Trama: i due fidanzati Macy e Chase vanno a fare una gita in montagna e vengono attaccati da un inquietante essere mascherato da bambola...
Dovete sapere che Dolly lo puntavo da ben prima del ToHorror e, quando ho saputo che lo avrebbero programmato lì, mi sono messa a saltellare di gioia. Purtroppo, lo hanno messo allo stesso orario di Flush, altro film che volevo vedere assolutamente, quindi ho dovuto fare una scelta, tenendo conto sia delle possibilità di una futura distribuzione che delle inclinazioni del povero Bolluomo. Col senno di poi, scegliere Flush è stata la cosa migliore, anche perché è un film più originale e divertente di Dolly, meritevole di una visione all'interno di una sala affollata. L'opera di Rod Blackhurst, invece, è più derivativa, debitrice in primis delle atmosfere di Non aprite quella porta, sia per temi che per estetica. La trama è ridotta all'osso: due fidanzati, ad un passo dalla proposta di matrimonio con tanto di anello, vanno in gita nei boschi di montagna e lì vengono brutalmente attaccati da una persona gigantesca che indossa una maschera da bambola. In particolare, Macy diventa la nuova "bambina" di questo essere e viene trascinata all'interno di una casa in mezzo al bosco che ricorda tantissimo quella delle bambole, almeno all'esterno. L'interno è un mix di complementi d'arredo infantili, sporco e incuria, con alcuni dettagli da brivido che includono, ovviamente, bambole di qualsiasi foggia e fattura, teste mozzate, candele e stanze squallide che nascondono inquietanti segreti. Dolly è, in sostanza, il prolungamento della sequenza della cena in mezzo agli squilibrati in Non aprite quella porta e, in quanto tale, mette alla prova i nervi dello spettatore (senza però mai arrivare agli exploit gore di opere come quelle appartenenti, per esempio, alla New French Extremity); Macy si ritrova nelle mani di una creatura folle, portatrice di un amore materno distorto e passabile di trasformarsi in cieca violenza nel giro di un istante, sempre a un passo dal venire uccisa o mutilata qualora decidesse di sottrarsi alle umilianti prove di affetto filiale richieste dalla "mamma". Dietro a quest'ultimo personaggio, in realtà, c'è una storia di violenza e soprusi appena accennata, che potrebbe essere anche più interessante di ciò che Blackhurst ha deciso di raccontare e che si palesa non solo nel corso del film, con l'arrivo di una quarta persona, ma soprattutto in una scena post-credit grondante delizioso humour nero, caratteristica che purtroppo manca ad un film troppo deprimente nel suo prendersi sul serio.
L'omaggio all'horror anni '70 si traduce in una messa in scena alla grindhouse, con l'utilizzo di pellicola 16 mm e, quasi sicuramente, di una telecamera a mano, che conferiscono al film un'aspetto "sporco", rozzo, e dei colori bruciati sia nell'ambientazione notturna che diurna (ben poco rassicurante, anche perché la claustrofobia della casa in cui abita il "mostro" viene riproposta anche dal bosco che si chiude sui protagonisti senza lasciare loro via di scampo); inoltre, ad aumentare la sensazione di spaesamento, si aggiungono anche una divisione in brevi capitoli e alcune sequenze che oserei definire "sperimentali", che proiettano all'esterno il progressivo infrangersi della sanità mentale della protagonista, creando un interessante contrasto con uno stile, tutto sommato, realistico. Il fiore all'occhiello di Dolly è però, ovviamente, il killer titolare, non solo per il suo aspetto agghiacciante, riproposto in ogni parte del suo territorio da inquietanti bambole che sembrano voler spiare i poveri malcapitati, ma anche per la fisicità di Max the Impaler, wrestler transgender non binari* che offre un'interpretazione perfetta: Dolly non parla ma ogni suo gesto è orribilmente chiaro, così come sono tangibili la sua rabbia, la confusione, la follia che distorce il desiderio d'amore e la disperazione di ritrovarsi per le mani delle "bambole" rotte per sua stessa mano, vittime di raptus incontrollabili. E Dolly fa davvero paura, sia per il suo aspetto che per l'efferatezza dei suoi delitti, affidati ad un make-up prostetico disgustoso e ad una regia che non si sottrae ai dettagli più raccapriccianti e alle mutilazioni più dolorose, che mi hanno fatta saltare dalla poltrona in un paio di punti. Considerato che ho avuto qualche difficoltà a spegnere la luce per andare a dormire, e che ho deciso di aspettare il ritorno di Mirco prima di infilarmi nel letto, cosa che ormai non succede più così spesso, direi che Dolly ha avuto l'effetto sperato su di me, quindi non posso fare altro che consigliarlo, nell'attesa che Blackhurst decida se girare o meno un secondo capitolo, magari un prequel. Io spero davvero di sì!
Di Fabianne Therese (Macy), Ethan Suplee (Tobe) e Seann William Scott (Chase) ho parlato ai rispettivi link.
Rod Blackhurst è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Amanda Knox e i corti Night Swim e Babygirl. Anche produttore, montatore, direttore della fotografia, ha 46 anni.





Nessun commento:
Posta un commento