Trama: il giovane pittore Stefano viene chiamato in un paesino emiliano per restaurare l'affresco di una chiesa, sul quale gravano terribili misteri...
La memoria è veramente una cosa strana. Ho guardato La casa dalle finestre che ridono solo una volta nella vita, e del film ricordavo benissimo il delirante monologo iniziale in cui "il pittore delle agonie" Legnani vanta la bellezza dei suoi "color", ma avevo completamente rimosso il colpo di scena finale, cosa che mi ha lasciata scioccata e a bocca spalancata sul divano di casa, qualche sera fa. E' un po' la reazione generale che ho avuto nel corso dell'intera visione de La casa dalle finestre che ridono, film che scorre fluido come l'acqua dei corsi che inframmezzano la bassa padana in cui è ambientato, ma che lascia addosso la stessa sensazione di mestizia e putridume. Il folk horror padano di Avati, pesantemente contaminato dagli elementi chiave del giallo, ha il sapore di una condanna fin dalle prime, inquietanti sequenze, e vede il giovane ed innocente restauratore Stefano invischiato in una vicenda più grande di lui. Il protagonista è un elemento esterno che, con l'"arroganza" tipica di chi viene da fuori e pretende di giocare secondo le proprie regole, non si accorge di essere una mera marionetta manovrata, fin dall'inizio, da chi ormai è parte integrante del meccanismo di un minuscolo mondo a parte, dal quale è molto difficile uscire. Nel paesino in cui il sindaco ha deciso di sfruttare la leggenda del folle pittore locale per portare denaro, tutti sanno ma non parlano, inorriditi da un male decennale che pure non hanno coraggio, né interesse, a sradicare. Non c'è un perché, è così e basta, a mo' di specchio di un immobilismo che vede un luogo e degli abitanti ancora fiaccati dalle conseguenze della Seconda Guerra Mondiale rinchiudersi in loro stessi; i giovani se ne vanno, i vecchi rimangono, le facce sono sempre le stesse e anche i pochi elementi di disturbo o vengono integrati oppure, come Coppola, vengono tenuti a bada e redarguiti, a meno che non commettano passi veramente falsi dai quali non è possibile tornare indietro.
Oltre all'isolamento e all'omertà, l'elemento fondamentale di ogni folk horror che si rispetti è l'esistenza di un elemento oscuro o perturbante che rende il luogo "nemico" dell'incauto foresto che osa, volontariamente o meno, attentare agli equilibri consolidati. Nel caso de La casa dalle finestre che ridono, tale elemento è il pittore Legnani, l'oscura leggenda locale, il "pittore delle agonie" che amava ritrarre i moribondi e fissare su tela la morte stessa. Pur nella sua assenza, il folle artista è presente fin dalle prime immagini del film, e si insinua nella mente dello spettatore attraverso le sue terrificanti, rozze opere. Il martirio di San Sebastiano, fulcro del mistero che perseguiterà Stefano per tutto il film, è l'equivalente di un affresco maledetto: più l'opera viene riportata alla luce, più l'ambiente e le persone attorno al protagonista diventano inquietanti e l'atmosfera si fa opprimente e paranoica, sia per Stefano che per lo spettatore. La paranoia va di pari passo con l'utilizzo di ambienti sempre più limitati e con un'intelligente gestione dello spazio. Il paesino in cui dimorava il Legnani è già di per sé un ambiente isolato, circondato da rigagnoli, zone paludose e una vasta, brulla pianura che sembra non finire mai, ma a un certo punto del film Stefano è costretto a trasferirsi in una villa disabitata, salvo per la presenza di un'anziana paralitica. La villa in questione è l'emblema stesso dell'edificio gotico, di quei luoghi intrinsecamente maligni di cui parla spesso Stephen King nelle sue opere; tra corridoi pieni di suoni sinistri e stanze apparentemente vuote nelle quali fatica ad entrare la luce, la villa de La casa dalle finestre che ridono (che, per inciso, non è quella del titolo) è una gabbia che rende Stefano ancora più vulnerabile, l'esatto contrario di una casa calda e sicura, anche quando il protagonista si illude di potervi instillare un briciolo di calore casalingo intrecciando una relazione con la bella Francesca.
I momenti di intimità tra Stefano e Francesca, accompagnati fin dal primo sguardo fugace sul traghetto da una melodia romantica, suonano quasi beffardi col senno di poi, l'illusorio tentativo di stemperare una tensione e un senso di inquietudine che, in realtà, non scompaiono mai. E' lo stesso effetto che fanno i personaggi "da commedia popolare" che abitano il paesello, col loro accento emiliano e i divertenti siparietti quotidiani; fine "cacciatore" di volti interessanti, Avati affianca al viso pulito di Lino Capolicchio un parterre di comprimari uno più particolare dell'altro, ingannando lo spettatore con il miraggio di un cliché regionale di ospitalità, simpatia e cameratismo. In realtà, le maschere comiche nascondono non solo la tragedia, ma anche l'orrore, dapprima con pochi elementi dissonanti che possono passare per "stranezze", poi con vere e proprie esplosioni di follia che lasciano poco scampo agli incauti testimoni. Questa progressiva percezione di ciò che si cela dietro le apparenze va di pari passo col ritmo del film, che procede lento fin verso la metà della durata, abbracciando atmosfere gotiche ed elementi registici più vicini ai gialli "d'atmosfera", per poi diventare sempre più allucinato e violento, in un crescendo di rivelazioni scioccanti e sequenze che hanno il sapore di un incubo ad occhi aperti. Il mio cervello, evidentemente, vent'anni fa si era bloccato alla rappresentazione reale del martirio di San Sebastiano e alla folle rivelazione di ciò che si cela dentro un armadio, perché quello che arriva sul finale, che spazza via ogni speranza di una realtà governata dal "bene" e da qualsiasi percezione razionale ed empirica, è talmente all'avanguardia da farmi venire voglia di prendere una macchina del tempo solo per vedere le facce degli spettatori dell'epoca. La speranza è quella di dimenticare tutto un'altra volta, così da rimanere di nuovo scioccata tra vent'anni e godermi al meglio questo grande capolavoro del cinema di genere italiano.
Del regista e co-sceneggiatore Pupi Avati ho già parlato QUI. Lino Capolicchio (Stefano) e Gianni Cavina (Coppola) li trovate invece ai rispettivi link.
Francesca Marciano, che interpreta Francesca, ha avuto in seguito una carriera di sceneggiatrice, con film come Maledetto il giorno che ti ho incontrato, Io non ho paura e il recente L'arte della gioia. Se La casa dalle finestre che ridono vi fosse piaciuto recuperate Zeder, Profondo Rosso e Non si sevizia un paperino. ENJOY!






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