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mercoledì 22 dicembre 2021

Night Tide (1961)

Era da un annetto nella mia watchlist di Letterboxd e, approfittando della sua presenza su Mubi e della sua breve durata, ho recuperato Night Tide, diretto e sceneggiato nel 1961 dal regista Curtis Harrington e inserito da Lucia nell'elenco dei migliori horror di quell'anno.



Trama: un marinaio incontra una ragazza che, per lavoro, fa la sirena all'interno di un luna park e se ne innamora. La ragazza però nasconde davvero un segreto...


Faccio outing? Ok. Non avevo mai visto un film di Curtis Harrington sebbene conosca, di fama, Queen Of Blood, Chi giace nella culla della zia Ruth? e, soprattutto, Il cane infernale, must dei bambini della mia epoca che tuttavia a me era proibito guardare; soprattutto, non ho mai visto (vergogna, lo so) Il bacio della pantera di Tourneur, uno dei film preferiti di Harrington nonché quello che ha funto da ispirazione per Night Tide. Non aspettatevi quindi da me un'analisi consapevole di questa pellicola (per quella vi rimando QUI), ma giusto due pensieri sparsi di una spettatrice che da anni non guardava un horror che fosse precedente al 1980. Night Tide, in realtà, più che un horror è una favola nera e molto triste, diciamo più un film fantastico a base di leggende che si fanno carne. Racconta la storia di un marinaio, interpretato da un Dennis Hopper giovanissimo, che in una sera di licenza incontra la bella Mora e subito se ne invaghisce. Dopo qualche titubanza da parte di lei, i due cominciano a frequentarsi ma Mora non è una banale ragazza americana: proviene da un'isola della Grecia, lavora come sirena al luna park e ha la brutta fama di portare sfortuna o peggio, perché i suoi ultimi fidanzati sono morti in circostanze assai misteriose. Inoltre, sembrerebbe venire perseguitata da una donna in nero e il suo passato è legato a doppio filo alla leggenda della "Gente del mare", un popolo di creature che risiedono negli abissi e da cui lei è convinta di discendere. A causa di tutto ciò, Mora sembra sempre un po' distaccata da Johnny, timorosa di ferirlo o peggio, mentre lui, dal canto suo, non vorrebbe fare altro che vivere in pace la sua storia d'amore e proteggere Mora da tutti i misteri che sembrano circondarla e che le condizionano in negativo la vita. 


La bellezza di Night Tide risiede essenzialmente nella capacità di Harrington di creare una perenne atmosfera di irrealtà a circondare i protagonisti anche all'interno di ambienti che non faticherei a definire tristi, popolati da personaggi molto malinconici. Il Johnny di Dennis Hopper, giovane marinaio spaesato e solitario, si offre letteralmente a Mora col cuore in mano e non si accorge, inesperto com'è e proveniente da un paesino di campagna, di avere messo un piede in un universo che non comprende appieno e che, a tratti, lo terrorizza; la "favola" ambientata in un luna park di Santa Monica, dove la vita scorre sempre uguale e dove un barlume di prosperità si coglie solo d'estate, pare stridere con lo squallore prosaico che circonda Mora e tutti gli altri abitanti del luna park, per quanto anch'essi assai peculiari, e tutti i personaggi del film sembrano essere mossi o dalla solitudine o dalla speranza di diventare "altro" o da un immenso senso di privazione. Night Tide potrebbe quindi anche essere una normale, triste storia di due amanti sfortunati, non fosse per quei tocchi di weird che Harrington utilizza per arricchire il suo particolare quadro (vedi il capitano Murdock ma soprattutto la misteriosa donna in nero interpretata da Marjorie Cameron oppure Madame Romanovich, per non parlare degli incubi terrificanti che cominciano a funestare le altrimenti pacifiche notti di Johnny) e, ovviamente, non fosse per il mistero di Mora, che rimane tale fino alla fine... o forse no, dipende da come decidete di prendere un paio di rivelazioni verso la conclusione, o se magari conoscete il greco. A prescindere, Night Tide è disponibile on line gratuitamente su parecchi siti e se vi piace questo genere di horror vintage (o se siete fan di Hopper e volete vederlo in una versione inedita) potrebbe essere una visione gradevole! 


Di Dennis Hopper, che interpreta Johnny Drake, ho già parlato QUI

Curtis Harrington è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Queen of Blood, Chi giace nella culla della zia Ruth?, Il cane infernale, Ruby ed episodi di serie quali Charlie's Angels, Wonder Woman, Dynasty, I Colby e Ai confini della realtà. Anche attore e produttore, è morto nel 2007 all'età di 80 anni. 


Per il ruolo del Capitano Murdock si era pensato a Peter Lorre, ma i realizzatori hanno dovuto rinunciare per l'alto cachet dell'attore. Nicolas Winding Refn possiede il negativo originale della pellicola ed è grazie a lui che il film è stato restaurato e reso visibile a tutti; per ringraziarlo potreste recuperare i suoi film o, se Night Tide vi fosse piaciuto, guardare Il bacio della pantera. ENJOY!

domenica 14 luglio 2019

Non aprite quella porta - Parte 2 (1986)

Siccome ne hanno mostrato degli spezzoni nel recente La bambola assassina, in questi giorni ho recuperato Non aprite quella porta - Parte 2 (The Texas Chainsaw Massacre 2), diretto e co-sceneggiato nel 1986 dal regista Tobe Hooper.



Trama: dieci anni dopo gli eventi accorsi nel primo film, la famiglia di cannibali texana torna a mietere vittime, nonostante la presenza di un tenente timorato di Dio alle calcagna...



Tante volte, l'ignoranza. Ero convinta che Hooper avesse diretto Non aprite quella porta - Parte 2 subito dopo aver realizzato il primo capitolo della saga, invece sono passati ben dodici anni e il regista nel frattempo si è dedicato a film dal successo variabile, come gli ancora grezzi Il tunnel dell'orrore o Quel motel accanto alla palude, lo spielberghiano Poltergeist: Demoniache presenze e il televisivo, tediosissimo Le notti di Salem. In dodici anni è cambiato molto anche l'horror, che negli anni '70 era espressione del terrore americano relativo ai cambiamenti sociali, alle guerre, al "nemico in casa", mentre negli anni '80 è diventato un po' più baracconesco e divertente, due aggettivi che calzano perfettamente a Non aprite quella porta - Parte 2. Prendete il pre-finale di Non aprite quella porta, quello in cui la povera final girl strilla come un aquilotto mentre davanti a lei si consuma la cena più grottesca della storia del cinema, e tiratelo fino a stenderlo per un metraggio di un'ora e quarantun minuti di personaggi sopra le righe, protagonista interpretato da Dennis Hopper su tutti, e avrete un'idea di cosa sia questo secondo capitolo della saga. Dove Non aprite quella porta era subdolo, schiacciato dall'accecante luce del sole, sporco e violentissimo ma anche contenuto, soprattutto all'inizio, la seconda parte è invece chiassosa fin dalle prime sequenze e percorre il filo sottile dell'autoparodia presentandoci due ragazzetti totalmente strafatti che pretendono di far casino in un Texas zeppo di cliché (pistole selvagge, ignoranza bucolica, premi culinari di dubbio gusto, squallore come se piovesse, cappelli da bifolco) prima che arrivino Leatherface e compagnia a metterli a tacere definitivamente. Da lì, il film si snoda seguendo le indagini della presentatrice radiofonica Stretch e del bigotto tenente Lefty, zio di due dei protagonisti della prima pellicola, pronto ad esigere giustizia sommaria al grido di "chi di motosega ferisce, di motosega perisce". E qui casca l'asino.


Non aprite quella porta - Parte 2 segnerà anche il ritorno dei cosiddetti "massacri con la motosega" ma quest'ultima nel 70% delle scene viene solo agitata a vuoto o utilizzata per tagliare cose più che persone. Non è che manchino i momenti disgustosi, per carità: tra facce strappate, martellate che fracassano crani, interi muri che nascondono frattaglie sanguinolente e altre simpatiche aberrazioni, il film non si propone come spettacolo per i deboli di stomaco, tuttavia si tratta spesso di una violenza e un gore così estremizzati da rasentare il ridicolo, inoltre si è cercato di dare una personalità ai membri della famiglia Sawyer, il che non sempre è un bene. Il Leatherface degli anni '70 era terrificante perché era semplicemente una furia urlante ed imprevedibile, tenuto a malapena a bada da un branco di creature all'apparenza più "normali" ma folli quanto lui, con l'aggravante di quel nonno dal sembiante decisamente "sbagliato", il tassello mancante per scatenare una pazzia senza ritorno. Qui Leatherface, con tutto il dovuto rispetto, è un coglione affamato di patata e va bene che la patata in questione è quella della splendida Caroline Williams ma, insomma, un po' di dignità. Accanto a un Leatherface fantozziano spiccano inoltre il ciarliero patriarca di Jim Siedow e un Bill Moseley (qui al suo primo ruolo importante) che ruba la scena praticamente a chiunque saltando, strillando, facendo vocette, grattandosi la testa nei modi più disgustosi del mondo e ricoprendo di insulti le malcapitate vittime. Col tempo, Dennis Hopper è arrivato a dichiarare che, assieme a Super Mario Bros., Non aprite quella porta - Parte 2 è il film più brutto al quale abbia mai partecipato e non stento a crederci, più che altro non posso dargli torto. Considerato che gli effetti speciali di Tom Savini sono spettacolari ho visto ben di peggio e se guardato con l'ottica giusta (desiderio di supercazzole vintage estive) sarebbe anche un film esilarante, ma personalmente da un Texas Chainsaw Massacre pretenderei un po' più di serietà.


Del regista e co-sceneggiatore Tobe Hooper ho già parlato QUI. Dennis Hopper (Tenente "Lefty" Enright), Caroline Williams (Vanita "Stretch" Brock) e Bill Moseley ("Chop-Top" Sawyer) li trovate invece ai rispettivi link.


Jim Siedow, che interpreta Drayton Sawyer, era già comparso in Non aprite quella porta nei panni del vecchio. L'idea originale per Non aprite quella porta - Parte 2 era quella di avere un'intera città di cannibali e di parodiare il film Motel Hell (già parodia del primo film di Hooper) ma i produttori hanno poi deciso diversamente. Come scritto in più parti nel post, Non aprite quella porta - Parte 2 è il seguito di Non aprite quella porta, che ha aperto la strada a tutto quello che è conseguito: Non aprite quella porta - Parte 3, Non aprite quella porta IV, Non aprite quella porta 3D e
Leatherface - Il massacro ha inizio per quanto riguarda la timeline "originale", poi ci sono Non aprite quella porta del 2003 e Non aprite quella porta: L'inizio, remake e sequel dello stesso. Non vi bastasse ancora, potreste sempre recuperare La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo. NJOY!



mercoledì 17 settembre 2014

Il Bollalmanacco On Demand: Velluto blu (1986)

Dopo un po' di pausa torna il Bollalmanacco On Demand, ovviamente col botto! Il film odierno, scelto da Arwen Lynch de La fabbrica dei sogni, è infatti Velluto Blu (Blue Velvet), diretto e sceneggiato nel 1986 da David Lynch. Il prossimo film On Demand sarà invece Last Night. ENJOY!


Trama: il giovane Jeffrey trova un orecchio durante una passeggiata e da quel momento finisce invischiato in una torbida storia di sesso, rapimenti, droga e violenza...


Mi sono avvicinata a Velluto Blu con una discreta dose di paura, lo ammetto. Avevo visto solo spezzoni di film (d'altronde in TV lo danno sempre in seconda se non terza serata) e l'impressione era stata quella di avere davanti una complicatissima e autoriale mattonata, impressione alimentata dalla visione di Strade perdute e Mulholland Drive, pellicole Lynchiane delle quali avevo capito poco o nulla. Alla fine di Velluto Blu ho invece tirato un sospiro di sollievo e non poteva essere altrimenti: d'altronde, posso dire tranquillamente che Lynch mi ha imbevuta con le sue visioni e le sue idee sin dalla tenera età di 9/10 anni, quindi sarebbe stato per me impossibile non riuscire a comprendere e accettare qualcosa girato prima dell'epoca Twin Peaks. E infatti, Velluto blu è sostanzialmente la rappresentazione di un incubo vissuto dal protagonista Jeffrey dal momento in cui il padre viene colpito da ischemia durante una tranquilla giornata di giardinaggio. L'immagine di vita perfetta di una tranquilla cittadina, dove i prati sono ordinati, il sole splende, i bimbi giocano e i vigili del fuoco salutano cortesi, viene a poco a poco sostituita dalle immagini del Male che si trova appena sotto la sua superficie, un po' come i disgustosi insetti che vengono inquadrati nella terra del perfetto praticello del padre di Jeffrey: il veicolo per arrivare a questo Male, il passaggio che ci porta nella mente di chi sta vivendo un incubo, non può essere altro che un orecchio, l'orecchio trovato da Jeffrey nel prato ma anche l'orecchio in cui si "insinua" all'inizio la macchina da presa per poi uscirne solo alla fine, quando l'incubo è finito. Jeffrey trova quest'orecchio mozzato e si improvvisa detective, con la complicità della figlia di un vero agente di polizia, spinto da una sorta di infantile e giocosa curiosità che lascerà presto il posto alla consapevolezza di avere davanti un mondo oscuro, nascosto e violento.


Decidendo di nascondersi in casa della cantante Dorothy Vallens, implicata nel caso dell'"orecchio mozzato", davanti agli occhi stupefatti di Jeffrey si spalanca infatti un mondo altro, incomprensibile e alieno. L'amore innocente per la bionda Sandy va ad affiancarsi al perverso desiderio attizzato dalla fragile dark lady Dorothy, una donna bellissima e sensuale persa nei meandri di una follia autolesionista e masochista, che inizia Jeffrey al sesso e alla violenza. Jeffrey, da par suo, cerca comunque di "salvare" in qualche modo la bella Dorothy, vittima del personaggio più folle di tutto il film, l'imprevedibile Frank di Dennis Hopper, a dir poco detestabile e favoloso. Il povero Jeffrey, pronto a difendere a spada tratta la donna e a diventare il suo cavalier servente in quanto portatore di valori comunque positivi, si ritrova così a dover subire gli scatti di violenza di Frank, a sputare letteralmente sangue mentre il mondo intorno a lui si fa sempre più assurdo (la scena ambientata nel bordello dove Dean Stockwell canta In Dreams va oltre il surreale e tocca vette di sublime follia) e incomprensibile, ben al di là delle conoscenze di un bravo ragazzo appena uscito dal college. Per colpa della sua incauta curiosità Jeffrey rischia di perdere ogni cosa, a partire dall'amore di Sandy che, da brava donna "angelicata", incarna letteralmente il lieto fine ed il ritorno ad una vita normale fatta di bei sogni, praticelli, grigliate sotto il sole, qualche scaramuccia e pettirossi. I pettirossi, come poi si vedrà, sono finti come i soldi del Monopoli e costruiti ad arte, perché la verità è che anche di fronte a un lieto fine l'oscurità rimane comunque annidata nei recessi della mente umana e della realtà stessa, come dimostra l'inquadratura dello sguardo finale di Dorothy, inquieto, triste e quasi spaventato.


David Lynch mette insomma in scena la distruzione dell'american dream, immergendo i personaggi in una realtà atemporale fatta di vecchie canzoni, automobili e abiti che richiamano i più felici e mitici anni '50 e mettendo loro in bocca dialoghi più adatti ad una soap opera che ad un film (la scena madre di Sandy, in cui piangendo dice che il suo sogno non tornerà mai più, è magistrale) e "insozza" questa perfezione tutta americana con abbondanza di turpiloquio, violenza e sesso. A proposito del sesso, nonostante lo scandalo suscitato all'epoca da Velluto Blu il mio post, come vedete, non si sta focalizzando su questo argomento, sulla Rossellini nuda, sulle sequenze zeppe di violenza masochista o sullo stupro di Frank (tutti elementi terribili e disturbanti, per carità) perché, onestamente, non mi sembra siano gli elementi chiave della vicenda e del film ma sono solo alcune delle tante facce della perversione che ribolle sotto la superficie della perfetta provincia americana, quell'incomprensibile oscurità in agguato appena fuori dalla soglia di casa che interessava tanto a Lynch e che si ripropone in tutta la serie Twin Peaks. Gonzi quelli che hanno urlato allo scandalo fermandosi solo all'apparenza delle cose, in primis il pubblico del Festival del Cinema di Venezia dell'epoca. Leggiucchiando qui e là sono venuta a scoprire che proprio in quell'occasione un famoso critico si era indignato di fronte al nudo della Rossellini definendolo un insulto al regista Roberto Rossellini e ad Ingrid Bergman ma la verità è che quella scena particolare arriva inaspettata ad interrompere l'ennesimo cliché da teleromanzo (la scazzottata per una ragazza), riversando sui personaggi tutto l'orrore di un mondo che rischia di aggredirli ad ogni passo, dove le scaramucce amorose hanno la stessa importanza di un foglietto di carta spazzato dal vento e dove il bulletto della scuola risulta ridicolo quanto un bimbo di sei anni che gioca a fare il duro. La verità è che David Lynch è un maledetto genio, lui e quel suo particolare modo di usare le luci e i colori, che ammalia e terrorizza lo spettatore con velluti rossi e blu, lo ipnotizza con le musiche del fido Angelo Badalamenti, lo annienta con personaggi talmente assurdi da essere in grado di far ridere e urlare allo stesso tempo. La verità è che Velluto blu è un capolavoro che ha quasi trent'anni e non se li sente, un film che ogni cinefilo degno di questo nome dovrebbe guardare almeno una volta nella vita.


Di Isabella Rossellini (Dorothy Vallens), Dennis Hopper (Frank Booth), Laura Dern (Sandy Williams) e Brad Dourif (Raymond) ho già parlato ai rispettivi link.

David Lynch (vero nome David Keith Lynch) è il regista e sceneggiatore della pellicola. Americano, ha diretto film come Eraserhead - La mente che cancella, The Elephant Man, Dune, Cuore selvaggio, Fuoco cammina con me, Strade perdute, Una storia vera, Mulholland Drive e ovviamente episodi della serie I segreti di Twin Peaks. Anche produttore, attore e compositore/cantante, ha 68 anni.


Kyle MacLachlan interpreta Jeffrey Beaumont. Americano, lo ricordo per film come Dune, L'alieno, The Doors, Fuoco cammina con me, I Flinstones e per aver partecipato a serie come I segreti di Twin Peaks, Racconti di mezzanotte, Sex and the City, Desperate Housewives, How I Met Your Mother e Agents of S.H.I.E.L.D.. Anche regista, ha 55 anni.


Dean Stockwell (vero nome Robert Dean Stockwell) interpreta Ben. Americano, ha partecipato a film come Il giardino segreto, Dune, Beverly Hills Cop II, Una vedova allegra... ma non troppo, I langolieri, Air Force One e a serie come Alfred Hitchcock presenta, Ai confini della realtà, Missione impossibile, Colombo, A-Team, Miami Vice, Hunter e La signora in giallo; inoltre, ha lavorato come doppiatore nelle serie Capitan Planet e i Planeteers. Anche regista, sceneggiatore e produttore, ha 78 anni e film in uscita.


Nel cast figura anche Jack Nance, il futuro Pete Martell di Twin Peaks, qui nei panni del delinquentello Paul, mentre il compositore Angelo Badalamenti compare nel ruolo del pianista. Il ruolo di Jeoffrey era stato inizialmente offerto a Val Kilmer, che ha rifiutato dopo aver letto lo script, considerato "pornografico" dall'attore, Deborah Harry (la Nicki Brand di Videodrome) ha rifiutato quello di Dorothy Valens perché stufa di interpretare personaggi assurdi ed Harry Dean Stanton non ha voluto partecipare nel ruolo di Frank perché il film era troppo violento. Roy Orbison, cantante di In Dreams, aveva invece rifiutato a Lynch il permesso di utilizzare la sua canzone nella scena del bordello: il regista ha trovato un modo legale di inserirla comunque nel film e quando Orbison, per puro caso, ha avuto modo di vedere Velluto Blu, è stato il primo a chiedere a Lynch di produrgli un video per la canzone! Si dice che il film avrebbe dovuto durare più o meno 4 ore; non sono state ritrovate tutte le scene eliminate, ma nel 2011 è uscito un blu-ray che ne contiene almeno una cinquantina di minuti (tra l'altro ce n'è una in cui Jeffrey va ad una festa con una ragazza del college interpretata dalla futura Karen di Will & Grace, Megan Mullally) e naturalmente le stesse scene si possono ritrovare nello script originale, che peraltro si conclude col suicidio di Dorothy. Per finire, se Velluto blu vi fosse piaciuto recuperate anche Mulholland Drive, Fuoco cammina con me e ovviamente l'intera serie I segreti di Twin Peaks. ENJOY!

lunedì 22 aprile 2013

Jack Nicholson Day - Easy Rider (1969)


Ed eccoci arrivati all'imprescindibile appuntamento mensile che celebra, dopo una democratica votazione tra blogger debosciati (vi loVVoH tutti!!), una star che ci ha fatto sognare in ambito cinematografico. Ad Aprile la scelta o ricadeva su di me oppure sul divino John Joseph Nicholson, meglio conosciuto come Jack Nicholson, che proprio oggi compie la bellezza di 76 anni. Oddio, definirlo divino, visti tutti i ruoli malvagi che il suo sguardo luciferino gli ha consentito di vincere nel corso della carriera, sarebbe forse mancargli di rispetto, tuttavia stiamo parlando di uno dei miei attori preferiti in assoluto e non trovo definizione migliore. Siccome la Bolla non è solo Spirito ma anche Carne, c'è da dire che il buon Jack, oltre ad essere un grandissimo attore, è anche (o meglio era) un grandissimo figo, un uomo affascinantissimo, ed è per questo aulico motivo che ho deciso di celebrarlo recensendo Easy Rider, diretto nel 1969 da quel pazzo di Dennis Hopper.


Trama: Billy e "Capitan America", due biker arricchitisi vendendo una partita di droga, viaggiano in moto da Los Angeles a New Orleans, scoprendo le diverse facce dell'America...


Sento già un mormorio di disapprovazione: con tutti i film nei quali Nicholson è protagonista indiscusso, con tutti i ruoli per cui ha vinto l'Oscar, tu Bolla proprio di Easy Rider vai a parlare? E' vero, Easy Rider è essenzialmente Dennis Hopper e Peter Fonda, i due protagonisti della pellicola sono loro e Jack comparirà sì e no una ventina di minuti... ma, sinceramente, fin dalla prima volta che ho avuto modo di vedere il film il personaggio che più mi ha colpita è stato quello dell'avvocato ubriacone George Hanson. George è il secondo passeggero che Capitan America carica sulla sua moto durante il viaggio verso il carnevale di New Orleans, dopo l'antipatico streppone figlio dei fiori interpretato da Luke Askew. La prima volta lo vediamo in una cella a smaltire la solita sbornia, talmente molesto che con i suoi sbadigli e le sue smorfie sveglia e disturba i nostri carismatici eroi, salvo farsi perdonare un istante dopo sfoderando le sue doti di avvocato e figlio di papà e farli uscire di prigione in un istante. Basta questo attimo, basta vederlo fuori a parlare con Billy e Cap scolandosi una bottiglia di Jim Beam, basta ascoltare il suo "nik, nik, nik!!" mentre l'alcool gli scende nello stomaco e bam! ci siamo innamorati di questo avvocato cialtrone, tanto che quando decide, armato di casco da rugby, di seguire i nostri nel viaggio, non possiamo fare altro che gioire ed applaudire.


George è l'anello di congiunzione tra le stranezze dei due biker e il moralismo dell'America bigotta, è l'unica persona in tutto il film a capire cosa rappresentino i due protagonisti e l'unico che cerca di ricordare loro quali siano le tacite regole della società. Nella frase più bella di tutto il film Nicholson dice "l'americano crede fermamente nella libertà individuale ma ha paura dell'individuo libero": è questa consapevolezza a renderlo un insoddisfatto che cerca l'oblio nell'alcool, strangolato dalla necessità di conformarsi al mondo che lo circonda e allo stesso tempo desideroso di poter fare come i due Easy Rider, dai quali avverte provenire il profumo di quella libertà che non ha mai avuto il coraggio di afferrare. Quante volte George è partito per New Orleans salvo poi pentirsi e tornare indietro, come afferma lui stesso, quanto fa impressione vederlo così scafato e allo stesso tempo così innocente, gioioso come un bambino che per la prima volta trova il coraggio di andare con gli amichetti al luna park? Nicholson riesce ad alternare sul viso (bellissimo, bellissimo!!) lo sguardo sornione dell'avvocato consumato, dell'uomo di mondo, la diffidenza di chi comunque non conosce bene i due compagni di viaggio e l'assoluta meraviglia per il loro mondo particolare e lo fa nel giro di pochissime inquadrature, rimanendo per sempre nel cuore dello spettatore, spezzandolo poi sul prefinale della pellicola nel modo peggiore.


Quanto al film, lo ammetto, ho fatto fatica a rivederlo. Lo adoro, non posso fare a meno di perdermi nel groove della splendida colonna sonora, immaginandomi quanto sarebbe bello viaggiare per l'America in sella a due moto come quelle dei protagonisti, godendo della loro libertà assoluta; adoro l'incredibile fattoneria di Dennis Hopper, perennemente flashato come la sua regia e soprattutto come il montaggio che, sfarfallando, ci fa passare da una sequenza all'altra; adoro Peter Fonda e la sua malinconia, la sua incredibile bellezza, il modo che ha di calmare le intemperanze di Billy e di riflettere su ogni cosa... ma il finale, Cristo santo, il finale mi ammazza ogni volta. Lo vivo come la fine di un sogno, come la vittoria della violenza, dell'ignoranza e della paura sull'amicizia, l'apertura mentale e il desiderio di libertà ed è una sensazione troppo tangibile e dolorosa per non ritrovarmi a fissare i titoli di coda con un magone tale da non riuscire nemmeno a deglutire. Però Easy Rider è imprescindibile, per ogni cinefilo e per ogni amante di Jack Nicholson.


Il festeggiato, come ho detto, è uno dei miei attori preferiti e ha già avuto modo di comparire nel Bollalmanacco. Ecco a voi un piccolo vademecum, che comprende molti di quei film per i quali Jack Nicholson ha meritato di assurgere al ruolo di divinità cinematografica.

Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975), dove Jack Nicholson si è beccato l'Oscar grazie alla sua interpretazione folle e umanissima del protagonista McMurphy. Un capolavoro assoluto.

Shining (1980), dove Jack Nicholson interpreta uno dei mostri più agghiaccianti mai usciti dalla penna di Stephen King e, soprattutto, dalla cinepresa di Stanley Kubrick.

Le streghe di Eastwick (1987), dove Jack Nicholson interpreta un diavolo seduttore, sornione ed inquietante. Diffidate della versione che passa in TV, tagliata in maniera indegna, e recuperate il DVD, mi raccomando!

E non è finita qui, ovviamente!! Millemila altre recensioni dei film in cui compare il nostro potete trovarle ai seguenti link... ENJOY!!

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