi “E ti trovi in galera anche senza un perché, che barbarie!, ma è la mia tribù!!” ascoltando Le notti d’Oriente, adesso troverà un più politically correct “C’è un deserto immenso, un calore intenso, non è facile ma io ci vivo laggiù”, modificato anche nella versione americana ovviamente. Sorvoliamo inoltre sul fatto che la splendida Il mondo è mio sia stata rifatta indegnamente dal mefitico duo Tatangelo/D’Alessio, perché per fortuna esistono le VHS incontaminate o in alternativa il tasto fast forward. Vi consiglierei anche di evitare i due già citati seguiti Il ritorno di Jafar e Aladdin e il re dei ladri, veicoli per la diffusione della serie televisiva Aladdin, durata tre stagioni e andata in onda in Italia sulla Rai. Buttatevi piuttosto su La bella e la bestia, La sirenetta, Le follie dell’imperatore ed Hercules. ENJOY!!
Trama: ingannato dal vile Jafar, il giovane ladruncolo Aladdin si introduce nella Caverna delle Meraviglie e recupera una lampada dalla quale esce fuori un genio in grado di esaudire tre desideri…
Potrei cominciare la recensione dicendo "Feeeeenomenali poteri cosmiciiiii..... inunminuscolospaziovitale!", continuare con "Scusa, orango! Aquì, içi, vien'accà!" e andare avanti così per ore, citando ogni battuta, cantando ogni canzone e mimando ogni scena di questo incredibile capolavoro Disney, un retaggio che mi porto dietro dall'età di 11 anni e che mi ha consentito di godermi Aladdin anche in giapponese, con il Genio che chiama Aladdin "Aru" invece di "Al". Potrei, ma non lo farò, altrimenti mi dareste della Señora Psicopatica, quindi meglio calmarsi e cercare di sviscerare il mio amore per Aladdin in modo perlomeno comprensibile. Sono molti i motivi che mi portano ad adorare questo lungometraggio, ma alla fine gratta gratta tutto si riduce a tre personaggi e all'incredibile equilibrio tra musica e testi che rende la colonna sonora di Aladdin una delle più belle mai realizzate per un cartone Disney. Pezzacci come Un amico come me, Principe Alì, Le notti d'Oriente e Il mondo è mio sono l'armonioso cuore di Aladdin, commuovono, incantano e strappano grassissime risate alternativamente, accompagnando una vicenda dalla quale sono assolutamente inscindibili e rendendola ancora più bella di quanto avrebbe potuto essere.
Quanto ai personaggi, qui parliamo di puro genio. Anzi, DEL Genio, ovviamente. Che sia doppiato da Robin Williams o dall'esilarante Gigi Proietti, il gigante blu è il vero protagonista del film e ruba la scena al giovane "Tom Cruise" che da il titolo alla pellicola praticamente ad ogni sua apparizione. Chi non vorrebbe "un amico come lui", al di là dei tre desideri? Genio è saggio, divertente, carismatico, fa delle imitazioni da paura e ha delle trovate incredibili a prescindere dai suoi poteri, diventa il confidente e la figura paterna di Aladdin aiutandolo a tirare fuori il Diamante che risplende in lui in barba alle sue umili origini. Dall'altra parte della barricata ci sono poi due dei villain migliori mai creati per un film Disney, l'orrido Jafar e la sua degna, infida e pennuta spalla Iago. Se il Genio è azzurro e solare come l'abito della virtuosa Jasmine i due malvagi sono invece rossi come il fuoco e la dannazione e si compensano perfettamente l'un l'altro: tanto Jafar è di poche parole e insinuante, tanto Iago è logorroico e testa calda, così che i duetti tra questi personaggi sono un compendio di esilarante e terribile malvagità. Ovviamente il mio amore va soprattutto al pappagallo Iago, impagabile quando interpreta la parte del "bravo" animaletto mangiacracker o quando si profonde in servilissimi salamelecchi nei confronti del suo padrone, eclissandone l'indubbio carisma in più di un'occasione.
Rimaniamo sempre nell'ambito della caratterizzazione dei personaggi e diamo una svolta più maliziosa alla recensione di un film per bambini. Vanno bene i buoni sentimenti e il messaggio positivo ma la Disney con Aladdin spalancava le porte alla modernità proseguendo un processo di emancipazione già iniziato ai tempi de La bella e la bestia con l'intelligente Belle. La principessa di turno, Jasmine, è sì intelligente e indipendente ma è anche ben consapevole del suo essere una sensualissima odalisca in grado di far fare agli uomini praticamente tutto quel che vuole. La signorina mostra parecchia pelle, il bacio che si scambiano lei e Aladdin dopo il viaggio sul tappeto volante non è proprio casto e puro come vorrebbe la tradizione e vogliamo parlare dello sguardo lubrico che le rivolge Jafar poco prima del finale? Certo, niente a che vedere coi turbamenti sessual-religiosi che coglieranno Frollo davanti ad Esmeralda ne Il gobbo di Notre Dame ma abbastanza da farci rimanere schifati da una scena in particolare, come accade ai poveri Iago e Abu! E anche l'umorismo di Genio è parecchio adulto e precorre i tempi, come se ci trovassimo davanti all'antesignano dei cartoni animati di oggi, improntati alla satira, alla parodia e a un umorismo difficilmente comprensibile per i poveri pargoli che, spesso, diventano delle scuse per consentire ai genitori di andare al cinema e uscire più contenti e divertiti dei bambini stessi. E' anche per questo che Aladdin è un capolavoro, per come riesce ad accontentare grandi e piccini, confermandosi un prodotto godibilissimo per tutte le generazioni. Se non lo avete mai guardato, recuperatelo e non ve ne pentirete!!
Dei registi Ron Clements e John Musker ho già parlato qui, mentre Robin Williams, mitica voce del Genio e del mercante a inizio film, lo trovate qua.
Per la voce del Genio erano stati presi in considerazione anche John Candy, Steve Martin, Eddie Murphy e John Goodman. Alla fine l’ha spuntata Robin Williams, ma l’attore non è stato trattato granché bene dalla Disney. Il grandissimo ha infatti accettato di doppiare Genio dietro un compenso corrispondente al minimo sindacale, a patto però che la sua voce non venisse utilizzata per il merchandising e che le immagini del personaggio su poster, trailer etc. non occupassero più del 25% di spazio. Alla Disney se ne sono fregati e l’attore ha giustamente deciso di dissociarsi dalla pellicola, tanto che nel seguito Il ritorno di Jafar è stato Dan Castellaneta (storica voce di Homer Simpson) a doppiare il personaggio; solo quando i vertici Disney sono cambiati Williams è tornato ad essere il Genio per il terzo sequel straight-to-video, Aladdin e il re dei ladri, mentre in Italia tutti e tre i film, per quanto i seguiti siano a dir poco scadenti, vantano lo splendido doppiaggio di Gigi Proietti. Niente di fatto, invece, sia per Joe Pesci e Danny De Vito (presi in considerazione per il pappagallo Jago) che per Patrick Stewart che, in quanto impegnato sul set della serie Star Trek: The Next Generation, ha dovuto rinunciare al ruolo di Jafar. Per quanto riguarda la versione DVD sappiate che chi, come me, era abituato a sentire i versi “E ti trovi in galera anche senza un perché, che barbarie!, ma è la mia tribù!!” ascoltando Le notti d’Oriente, adesso troverà un più politically correct “C’è un deserto immenso, un calore intenso, non è facile ma io ci vivo laggiù”, modificato anche nella versione americana ovviamente. Sorvoliamo inoltre sul fatto che la splendida Il mondo è mio sia stata rifatta indegnamente dal mefitico duo Tatangelo/D’Alessio, perché per fortuna esistono le VHS incontaminate o in alternativa il tasto fast forward. Vi consiglierei anche di evitare i due già citati seguiti Il ritorno di Jafar e Aladdin e il re dei ladri, veicoli per la diffusione della serie televisiva Aladdin, durata tre stagioni e andata in onda in Italia sulla Rai. Buttatevi piuttosto su La bella e la bestia, La sirenetta, Le follie dell’imperatore ed Hercules. ENJOY!!
Labels:
aladdin,
cartoni,
cinema,
disney,
john musker,
robin williams,
ron clements
domenica 14 ottobre 2012
Jumanji (1995)
In questi giorni ho riguardato un film che non vedevo da parecchio tempo, ovvero Jumanji, diretto nel 1995 dal regista Joe Johnston e tratto dall’omonimo libro di Chris Van Allsburg.
Trama: negli anni ’60 il piccolo Alan scompare davanti agli occhi dell’amichetta Sarah, risucchiato all’interno del gioco da tavolo Jumanji. Una trentina d’anni dopo, i fratellini Judy e Jack trovano in soffitta il gioco e un Alan ormai adulto è costretto a concludere la vecchia partita…
Jumanji, almeno sulla carta, è un vero delirio. L’idea che esista un gioco “maledetto”, in grado di penalizzare davvero i giocatori e scatenare su di loro tutti gli orribili, pericolosissimi ostacoli che una persona potrebbe trovare durante un viaggio nella giungla più selvaggia è semplicemente geniale ed è resa ancora più interessante dal fatto che le persone coinvolte siano costrette a sottostare letteralmente alle regole del gioco. Tuttavia, fermo restando che sarebbe stato molto più bello per me vedere una variante a tema horror, gli anni non hanno giovato granché a Jumanji che, oggi più di allora, patisce di un’inusuale rigidezza sia del protagonista principale (un Robin Williams stranamente sottotono), che di una certa ripetitività ammorbata da melassa in abbondanza, solo vagamente stemperata da alcuni momenti di ironia: l’idea del gioco maledetto e la presenza di due orfani, infatti, veicola una riflessione sul rapporto tra padri e figli, sulla difficoltà di crescere in un mondo che è una sorta di giungla in piccolo, dove comunque l’imprevisto è sempre in agguato, dove vige la legge del più forte e del più furbo e c’è poco spazio per mostrare sentimenti e debolezze. Infatti, il terribile cacciatore Van Pelt è interpretato, non a caso, dallo stesso attore che recita la parte del padre di Alan ed è l’essere che più terrorizza il protagonista perché, al di là dell’ovvia minaccia rappresentata dal fucile, incarna l’estremizzazione della cecità, dell’intransigenza, della freddezza e della supposta infallibilità del genitore.
Riflessioni a parte, quello che all’epoca aveva attirato miriadi di ragazzini al cinema era l’incredibile dispendio di effetti speciali, fiore all’occhiello di Jumanji e figli dell’alta tecnologia utilizzata per Jurassic Park. Oggi alcuni di essi risultano un po’ datati e le bestiole hanno comunque quell’aria di “finto”, soprattutto il leone e le scimmie, ma non si può negare che la maggior parte delle sequenze risultino tuttora spettacolari, basti solo pensare alla crescita della pianta carnivora, al monsone (con conseguente inondazione) che si scatena all’interno della villa o alla devastante carica di rinoceronti ed elefanti impazziti che travolgono ogni cosa al loro passaggio. Inquietante anche la resa del gioco stesso, con il suono di tamburi in lontananza che attira le malcapitate vittime e la bellissima, evocativa confezione vintage con tanto di sfera verdastra a produrre indovinelli sibillini che preannunciano il peggio agli incauti giocatori. Visto una volta, quindi, Jumanji raggiunge sicuramente lo scopo di intrattenere, divertire ed emozionare, ma rivisto anche a distanza di anni subentra quella ripetitività di cui parlavo sopra, con i personaggi che tirano il dado, subiscono la penitenza e, una volta scampato il pericolo, ricominciano tutto da capo. Non un capolavoro, quindi, ma comunque un film godibile ed ideale per fare un salto nel passato.
Del regista Joe Johnston ho già parlato qui, mentre Robin Williams (Alan Parrish) e Kirsten Dunst (Judy Shepherd) li trovate ai rispettivi link.
Jonathan Hyde interpreta sia Van Pelt che Sam Parrish. Australiano, ha partecipato a film come Richie Rich – Il più ricco del mondo, Anaconda, Titanic e La mummia. Ha 64 anni.
Bonnie Hunt interpreta Sarah. Americana, la ricordo per film come Rain Man – L’uomo della pioggia, Beethoven, Dave – Presidente per un giorno, Beethoven 2, Jerry Maguire, Il miglio verde; inoltre, ha doppiato pellicole come A Bug’s Life – Megaminimondo, Monsters & Co., Cars – Motori ruggenti, Toy Story 3 – La grande fuga e Cars 2. Anche produttrice, sceneggiatrice e regista, ha 51 anni.
Patricia Clarkson interpreta Carol Parrish. Americana, la ricordo per film come The Untouchables – Gli intoccabili, Scherzi del cuore, Il miglio verde, Lontano dal paradiso, Carrie (il film TV) e Shutter Island, inoltre ha partecipato a serie come Six Feet Under. Ha 53 anni e un film in uscita.
Adam Hann – Byrd interpreta Alan da ragazzino. Americano, lo ricordo per film come Il mio piccolo genio, Diabolique, Tempesta di ghiaccio e Halloween H20: Venti anni dopo. Ha 30 anni.
Bradley Pierce invece, che interpreta il piccolo Peter, è stato la voce originale di Chicco in La Bella e la Bestia. Il libro scritto da Chris Van Allsburg si conclude un po’ diversamente, con Judy e Peter che si sbarazzano del gioco solo per poi vederlo, poco dopo, tra le braccia di due ragazzini che diventeranno i protagonisti di un altro racconto dello scrittore, Zathura (da cui è stato tratto il film Zathura - Un’avventura spaziale, nel 2005), assai simile a Jumanji ma a tema spaziale, appunto. Rimanendo sempre in tema di seguiti e affini, pare che sia in progetto da qualche tempo di girare un remake di Jumanji, ma il tutto è ancora avvolto nel mistero… se però l’avventura nella giungla non vi fosse bastata sappiate che esiste anche un’omonima serie animata tratta dal film, andata in onda in Italia negli anni ’90 su Disney Channel e Rai 2. Per finire, se la pellicola vi fosse piaciuta, consiglio la visione di Inkheart – La leggenda del cuore d’inchiostro e Hook – Capitan uncino. ENJOY!
Trama: negli anni ’60 il piccolo Alan scompare davanti agli occhi dell’amichetta Sarah, risucchiato all’interno del gioco da tavolo Jumanji. Una trentina d’anni dopo, i fratellini Judy e Jack trovano in soffitta il gioco e un Alan ormai adulto è costretto a concludere la vecchia partita…
Jumanji, almeno sulla carta, è un vero delirio. L’idea che esista un gioco “maledetto”, in grado di penalizzare davvero i giocatori e scatenare su di loro tutti gli orribili, pericolosissimi ostacoli che una persona potrebbe trovare durante un viaggio nella giungla più selvaggia è semplicemente geniale ed è resa ancora più interessante dal fatto che le persone coinvolte siano costrette a sottostare letteralmente alle regole del gioco. Tuttavia, fermo restando che sarebbe stato molto più bello per me vedere una variante a tema horror, gli anni non hanno giovato granché a Jumanji che, oggi più di allora, patisce di un’inusuale rigidezza sia del protagonista principale (un Robin Williams stranamente sottotono), che di una certa ripetitività ammorbata da melassa in abbondanza, solo vagamente stemperata da alcuni momenti di ironia: l’idea del gioco maledetto e la presenza di due orfani, infatti, veicola una riflessione sul rapporto tra padri e figli, sulla difficoltà di crescere in un mondo che è una sorta di giungla in piccolo, dove comunque l’imprevisto è sempre in agguato, dove vige la legge del più forte e del più furbo e c’è poco spazio per mostrare sentimenti e debolezze. Infatti, il terribile cacciatore Van Pelt è interpretato, non a caso, dallo stesso attore che recita la parte del padre di Alan ed è l’essere che più terrorizza il protagonista perché, al di là dell’ovvia minaccia rappresentata dal fucile, incarna l’estremizzazione della cecità, dell’intransigenza, della freddezza e della supposta infallibilità del genitore.
Riflessioni a parte, quello che all’epoca aveva attirato miriadi di ragazzini al cinema era l’incredibile dispendio di effetti speciali, fiore all’occhiello di Jumanji e figli dell’alta tecnologia utilizzata per Jurassic Park. Oggi alcuni di essi risultano un po’ datati e le bestiole hanno comunque quell’aria di “finto”, soprattutto il leone e le scimmie, ma non si può negare che la maggior parte delle sequenze risultino tuttora spettacolari, basti solo pensare alla crescita della pianta carnivora, al monsone (con conseguente inondazione) che si scatena all’interno della villa o alla devastante carica di rinoceronti ed elefanti impazziti che travolgono ogni cosa al loro passaggio. Inquietante anche la resa del gioco stesso, con il suono di tamburi in lontananza che attira le malcapitate vittime e la bellissima, evocativa confezione vintage con tanto di sfera verdastra a produrre indovinelli sibillini che preannunciano il peggio agli incauti giocatori. Visto una volta, quindi, Jumanji raggiunge sicuramente lo scopo di intrattenere, divertire ed emozionare, ma rivisto anche a distanza di anni subentra quella ripetitività di cui parlavo sopra, con i personaggi che tirano il dado, subiscono la penitenza e, una volta scampato il pericolo, ricominciano tutto da capo. Non un capolavoro, quindi, ma comunque un film godibile ed ideale per fare un salto nel passato.
Del regista Joe Johnston ho già parlato qui, mentre Robin Williams (Alan Parrish) e Kirsten Dunst (Judy Shepherd) li trovate ai rispettivi link.
Jonathan Hyde interpreta sia Van Pelt che Sam Parrish. Australiano, ha partecipato a film come Richie Rich – Il più ricco del mondo, Anaconda, Titanic e La mummia. Ha 64 anni.
Bonnie Hunt interpreta Sarah. Americana, la ricordo per film come Rain Man – L’uomo della pioggia, Beethoven, Dave – Presidente per un giorno, Beethoven 2, Jerry Maguire, Il miglio verde; inoltre, ha doppiato pellicole come A Bug’s Life – Megaminimondo, Monsters & Co., Cars – Motori ruggenti, Toy Story 3 – La grande fuga e Cars 2. Anche produttrice, sceneggiatrice e regista, ha 51 anni.
Patricia Clarkson interpreta Carol Parrish. Americana, la ricordo per film come The Untouchables – Gli intoccabili, Scherzi del cuore, Il miglio verde, Lontano dal paradiso, Carrie (il film TV) e Shutter Island, inoltre ha partecipato a serie come Six Feet Under. Ha 53 anni e un film in uscita.
Adam Hann – Byrd interpreta Alan da ragazzino. Americano, lo ricordo per film come Il mio piccolo genio, Diabolique, Tempesta di ghiaccio e Halloween H20: Venti anni dopo. Ha 30 anni.
Bradley Pierce invece, che interpreta il piccolo Peter, è stato la voce originale di Chicco in La Bella e la Bestia. Il libro scritto da Chris Van Allsburg si conclude un po’ diversamente, con Judy e Peter che si sbarazzano del gioco solo per poi vederlo, poco dopo, tra le braccia di due ragazzini che diventeranno i protagonisti di un altro racconto dello scrittore, Zathura (da cui è stato tratto il film Zathura - Un’avventura spaziale, nel 2005), assai simile a Jumanji ma a tema spaziale, appunto. Rimanendo sempre in tema di seguiti e affini, pare che sia in progetto da qualche tempo di girare un remake di Jumanji, ma il tutto è ancora avvolto nel mistero… se però l’avventura nella giungla non vi fosse bastata sappiate che esiste anche un’omonima serie animata tratta dal film, andata in onda in Italia negli anni ’90 su Disney Channel e Rai 2. Per finire, se la pellicola vi fosse piaciuta, consiglio la visione di Inkheart – La leggenda del cuore d’inchiostro e Hook – Capitan uncino. ENJOY!
martedì 9 ottobre 2012
Bollalmanacco On Demand: L'attimo fuggente (1989)
Torna il Bollalmanacco On Demand e lo fa con un film tra i più amati! Infatti, grazie al prode Toto che non vedeva l’ora di farmi piangere come un vitello, oggi recensirò L’attimo fuggente (Dead Poets Society), diretto nel 1989 dal regista Peter Weir. Il prossimo film On Demand sarà invece The Sentinel di Michael Winner.
Trama: alla rigidissima Welton Academy arriva un nuovo insegnante d’inglese, John Keating. Grazie ai suoi metodi decisamente poco ortodossi, i ragazzi impareranno ad amare la poesia e, soprattutto, a vivere…
Non sono cresciuta nel culto de L’attimo fuggente com’è successo a tanti ragazzi della mia generazione, perché l’ho scoperto un po’ tardi rispetto ad altri, però ogni volta che lo guardo non posso fare a meno di pensare che un film simile andrebbe proiettato per legge in tutte le scuole del mondo. Innanzitutto, perché è una pellicola scritta, diretta e recitata benissimo, poi perché, al di là del tragico ma inevitabile finale, veicola un messaggio importantissimo già allora ed indispensabile in tempi come questi: bisogna arricchirsi con la cultura per pensare con la propria testa… e riuscire a cogliere l’attimo, a vivere appieno il tempo che ci viene concesso su questa terra. Certo, i ragazzi della Welton Academy sono dei privilegiati, destinati ad un futuro da dottori, avvocati e quant’altro, ma sono pur sempre ragazzi con le loro speranze, i loro sogni, le loro paure e i loro difetti, ingabbiati in un rigido microcosmo fatto di regole, divieti, aspirazioni genitoriali e pregiudizi; quello che vale per loro vale anche per qualsiasi altro ragazzo o ragazza che si prepara a fare il suo ingresso in società e Dio sa se non farebbe bene a TUTTI i giovani pecoroni ignoranti e buzziconi che popolano il mondo oggigiorno una bella dose di John Keating per recuperare quella cultura, quell’individualismo, quella capacità di vivere e pensare fuori dagli schemi che parrebbero ormai appannaggio esclusivo di pochissime persone illuminate. Ma sto divagando, la vecchia 90enne che è in me ha preso il sopravvento, torniamo al film.
L’attimo fuggente entra nel cuore per il modo lieve e plausibile con cui vengono tratteggiati i personaggi principali, questi giovani e futuri membri della Dead Poets Society del titolo originale: il timido Todd, il sognatore Neil, il romantico Knox e il vulcanico “Nuwanda” sono compagni di scuola che tutti avremmo potuto avere, ragazzi intelligenti e curiosi, non necessariamente dei geni o dei prodigi, problematici ed insicuri come tutte le persone della loro età… almeno finché non si riuniscono per rendere omaggio ai poeti. E’ bellissimo il modo in cui Peter Weir cambia completamente registro nelle sequenze in cui descrive gli incontri della Società, perché la prima volta che i ragazzi decidono di riunirsi di notte sembra quasi di vedere un altro film, dove misteriosi ed incappucciati cospiratori vagano per i boschi quasi fossero un gruppo di monaci di qualche horror. All’interno della grotta scelta per le riunioni, quasi come fosse una sorta di grembo materno, i protagonisti “rinascono” e sono finalmente liberi di esprimere se stessi, di scoprire potenzialità insospettabili, di vivere la gioventù scapestrata (e anche simpaticamente idiota a volte!!) che viene loro negata all’interno della Walton Academy e in seno alle famiglie, composte da rigidi e severissimi genitori che fanno il paio con i titolatissimi ma freddi insegnanti dell’accademia e che vedono ogni spinta verso l’individualismo come una minaccia per il futuro “perfetto” di questi giovani.
A fronte di questo scontro tra titani, tra la seducente idea di “cogliere l’attimo” e il triste presagio di un futuro già scritto, è inevitabile che il film prenda, ad un certo punto, una piega tragica. Anche qui Peter Weir è abilissimo a mantenere comunque una certa continuità nell’atmosfera della pellicola, senza ricorrere a sensazionalismi e regalandoci grandissimi momenti di pura poesia, come la sequenza in cui Todd sfoga il suo dolore nella neve, la simbolica immagine della corona di Puck posata sulla finestra aperta da Neil e infine quell’indimenticabile “O Captain, my Captain” pronunciato dai ragazzi in piedi sui banchi, ultimo saluto al professore che tutti avremmo voluto avere, un Capitano in perenne lotta contro i flutti della cecità accademica, ammirato da un equipaggio di marinai troppo giovani per non essere avventati e poco attenti anche quando mossi dalle migliori intenzioni. Insomma, come avrete capito ritengo che L’attimo fuggente sia un piccolo capolavoro che tutti dovrebbero vedere almeno una volta nella vita; se non vi fosse mai capitato, cercatelo senza indugio e preparate i fazzoletti (come ho preventivamente fatto io, grazie Toto!!!! Sai che ti voglio bene!)… non ve ne pentirete!
Di Robin Williams, che interpreta John Keating (tra gli altri attori in lizza per la parte c’erano Liam Neeson, Dustin Hoffman e Bill Murray), ho già parlato qui mentre Ethan Hawke, che interpreta Todd, lo trovate qua.
Peter Weir è il regista della pellicola. Australiano, ha diretto film come Picnic a Hanging Rock, Witness – Il testimone e The Truman Show. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 68 anni.
Robert Sean Leonard interpreta Neil. Americano, ha partecipato a film come l’indimenticabile cult della mia infanzia La brillante carriera di un giovane vampiro, L’età dell’innocenza e a serie come Dr. House. Ha 43 anni.
Norman Lloyd interpreta Mr. Nolan. Americano, ha partecipato a film come Amityville Horror – la fuga del diavolo, L’età dell’innocenza e a serie come Alfred Hitchcock presenta, Ai confini della realtà e La signora in giallo. Anche produttore e regista, ha 98 anni e un film in uscita.
Kurtwood Smith interpreta Mr. Perry. Americano, lo ricordo per film come Staying Alive, RoboCop, Rambo III, Oscar – Un fidanzato per due figlie, Nome in codice: Broken Arrow, Deep Impact, inoltre ha partecipato alle serie The A – Team, X – Files, Una famiglia del terzo tipo, Malcom, Robot Chicken, That’s 70s Show, Dr. House, 24 e Medium. Ha 69 anni e un film in uscita.
L’attimo fuggente ha vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale, mentre si è portato a casa “solo” tre nomination per migliore attore protagonista (quell’anno ha vinto Daniel Day – Lewis per Il mio piede sinistro), miglior regia (Oscar vinto da Oliver Stone per Nato il quattro luglio) e miglior film (titolo strappato da A spasso con Daisy). Nel film compare anche una giovanissima Lara Flynn Boyle pre Twin Peaks, ma la maggior parte delle scene in cui è presente sono state tagliate (e allora chevvelodicoaffare? Così, mi sembrava bello saperlo). Come se il film non fosse già abbastanza tragico di per sé, inoltre, lo script originale prevedeva che Keating morisse di leucemia ma, per fortuna, Weir ha optato per un film maggiormente concentrato sui ragazzi. Se L’attimo fuggente vi fosse piaciuto consiglierei infine l’ottimo Arrivederci ragazzi. ENJOY!
Trama: alla rigidissima Welton Academy arriva un nuovo insegnante d’inglese, John Keating. Grazie ai suoi metodi decisamente poco ortodossi, i ragazzi impareranno ad amare la poesia e, soprattutto, a vivere…
Non sono cresciuta nel culto de L’attimo fuggente com’è successo a tanti ragazzi della mia generazione, perché l’ho scoperto un po’ tardi rispetto ad altri, però ogni volta che lo guardo non posso fare a meno di pensare che un film simile andrebbe proiettato per legge in tutte le scuole del mondo. Innanzitutto, perché è una pellicola scritta, diretta e recitata benissimo, poi perché, al di là del tragico ma inevitabile finale, veicola un messaggio importantissimo già allora ed indispensabile in tempi come questi: bisogna arricchirsi con la cultura per pensare con la propria testa… e riuscire a cogliere l’attimo, a vivere appieno il tempo che ci viene concesso su questa terra. Certo, i ragazzi della Welton Academy sono dei privilegiati, destinati ad un futuro da dottori, avvocati e quant’altro, ma sono pur sempre ragazzi con le loro speranze, i loro sogni, le loro paure e i loro difetti, ingabbiati in un rigido microcosmo fatto di regole, divieti, aspirazioni genitoriali e pregiudizi; quello che vale per loro vale anche per qualsiasi altro ragazzo o ragazza che si prepara a fare il suo ingresso in società e Dio sa se non farebbe bene a TUTTI i giovani pecoroni ignoranti e buzziconi che popolano il mondo oggigiorno una bella dose di John Keating per recuperare quella cultura, quell’individualismo, quella capacità di vivere e pensare fuori dagli schemi che parrebbero ormai appannaggio esclusivo di pochissime persone illuminate. Ma sto divagando, la vecchia 90enne che è in me ha preso il sopravvento, torniamo al film.
L’attimo fuggente entra nel cuore per il modo lieve e plausibile con cui vengono tratteggiati i personaggi principali, questi giovani e futuri membri della Dead Poets Society del titolo originale: il timido Todd, il sognatore Neil, il romantico Knox e il vulcanico “Nuwanda” sono compagni di scuola che tutti avremmo potuto avere, ragazzi intelligenti e curiosi, non necessariamente dei geni o dei prodigi, problematici ed insicuri come tutte le persone della loro età… almeno finché non si riuniscono per rendere omaggio ai poeti. E’ bellissimo il modo in cui Peter Weir cambia completamente registro nelle sequenze in cui descrive gli incontri della Società, perché la prima volta che i ragazzi decidono di riunirsi di notte sembra quasi di vedere un altro film, dove misteriosi ed incappucciati cospiratori vagano per i boschi quasi fossero un gruppo di monaci di qualche horror. All’interno della grotta scelta per le riunioni, quasi come fosse una sorta di grembo materno, i protagonisti “rinascono” e sono finalmente liberi di esprimere se stessi, di scoprire potenzialità insospettabili, di vivere la gioventù scapestrata (e anche simpaticamente idiota a volte!!) che viene loro negata all’interno della Walton Academy e in seno alle famiglie, composte da rigidi e severissimi genitori che fanno il paio con i titolatissimi ma freddi insegnanti dell’accademia e che vedono ogni spinta verso l’individualismo come una minaccia per il futuro “perfetto” di questi giovani.
A fronte di questo scontro tra titani, tra la seducente idea di “cogliere l’attimo” e il triste presagio di un futuro già scritto, è inevitabile che il film prenda, ad un certo punto, una piega tragica. Anche qui Peter Weir è abilissimo a mantenere comunque una certa continuità nell’atmosfera della pellicola, senza ricorrere a sensazionalismi e regalandoci grandissimi momenti di pura poesia, come la sequenza in cui Todd sfoga il suo dolore nella neve, la simbolica immagine della corona di Puck posata sulla finestra aperta da Neil e infine quell’indimenticabile “O Captain, my Captain” pronunciato dai ragazzi in piedi sui banchi, ultimo saluto al professore che tutti avremmo voluto avere, un Capitano in perenne lotta contro i flutti della cecità accademica, ammirato da un equipaggio di marinai troppo giovani per non essere avventati e poco attenti anche quando mossi dalle migliori intenzioni. Insomma, come avrete capito ritengo che L’attimo fuggente sia un piccolo capolavoro che tutti dovrebbero vedere almeno una volta nella vita; se non vi fosse mai capitato, cercatelo senza indugio e preparate i fazzoletti (come ho preventivamente fatto io, grazie Toto!!!! Sai che ti voglio bene!)… non ve ne pentirete!
![]() |
| Lacrime <3 |
Peter Weir è il regista della pellicola. Australiano, ha diretto film come Picnic a Hanging Rock, Witness – Il testimone e The Truman Show. Anche sceneggiatore, produttore e attore, ha 68 anni.
Robert Sean Leonard interpreta Neil. Americano, ha partecipato a film come l’indimenticabile cult della mia infanzia La brillante carriera di un giovane vampiro, L’età dell’innocenza e a serie come Dr. House. Ha 43 anni.
Norman Lloyd interpreta Mr. Nolan. Americano, ha partecipato a film come Amityville Horror – la fuga del diavolo, L’età dell’innocenza e a serie come Alfred Hitchcock presenta, Ai confini della realtà e La signora in giallo. Anche produttore e regista, ha 98 anni e un film in uscita.
Kurtwood Smith interpreta Mr. Perry. Americano, lo ricordo per film come Staying Alive, RoboCop, Rambo III, Oscar – Un fidanzato per due figlie, Nome in codice: Broken Arrow, Deep Impact, inoltre ha partecipato alle serie The A – Team, X – Files, Una famiglia del terzo tipo, Malcom, Robot Chicken, That’s 70s Show, Dr. House, 24 e Medium. Ha 69 anni e un film in uscita.
L’attimo fuggente ha vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale, mentre si è portato a casa “solo” tre nomination per migliore attore protagonista (quell’anno ha vinto Daniel Day – Lewis per Il mio piede sinistro), miglior regia (Oscar vinto da Oliver Stone per Nato il quattro luglio) e miglior film (titolo strappato da A spasso con Daisy). Nel film compare anche una giovanissima Lara Flynn Boyle pre Twin Peaks, ma la maggior parte delle scene in cui è presente sono state tagliate (e allora chevvelodicoaffare? Così, mi sembrava bello saperlo). Come se il film non fosse già abbastanza tragico di per sé, inoltre, lo script originale prevedeva che Keating morisse di leucemia ma, per fortuna, Weir ha optato per un film maggiormente concentrato sui ragazzi. Se L’attimo fuggente vi fosse piaciuto consiglierei infine l’ottimo Arrivederci ragazzi. ENJOY!
mercoledì 11 luglio 2012
Hook - Capitan Uncino (1991)
In questi giorni caldi ho deciso di riguardare quello che è praticamente diventato un classico della programmazione televisiva natalizia, ovvero Hook – Capitan Uncino (Hook), diretto nel 1991 dal regista Steven Spielberg.
Trama: Peter Banning è un avvocato che mette sempre la carriera davanti alla famiglia e, soprattutto, ai figli. Durante un viaggio in Inghilterra questi ultimi vengono rapiti da Capitan Uncino; trascinato dalla fatina Trilly sull’Isola che non c’è, Peter arriverà a ricordare che il suo vero cognome non è Banning… ma Pan.
Hook rappresenta uno di quegli incredibili casi in cui, guardando alcuni spezzoni di film, si viene assaliti da una nostalgia canaglia e da un ricordo meraviglioso della pellicola in questione, accompagnati da una potentissima voglia di rivederla. Poi, quando si prende il DVD e ci si immerge nella visione, si rimane inevitabilmente delusi. Intendiamoci, Hook è sempre un film diretto da Spielberg, interpretato da attori della madonna, basato su una delle storie per l’infanzia più belle di sempre… ma la delusione deriva proprio dal fatto che, con tutti questi elementi per le mani, sarebbe dovuto uscire fuori un capolavoro, e invece la sensazione che ho avuto è stata quella di trovarmi davanti ad un’occasione sprecata. L’idea su cui si basa la sceneggiatura è molto intrigante: Peter Pan un giorno ha deciso di andarsene dall’Isola che non c’è e crescere, diventando l’antitesi di tutti i valori promossi nel suo luogo di origine. Ci troviamo quindi davanti un avvocato noioso, tutto lavoro e niente divertimento, talmente impegnato da non avere neppure il tempo di fare il padre e, soprattutto, assolutamente dimentico della sua infanzia. Su queste premesse gli sceneggiatori costruiscono il confronto tra la natura dei due personaggi protagonisti, Peter Pan e Capitan Uncino, che rispettivamente incarnano il desiderio di vivere la vita senza pensare al domani e la paura del tempo che passa, della vecchiaia che incombe; mentre Peter, pur sbagliando durante il percorso, ha deciso di crescere e allontanarsi dall’Isola che non c’è per vivere un’avventura imprevedibile, Uncino ha deciso di rimanere testardamente ancorato alla sua vecchia vita, diventando una sorta di spauracchio eterno, immutabile e inevitabilmente annoiato. A fare da corollario a questo interessante confronto, però, ci sono degli elementi che sgonfiano inevitabilmente la pellicola, banalizzandola.
Accanto, infatti, a momenti esilaranti come i confronti tra Uncino e Spugna o ad immagini poetiche e commoventi come le sequenze in cui Peter ricorda la sua infanzia, il suo stupore nel vedere Wendy invecchiare sempre di più, l’incontro con la sua futura moglie addormentata, oppure quelle in cui i Bimbi Sperduti lo riconoscono e lo accettano come Peter Pan, c’è tutto un corollario di bambinate e secchiate di melassa francamente inutili (Trilly che confessa il suo amore a Peter, tanto per dirne una, o la pedante e ridondante moraletta finale). Anche la regia di Spielberg e le sequenze d’azione sembrano fiacche, quasi dei banali riempitivi attaccati alla bell’e meglio all’ossatura della trama, che senza un attimo di dubbio o incertezza ci scodella un paio di prove organizzate dai bimbi ai danni del vecchio Peter, qualche scontro con il galletto Rufio (talmente “simpatico” che sfido chiunque a piangere davanti al destino che gli prospetta il finale…), una triste canzoncina disneyana e una battaglia contro i pirati priva di suspance e molla quanto il parrucchino del povero Uncino. Quanto agli effetti speciali, ormai il tempo ha lasciato il segno anche su di loro; la lucetta soffusa intorno a Trilly è ancora molto naturale, ma le scene in cui i personaggi volano cominciano a risultare fasulle quanto delle monete da 5 euro.
Sul piano delle scenografie, dei costumi e degli attori, invece, bisogna levarsi il cappello. Le icone dell’Isola che non c’è, come la nave di Uncino, il covo dei Pirati e quello dei Bambini Sperduti, vengono riprodotti in modo splendido, e anche la metamorfosi di Peter da Banning a Pan ha dell’incredibile nella sua semplicità: calzamaglia a parte, il trucco che lo ringiovanisce rispetto all’inizio non è affatto teatrale o pesante, inoltre fa in modo che la naturale vivacità degli occhi di Robin Williams risalti ancora di più, mentre basta solo un’acconciatura leggermente diversa per dare l’impressione che all’attore siano venute le orecchie a punta. Anche la mise di Dustin Hoffman, superbo e malvagio Capitan Uncino, è perfetta perché, pur rifacendosi all’iconografia disneyana del personaggio, lo fa lasciando intravedere il vecchio, debole e patetico essere umano che si nasconde sotto la nera e boccolosa parrucca in stile Re Sole. Tra gli attori inoltre, assieme ai due colossi già nominati, spicca una meravigliosa Maggie Smith che da sola varrebbe la visione dell’intera pellicola: all’età di soli 57 anni l’attrice inglese è stata costretta a vestire i panni della novantaduenne e lo fa con una sensibilità, una grazia, una dignità tali che verrebbe voglia di prendere la malinconica nonna Wendy, costretta a lasciare l’amato Peter Pan alla figlia abbandonando per sempre le avventure vissute sull’Isola che non c’è, e abbracciarla forte. In conclusione, se non avete mai visto Hook ve lo consiglio nonostante le imperfezioni, mentre se, come me, ne conservate un meraviglioso ricordo, forse è il caso di non recuperarlo a meno che non vogliate guardarlo con i vostri bimbi, che sicuramente ne rimarranno deliziati!
Del regista Steven Spielberg (che interpreta anche un pirata) ho già parlato qui, mentre Dustin Hoffman (Capitan Uncino), Julia Roberts (Campanellino) e Maggie Smith (nonna Wendy) li potete trovare ai rispettivi link.
Robin Williams interpreta Peter Banning. Sicuramente uno dei più grandi attori americani viventi (anche se da parecchi anni la sua carriera ha subito un discreto declino), lo ricordo per film come Popeye – Braccio di ferro, Good Morning, Vietnam, L’attimo fuggente, Cadillac Man, Mister occasionissima, Risvegli, La leggenda del re pescatore, Toys – Giocattoli, Mrs. Doubtfire – Mammo per sempre, Nine Months – Imprevisti d’amore, A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar, Jumanji, Piume di struzzo, Jack, L’agente segreto, Hamlet, Harry a pezzi, Flubber – Un professore fra le nuvole, Will Hunting – Genio ribelle (che gli è valso l’Oscar come miglior attore non protagonista), Al di là dei sogni, Patch Adams, L’uomo bicentenario, A.I. Intelligenza Artificiale, One Hour Photo e Insomnia; inoltre ha partecipato alle serie La famiglia Bradford, Happy Days, Mork e Mindy, Friends e doppiato il personaggio del Genio nel film Aladdin. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 61 anni e tre film in uscita.
Bob Hoskins (vero nome Robert William Hoskins) interpreta Spugna, ruolo che ha ripreso inoltre nella miniserie Neverland. Altro grandissimo attore americano, sicuramente uno dei miei preferiti, lo ricordo per film come Brazil, Chi ha incastrato Roger Rabbit?, Sirene, Super Mario Bros., Gli intrighi del potere, L’agente segreto e Michael; ha doppiato inoltre uno dei personaggi di Balto. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 70 anni e un film in uscita.
Caroline Goodall interpreta Moira. Inglese, ha partecipato a film come Cliffhanger, Schindler’s List e serie come Oltre i limiti, CSI e Alias. Ha 53 anni e un film in uscita.
Charlie Korsmo (vero nome Charles Randolph Korsmo) interpreta Jack. Americano, ha partecipato a film come Dick Tracy e Giovani, pazzi e svitati. Ha 34 anni.
Nel 1992 il film ha ricevuto cinque nomination agli Oscar: miglior scenografia, migliori costumi, migliori effetti speciali, miglior trucco e miglior canzone originale per la melensa When You’re Alone, unica canzone superstite del musical Hook che John Williams aveva cominciato a scrivere nel 1985 prima di abbandonare il progetto. Tra le guest star figurano nomi parecchio famosi, come Phil Collins (è l’ispettore che investiga sul rapimento di Jack e Maggie), una diciannovenne e non ancora famosa Gwyneth Paltrow (Wendy da giovane), una Glenn Close ben camuffata nei panni del pirata che viene chiuso nella cassa con gli scorpioni, e per finire Carrie Fisher e George Lucas che si baciano sul ponte mentre Campanellino porta via un infagottato Peter verso l’Isola che non c’è. Kevin Kline avrebbe dovuto interpretare proprio Peter Pan, ma le riprese del demenziale Bolle di sapone glielo hanno impedito mentre invece David Bowie, purtroppo, ha rifiutato il ruolo di Capitan Uncino. Infine se, come me, vi siete sempre chiesti che significato avesse il “Bangarang” urlato spesso dai bimbi sperduti, pare sia slang giamaicano e che significhi semplicemente “Casino!” E con questo concludo dicendo che, se il film vi fosse piaciuto, potreste recuperare Jumanji, Inkheart - La leggenda del cuore d'inchiostro, Stardust e, per approfondire l'argomento, Peter Pan (il cartone Disney e la versione del 2003 con Jason Isaacs) e Neverland - Un sogno per la vita. ENJOY!!!
Trama: Peter Banning è un avvocato che mette sempre la carriera davanti alla famiglia e, soprattutto, ai figli. Durante un viaggio in Inghilterra questi ultimi vengono rapiti da Capitan Uncino; trascinato dalla fatina Trilly sull’Isola che non c’è, Peter arriverà a ricordare che il suo vero cognome non è Banning… ma Pan.
Hook rappresenta uno di quegli incredibili casi in cui, guardando alcuni spezzoni di film, si viene assaliti da una nostalgia canaglia e da un ricordo meraviglioso della pellicola in questione, accompagnati da una potentissima voglia di rivederla. Poi, quando si prende il DVD e ci si immerge nella visione, si rimane inevitabilmente delusi. Intendiamoci, Hook è sempre un film diretto da Spielberg, interpretato da attori della madonna, basato su una delle storie per l’infanzia più belle di sempre… ma la delusione deriva proprio dal fatto che, con tutti questi elementi per le mani, sarebbe dovuto uscire fuori un capolavoro, e invece la sensazione che ho avuto è stata quella di trovarmi davanti ad un’occasione sprecata. L’idea su cui si basa la sceneggiatura è molto intrigante: Peter Pan un giorno ha deciso di andarsene dall’Isola che non c’è e crescere, diventando l’antitesi di tutti i valori promossi nel suo luogo di origine. Ci troviamo quindi davanti un avvocato noioso, tutto lavoro e niente divertimento, talmente impegnato da non avere neppure il tempo di fare il padre e, soprattutto, assolutamente dimentico della sua infanzia. Su queste premesse gli sceneggiatori costruiscono il confronto tra la natura dei due personaggi protagonisti, Peter Pan e Capitan Uncino, che rispettivamente incarnano il desiderio di vivere la vita senza pensare al domani e la paura del tempo che passa, della vecchiaia che incombe; mentre Peter, pur sbagliando durante il percorso, ha deciso di crescere e allontanarsi dall’Isola che non c’è per vivere un’avventura imprevedibile, Uncino ha deciso di rimanere testardamente ancorato alla sua vecchia vita, diventando una sorta di spauracchio eterno, immutabile e inevitabilmente annoiato. A fare da corollario a questo interessante confronto, però, ci sono degli elementi che sgonfiano inevitabilmente la pellicola, banalizzandola.
Accanto, infatti, a momenti esilaranti come i confronti tra Uncino e Spugna o ad immagini poetiche e commoventi come le sequenze in cui Peter ricorda la sua infanzia, il suo stupore nel vedere Wendy invecchiare sempre di più, l’incontro con la sua futura moglie addormentata, oppure quelle in cui i Bimbi Sperduti lo riconoscono e lo accettano come Peter Pan, c’è tutto un corollario di bambinate e secchiate di melassa francamente inutili (Trilly che confessa il suo amore a Peter, tanto per dirne una, o la pedante e ridondante moraletta finale). Anche la regia di Spielberg e le sequenze d’azione sembrano fiacche, quasi dei banali riempitivi attaccati alla bell’e meglio all’ossatura della trama, che senza un attimo di dubbio o incertezza ci scodella un paio di prove organizzate dai bimbi ai danni del vecchio Peter, qualche scontro con il galletto Rufio (talmente “simpatico” che sfido chiunque a piangere davanti al destino che gli prospetta il finale…), una triste canzoncina disneyana e una battaglia contro i pirati priva di suspance e molla quanto il parrucchino del povero Uncino. Quanto agli effetti speciali, ormai il tempo ha lasciato il segno anche su di loro; la lucetta soffusa intorno a Trilly è ancora molto naturale, ma le scene in cui i personaggi volano cominciano a risultare fasulle quanto delle monete da 5 euro.
Sul piano delle scenografie, dei costumi e degli attori, invece, bisogna levarsi il cappello. Le icone dell’Isola che non c’è, come la nave di Uncino, il covo dei Pirati e quello dei Bambini Sperduti, vengono riprodotti in modo splendido, e anche la metamorfosi di Peter da Banning a Pan ha dell’incredibile nella sua semplicità: calzamaglia a parte, il trucco che lo ringiovanisce rispetto all’inizio non è affatto teatrale o pesante, inoltre fa in modo che la naturale vivacità degli occhi di Robin Williams risalti ancora di più, mentre basta solo un’acconciatura leggermente diversa per dare l’impressione che all’attore siano venute le orecchie a punta. Anche la mise di Dustin Hoffman, superbo e malvagio Capitan Uncino, è perfetta perché, pur rifacendosi all’iconografia disneyana del personaggio, lo fa lasciando intravedere il vecchio, debole e patetico essere umano che si nasconde sotto la nera e boccolosa parrucca in stile Re Sole. Tra gli attori inoltre, assieme ai due colossi già nominati, spicca una meravigliosa Maggie Smith che da sola varrebbe la visione dell’intera pellicola: all’età di soli 57 anni l’attrice inglese è stata costretta a vestire i panni della novantaduenne e lo fa con una sensibilità, una grazia, una dignità tali che verrebbe voglia di prendere la malinconica nonna Wendy, costretta a lasciare l’amato Peter Pan alla figlia abbandonando per sempre le avventure vissute sull’Isola che non c’è, e abbracciarla forte. In conclusione, se non avete mai visto Hook ve lo consiglio nonostante le imperfezioni, mentre se, come me, ne conservate un meraviglioso ricordo, forse è il caso di non recuperarlo a meno che non vogliate guardarlo con i vostri bimbi, che sicuramente ne rimarranno deliziati!
Del regista Steven Spielberg (che interpreta anche un pirata) ho già parlato qui, mentre Dustin Hoffman (Capitan Uncino), Julia Roberts (Campanellino) e Maggie Smith (nonna Wendy) li potete trovare ai rispettivi link.
Robin Williams interpreta Peter Banning. Sicuramente uno dei più grandi attori americani viventi (anche se da parecchi anni la sua carriera ha subito un discreto declino), lo ricordo per film come Popeye – Braccio di ferro, Good Morning, Vietnam, L’attimo fuggente, Cadillac Man, Mister occasionissima, Risvegli, La leggenda del re pescatore, Toys – Giocattoli, Mrs. Doubtfire – Mammo per sempre, Nine Months – Imprevisti d’amore, A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar, Jumanji, Piume di struzzo, Jack, L’agente segreto, Hamlet, Harry a pezzi, Flubber – Un professore fra le nuvole, Will Hunting – Genio ribelle (che gli è valso l’Oscar come miglior attore non protagonista), Al di là dei sogni, Patch Adams, L’uomo bicentenario, A.I. Intelligenza Artificiale, One Hour Photo e Insomnia; inoltre ha partecipato alle serie La famiglia Bradford, Happy Days, Mork e Mindy, Friends e doppiato il personaggio del Genio nel film Aladdin. Anche sceneggiatore, produttore e regista, ha 61 anni e tre film in uscita.
Bob Hoskins (vero nome Robert William Hoskins) interpreta Spugna, ruolo che ha ripreso inoltre nella miniserie Neverland. Altro grandissimo attore americano, sicuramente uno dei miei preferiti, lo ricordo per film come Brazil, Chi ha incastrato Roger Rabbit?, Sirene, Super Mario Bros., Gli intrighi del potere, L’agente segreto e Michael; ha doppiato inoltre uno dei personaggi di Balto. Anche regista, produttore e sceneggiatore, ha 70 anni e un film in uscita.
Caroline Goodall interpreta Moira. Inglese, ha partecipato a film come Cliffhanger, Schindler’s List e serie come Oltre i limiti, CSI e Alias. Ha 53 anni e un film in uscita.
Charlie Korsmo (vero nome Charles Randolph Korsmo) interpreta Jack. Americano, ha partecipato a film come Dick Tracy e Giovani, pazzi e svitati. Ha 34 anni.
Nel 1992 il film ha ricevuto cinque nomination agli Oscar: miglior scenografia, migliori costumi, migliori effetti speciali, miglior trucco e miglior canzone originale per la melensa When You’re Alone, unica canzone superstite del musical Hook che John Williams aveva cominciato a scrivere nel 1985 prima di abbandonare il progetto. Tra le guest star figurano nomi parecchio famosi, come Phil Collins (è l’ispettore che investiga sul rapimento di Jack e Maggie), una diciannovenne e non ancora famosa Gwyneth Paltrow (Wendy da giovane), una Glenn Close ben camuffata nei panni del pirata che viene chiuso nella cassa con gli scorpioni, e per finire Carrie Fisher e George Lucas che si baciano sul ponte mentre Campanellino porta via un infagottato Peter verso l’Isola che non c’è. Kevin Kline avrebbe dovuto interpretare proprio Peter Pan, ma le riprese del demenziale Bolle di sapone glielo hanno impedito mentre invece David Bowie, purtroppo, ha rifiutato il ruolo di Capitan Uncino. Infine se, come me, vi siete sempre chiesti che significato avesse il “Bangarang” urlato spesso dai bimbi sperduti, pare sia slang giamaicano e che significhi semplicemente “Casino!” E con questo concludo dicendo che, se il film vi fosse piaciuto, potreste recuperare Jumanji, Inkheart - La leggenda del cuore d'inchiostro, Stardust e, per approfondire l'argomento, Peter Pan (il cartone Disney e la versione del 2003 con Jason Isaacs) e Neverland - Un sogno per la vita. ENJOY!!!
Iscriviti a:
Post (Atom)











































