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mercoledì 17 marzo 2010

Shining (1980)

Non paga delle condizioni di salute a dir poco pessime che mi fanno delirare e mi rendono difficile anche fare le cose più semplici, ecco che mi è punta vaghezza di recensire un capolavoro indiscusso del genere horror, anzi forse l’horror più bello che sia mai stato girato, ovvero Shining (The Shining) di Stanley Kubrick, del lontano 1980. Nonostante sia tratto dal romanzo omonimo che Stephen King ha scritto nel 1977, le differenze sono molte, e l’opera cinematografica surclassa prepotentemente un libro che è il più brutto tra quelli scritti dal “Re”.


La trama: Jack Torrance, uno scrittore fallito, ottiene un lavoro come custode invernale dello sperduto Overlook Hotel. Assieme alla moglie Wendy e al figlio Danny, dotato di un potere di chiaroveggenza chiamato “luccicanza” (The Shining, appunto), si stanzia nell’hotel e tutto parrebbe andare per il meglio, se non fosse che piano piano qualcosa comincia a fare impazzire Jack, spingendolo a ripercorrere i passi del precedente custode dell’hotel, reo di avere massacrato la moglie e le due figliolette..


Premettendo che non ho assolutamente intenzione di fornire una critica ad un film che è stato recensito, criticato e sviscerato da ogni cinefilo che si rispetti fin dalla sua uscita. Come per Arancia Meccanica e Il settimo sigillo mi limiterò a dire perché questo film dovrebbe essere guardato. Innanzitutto perché, come ho già accennato, è uno dei pochi film che supera l’opera originale da cui è tratto. Lo Shining di Stephen King è un lungo e noioso racconto che punta molto sulla classica rappresentazione della casa infestata (anche se in questo caso c’è un hotel), la cui influenza va a demolire la psiche di un uomo fondamentalmente non malvagio ma soggetto comunque ad ogni possibile sfiga, scatto d’ira e debolezza. A coronare il tutto c’è il pargoletto dotato di questa Luccicanza, guidato dal fantasma di un bambino di nome Tony, che con la sua sola presenza riesce a rendere i fantasmi dell’hotel più pericolosi e forti di quanto normalmente non siano. Il finale è diversissimo nelle due versioni, tanto che nel libro l’hotel esplode per “noncuranza”, diciamo, mentre nel film rimane ad incombere come se fosse eterno. Però è diversa anche la scelta degli elementi su cui porre l’accento: Kubrick non ci mostra un uomo debole ma fondamentalmente buono, bensì qualcuno che è già propenso a diventare un mostro e ben contento che gliene venga data la possibilità; la luccicanza non è un potere positivo che aiuta il piccolo Danny a ritrovare il padre all’interno del mostro che è diventato, bensì una maledizione che permette solo di osservare impotenti un futuro che non si riesce a cambiare e un passato che minaccia di inghiottirci; quella di Kubrick è un’analisi impietosa della follia là dove Stephen King puntava il dito contro il suo passato di drogato ed alcolista, esorcizzandolo. Nel libro l’hotel si impossessa di Jack, nel film invece parrebbe che il padre di Danny fosse già da tempo parte dell’Overlook, che si è limitato a richiamarlo a sé.


Ciò che rende lo Shining di Kubrick perfetto è l’incredibile capacità del regista di cogliere le immagini essenziali del libro, privarle di inutili orpelli e renderle ancora più inquietanti. Il regista elimina giustamente le scene più trash dal punto di vista visivo, come quella delle siepi semoventi a forma di animali, che è stata sciaguratamente ripresa nel film TV prodotto dallo stesso King, e gli elementi inutili come il fantasma di Tony (usando il ben più inquietante escamotage di Danny che fa parlare un suo dito con un’altra voce) . L’Overlook diventa il protagonista assoluto, una presenza incombente ma mai buia; la caratteristica di Shining è infatti quella di essere un horror che va controcorrente, perché ogni scena, anche la più cruenta, è girata in piena luce. E le scene memorabili sono molte, val la pena vedere il film solo per la bellezza di certe immagini e per l’inquietudine che possono trasmettere con il solo ausilio della penetrante colonna sonora. E siccome ho già detto troppo, e molti spezzoni del film sono talmente famosi che è inutile anche starli a descrivere, dico solo come la bravura del regista riesca a commuovermi ogni volta che Jack Nicholson si mette a guardare il modellino di labirinto all’interno di una sala dell’Overlook, incombendo con il suo ghigno satanico mano a mano che la telecamera zooma in avanti e mostra le piccole figure di Wendy e Danny che giocano all’interno del vero labirinto fuori dall’hotel, senza soluzione di continuità. La scena più bella dell’intero film secondo me. 


Concludo questa breve e atipica recensione magnificando la recitazione non solo di Jack Nicholson, ma anche di Shelley Duvall. Il primo è un demonio, privo di qualsivoglia residuo di umanità ed affetto paterno o coniugale che King avesse voluto infondere al personaggio; al di là dei dialoghi che sono praticamente perfetti sulla sua bocca, gli basta solo uno sguardo per raggelare il sangue e far capire che la mente di Jack Torrance è ormai oltre ogni possibilità di recupero, e se volete una prova inconfutabile della sua bravura basta solo che osserviate con attenzione la famosa scena della vecchia nella stanza: in tempo zero passa da un’espressione spiacevolmente sorpresa, ad una decisamente più sollevata, ad una definitivamente lubrica e porca, tre sguardi che svelano il suo stato d’animo meglio di qualsiasi parola. Quanto a Shelley Duvall, il fatto che il regista le abbia provocato più di una crisi di nervi durante la realizzazione di Shining è risaputo, ma ciò non toglie che la sua Wendy bruttina, vessata dal marito e spiritata sia uno spettacolo da vedere, alla faccia di qualsiasi “scream queen” venuta prima o dopo di lei. In poche parole: guardatelo. Ne vale davvero la pena.


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Del Maestro per eccellenza, ovvero Kubrick, ho già parlato qui, mentre un piccolo excursus sull’attività del divino Jack Nicholson lo trovate qui.

Shelley Duvall interpreta Wendy Torrance. Texana, e nonostante il cognome non imparentata con il grande Robert Duvall, la ricordo per film come Nashville, Io & Annie, Popeye – Braccio di ferro, Frankenweenie, Roxanne e Ritratto di signora. Ha partecipato anche a episodi di Ai confini della realtà e Frasier. Ha 61 anni.


Scatman Crothers, che interpreta il cuoco Dick Halloran (personaggio ripreso poi da Stephen King per un flashback nel suo romanzo più bello, IT), anche lui dotato della luccicanza, aveva già recitato in un film che aveva Jack Nicholson come protagonista, Qualcuno volò sul nido del cuculo, e ha anche prestato la voce allo Scat Cat de Gli Aristogatti. Il piccolo Danny Lloyd invece, meraviglioso interprete di Danny, non ha proseguito con la carriera cinematografica, preferendo dedicarsi all’insegnamento di scienza e biologia. A costo di ribadire l’ovvio, la scritta ripetuta infinite volte “il mattino ha l’oro in bocca”, cambia lingua e proverbio a seconda delle versioni del film (in inglese è “All work and no play makes Jack a dull boy). Leggenda narra che ci siano un sacco di scene eliminate e almeno un finale alternativo, che la versione italiana sia più breve di quella USA, e che Kubrick avesse pensato a De Niro o, addirittura, Robin Williams (che avrebbe poi recitato in Popeye – Braccio di Ferro proprio con Shelley Duvall) per interpretare il ruolo di Jack Torrance, e non oso immaginare cosa sarebbe uscito fuori! Al di là delle leggende, però, è palese che a Stephen King l’adattamento di Kubrick non sia mai andato troppo giù, quindi lo scrittore del Maine nel 1997 ha scritto direttamente la sceneggiatura dello scialbo film TV Stephen King’s The Shining, con Jack Torrance interpretato da un ancor più scialbo Steven Weber, habitué delle produzioni kinghiane e già reo di essersi scopato la “Jenifer” argentiana nei Masters of Horror. Da evitare come la peste!! E ora beccatevi il meraviglioso omaggio de I griffin unito a veri pezzi tratti dal film... ENJOY!!


mercoledì 13 maggio 2009

Bollicinema: visioni di Aprile (anche se siamo a Maggio...)

Mese alquanto cinematografico quello di Aprile, tempo di riprendere la rubrica Bollicinema. Siccome “qualcuno” si è lamentato che la rubrica spazia su generi troppo diversi, nonostante abbia visto altri film questo mese mi concentrerò solo su un genere, ovvero i cartoni animati, con due pellicole agli antipodi sia come qualità che come realizzazione.

 

South Park: il film – più grosso, più lungo & tutto intero (South Park: bigger, longer & uncut, 1999)

Regia: Trey Parker

Doppiatori (della versione originale): Trey Parker, Matt Stone, George Clooney, Minnie Driver, Isaac Hayes  

Trama: Nella tranquilla cittadina di South Park i cinema vengono invasi dal volgarissimo film di Trombino e Pompadour (Torrance & Phillip in originale). La seguente morte di Kenny, che desiderava emulare i due, e il linguaggio sboccato che cominciano ad adottare Cartman, Kyle e Stan assieme a tutti i loro compagni di scuola spingono l’associazione genitori a dichiarare guerra al Canada, città natale di Trombino e Pompadour, i quali vengono condannati a morte in suolo americano. Peccato che Satana e Saddam Hussein non vedono l’ora che i due muoiano per poter invadere la terra, e quindi toccherà ai tre bambini e al fantasma di Kenny tentare di fermarli e tornare a far ragionare i genitori.

 

All’epoca tutti noi fan del vero South Park, quello precedente all’arrivo di Timmy e dell’inutile Butters, quello dei primi, mitici doppiatori italiani, ci siamo recati in pellegrinaggio mistico nei cinema che proiettavano il film. Rammento le risate ininterrotte dell’intera sala, l’assurdità della trama che tuttavia conserva una sua maledetta, assurda logica, le gag che anche a distanza di dieci anni risultano non solo esilaranti, ma anche dannatamente volgari (Saddam che concupisce un Satana palesemente gay al grido di: “Troietta, trombiamo?”, la canzone di Cartman “Kyle’s Mother is a Bitch” o la hit di Trombino e Pompadour “Uncle Fucker” per non parlare delle bestemmie della Talpa). Un cartone animato ancora freschissimo ed innovativo, nonostante l’animazione poverissima che, per l’occasione, era stata arricchita anche da elementi di CG. Un film assolutamente per fan: se amate i cartoni animati Disney o anche i più recenti e “alternativi” Shrek, evitatelo decisamente.

 

Voto: *** ½

 





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Chi ha incastrato Roger Rabbit? (Who Framed Roger Rabbit? ,USA, 1989)

Regia: Robert Zemeckis

Interpreti: Bob Hoskins, Christopher Lloyd, Joanna Cassidy

Trama: Nella Los Angeles del 1947 viene ucciso Marvin Acme, il “re della risata”, padrone della fabbrica di scherzi Acme. Primo sospettato del delitto è la star dei cartoni animati Roger Rabbit, che avrebbe agito spinto dalla gelosia nei confronti della moglie supermaggiorata Jessica. Il detective Eddie Valiant, che odia i cartoni da quando uno di loro ha ucciso il fratello, viene costretto ad indagare e si ritrova, suo malgrado, a difendere Roger e a proteggersi da un intrigo che affonda le sue radici sia a Cartoonia che nel mondo reale.

 

Quante volte ho visto e rivisto questo film, fin dal lontano 1989 (credo fosse uno dei primi film che vedevo al cinema..)? Ai miei occhi rappresenta davvero la perfezione, un’unione di opposti come non ne sono state più ripetute. Un serio noir che si unisce ad un folle cartoon, la dolcezza della Disney che si unisce alla pazzia dei Looney Toons della Warner (emblematica la scena paracadutistica dove, per la prima volta, il simbolo della Disney, Topolino, si mostra assieme al simbolo dei Looney Toons, Bugs Bunny. Due esseri odiosi, peraltro), cartoni animati che si uniscono ad attori in carne ed ossa per più di qualche minuto (non è la prima volta nella storia del cinema: rammento Due marinai e una ballerina, dove Gene Kelly insegna a ballare al topolino Jerry, solo per fare un esempio) ed interagiscono perfettamente. Gli attori sono perfetti, Bob Hoskins è un investigatore alcolizzato triste, patetico e coraggioso al tempo stesso, un vero e proprio antieroe, mentre Christopher Lloyd è un meraviglioso e terrificante Giudice Doom, implacabile esecutore di cartoni animati a colpi di Salamoia. I cartoni animati coinvolti sono entrati nella storia, nessuno può dimenticare lo spettacolo sexy della splendida Jessica, né i “ti p-p-p-p-p-p-p—preeeeego!!!” di Roger Rabbit, o i sigaroni del “piccolo” Baby Herrman. Sarei molto curiosa di leggere l’omonimo libro di Gary Wolf, scritto nel 1981, da cui è stato tratto il film. In esso, non è Marvin Acme ad essere assassinato, ma proprio Roger Rabbit! Comunque sia andata la storia, è un film da vedere e rivedere, un classico imprescindibile per chi ama il buon cinema. All'epoca vinse tre Oscar, per il suono, gli effetti speciali e il montaggio.

 

Voto: *****  







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Vi lascio con le immagini di Gene Kelly che danza assieme al topo Jerry nel già citato Due marinai e una ballerina... affiancate a quelle dello stesso film ma con protagonista Stewie, a ribadire la genialità della serie I Griffin!! ENJOY!








giovedì 28 agosto 2008

Denti (2007)

Il Wannasee è stato di buon auspicio: incredibilmente Denti è uscito e ieri sono andata a vederlo assieme al fido Toto.



Per trama ed aspettative vi rimanderei a due entry fa, quello che mi preme è innanzitutto mettere nero su bianco le mie (confuse) impressioni. Allora, in linea di massima il film mi è piaciuto, nella sua particolarità e per gli attori particolarmente bravi nell'interpretare questi assurdi personaggi. La cosa che mi ha fatto storcere il naso è la decisa mancanza di un confine tra l'horror e la commedia. Ma andiamo con ordine.







La cosa bella di Denti è l’idea di usare l’horror per mostrare la parabola sessuale di un’adolescente. L’idea in sé non è completamente insensata, al di là del gore. Per una ragazza spesso i cambiamenti che accompagnano questa fase della vita sono fonte di ansie e preoccupazioni, si vede il sesso (il proprio e quello degli altri) come una cosa sconosciuta, un salto nell’ignoto accompagnato anche da dolore fisico. All’inizio del film troviamo Dawn impegnata nella sua campagna per preservare la purezza, completamente ignorante della sua sessualità, del suo corpo, delle relazioni con gli altri. Ignoranza che deriva proprio dal desiderio di non voler sapere, per un’ipocrisia congenita nell’attuale società americana. Anche nei Griffin si criticano queste associazioni di adolescenti che promettono solennemente di arrivare vergini al matrimonio, senza tenere conto dei naturali impulsi sessuali delle persone, che poi portano a frustrazione ed ipocriti escamotage (per assurdo, nell'episodio 5X6 dei Griffin, i ragazzi impossibilitati a fare normale sesso, ripiegavano sull'avere rapporti all’interno delle orecchie, mentre invece pare che le ragazze “bene” americane pratichino spesso e volentieri sesso anale, proprio per mantenersi pure dove è necessario. Idiozia allo stato puro).


Dopodichè, come nelle migliori storie, arriva l’amore e il desiderio di andare oltre.. peccato che in questo film, come nella realtà, l’amore spesso è un calesse e la frustrazione porta alla violenza, e al conseguente rifiuto di ogni contatto: da qui la vagina dentata, emblema di quelle resistenze, quelle paure che ogni donzella alla fine ha. Anche l’esperienza dal povero ginecologo che si ritrova a testimoniare che la vagina dentata, ohibò, è realtà, non è tanto distante da ciò che avviene nella vita reale: la visita ginecologica non è piacevole, soprattutto la prima volta e soprattutto davanti a un uomo che ha la grazia di un elefante. Si fa presto a dire: si rilassi. Si rilassi virgola, ed ecco che parte la tagliola (e quante volte avremmo voluto amputarle noi le dita al dottore…). Crollano tutte le illusioni, i sogni di diventare una pura sposina, le stelline e gli unicorni che imperversano nella camera e sul vestiario di Dawn vengono dimessi.


Ed ecco che, inaspettatamente, nel periodo più critico,  torna l’Amore, quello che nonostante tutte le delusioni si spera sempre essere con la A maiuscola. Una persona gentile, il principe azzurro, ed ecco la “prima volta” che si spera la più importante e possibilmente perfetta. E qui Dawn cambia di nuovo: al diavolo la promessa, il sesso non è poi un’esperienza così tremenda, il ragazzo sembra dolce quindi anche i denti paiono spariti. Peccato che, nelle favole moderne, a svegliare la Principessa non è mai il principe azzurro con un bacio, ma il lupo con una bella in***ata. I denti tornano e anche la consapevolezza che, alla fine, quello della sessualità femminile è un grande potere più che un dono. Ci vuole attenzione e furbizia nel gestirlo, e se ci si toglie qualche soddisfazione, tanto meglio. Alla fine troviamo una Dawn ormai disillusa ma consapevole, pronta ad affrontare un destino incerto e pericoloso con un’arma letale lì dove molti vorrebbero arrivare.




 


Al di là di questo sproloquio pseudofemminista sul quale Toto sicuramente dissentirà, il film è spiazzante perché alterna momenti di ironia (esilarante il pezzo della visita ginecologica, così come la dichiarazione del primo ragazzo di Dawn: “Non posso più aspettare, non mi masturbo da APRILE!”) a momenti di nero realismo, talmente pesante da far venire il nervoso (la morte della madre mentre il fratellastro di Dawn, odioso come pochi - e non mi aspettavo di meno da John Hensley - , si sbatte la ragazza in camera e neppure se ne accorge, la violenza all’inizio, il finale con il vecchio laido), al di là della crudezza degli effetti speciali, che sono molto realistici (e immagino pesantissimi per un uomo).




 


Di attori e regista ho già ampiamente parlato quindi, ai maschietti, posso solo consigliare di “vendicarsi” guardando Tetsuo e la storica scena della trivellazione. Volevo mettervi il trailer di questo film, ma ho preferito poi cambiare e optare per uno spezzone dell'episodio dei Griffin "prick up your ears", dove anche Peter decide di smettere di fare sesso e diventare astinente: ENJOY!












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