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martedì 7 aprile 2026

Dolly (2025)


L'avevo bramato fin dall'ultimo ToHorror e finalmente sono riuscita a recuperare Dolly, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Rod Blackhurst e tratto dal suo corto Babygirl.

Trama

I due fidanzati Macy e Chase vanno a fare una gita in montagna e vengono attaccati da un inquietante essere mascherato da bambola...

RECENSIONE

Dovete sapere che Dolly lo puntavo da ben prima del ToHorror e, quando ho saputo che lo avrebbero programmato lì, mi sono messa a saltellare di gioia. Purtroppo, lo hanno messo allo stesso orario di Flush, altro film che volevo vedere assolutamente, quindi ho dovuto fare una scelta, tenendo conto sia delle possibilità di una futura distribuzione che delle inclinazioni del povero Bolluomo. Col senno di poi, scegliere Flush è stata la cosa migliore, anche perché è un film più originale e divertente di Dolly, meritevole di una visione all'interno di una sala affollata. L'opera di Rod Blackhurst, invece, è più derivativa, debitrice in primis delle atmosfere di Non aprite quella porta, sia per temi che per estetica. La trama è ridotta all'osso: due fidanzati, ad un passo dalla proposta di matrimonio con tanto di anello, vanno in gita nei boschi di montagna e lì vengono brutalmente attaccati da una persona gigantesca che indossa una maschera da bambola. In particolare, Macy diventa la nuova "bambina" di questo essere e viene trascinata all'interno di una casa in mezzo al bosco che ricorda tantissimo quella delle bambole, almeno all'esterno. L'interno è un mix di complementi d'arredo infantili, sporco e incuria, con alcuni dettagli da brivido che includono, ovviamente, bambole di qualsiasi foggia e fattura, teste mozzate, candele e stanze squallide che nascondono inquietanti segreti. Dolly è, in sostanza, il prolungamento della sequenza della cena in mezzo agli squilibrati in Non aprite quella porta e, in quanto tale, mette alla prova i nervi dello spettatore (senza però mai arrivare agli exploit gore di opere come quelle appartenenti, per esempio, alla New French Extremity); Macy si ritrova nelle mani di una creatura folle, portatrice di un amore materno distorto e passabile di trasformarsi in cieca violenza nel giro di un istante, sempre a un passo dal venire uccisa o mutilata qualora decidesse di sottrarsi alle umilianti prove di affetto filiale richieste dalla "mamma". Dietro a quest'ultimo personaggio, in realtà, c'è una storia di violenza e soprusi appena accennata, che potrebbe essere anche più interessante di ciò che Blackhurst ha deciso di raccontare e che si palesa non solo nel corso del film, con l'arrivo di una quarta persona, ma soprattutto in una scena post-credit grondante delizioso humour nero, caratteristica che purtroppo manca ad un film troppo deprimente nel suo prendersi sul serio. 

L'omaggio all'horror anni '70 si traduce in una messa in scena alla grindhouse, con l'utilizzo di pellicola 16 mm  e, quasi sicuramente, di una telecamera a mano, che conferiscono al film un'aspetto "sporco", rozzo, e dei colori bruciati sia nell'ambientazione notturna che diurna (ben poco rassicurante, anche perché la claustrofobia della casa in cui abita il "mostro" viene riproposta anche dal bosco che si chiude sui protagonisti senza lasciare loro via di scampo); inoltre, ad aumentare la sensazione di spaesamento, si aggiungono anche una divisione in brevi capitoli e alcune sequenze che oserei definire "sperimentali", che proiettano all'esterno il progressivo infrangersi della sanità mentale della protagonista, creando un interessante contrasto con uno stile, tutto sommato, realistico. Il fiore all'occhiello di Dolly è però, ovviamente, il killer titolare, non solo per il suo aspetto agghiacciante, riproposto in ogni parte del suo territorio da inquietanti bambole che sembrano voler spiare i poveri malcapitati, ma anche per la fisicità di Max the Impaler, wrestler transgender non binari* che offre un'interpretazione perfetta: Dolly non parla ma ogni suo gesto è orribilmente chiaro, così come sono tangibili la sua rabbia, la confusione, la follia che distorce il desiderio d'amore e la disperazione di ritrovarsi per le mani delle "bambole" rotte per sua stessa mano, vittime di raptus incontrollabili. E Dolly fa davvero paura, sia per il suo aspetto che per l'efferatezza dei suoi delitti, affidati ad un make-up prostetico disgustoso e ad una regia che non si sottrae ai dettagli più raccapriccianti e alle mutilazioni più dolorose, che mi hanno fatta saltare dalla poltrona in un paio di punti. Considerato che ho avuto qualche difficoltà a spegnere la luce per andare a dormire, e che ho deciso di aspettare il ritorno di Mirco prima di infilarmi nel letto, cosa che ormai non succede più così spesso, direi che Dolly ha avuto l'effetto sperato su di me, quindi non posso fare altro che consigliarlo, nell'attesa che Blackhurst decida se girare o meno un secondo capitolo, magari un prequel. Io spero davvero di sì!

CAST

Di Fabianne Therese (Macy), Ethan Suplee (Tobe) e Seann William Scott (Chase) ho parlato ai rispettivi link.

  • Rod Blackhurst è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Amanda Knox e i corti Night Swim e Babygirl. Anche produttore, montatore, direttore della fotografia, ha 46 anni. 

SE VI è PIACIUTO...

Se Dolly vi fosse piaciuto, recuperate Non aprite quella porta. ENJOY!

domenica 11 marzo 2018

Southbound - Autostrada per l'inferno (2015)


Ne avevo letto già bene sul blog di Lucia e ora la Midnight Factory ha distribuito sul mercato dell'home video l'horror corale Southbound - Autostrada per l'inferno (Southbound), diretto e sceneggiato nel 2016 dai registi Radio Silence, Roxanne Benjamin, David Bruckner e Patrick Horvath.

Trama

Lungo una strada americana diretta verso sud, diversi gruppetti di persone vanno incontro a un destino orribile e sanguinoso...

RECENSIONE

A differenza di altri horror corali o a episodi Southbound - Autostrada per l'inferno racconta un'unica lunga storia dalla struttura circolare e ogni episodio presenta uno o due personaggi che si ripropongono in quello seguente, fungendo così da collante tra un segmento e l'altro. Al gruppo di registi Radio Silence è stato dato il compito di aprire e chiudere le danze con un inizio che è anche fine (e viceversa) ma nonostante questo si mantiene ambiguo per tutta la sua durata. In esso, abbiamo due uomini che non riescono a fuggire da inquietanti entità oscure decise ad ucciderli; il motivo per cui i due protagonisti si siano ritrovati sull'autostrada del titolo italiano lo verremo a scoprire solo nel finale di Southbound ma, anche lì, Radio Silence confeziona il più classico degli home invasion senza rivelare granché relativamente ai personaggi coinvolti. Come inizio non c'è male, tra splatter ed elementi perturbanti in abbondanza, mentre il finale è spiazzante al punto giusto e lascia lo spettatore con un palmo di naso a chiedersi... "cosa diamine ho visto?". Chiedere al Bolluomo per credere.

Più lineare, ma non per questo meno inquietante, Siren, diretto e co-sceneggiato dall'unica donna del gruppetto, Roxanne Benjamin (già apprezzata per il "mostruoso" contributo in XX - Donne da morire, sempre distribuito da Midnight Factory). Qui le protagoniste sono i membri di una band tutta al femminile, che si ritrovano in panne sulla maledetta autostrada e vengono "salvate" da una strana coppia. L'intero episodio è giocato prima su elementi che stridono contro l'apparente perfezione e gentilezza dei salvatori di fanciulle, poi sulla paranoia e il senso di esclusione, fino ad arrivare alla terribile risoluzione finale. Niente splatter, quindi, nonostante la presenza di un paio di elementi disgustosi, ma le atmosfere inquietanti e claustrofobiche di un certo tipo di horror/sci-fi in stile L'invasione degli ultracorpi si sprecano e personalmente le ho gradite molto, Siren è sicuramente uno dei corti che ho preferito.

Lo surclassa però brutalmente The Accident, diretto dallo stesso David Bruckner del recente Il rituale. Se l'horror Netflix puntava più sulle atmosfere, questo corto è una splatterata incredibilmente ironica e crudele dove un uomo si ritrova solo ad affrontare il senso di colpa, affidandosi ciecamente a chiunque millanti di avere la soluzione per il casino che ha combinato (ovviamente, non vi dirò mai quale!). Interamente girato in un unico, spettralissimo ambiente e con un solo attore impegnato in una conversazione telefonica, The Accident colpisce lo spettatore allo stomaco e accumula elementi ansiogeni senza mai perdere di ritmo, mettendo i brividi anche sul finale. Sarò una persona semplice ma questo è il corto che mi è piaciuto di più.

Ultimo, o meglio, penultimo segmento prima del ritorno di Radio Silence è Jailbreak, che arriva a "spiegare" più o meno la natura del luogo dove si svolge il film, che diventa così palese anche agli occhi dello spettatore meno scafato. Attenzione, però, non si tratta del classico e tanto detestato spiegone pedante, quanto piuttosto un elegante insieme di suggerimenti e suggestioni incastonato in una cornice squisitamente horror che mi ha ricordato parecchio le sequenze migliori di Dal Tramonto all'alba, pur senza la tamarreide di Rodriguez. Jailbreak sicuramente non appagherà chi cerca delle certezze ma a mio avviso è emblema della cura infusa nell'intera operazione e fa risaltare all'occhio il fil rouge che lega tutti i racconti.

Nell'insieme, Southbound - Autostrada per l'inferno è un viaggio all'interno del senso di colpa e dei fantasmi che gli esseri umani si portano dietro. Tutti i personaggi principali hanno qualcosa per cui vergognarsi, orrori nascosti nel loro passato o mancanze verso i loro cari e anche quando il loro dolore non viene sviscerato appieno, esso viene comunque fatto intuire nello spazio risicato concesso da un corto; i protagonisti di Southbound sono anime perdute e non è un caso che sugli schermi televisivi passi un cult come Carnival of Souls, scelta intrigante benché forse "spoilerosa" (ma tanto, anche il sottotitolo italiano qualche indizio lo offre). Inoltre, a differenza di quello che accade di solito con altre opere simili, i vari registi e sceneggiatori coinvolti sono riusciti a creare un affresco omogeneo, caratterizzato da sfumature individuali perfettamente amalgamate tra loro, al punto che è difficile definire Southbound come un mero insieme di corti, vista la palese volontà di lavorare assieme senza dare al film l'aspetto di una "vetrina" di talenti. Certo, Southbound non è un'opera perfetta però è affascinante quanto basta per consigliarla e ringraziare la Midnight Factory di averla fatta arrivare in Italia!

CAST

Di Roxanne Benjamin, regista e co-sceneggiatrice del corto Siren oltre che voce di Claire, la moglie del protagonista di The Accident, ho già parlato QUI mentre David Bruckner, regista e sceneggiatore del corto The Accident, lo trovate QUA. Ho anche già parlato di Larry Fessenden, che presta la voce al D.J.

  • Il collettivo Radio Silence ha diretto i segmenti "The Way Out" e "The Way In". Radio Silence è formato da Matt Bettinelli - Olpin (anche sceneggiatore dei corti e interprete di Jack, di lui ho parlato QUI), Tyler Gillett (di cui ho parlato QUA) e Chad Villella; quest'ultimo, che interpreta anche Mitch, è americano, anche sceneggiatore, produttore, tecnico degli effetti speciali e ha co-diretto un episodio del film V/H/S.
  • Patrick Horvath è il regista e co-sceneggiatore del corto Jailbreak. Ha diretto film come The Pact II ed è anche attore, produttore e compositore.

CURIOSITà

L'edizione DVD della Midnight Factory, sempre corredata dal libretto redatto dalla redazione di Nocturno Cinema, non presenta stavolta extra a parte il trailer. Detto questo, se Southbound vi fosse piaciuto recuperate Carnival of Souls, ampiamente citato all'interno del film, V/H/S, Last Shift, The Void e Baskin. ENJOY!


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