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martedì 7 aprile 2026

Dolly (2025)


L'avevo bramato fin dall'ultimo ToHorror e finalmente sono riuscita a recuperare Dolly, diretto e co-sceneggiato nel 2025 dal regista Rod Blackhurst e tratto dal suo corto Babygirl.

Trama

I due fidanzati Macy e Chase vanno a fare una gita in montagna e vengono attaccati da un inquietante essere mascherato da bambola...

RECENSIONE

Dovete sapere che Dolly lo puntavo da ben prima del ToHorror e, quando ho saputo che lo avrebbero programmato lì, mi sono messa a saltellare di gioia. Purtroppo, lo hanno messo allo stesso orario di Flush, altro film che volevo vedere assolutamente, quindi ho dovuto fare una scelta, tenendo conto sia delle possibilità di una futura distribuzione che delle inclinazioni del povero Bolluomo. Col senno di poi, scegliere Flush è stata la cosa migliore, anche perché è un film più originale e divertente di Dolly, meritevole di una visione all'interno di una sala affollata. L'opera di Rod Blackhurst, invece, è più derivativa, debitrice in primis delle atmosfere di Non aprite quella porta, sia per temi che per estetica. La trama è ridotta all'osso: due fidanzati, ad un passo dalla proposta di matrimonio con tanto di anello, vanno in gita nei boschi di montagna e lì vengono brutalmente attaccati da una persona gigantesca che indossa una maschera da bambola. In particolare, Macy diventa la nuova "bambina" di questo essere e viene trascinata all'interno di una casa in mezzo al bosco che ricorda tantissimo quella delle bambole, almeno all'esterno. L'interno è un mix di complementi d'arredo infantili, sporco e incuria, con alcuni dettagli da brivido che includono, ovviamente, bambole di qualsiasi foggia e fattura, teste mozzate, candele e stanze squallide che nascondono inquietanti segreti. Dolly è, in sostanza, il prolungamento della sequenza della cena in mezzo agli squilibrati in Non aprite quella porta e, in quanto tale, mette alla prova i nervi dello spettatore (senza però mai arrivare agli exploit gore di opere come quelle appartenenti, per esempio, alla New French Extremity); Macy si ritrova nelle mani di una creatura folle, portatrice di un amore materno distorto e passabile di trasformarsi in cieca violenza nel giro di un istante, sempre a un passo dal venire uccisa o mutilata qualora decidesse di sottrarsi alle umilianti prove di affetto filiale richieste dalla "mamma". Dietro a quest'ultimo personaggio, in realtà, c'è una storia di violenza e soprusi appena accennata, che potrebbe essere anche più interessante di ciò che Blackhurst ha deciso di raccontare e che si palesa non solo nel corso del film, con l'arrivo di una quarta persona, ma soprattutto in una scena post-credit grondante delizioso humour nero, caratteristica che purtroppo manca ad un film troppo deprimente nel suo prendersi sul serio. 

L'omaggio all'horror anni '70 si traduce in una messa in scena alla grindhouse, con l'utilizzo di pellicola 16 mm  e, quasi sicuramente, di una telecamera a mano, che conferiscono al film un'aspetto "sporco", rozzo, e dei colori bruciati sia nell'ambientazione notturna che diurna (ben poco rassicurante, anche perché la claustrofobia della casa in cui abita il "mostro" viene riproposta anche dal bosco che si chiude sui protagonisti senza lasciare loro via di scampo); inoltre, ad aumentare la sensazione di spaesamento, si aggiungono anche una divisione in brevi capitoli e alcune sequenze che oserei definire "sperimentali", che proiettano all'esterno il progressivo infrangersi della sanità mentale della protagonista, creando un interessante contrasto con uno stile, tutto sommato, realistico. Il fiore all'occhiello di Dolly è però, ovviamente, il killer titolare, non solo per il suo aspetto agghiacciante, riproposto in ogni parte del suo territorio da inquietanti bambole che sembrano voler spiare i poveri malcapitati, ma anche per la fisicità di Max the Impaler, wrestler transgender non binari* che offre un'interpretazione perfetta: Dolly non parla ma ogni suo gesto è orribilmente chiaro, così come sono tangibili la sua rabbia, la confusione, la follia che distorce il desiderio d'amore e la disperazione di ritrovarsi per le mani delle "bambole" rotte per sua stessa mano, vittime di raptus incontrollabili. E Dolly fa davvero paura, sia per il suo aspetto che per l'efferatezza dei suoi delitti, affidati ad un make-up prostetico disgustoso e ad una regia che non si sottrae ai dettagli più raccapriccianti e alle mutilazioni più dolorose, che mi hanno fatta saltare dalla poltrona in un paio di punti. Considerato che ho avuto qualche difficoltà a spegnere la luce per andare a dormire, e che ho deciso di aspettare il ritorno di Mirco prima di infilarmi nel letto, cosa che ormai non succede più così spesso, direi che Dolly ha avuto l'effetto sperato su di me, quindi non posso fare altro che consigliarlo, nell'attesa che Blackhurst decida se girare o meno un secondo capitolo, magari un prequel. Io spero davvero di sì!

CAST

Di Fabianne Therese (Macy), Ethan Suplee (Tobe) e Seann William Scott (Chase) ho parlato ai rispettivi link.

  • Rod Blackhurst è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Amanda Knox e i corti Night Swim e Babygirl. Anche produttore, montatore, direttore della fotografia, ha 46 anni. 

SE VI è PIACIUTO...

Se Dolly vi fosse piaciuto, recuperate Non aprite quella porta. ENJOY!

martedì 27 gennaio 2026

Vieja loca (2025)


Lo avevo perso al ToHorror, e sono riuscita a recuperare in questi giorni uno dei film che avevo puntato a ottobre, Vieja loca, scritto e diretto nel 2025 dal regista Martín Mauregui.

Trama

Preoccupata per le condizioni mentali della madre, Laura chiede al suo ex marito di andare a controllarla. Per l'uomo è l'inizio di un incubo alla mercé dell'anziana donna...

RECENSIONE

La senilità e l'alzheimer stanno diventando mostri sempre più quotati all'interno del cinema horror, tanto più spaventosi perché purtroppo reali e diffusi. La vecchiaia, l'angoscia di avere a che fare con persone un tempo amate, completamente stravolte da una malattia che cancella i loro ricordi e ne altera le percezioni, sono cose che fanno paura, e molti autori cercano di esorcizzarle o venire a patti con esse. Vieja loca, fin dal titolo, sceglie una strada più grottesca rispetto ad altre opere a tema, e corre sul filo della hagsploitation; questo genere, che tanto andava di moda negli anni '50 e '60, nell'horror moderno ha però perso quella valenza di "ultima spiaggia" alla quale erano costrette dive ormai invecchiate, e non è più qualcosa che sminuisce le anziane attrici, anzi, semmai le eleva. Questo perché anche Alicia, la protagonista del film, non è caratterizzata come una semplice "vecchia pazza", nonostante molte sequenze del film siano uno squisito compendio di commedia nerissima. Alicia, come da definizione della figlia, è un "buco nero", una donna con la quale non era già facile avere a che fare in età più giovane, e i motivi diventano dolorosamente chiari man mano che il film prosegue. Il fantomatico César, per il quale Pedro viene scambiato da Alicia, è un mostro oscuro che ha tormentato il passato della donna, legandola a sé con la violenza, con una perversa pretesa di esclusività e, infine, con degli atroci delitti, e quando le difese mentali di Alicia crollano, il passato la travolge come un'onda di marea, portando con sé tutti gli sventurati che hanno a che fare con lei. A farne le spese in primis è il povero Pedro, appunto, che per una gentilezza fatta alla ex moglie preoccupata si ritrova a venire legato e torturato da una donna decisa a fargli pagare anni di abusi psicologici e fisici. La sceneggiatura di Martín Mauregui è impietosa, ma non è spietata nei confronti di Alicia, ed è ovviamente pessimista, perché una malattia terribile come quella descritta nel film contamina non solo il presente, ma anche l'affetto e i ricordi passati.

Tali premesse giustificano il ritmo ripetitivo della prima parte del film, che reitera in maniera angosciante situazioni e dialoghi (persino ricette, utile nel caso voleste imparare a fare l'alfajor), e a un certo punto mostra come, per Alicia, il tempo si sia riavvolto per poi fermarsi nel momento più terribile della sua vita. La ripetitività delle situazioni non stempera, però, l'inquietudine derivante dall'impotenza di Pedro, costretto non solo fisicamente, ma anche mentalmente, impegnato in un approccio faticoso atto a conquistare la fiducia dell'ex suocera, vista l'impossibilità di farla ragionare. L'ambientazione "casalinga" del film, girato per la maggior parte all'interno di una villa decadente la cui incredibile bellezza si è appannata nel corso del tempo, funziona come parallelo della condizione di Alicia, abbandonata a se stessa e priva di "manutenzione", eppure ancora solida, fiera; la casa di Alicia soffre di perdite idrauliche, cade a pezzi in alcuni punti, è un triste regno di disordine e caos, e nasconde terribili, oscuri segreti che sfuggono allo sguardo di chi viene distratto dall'aspetto apparentemente normale dell'anziana signora. Quanto agli attori, Carmen Maura si profonde in un'interpretazione senza freni che diventa la spina dorsale dell'intero film, dando vita ad un mostro, sì, ma con tristi sprazzi di umanità che spingono talvolta a provare pietà per questa "vecchia pazza", soprattutto sul finale. L'interazione con Daniel Hendler (che io, neanche a dirlo, non conoscevo ma che è uno degli attori più famosi in Uruguay), sempre sul filo della farsa, da vita ad un paio di sequenze ad alto tasso di tensione, inoltre lui è molto bravo a non farsi surclassare dal carisma di Carmen Maura, pur mantenendo sempre un'aura da medioman dimesso che lo rende ancora più tragico. In definitiva, Vieja loca è sicuramente un film che mi sarebbe piaciuto vedere al ToHorror e, nonostante non sia privo di difetti, è una visione che consiglio, soprattutto se vi piace questo genere di tematiche.

CAST

Di Carmen Maura, che interpreta Alicia, ho già parlato QUI.

  • Martín Mauregui è il regista e sceneggiatore del film. Argentino, ha diretto un altro film, El amor (primera parte).

giovedì 30 ottobre 2025

Visioni dal ToHorror Fantastic Film Fest 2025


Approfitto di una pausa dalla Nuovi Incubi Horror Challenge ormai agli sgoccioli (oggi si parlava di serie TV, quindi potete leggere un breve commento su qualcosa che ho già visto sulla mia pagina Instagram) per spendere due parole sull'ultima edizione del ToHorror Fantastic Film Fest, arrivato ormai al 25simo anno! Anche stavolta ho avuto l'enorme fortuna di partecipare e di poter godere dell'atmosfera unica che si respira in questo festival che adoro, e che ha fatto un record di presenze, vista la quantità di gente che sistematicamente affollava le sale del cinema Massimo! Quest'anno ho goduto del Festival a 360 gradi, andando per la prima volta al Blah Blah, dove ho assistito alla presentazione di Marika per il suo libro, consigliatissimo, Not in my Movie. Per questo ho visto un po' meno film, ma ne è valsa la pena, in quanto finalmente ho potuto conoscere "de visu" alcune adorabili persone con le quali avevo avuto contatti solo online, ed è stata un'esperienza davvero splendida! Augurando al ToHorror Fantastic Film Fest di arrivare almeno alla 50sima edizione, spero di poter partecipare a quella del prossimo anno, e vi invito a sbirciare le mini-recensioni che seguono, per avere un'idea di cosa recuperare nei mesi a venire, sperando in una distribuzione clemente! ENJOY!


Jimmy Jaguár (Benedek Fliegauf, 2025)

Ad essere sincera, il "mio" ToHorror non è cominciato proprio benissimo. Jimmy Jaguár è un mockumentary glaciale, che racconta di come il demone titolare spinga le persone a compiere gesti in aperto contrasto con la loro indole, in particolare ad uccidere. In realtà, detto demone neppure si vede, e il film preferisce concentrarsi su interminabili dialoghi atti a sviscerare la psiche di quanti, apparentemente, vi entrano in contatto, in un turbinìo di sospetti, paranoie, mezze verità, rivelazioni scioccanti e, in generale, considerazioni su una triste realtà fatta di squallida violenza ai danni di deboli costretti a farsi giustizia da sé. Jimmy Jaguár comincia a diventare interessante sul finale, il problema è che rimanere svegli fino a quel momento è un'impresa difficile, se non impossibile, anche per via dello stile molto aulico, rarefatto, delle riprese. Dispiace solo che un film come questo rischi di essere un brutto biglietto da visita per Fliegauf. Per esempio, un paio di ragazzi seduti accanto a me (e altrettanto traumatizzati dall'esperienza) hanno deciso di togliere Womb, altro film del regista, dalla loro watchlist. Superando la mia atavica timidezza ho consigliato loro di non farlo e spero mi abbiano ascoltata, perché sarebbe un peccato penalizzare un'opera bella come Womb per via di un film riuscito a metà. 


Deathstalker
(Steven Kostanski, 2025)

Fortunatamente, il festival è migliorato quasi subito, grazie all'esilarante, zamarrissimo Deathstalker, uno sword and sorcery a base di splatter, demoni sanguinari, magia nera, necromanti ed eroi loro malgrado, remake di un film omonimo del 1983, prodotto da Roger Corman, che ha generato ben tre seguiti. Ovviamente, non conoscevo affatto queste "ottantarate" e, per di più, Kostanski è un autore che, nel corso delle mie visioni, ho sempre incrociato senza mai ricordarlo più di tanto, ma ora non me lo toglierò più dalla testa. Il suo approccio alla materia è cafone ma affettuoso, citazionista senza arrivare al plagio, caratterizzato da una cura incredibile per gli splendidi effetti speciali artigianali e da un umorismo nero, anche un po' scemo, col quale mi ritrovo tantissimo. Ammetto di essere andata a vedere Deathstalker solo per non sprecare il pass e ne sono uscita folgorata, animata dalla speranza che anche Kostanski possa proseguire con altri seguiti, ovviamente sempre con Daniel Bernhardt come protagonista, perché è semplicemente perfetto! Midnight Factory, pensaci tu a distribuirlo!!


La virgen de la tosquera
(Laura Casabé, 2025) - Menzione della giuria per il concorso lungometraggi

Sullo sfondo di un'Argentina di inizio nuovo millennio, distrutta dalla crisi economica e dalle proteste sociali, la giovane Natalia viene travolta da speranze e delusioni, imperniate sul sentimento sempre più forte verso l'amico Diego. Il film (tratto da due racconti della scrittrice Mariana Enríquez contenuti nella raccolta I pericoli di fumare a letto) è un coming of age dalle atmosfere sovrannaturali, che dipinge in maniera tristemente verosimile un'età in cui ogni problema, ogni gioia, vengono esasperati fino a diventare totalizzanti; il triangolo amoroso che viene a crearsi tra Natalia, preda delle prime pulsioni sessuali, Diego e Silvia, di qualche anno più grande e molto più disnibita, è il catalizzatore di una crisi aggravata dall'angoscia verso il futuro, dalla solitudine della protagonista, dalla sensazione di dover lottare continuamente, anche per ottenere le cose più semplici. Il modo in cui la Casabé rappresenta un mondo in cui realtà prosaica e riti superstiziosi vadano a braccetto, strettamente legati tra loro, e la bellezza magnetica della giovane protagonista, sono i due punti di forza di un film che, verso il finale, cita apertamente Giovani streghe, conquistandosi di diritto un posto nel mio cuore.


Kombucha
(Jake Myers, 2025)

Tratto dal corto omonimo diretto e co-sceneggiato dallo stesso regista, Kombucha è uno dei due incubi lavorativi (l'altro è Head Like a Hole, di cui ho parlato ieri) visionati al ToHorror di quest'anno. Le premesse sono simili, in quanto i protagonisti sono a un punto morto della loro vita e anche squattrinati, ed entrambi ottengono un lavoro troppo bello per essere vero, ben remunerato e senza prerequisiti. Nel caso di Kombucha, però, le carte si scoprono fin dal titolo; all'interno della ditta Symbiotic (nomen omen), tutti gli impiegati bevono il disgustoso orrore fermentato, che noi bambini degli anni '80 facevamo figliare a ripetizione senza conoscerne le proprietà terapeutiche, e vengono letteralmente consumati nel tentativo di risultare più produttivi. Un'invasione degli ultracorpi 2.0, una critica ficcante alle multinazionali e al linguaggio vuoto del business, che tocca picchi abbastanza alti di ilarità e disgusto, anche se talvolta gira un po' a vuoto. Nel complesso, un film divertente e tristemente attuale, consigliato anche a chi non è particolarmente avvezzo all'horror.  


I Fell in Love with a Z-Grade Director in Brooklyn
(Kenichi Ugana, 2025)

Il feel good movie del festival. Pur non avendo nulla a che fare con l'horror propriamente detto, salvo un paio di benedizioni da parte dei divini Larry Fessenden e Lloyd Kaufman (per quest'ultimo, vi conviene rimanere anche dopo i titoli di coda), è ambientato, come da titolo, nella scena del cinema americano stra-indipendente, di serie Z appunto. Un giovane regista entusiasta, alle prese col suo primo film horror-splatter, si ritrova senza l'attrice protagonista il giorno prima delle riprese; per caso, incontra Shina, famosissima attrice giapponese che ha perso la passione per il suo lavoro ed è stata abbandonata a New York dal suo fidanzato, e decide di scritturarla. Da quel momento, un rapporto lavorativo già assurdo si evolve in un sentimento ancor più inusuale, una sorta di La bella e la bestia complicato da gap linguistici esilaranti, che cattura inesorabilmente anche lo spettatore più restio a questo genere di film. Provare per credere, uscirete dalla visione saltellando gioiosi, e chiedendo a gran voce di poter guardare Natale con gli zombi.


Flush
(Grégory Morin, 2025) - Vincitore del premio del pubblico per il concorso lungometraggi

Non so se ho fatto bene a scegliere questo invece che Dolly, altro film che avrei voluto vedere tantissimo e che, purtroppo, veniva proiettato nello stesso momento, ma mi sono molto divertita guardando Flush. Oddio, no, non è vero. I primi dieci minuti sono stati un incubo durante il quale ho rischiato di correre fuori dalla sala, vittima di un attacco di panico scatenato da un mix di claustrofobia e germofobia, dopodiché, per fortuna, Flush si è assestato su binari più umani. Se vi state chiedendo come potrebbe svilupparsi un film il cui protagonista si ritrova con la testa incastrata dentro a un cesso alla turca per l'intera durata, sappiate che Flush non vi darà un attimo di tregua, con le sue trovate che mescolano commedia nerissima, dialoghi al fulmicotone, scene "pulp, molto pulp, pure troppo" e momenti di schifo vero. C'è anche spazio per un topolino tenerissimo, il beniamino Rabla, e la visione è stata ulteriormente impreziosita dal Q&A del regista, che si è dimostrato "uno di noi", un entusiasta amante dell'horror vittima di una timidezza in grado di renderlo il francese più simpatico mai conosciuto finora. Segnatevi il titolo, perché le vibes sono quelle simili di un altro gioiellino uscito dal ToHorror, Why Don't You Just Die, quindi mi aspetto una distribuzione italiana l'anno prossimo! 

mercoledì 29 ottobre 2025

Nuovi Incubi Halloween Challenge Day 29: Head Like a Hole (2024)


Siccome la Nuovi Incubi Horror Challenge oggi è dedicata al tema "Orrore cosmico", ho deciso di approfittare di una delle visioni del recente ToHorror, e dedicare un post intero a Head Like a Hole, diretto e co-sceneggiato nel 2024 dal regista Stefan MacDonald-Labelle.

Trama

Ad Asher, disoccupato ai limiti dell'indigenza, viene offerto un lavoro che sembra quasi un miracolo. Dovrà infatti monitorare e misurare, ogni giorno, allo scoccare dell'ora, un buco situato sulla parete di uno scantinato, nell'attesa che qualcosa cambi...

Recensione

Prima di cominciare il post, devo premettere che Head Like a Hole, come avete capito dal riassunto pubblicato ieri, non è stata la visione più memorabile del ToHorror 2025, ma era l'unico film che cadeva a fagiolo per la challenge, quindi ha vinto il desiderio di portarla a termine vittoriosa. Ciò detto, esiste un orrore cosmico più grande del lavoro? Lasciando da parte i lavori "artistici", o quelli cercati con ferma volontà, io mi riferisco a quelli che ci consentono di sopravvivere e, contemporaneamente, ci privano di un motivo per farlo, perché va bene mangiare e pagare le bollette, ma poi? Il grande spauracchio dei tempi moderni, come già aveva intuito Charlie Chaplin, è la monotonia "produttiva", che sia in una fabbrica, in un ufficio, in un supermercato, ripetendo gesti che, a lungo andare, si privano di significato... sempre che ne abbiano avuto uno in partenza. Diventare ingranaggi, appunto, solo per non morire fisicamente, ed ignorando che stiamo comunque morendo, nel profondo, spremuti da multinazionali che ci caricano di belle parole e tanta legna verde... discorso che si può tranquillamente estendere anche a Kombucha, altro incubo lavorativo visionato al ToHorror. Il film di Jake Myers, però, è una satira più centrata a livello lavorativo e umano, ripropone un po' il concetto degli ultracorpi, mentre Head Like a Hole indirizza l'ordalia del suo protagonista verso altri lidi, diluendo la critica sociale di partenza per rientrare nei territori dell'horror cosmico tout court. Ciò accade, purtroppo o per fortuna, negli ultimi dieci minuti di film. Per più di un'ora, invece, condividiamo il triste, ripetitivo destino di Asher, uomo ormai alla canna del gas, costretto a vivere in un'automobile senza più benzina, al quale un giorno viene offerto un lavoro (almeno all'inizio) troppo bello per essere vero. Asher, per otto ore al giorno, dovrà monitorare un'"anomalia", un buco all'interno di uno scantinato, e riportare ogni eventuale cambiamento al suo ammorbante capo, che gli sta col fiato sul collo. Giustamente, Asher ha qualche dubbio, derivante da tutta una serie di rigidissime regole e da un'assurda segretezza sullo scopo della sua osservazione, ma l'offerta di vitto e alloggio, assieme ai 40 dollari all'ora, cancella ben presto ogni remora, almeno finché le pretese del capo non diventano sempre più invasive e l'ambiente che lo circonda inquietante.

Il ritmo del film è scandito dallo scorrere dei giorni rappresentati come impietosi numeri in sovrimpressione, alternati a un paio di capitoli che legano il loro titolo ai pochi eventi che sconvolgono la routine di Asher, ed è un ritmo che, assieme all'utilizzo del bianco e nero, enfatizza le sensazioni del protagonista, trasmettendole allo spettatore. Asher è immerso in un mondo grigio, circondato da un ambiente sempre uguale, costretto a sprecare la sua vita fissando un buco senza un perché; è vero che lo stipendio gli permette di liberarsi dalla condizione di povertà iniziale, ma dal momento in cui accetta il lavoro quello stesso stipendio non gli serve a nulla, perché, di fatto, Asher non esce mai da una casa che gli fa anche da ufficio, e dove tenta, goffamente e inutilmente, di instaurare un paio di rapporti umani. E l'orrore cosmico? C'è, ovviamente, ma arriva quasi come un ripensamento, collegandosi a un agghiacciante inizio girato in stile found footage che contrasta col bianco e nero pulitissimo del resto del film (e che, ovviamente, si combina all'attesa che ne consegue, impedendo allo spettatore di rilassarsi). E' un peccato, perché quando il destino di Asher si compie, in seguito ai tanti indizi seminati per tutta la durata di Head Like Hole, l'opera si evolve da commedia nerissima a horror spietato e pessimista, una condanna per chi consegna la propria parte migliore a realtà senz'anima ed egoiste, accettando passivamente di essere l'elemento debole, quello da blandire con falsi complimenti e da minacciare facendo leva su tutta una serie di "bonus" sociali che, invece, dovrebbero essere un diritto. Come ho bofonchiato tra me e me alla fine di Head Like a Hole, ogni tanto vien da pensare che non sarebbe male se l'umanità si estinguesse, soprattutto se ciò significasse dare un bello schiaffo morale a chi predica bene ma razzola talmente male da non riuscire nemmeno a riconoscere ciò a cui ha consacrato la propria esistenza. Non sono sicura che Head Like a Hole avrà mai una distribuzione, è troppo indipendente e "festivaliero", ma se dovesse accadere un miracolo, il mio consiglio è di guardarlo!

Cast

Stefan MacDonald-Labelle è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Canadese, anche montatore e produttore, è al suo primo lungometraggio. 

martedì 29 ottobre 2024

Visioni dal ToHorror Fantastic Film Fest 2024

Anche quest'anno ho avuto la fortuna di recarmi a Torino per il ToHorror Fantastic Film Fest 2024, un'edizione dedicata al tema dell'Antropocene. Il programma era molto ricco e prevedeva tre lungometraggi tra i migliori usciti quest'anno, In a Violent Nature, Stopmotion (con tanto di masterclass e presenza in sala di Robert Morgan!) e Oddity (risultato vincitore della Menzione Speciale della Giuria nella sezione lungometraggi). Avendoli però già visti, ho optato per altri titoli, quindi ecco un piccolo riassunto di ciò che sono riuscita a godermi sugli schermi del festival e di ciò che vi conviene tenere d'occhio per i mesi a venire! Colgo l'occasione per ringraziare gli organizzatori che, ogni anno, si prodigano per creare un festival ricco, interessante e senza intoppi (riuscendo a tapullare con eleganza quando questi ultimi, inevitabilmente, si presentano!). Nell'attesa della prossima edizione... ENJOY!


Di origine sconosciuta
(George Cosmatos, 1983)

L'unico film che sono riuscita a guardare della rassegna Antropocene Now! è questo divertente e grottesco "home invasion" dove uno yuppie (interpretato nientemeno che da Peter Weller) si ritrova a dover combattere un ratto all'interno di un lussuosissimo appartamento in centro a New York. La battaglia che segue è una parabola amara su quanto l'uomo non abbia alcun controllo sulla sua vita e, soprattutto, su quanto il Dio capitalismo si basi su sistemi fragilissimi, al punto che basta un piccolo imprevisto per rivelarne per intero le falle e la pochezza. Per quanto gli effetti speciali del film siano un po' datati, è una pellicola che sconsiglio a chiunque abbia la fobia dei topi; vero è che la bestia protagonista cambia forma, specie e dimensione a seconda delle inquadrature e delle esigenze di sceneggiatura, ma il risultato complessivo è abbastanza schifosetto e l'idea di avere in casa una roba simile mi farebbe venire voglia di consegnarli le chiavi senza nemmeno impegnarmi nella disinfestazione. 


Fréwaka
(Aislinn Clarke, 2024)

Era il film su cui puntavo di più quest'anno, purtroppo è quello che mi ha lasciato di meno. Ambientato in Irlanda (Fréwaka, in gaelico, vuol dire "radici") racconta la storia di Shoo, infermiera esperta di cure palliative che viene inviata in un remoto villaggio irlandese per seguire l'anziana abitante di una sinistra magione sperduta nel bosco. Le radici del titolo affondano nel traumatico passato di Shoo, che si rivela a poco a poco allo spettatore, in quello dell'anziana e nelle oscure tradizioni del villaggio dove risiede, il che incasella Fréwaka nel genere folk horror, solitamente a me molto gradito. Purtroppo, nonostante interessanti suggestioni, splendide intuizioni visive e protagoniste molto brave, l'opera sa un po' di già visto e la sua natura di slow burn non aiuta a tenere destissima l'attenzione. Mi riservo comunque di riguardarlo (magari assieme al film precedente della regista, The Devil's Doorway) in un altro momento, forse ero un po' stanca in partenza. 


Infinite Summer
(Miguel Llansó, 2024)

Su questo non avrei puntato un euro, quando invece è stata una delle visioni più interessanti del festival. Già solo vedere scritto "Tallifornia" all'inizio mi ha messa istantaneamente di buonumore (per mera ignoranza, credevo fosse una presa in giro, ma trattasi di casa di produzione realmente esistente!), dopodiché mi sono lasciata catturare da questo mix di coming of age estivo e sci-fi che, con leggerezza e senza pretesa di offrire allo spettatore chissà quale interpretazione del mondo, introduce il tema del transumanesimo. Il regista, presente per un breve Q&A, è stato così sincero da ammettere di non aver voluto dare un significato particolare al film, voleva solo girarne uno che fosse interessante per lui, con un finale aperto all'interpretazione dello spettatore. Personalmente, l'ho trovato dolceamaro e molto gradevole, e ho apprezzato non solo lo sviluppo psicologico di una protagonista nella quale ho riconosciuto molto della me stessa ragazzina ma anche gli effetti speciali particolarissimi. Purtroppo, Infinite Summer è uno di quei film che, molto probabilmente, non avrà mai distribuzione in Italia. Nel caso fortuito in cui arrivasse anche qui, dateci un'occhiata!


Sayara
(Can Evrenol, 2024)

Dopo quella bomba di Baskin e quella mezza sòla di Housewife, avevo perso completamente di vista Can Evrenol. Il suo ritorno al ToHorror coincide con un rape and revenge brutalissimo e terribilmente realistico (o, meglio terribilmente plausibile) per quanto riguarda la violenza sessuale scatenante, la gioia di umiliare una donna, per di più immigrata, e tutto il codazzo di compiaciuta corruzione che mira a proteggere i suoi ricchi carnefici. La parte revenge, meno verosimile ma molto soddisfacente a livello di violenza e sangue, vede impegnata una ragazza davanti alla quale persino John Wick abbasserebbe lo sguardo fuggendo a gambe levate, dotata di una cazzimma tale che è difficile non mettersi ad applaudire. In sostanza, un film non originalissimo ma che si lascia guardare, anche se so che il regista potrebbe fare di più.


House of Sayuri
(Kouji Shiraishi, 2024) - Vincitore del premio del pubblico al miglior lungometraggio

In rete troverete tantissime recensioni che lo stroncano per il modo "leggero" con cui affronta una cosa tremenda come la violenza sessuale verso i minori. Ammetto io stessa che sarebbe servita un po' di delicatezza in più, ma avendo visto altri film di Shiraishi non mi ha neppure sorpresa la commistione tra horror serio, quasi tragico, e momenti di pura locura nipponica, che magari a noi occidentali sembra strana, mentre in Giappone potrebbe essere la norma. A prescindere, mi sono parecchio spaventata e, spesso, sinceramente divertita guardando House of Sayuri, anche se avrei sforbiciato un po' qui e là. Non fosse per i due film che ho visto in seguito, la nonnina protagonista sarebbe assurta ad idolo incontrastato del festival ma, anche così, è un gran bel personaggio.


Steppenwolf
(Adilkhan Yerzhanov, 2024) - Giusto vincitore del premio ufficiale come miglior lungometraggio

La bombetta del festival. Appena cominciato ho pensato "c'è dell'inquadratura in questa figaggine", poi in seguito è andato in crescendo. Graziato da una regia e una fotografia splendide, che consegnano allo spettatore un Kazakistan desolato e affascinante allo stesso tempo, Steppenwolf vive proprio di questi contrasti e contraddizioni. Sequenze grottesche lasciano posto a profonda commozione, per un sorriso strappato dal protagonista sale la voglia di prenderlo a ceffoni forti e di vederlo morto, mentre l'unica costante è la determinazione di una madre tanto spezzata nella mente e nell'eloquio quanto brillante e profonda nel cuore. A prescindere dai sentimenti che Steppenwolf saprà suscitarvi, il consiglio è di recuperarlo e godere dell'interpretazione di due attori favolosi, sperando che la vittoria al festival contribuisca a spingere qualche distributore illuminato a portarlo anche in Italia. 


Krazy House
(Steffen Haars, Flip van der Kuil, 2024)

Se Steppenwolf ha parlato, giustamente, alla mia parte più "cinefila", di testa, Krazy House ha scatenato la mia parte cazzona, de panza, e, com'è ovvio, è diventato il mio film preferito del festival. Un Nick Frost in stato di grazia (insieme a un'Alicia Silverstone ormai abbonata a horror e film strambi) ci accompagna sul set della sit com Krazy House, nella quale i Christian conducono una vita apparentemente idilliaca, pregni della Grazia del Signore. Ci vorrà poco perché l'idillio si sgretoli e due folli registi olandesi mettano alla berlina tutto ciò che vi è di più sacro, puro ed intoccabile, neonati e cani compresi. Produce Amazon, quindi la speranza è quella che Krazy House venga distribuito ovunque, perché non posso accettare che qualcuno rimanga privo di tanta, arrogante stupidera. Pregate Cristo, magari vi ascolterà, se non sarà impegnato altrove. Nel caso, cercatelo bene, forse potrebbe essere dentro di voi. Molto dentro. Pure troppo.



venerdì 11 novembre 2022

Mandrake (2022)

Era uno dei titoli che più ho apprezzato all'ultimo ToHorror ma mi sono tenuta da parte il post perché, da ieri, Mandrake, della regista Lynne Davison, dovrebbe essere approdato su Shudder.


Trama: a un'agente di custodia cautelare viene affidata la cosiddetta Bloody Mary, una donna colpevole di vari omicidi e sospettata di essere una strega. Quando sparizioni e omicidi ricominciano, Bloody Mary diventa la prima indiziata...


Mandrake è un film che mi ha dato fiducia già a partire dalla sua nazionalità, ché sapete quanto ami gli horror irlandesi (anche se questo ufficialmente sarebbe inglese, visto che ha origini nord irlandesi), e anche dalla sua definizione di folk horror ambientato nel moss, la boscaglia paludosa dove ci si può perdere e venire inghiottiti da qualsiasi cosa si aggiri nell'oscurità della foresta. Benché non sia legato ad alcuna particolare leggenda irlandese, Mandrake prende spunto da creature fantastiche, a tratti fiabesche, come le streghe e la mandragola che dà il titolo al film, per indagare in maniera non banale su vari modi di percepire e vivere la maternità, un evento tanto naturale quanto traumatico, capace di rendere le persone più complesse di quanto non appaia a una prima occhiata; dico questo perché in Mandrake, nonostante la componente stregonesca e demoniaca, non c'è una netta distinzione di buoni e cattivi, ma anche chi viene percepito come mostro è comunque una creatura che a tratti ispira pietà, mentre gli eroi non sono così perfetti come vorrebbero essere. La protagonista Cathy, per esempio, è una donna che ha consacrato tutta la sua esistenza agli ex detenuti che le vengono affidati, e questo l'ha resa una madre "snaturata", poco amata persino dal figlio affetto da una grave malattia respiratoria e probabilmente considerata "merce avariata" dall'ex marito, che si è risposato con una ragazza più giovane, ancora in grado di dargli figli possibilmente sani. Dall'altra parte, invece, abbiamo Mary, denominata Bloody Mary, alla quale è stato strappato non solo il figlio che un'entità misteriosa ha voluto donarle, ma anche vent'anni di vita solo per essersi vendicata di un marito talmente violento da averle lasciato indelebili cicatrici da ustione su tutto il corpo. Mary è una strega, ha fatto cose indicibili ed è scesa a patti con entità innominabili (Non è uno spoiler, in quanto Mandrake non si preoccupa minimamente di nascondere la vera natura di Mary, perché non è il punto fondamentale del film), eppure lo stesso è impossibile provare totale repulsione per lei e non percepire il dolore e la solitudine che traspaiono dalla sua inquietante figura. 


La potenza dei personaggi si esprime appieno grazie alla qualità migliore del film, ovvero la performance delle due attrici principali, Deirdre Mullins e Derbhle Crotty. Quest'ultima, in particolare, attrice di teatro alla sua prima esperienza su un set cinematografico, è in grado di rendere Mary sia inquietante che affascinante, crudele ma anche fragile e triste, efficacissima sia nelle sequenze più horror sia in quelle più legate al thriller psicologico, durante le quali i confronti tra Mary e Cathy strappano più di un brivido. Un altro elemento che eleva Mandrake rispetto alla media del genere è poi indubbiamente l'occhio della regista Lynne Davison, anche lei alla sua prima esperienza di lungometraggi (ha già girato diversi corti), la quale ha evidentemente ben studiato i modelli di riferimento nominati nel corso del Q&A al Tohorror, ovvero The Wicker Man, Midsommar e The Witch, ed è riuscita a confezionare una pellicola che sfrutta al meglio l'ambientazione boschiva e la piccola realtà di un paese poco distante dal moss, e si concede sequenze in cui l'orrore di riti pagani misteriosi viene reso comunque con realismo e un pizzico di "magia" conferita da un sapiente uso delle luci e della fotografia. Detto questo, Mandrake non è un film privo di difetti, ma è scusabile in virtù della sua natura di opera prima. La prima parte, più thriller e giocata su sospetti e dicerie, l'ho trovata più interessante ed efficace rispetto al terzo atto, dove aumentano non solo le suggestioni horror, ma anche i momenti in cui la trama si fa più sfilacciata e perde un po' di vista il fulcro del discorso, tuttavia sono convinta che quello di Lynne Davison sia un nome da tenere d'occhio per il futuro, sempre che continui a coltivare il suo amore per l'horror (l'ho vista molto interessata durante la proiezione di A Wounded Fawn, quindi forse c'è speranza). Date un'occhiata a Mandrake e fatemi sapere cosa ne pensate, se volete!

Lynne Davison è la regista della pellicola, al suo primo lungometraggio. Irlandese, ha lavorato anche come sceneggiatrice e produttrice. 


Se Mandrake vi fosse piaciuto recuperate The Wicker Man, Midsommar e The Witch, Hellbender e Il sabba. ENJOY!

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