Le uscite di maggio della Midnight Factory sono state due: Scare Campaign, di cui parlerò nei prossimi giorni, e questo Yakuza Apocalypse (極道大戦争 - Gokudou Dai Sensou), diretto nel 2015 dal regista Takashi Miike.
Trama: Kamiura è un vampiro nonché boss della yakuza e mantiene la pace nelle strade usando il bastone con gli altri yakuza e la carota con i cosiddetti "civili". Un giorno Kamiura viene ucciso ma prima di morire morde il sottoposto Kageyama, trasformandolo a sua volta in vampiro e chiedendogli di vendicarlo...
Riuscire a rendere in un post lo squisito nonsense di Yakuza Apocalypse è praticamente impossibile: come si diceva nel più grande successo del Piotta "Io nun t'ho visto, t'ho vissuto". Ergo, il mio consiglio è quello di procurarvi immantinente il DVD/Blu Ray di Yakuza Apocalypse e immergervi in un universo che mescola senza soluzione di continuità (e senza vergogna, aggiungo) i più disparati generi cinematografici in un florilegio di trovate, trashate, momenti epici, botte e botti che probabilmente solo Miike di questi tempi può permettersi di portare sullo schermo uscendone non solo invitto, ma direttamente Gran Maestro. In Yakuza Apocalypse non è tanto importante la trama, dalla quale vi sconsiglio di provare a trarre un senso se non nella prima mezz'ora di film, bensì la palese gioia di riempire il metraggio con qualsiasi cosa assurda potesse venire in mente ai realizzatori. Di base, c'è un vampiro yakuza che muore e passa il testimone, sia della maledizione che della guida del clan, ad un suo giovane sottoposto costretto non solo a vendicare il boss ma anche a venire a patti con la sua nuova condizione di succhiasangue: preso dalla fregola, il nostro comincia a cibarsi anche di civili ma le sue vittime, invece di morire, diventano a loro volta dei vampiri yakuza. E' importante sottolineare la cosa, in quanto a questo punto i "civili" smettono di essere deboli pecorelle indifese e, oltre a venire mossi dalla sete di sangue, assumono gli stessi atteggiamenti di indolenza e strafottenza mostrati dai sottoposti di Kamiura all'inizio, cosa che da il la ad una serie di siparietti a dir poco esilaranti (oltre alla folle idea di cominciare a coltivare civili indifesi nelle serre. Ma questa è un'altra chicca da scoprire). Qui finisce la parte più o meno comprensibile della trama, alla quale Yoshitaka Yamaguchi, sceneggiatore discepolo di Miike, comincia fin dall'inizio ad aggiungere la qualunque, senza un motivo preciso e senza logica alcuna: Yayan Ruhian nei panni dello Steve Urkel picchiatore, vecchi che lavorano a maglia per tenere sotto controllo le emozioni negative, cervelli liquefatti, kappa puzzolenti, rane terrificanti e incazzose, kaiju, tatuaggi semoventi, inquisitori con la gorgiera, storie d'amore vissute nelle discariche, mille altre assurdità capaci di lasciare, alternativamente, esilarati e annichiliti di fronte a cotanta sfacciataggine.
La cosa interessante di Yakuza Apocalypse è che con tutto questo bailamme di roba anche lo stile di regia cambia spesso e volentieri. Da approcci più "classici" e legati a film d'argomento criminale si passa all'evoluzione "fumettosa" di Takashi Miike, che dirige la pellicola nemmeno fosse un cartone animato, per poi aggiungere un pizzico di western e uno stile che richiama ora un episodio dei Power Rangers, ora un ipercinetico film "di menare" orientale, ora uno di quegli esagerati horror alla Tokyo Gore Police e, ovviamente, la recitazione dei coinvolti (sulla quale sarebbe meglio sorvolare, suvvia), il make up, gli effetti speciali e persino i costumi (nonché la colonna sonora) cambiano ogni volta di conseguenza. Insomma, come già accadeva ai tempi di quel delirio di The Happiness of the Katakuris, è difficile inserire Yakuza Apocalypse dentro un genere ben definito, al punto che forse l'etichetta che meglio gli si adatta (se proprio vogliamo dargliene una) potrebbe essere "Varietà". Voi ora penserete: "E che schifo! Non lo guarderò mai nemmeno per sbaglio!". Male per voi, perché non potete capire. Io mi sono innamorata di questo film e soprattutto dell'incredibile bellezza del "più pericoloso terrorista del mondo". Se eviterete di guardare Yakuza Apocalypse non potrete comprendere la sua agilità in combattimento combinata all'incapacità di salire/scendere le scale, la musichetta che accompagna i suoi ingressi in scena, il suo sembiante morbidoso, lo scazzo atavico con cui non solo pesta la gente ma butta persino tutto all'aria, come i bambini col broncio. Ecco, a mio avviso questa figura in particolare (che per me è giù assurta a mito totale, ormai l'avrete capito) racchiude l'essenza del cinema di Miike, quel sottile confine tra anarchia e rincoglionimento che porta lo spettatore a sentirsi fondamentalmente preso per il chiulo e a ritrovarsi contemporaneamente impossibilitato ad odiare il buon Takashi sensei. E se non ci credete, chiedetelo al Bolluomo. Lui non è pazzo quanto me e non ha osato definire Yakuza Apocalypse bello ma sicuramente si è divertito un sacco guardandolo e, soprattutto, gli rimarrà impresso per un bel po' come una delle cose più assurde mai viste in vita sua. E se dopo questo non mi ha ancora mollata vuol dire proprio che that's aMMore, un po' come quello che mi lega da anni a Takashi Miike.
Del regista Takashi Miike ho già parlato QUI.
Yayan Ruhian interpreta Kyoken. Indonesiano, ha partecipato a film come The Raid - Redenzione, The Raid 2: Berandal e Star Wars - Il risveglio della forza. Anche stuntman, ha 49 anni e due film in uscita.
L'edizione home video della Midnight Factory conta tra gli extra un imperdibile making of ed è corredata da un libretto introduttivo (non esplicativo, nel caso ve lo stiate chiedendo!). Se Yakuza Apocalypse vi fosse piaciuto "tentate" Sukiyaki Western Django, The Happiness of the Katakuris, Getting Any? e magari anche Vampire Girl vs Frankenstein Girl. ENJOY!
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venerdì 9 giugno 2017
martedì 14 luglio 2015
As the Gods Will (2014)
Salvo i film di Lupin che periodicamente recensisco, era già passato un po' di tempo dall'ultima volta in cui mi ero cimentata nella visione di una pellicola nipponica. Rimedio oggi con As the Gods Will (神さまの言うとおり - Kamisama no iu toori), diretto nel 2014 dal regista Takashi Miike e tratto dall'omonimo manga scritto da Muneyuki Kaneshiro e disegnato da Akeji Fujimura.
Trama: durante un normalissimo giorno di scuola, nelle classi dell'intero Giappone e di tutto il mondo compare un daruma che coinvolge gli studenti in un sanguinoso e mortale Daruma-san ga koronda (il nostro "un due tre stella"). Per i pochissimi sopravvissuti è solo l'inizio di un incubo...
Dopo aver visto l'assurdo trailer in cui un daruma faceva esplodere con la sola forza del pensiero le teste di alcuni studenti nulla avrebbe potuto dissuadermi dalla visione dell'ultimo film di Takashi Miike. Nell'attesa, già che la Star Comics lo aveva pubblicato, ho deciso anche di leggere il manga di As the Gods Will e sono rimasta catturata dalla faccia tosta con cui Muneyuki Kaneshiro e Akeji Fujimura mescolano l'umorismo grottesco ad una cattiveria gratuita, sanguinaria ed inaudita. Lo spirito dell'opera originale viene interamente rispettato dal regista giapponese (non avevo dubbi!) e la storia viene semplificata mantenendone tuttavia inalterati i punti fermi: As the Gods Will sfrutta il topos tanto caro agli autori nipponici dei comuni liceali che si lasciano vivere nell'inedia e nella noia e che, a un certo punto, si ritrovano costretti a lottare per sopravvivere, cosa che inevitabilmente li porta a tirare fuori le palle e qualità che, per un motivo o per l'altro, i giovani idioti tenevano nascoste. In questo caso, le scuole di tutto il mondo vengono attaccate da creature legate alla tradizione giapponese, come il daruma, il maneki neko, le bamboline kokeshi ecc. e gli studenti vengono messi alla prova da una presunta divinità, tanto da cominciare a venire chiamati dal popolo (che, ovviamente, assiste alle terribili prove attraverso la TV) "Figli di Dio"; queste prove sanguinose, una folle versione del famosissimo Takeshi's Castle o Mai dire banzai! che dir si voglia, mettono alla prova non solo le risorse fisiche degli studenti ma soprattutto la loro intelligenza, la capacità di adattarsi e collaborare, di accettare i propri difetti e in qualche modo superarli. Nel manga i riflettori vengono puntati a turno su alcuni liceali (ai quali non si fa in tempo ad affezionarsi che vengono subito uccisi nei modi peggiori, per inciso) tra i quali spiccano quelli che nella pellicola diventeranno i due poli, positivo e negativo, dell'intera vicenda, ovvero Shun Takahata e Amaya Takeru, entrambi diversissimi ma necessari ai compagni per poter sopravvivere. La pellicola mette invece in contrapposizione questi due ragazzi decidendo di renderli protagonisti assoluti e semplifica la fondamentale "amoralità" del manga in favore di una lotta tra bene e male, ribadendo comunque come entrambe le forze siano necessarie agli occhi di una divinità che si presume debba essere imparziale.
Pur avendo trovato molto interessante la trama mi rendo però conto che l'attrattiva principale per uno spettatore occasionale di As the Gods Will sarà inevitabilmente l'assurda, grottesca ed iperviolenta rappresentazione di questi mostri che uccidono i ragazzi, questo perché (uomo avvisato, mezzo salvato) la pellicola di Miike da per scontati molti eventi e personaggi che acquistano importanza solo dopo aver letto il manga o, meglio, la prima parte del manga. Il film si rifà infatti ai cinque tankobon che compongono la prima serie di As the Gods Will, seguendo quasi pedissequamente la trama dei primi due volumi giapponesi per poi concedersi qualche libertà nella seconda metà e lascia allo spettatore non solo un finale apertissimo ma anche il dubbio sull'effettiva utilità di Takumi, l'hikikomori che nel manga offre la chiave per cominciare a fare luce sull'identità del "Dio" e che invece nel film si limita ad osservare le prove continuando a borbottare tra sé "figli di Dio... figli di Dio". Lasciamo quindi da parte questi commenti da otaku e parliamo invece dell'assurda capacità di Miike di rendere bellissime ed inquietanti anche le immagini più becere e potenzialmente trash. Nelle mani di un Noboro Iguchi qualsiasi As the Gods Will sarebbe diventato un trionfo di urla scomposte ed effetti speciali d'accatto mentre nelle manine sante di Miike ogni prova affrontata dai protagonisti diventa un tremendo calvario di agitazione e suspance per lo spettatore che, vergognandosi un po', riesce allo stesso tempo a divertirsi e ad apprezzare comunque alcune scelte "grafiche" che rendono il film delirante e pop al punto giusto: davanti alla genialità del sangue che si cristallizza in perle rosse, alla vocina accattivante di un maneki neko assassino che chiede "grattini sulla schiena al micino assonnato, nyan!" (ascoltatelo in lingua originale e provate a non amarlo), alla canzoncina delle maledette bambole kokeshi assassine e alla tensione della "caccia alla bugia" non si può rimanere indifferenti o liquidare il tutto come una trashata ma si deve soltanto rimanere sbigottiti davanti alla qualità dell'effetto speciale nipponico e alla capacità di Miike di rendere l'intera operazione incredibilmente plausibile e realistica. Personalmente ho storto il naso solo davanti allo shirokuma, l'orso bianco assente dall'opera originale, una schifezzuola spigolosa e finta che a tratti mi ha ricordato la pubblicità di un Winner Taco, ma all'idea che avrebbe potuto esserci un putto col vizio di mastruzzarsi il pirillo al suo posto ho tirato un sospiro di sollievo e ho lo stesso adorato As the Gods Will, uno dei migliori horror nipponici degli ultimi anni, forse l'opera più fantasiosa ed ambiziosa del 2014! Se siete stufi di mostre senza faccia e capelli lunghi, questo è sicuramente il film che fa per voi!
Del regista Takashi Miike ho già parlato QUI.
Ryuunosuke Kamiki interpreta Amaya Takeru. Giapponese, ha doppiato film come La città incantata, Il castello errante di Howl e Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento. Ha 22 anni e due film in uscita.
Mio Yuki, che interpreta Shoko Takase, sta girando la serie live action di Death Note e ha partecipato al film dedicato al mio adorato Assasination Classroom, che devo assolutamente recuperare!!! Se vi fosse piaciuto As the Gods Will vi consiglierei innanzitutto il recupero del manga, diviso in due parti (la prima in 5 tankobon e la seconda, ancora in corso, al momento ha toccato i 12 numeri), edito dalla Star Comics e tuttora facilmente reperibile, poi aggiungerei magari il film Battle Royale! ENJOY!
Trama: durante un normalissimo giorno di scuola, nelle classi dell'intero Giappone e di tutto il mondo compare un daruma che coinvolge gli studenti in un sanguinoso e mortale Daruma-san ga koronda (il nostro "un due tre stella"). Per i pochissimi sopravvissuti è solo l'inizio di un incubo...
Dopo aver visto l'assurdo trailer in cui un daruma faceva esplodere con la sola forza del pensiero le teste di alcuni studenti nulla avrebbe potuto dissuadermi dalla visione dell'ultimo film di Takashi Miike. Nell'attesa, già che la Star Comics lo aveva pubblicato, ho deciso anche di leggere il manga di As the Gods Will e sono rimasta catturata dalla faccia tosta con cui Muneyuki Kaneshiro e Akeji Fujimura mescolano l'umorismo grottesco ad una cattiveria gratuita, sanguinaria ed inaudita. Lo spirito dell'opera originale viene interamente rispettato dal regista giapponese (non avevo dubbi!) e la storia viene semplificata mantenendone tuttavia inalterati i punti fermi: As the Gods Will sfrutta il topos tanto caro agli autori nipponici dei comuni liceali che si lasciano vivere nell'inedia e nella noia e che, a un certo punto, si ritrovano costretti a lottare per sopravvivere, cosa che inevitabilmente li porta a tirare fuori le palle e qualità che, per un motivo o per l'altro, i giovani idioti tenevano nascoste. In questo caso, le scuole di tutto il mondo vengono attaccate da creature legate alla tradizione giapponese, come il daruma, il maneki neko, le bamboline kokeshi ecc. e gli studenti vengono messi alla prova da una presunta divinità, tanto da cominciare a venire chiamati dal popolo (che, ovviamente, assiste alle terribili prove attraverso la TV) "Figli di Dio"; queste prove sanguinose, una folle versione del famosissimo Takeshi's Castle o Mai dire banzai! che dir si voglia, mettono alla prova non solo le risorse fisiche degli studenti ma soprattutto la loro intelligenza, la capacità di adattarsi e collaborare, di accettare i propri difetti e in qualche modo superarli. Nel manga i riflettori vengono puntati a turno su alcuni liceali (ai quali non si fa in tempo ad affezionarsi che vengono subito uccisi nei modi peggiori, per inciso) tra i quali spiccano quelli che nella pellicola diventeranno i due poli, positivo e negativo, dell'intera vicenda, ovvero Shun Takahata e Amaya Takeru, entrambi diversissimi ma necessari ai compagni per poter sopravvivere. La pellicola mette invece in contrapposizione questi due ragazzi decidendo di renderli protagonisti assoluti e semplifica la fondamentale "amoralità" del manga in favore di una lotta tra bene e male, ribadendo comunque come entrambe le forze siano necessarie agli occhi di una divinità che si presume debba essere imparziale.
Pur avendo trovato molto interessante la trama mi rendo però conto che l'attrattiva principale per uno spettatore occasionale di As the Gods Will sarà inevitabilmente l'assurda, grottesca ed iperviolenta rappresentazione di questi mostri che uccidono i ragazzi, questo perché (uomo avvisato, mezzo salvato) la pellicola di Miike da per scontati molti eventi e personaggi che acquistano importanza solo dopo aver letto il manga o, meglio, la prima parte del manga. Il film si rifà infatti ai cinque tankobon che compongono la prima serie di As the Gods Will, seguendo quasi pedissequamente la trama dei primi due volumi giapponesi per poi concedersi qualche libertà nella seconda metà e lascia allo spettatore non solo un finale apertissimo ma anche il dubbio sull'effettiva utilità di Takumi, l'hikikomori che nel manga offre la chiave per cominciare a fare luce sull'identità del "Dio" e che invece nel film si limita ad osservare le prove continuando a borbottare tra sé "figli di Dio... figli di Dio". Lasciamo quindi da parte questi commenti da otaku e parliamo invece dell'assurda capacità di Miike di rendere bellissime ed inquietanti anche le immagini più becere e potenzialmente trash. Nelle mani di un Noboro Iguchi qualsiasi As the Gods Will sarebbe diventato un trionfo di urla scomposte ed effetti speciali d'accatto mentre nelle manine sante di Miike ogni prova affrontata dai protagonisti diventa un tremendo calvario di agitazione e suspance per lo spettatore che, vergognandosi un po', riesce allo stesso tempo a divertirsi e ad apprezzare comunque alcune scelte "grafiche" che rendono il film delirante e pop al punto giusto: davanti alla genialità del sangue che si cristallizza in perle rosse, alla vocina accattivante di un maneki neko assassino che chiede "grattini sulla schiena al micino assonnato, nyan!" (ascoltatelo in lingua originale e provate a non amarlo), alla canzoncina delle maledette bambole kokeshi assassine e alla tensione della "caccia alla bugia" non si può rimanere indifferenti o liquidare il tutto come una trashata ma si deve soltanto rimanere sbigottiti davanti alla qualità dell'effetto speciale nipponico e alla capacità di Miike di rendere l'intera operazione incredibilmente plausibile e realistica. Personalmente ho storto il naso solo davanti allo shirokuma, l'orso bianco assente dall'opera originale, una schifezzuola spigolosa e finta che a tratti mi ha ricordato la pubblicità di un Winner Taco, ma all'idea che avrebbe potuto esserci un putto col vizio di mastruzzarsi il pirillo al suo posto ho tirato un sospiro di sollievo e ho lo stesso adorato As the Gods Will, uno dei migliori horror nipponici degli ultimi anni, forse l'opera più fantasiosa ed ambiziosa del 2014! Se siete stufi di mostre senza faccia e capelli lunghi, questo è sicuramente il film che fa per voi!
Del regista Takashi Miike ho già parlato QUI.
Ryuunosuke Kamiki interpreta Amaya Takeru. Giapponese, ha doppiato film come La città incantata, Il castello errante di Howl e Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento. Ha 22 anni e due film in uscita.
Mio Yuki, che interpreta Shoko Takase, sta girando la serie live action di Death Note e ha partecipato al film dedicato al mio adorato Assasination Classroom, che devo assolutamente recuperare!!! Se vi fosse piaciuto As the Gods Will vi consiglierei innanzitutto il recupero del manga, diviso in due parti (la prima in 5 tankobon e la seconda, ancora in corso, al momento ha toccato i 12 numeri), edito dalla Star Comics e tuttora facilmente reperibile, poi aggiungerei magari il film Battle Royale! ENJOY!
lunedì 15 aprile 2013
Hostel (2005)
Mi sono resa conto di aver parlato ormai qualche anno fa di Hostel: Part II ma di non avere mai affrontato Hostel, diretto nel 2005 da Eli Roth. E' giunto il momento di rimediare.
Trama: tre giovinastri che viaggiano per l'Europa in cerca di sesso e droga finiranno per diventare vittime di un'organizzazione che fornisce ai ricconi annoiati l'occasione di torturare e uccidere le persone..
Adesso passerò per maniaca e pervertita, ma Hostel è un film che mi piace parecchio. Eli Roth è sicuramente uno dei peggiori cialtroni sulla faccia del pianeta (e lo dico con amore) ed è anche un piccolo raccomandato dal divino Quentin, ma non si può dire che non curi con attenzione le sue pellicole, che diventano man mano più interessanti ogni volta che le si riguarda. Mettendo un attimo da parte il modo all-american con cui viene descritta l'Europa, ovvero un luogo di depravazione e di depravati equamente ripartiti in zoccole, delinquenti, ignoranti e drogati (ma a noi italiani andrà peggio con Hostel II e con le aberranti scene ambientate sul treno!!), in quasi tutte le sequenze della pellicola vi sono infatti dei rimandi a alle scene che verranno e dei richiami a quelle passate in grado di formare nella loro totalità un cerchio perfetto e di mostrare una coerenza che raramente si può trovare in un horror. Il destino dei protagonisti, così come accadeva nel ben più ironico Cabin Fever, è segnato fin dall'inizio, fin dal loro trovarsi "così lontani da casa" e conseguentemente privi di freni: come in un terribile contrappasso dantesco, chi prima faceva il "guardone" nel girone del sesso è destinato a finire vittima o carnefice in quello della morte, con un azzardato parallelo tra i corridoi delle case d'appuntamenti di Amsterdam e quelli della fabbrica delle torture in Slovacchia. A differenza di altri film horror, inoltre, dove l'americano medio nasce e muore ignorante, qui il protagonista Paxton viene costretto a scrollarsi di dosso pregiudizi e lassismo e a tirare fuori tutta la sua intelligenza, la conoscenza delle lingue, la capacità di capire usi e costumi del luogo e persino una certa dose di sensibilità per salvarsi la vita. Non mi azzarderei a parlare di racconto di formazione, ma è innegabile che il protagonista si evolve parecchio nel corso della pellicola.
C'è da dire, altra cosa particolare di Hostel, che il protagonista si evolve anche e soprattutto in peggio. Non salta subito all'occhio, ma già guardandolo una seconda volta ci si rende conto che il film, per quanto annoverato tra le pellicole più sanguinarie del globo terracqueo, mostra sì qualche tortura (ampiamente superata da altri torture porn) ma, in definitiva, le uccisioni delle vittime urlanti avvengono tutte fuori dallo schermo, mentre quelle perpetrate da Paxton sono le uniche alle quali lo spettatore può davvero testimoniare. Se all'inizio il protagonista è uno dei tanti backpackers strepponi che invadono l'Europa, sul finale lo vediamo assomigliare parecchio anche nell'abbigliamento e nello sguardo ai membri dell'élite di assassini e torturatori, mentre le belle Natalya e Svetlana, dee slovacche del sesso e della trasgressione, verso la fine si mostrano tranquillamente sfatte e struccate, con una bruttezza esteriore che rispecchia finalmente quella interiore.
Per quanto riguarda la realizzazione, gli effetti speciali sono validissimi e molto realistici: ho detto che in quanto a torture Hostel risulta stranamente blando, ma la verità è che mi è impossibile guardare quella inflitta a Kana senza che mi scenda una lacrima, forse perché la poveretta urla in giapponese e la cosa mi strazia in maniera indicibile o forse perché il suo destino è particolarmente crudele. Stranamente, sono molto validi anche gli attori, soprattutto il già citato Jay Hernandez, ed è gradevole anche il gioco citazionista in cui indulge Eli Roth, inserendosi nel filone Tarantiniano quasi "con grazia", senza esagerare: abbiamo l'apparizione speciale di Takashi Miike, uno schermo che proietta Pulp Fiction in slovacco e un omaggio a chi è stato tanto malato da produrre una versione porno di Cabin Fever, inoltre gli italiani riconosceranno tranquillamente una cover ceca di Stella Stai di Umberto Tozzi tra i vari pezzi della colonna sonora (per la cronaca, Treti Galaxie di Michal David). E se quest'ultimo dettaglio non vi fa venire voglia di vedere l'ottimo Hostel, non so cos'altro potrebbe farlo!!
Del regista Eli Roth, che compare all’inizio a sballarsi nel coffee shop, ho già parlato qui mentre Takashi Miike, che interpreta il cliente giapponese della fabbrica delle torture, lo trovate qua.
Jay Hernandez (vero nome Javier Manuel Hernandez Jr.) interpreta Paxton. Americano, ha partecipato a film come World Trade Center, Grindhouse (fake trailer di ThanksGiving), Hostel: part II e Quarantena. Ha 34 anni e un film in uscita.
Derek Richardson interpreta Josh. Americano, ha partecipato a film come Scemo & più scemo – Iniziò così…, Hostel: Part II e alle serie Dr. House e American Horror Story. Ha 37 anni.
Nel DVD c’è un finale alternativo, eliminato perché giudicato troppo cupo, in cui Paxton rapisce la figlioletta dell’uomo d’affari olandese (che mostrava in effetti la sua foto in treno ad Oli e agli altri) e le copre la bocca per impedirle di urlare. Nel trailer, inoltre, viene detto che Hostel è stato ispirato da eventi realmente accaduti: in verità, pare che Eli avesse trovato un sito Tailandese dove si faceva pubblicità a delle cosiddette “murder vacation” che offrivano agli utenti la possibilità di torturare e uccidere delle persone pagando 10.000 dollari. Il regista non ha mai capito se il sito fosse vero o no, ma la cosa gli aveva dato l’idea per un documentario su queste “murder vacation”… quando però ha capito che mettersi in contatto con i coinvolti era pressoché impossibile e che lui stesso avrebbe rischiato una fine poco simpatica, ecco che il documentario è diventato l’opera di finzione che tutti conosciamo. Hostel ha generato due seguiti, il pregevole Hostel: Part II, sempre diretto da Eli Roth, e Hostel III, uscito straight to video e diretto da Scott Spiegel. Non l’ho ancora visto ma chi lo ha fatto lo sconsiglia, quindi se Hostel vi fosse piaciuto cercate invece Saw, Borderland - Linea di confine, Wolf Creek e La casa del diavolo. ENJOY!!
Trama: tre giovinastri che viaggiano per l'Europa in cerca di sesso e droga finiranno per diventare vittime di un'organizzazione che fornisce ai ricconi annoiati l'occasione di torturare e uccidere le persone..
Adesso passerò per maniaca e pervertita, ma Hostel è un film che mi piace parecchio. Eli Roth è sicuramente uno dei peggiori cialtroni sulla faccia del pianeta (e lo dico con amore) ed è anche un piccolo raccomandato dal divino Quentin, ma non si può dire che non curi con attenzione le sue pellicole, che diventano man mano più interessanti ogni volta che le si riguarda. Mettendo un attimo da parte il modo all-american con cui viene descritta l'Europa, ovvero un luogo di depravazione e di depravati equamente ripartiti in zoccole, delinquenti, ignoranti e drogati (ma a noi italiani andrà peggio con Hostel II e con le aberranti scene ambientate sul treno!!), in quasi tutte le sequenze della pellicola vi sono infatti dei rimandi a alle scene che verranno e dei richiami a quelle passate in grado di formare nella loro totalità un cerchio perfetto e di mostrare una coerenza che raramente si può trovare in un horror. Il destino dei protagonisti, così come accadeva nel ben più ironico Cabin Fever, è segnato fin dall'inizio, fin dal loro trovarsi "così lontani da casa" e conseguentemente privi di freni: come in un terribile contrappasso dantesco, chi prima faceva il "guardone" nel girone del sesso è destinato a finire vittima o carnefice in quello della morte, con un azzardato parallelo tra i corridoi delle case d'appuntamenti di Amsterdam e quelli della fabbrica delle torture in Slovacchia. A differenza di altri film horror, inoltre, dove l'americano medio nasce e muore ignorante, qui il protagonista Paxton viene costretto a scrollarsi di dosso pregiudizi e lassismo e a tirare fuori tutta la sua intelligenza, la conoscenza delle lingue, la capacità di capire usi e costumi del luogo e persino una certa dose di sensibilità per salvarsi la vita. Non mi azzarderei a parlare di racconto di formazione, ma è innegabile che il protagonista si evolve parecchio nel corso della pellicola.
C'è da dire, altra cosa particolare di Hostel, che il protagonista si evolve anche e soprattutto in peggio. Non salta subito all'occhio, ma già guardandolo una seconda volta ci si rende conto che il film, per quanto annoverato tra le pellicole più sanguinarie del globo terracqueo, mostra sì qualche tortura (ampiamente superata da altri torture porn) ma, in definitiva, le uccisioni delle vittime urlanti avvengono tutte fuori dallo schermo, mentre quelle perpetrate da Paxton sono le uniche alle quali lo spettatore può davvero testimoniare. Se all'inizio il protagonista è uno dei tanti backpackers strepponi che invadono l'Europa, sul finale lo vediamo assomigliare parecchio anche nell'abbigliamento e nello sguardo ai membri dell'élite di assassini e torturatori, mentre le belle Natalya e Svetlana, dee slovacche del sesso e della trasgressione, verso la fine si mostrano tranquillamente sfatte e struccate, con una bruttezza esteriore che rispecchia finalmente quella interiore.
Per quanto riguarda la realizzazione, gli effetti speciali sono validissimi e molto realistici: ho detto che in quanto a torture Hostel risulta stranamente blando, ma la verità è che mi è impossibile guardare quella inflitta a Kana senza che mi scenda una lacrima, forse perché la poveretta urla in giapponese e la cosa mi strazia in maniera indicibile o forse perché il suo destino è particolarmente crudele. Stranamente, sono molto validi anche gli attori, soprattutto il già citato Jay Hernandez, ed è gradevole anche il gioco citazionista in cui indulge Eli Roth, inserendosi nel filone Tarantiniano quasi "con grazia", senza esagerare: abbiamo l'apparizione speciale di Takashi Miike, uno schermo che proietta Pulp Fiction in slovacco e un omaggio a chi è stato tanto malato da produrre una versione porno di Cabin Fever, inoltre gli italiani riconosceranno tranquillamente una cover ceca di Stella Stai di Umberto Tozzi tra i vari pezzi della colonna sonora (per la cronaca, Treti Galaxie di Michal David). E se quest'ultimo dettaglio non vi fa venire voglia di vedere l'ottimo Hostel, non so cos'altro potrebbe farlo!!
Del regista Eli Roth, che compare all’inizio a sballarsi nel coffee shop, ho già parlato qui mentre Takashi Miike, che interpreta il cliente giapponese della fabbrica delle torture, lo trovate qua.
Jay Hernandez (vero nome Javier Manuel Hernandez Jr.) interpreta Paxton. Americano, ha partecipato a film come World Trade Center, Grindhouse (fake trailer di ThanksGiving), Hostel: part II e Quarantena. Ha 34 anni e un film in uscita.
Derek Richardson interpreta Josh. Americano, ha partecipato a film come Scemo & più scemo – Iniziò così…, Hostel: Part II e alle serie Dr. House e American Horror Story. Ha 37 anni.
Nel DVD c’è un finale alternativo, eliminato perché giudicato troppo cupo, in cui Paxton rapisce la figlioletta dell’uomo d’affari olandese (che mostrava in effetti la sua foto in treno ad Oli e agli altri) e le copre la bocca per impedirle di urlare. Nel trailer, inoltre, viene detto che Hostel è stato ispirato da eventi realmente accaduti: in verità, pare che Eli avesse trovato un sito Tailandese dove si faceva pubblicità a delle cosiddette “murder vacation” che offrivano agli utenti la possibilità di torturare e uccidere delle persone pagando 10.000 dollari. Il regista non ha mai capito se il sito fosse vero o no, ma la cosa gli aveva dato l’idea per un documentario su queste “murder vacation”… quando però ha capito che mettersi in contatto con i coinvolti era pressoché impossibile e che lui stesso avrebbe rischiato una fine poco simpatica, ecco che il documentario è diventato l’opera di finzione che tutti conosciamo. Hostel ha generato due seguiti, il pregevole Hostel: Part II, sempre diretto da Eli Roth, e Hostel III, uscito straight to video e diretto da Scott Spiegel. Non l’ho ancora visto ma chi lo ha fatto lo sconsiglia, quindi se Hostel vi fosse piaciuto cercate invece Saw, Borderland - Linea di confine, Wolf Creek e La casa del diavolo. ENJOY!!
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domenica 3 febbraio 2013
Sukiyaki Western Django (2007)
Dopo aver visto un Django in versione italiana e un altro in versione americana, non potevo esimermi dal guardare anche l'omaggio al western del folle regista Takashi Miike, Sukiyaki Western Django (スキヤキ・ウエスタン ジャンゴ - Sukiyaki uesutan Jango-), da lui diretto nel 2007.
Trama: in un villaggio conteso tra due bande rivali arriva un abilissimo e solitario pistolero. Ovviamente entrambe le fazioni cercheranno di accaparrarsi il suo aiuto promettendogli oro e ricchezze...
Ogni volta che finisco di vedere un film diretto da Takashi Miike rimango letteralmente a bocca aperta. Sconvolta, perplessa, indecisa se urlare al capolavoro o strillare alla ca**ata trash. Il mio animo occidentale si ribella al japanenglish utilizzato dagli attori, alla loro recitazione caricaturale ed impostata, ai rumori da comica, agli abiti e alle capigliature da zingari portati con disinvoltura dai membri delle due bande e a tutto il corollario di scene al limite del grottesco che infarciscono Sukiyaki Western Django... ma d'altra parte il mio cuore giapponese esulta proprio davanti a queste stesse cose e mi ricorda che i bambini nipponici crescono ascoltando e vedendo di continuo pacchianate come questa quindi cerco di mettermi nei panni di questo meraviglioso popolo che tanto amo e trovare la normalità dove la mia cultura mi impone di percepire solo stranezza. Ovviamente, se non riuscite a sopportare l'idea di vedere uno sceriffo che parla con le sue due diverse personalità e si prende a schiaffi da solo, dei proiettili che colpiscono i nemici in base a come soffia il vento, un balletto sensuale scandito dal suono di un didgeridoo, un guerriero che ci prova col boss travestendosi da donna dopo che un colpo di pistola gli ha fatto saltare gli zebedei e tante, tante altre cosette più o meno trash, non andate avanti a leggere la recensione, tanto Sukiyaki Western Django non fa per voi!
Il film, come si evince dal titolo, è un incredibile e sfacciatissimo melting pot di generi e stili narrativi. Il sukiyaki infatti è un piatto giapponese dove viene messo praticamente di tutto, a partire dagli spaghetti (appunto!) giapponotti, carne, funghi, un mix di verdure, tofu, salsa di soia, mirin, uova sbattute e zucchero. All'inizio del film vediamo il "muso" ispiratore Tarantino ingegnarsi abilmente per procurarsi l'uovo nel bel mezzo di un selvaggio west che sembra proprio il palco di un teatro giapponese (con tanto di fondale dipinto) e durante un esilarante flashback lo sentiamo lamentarsi del fatto che il piatto è troppo dolce... ma questo, al di là dell'immenso piacere di vedere recitare l'autoproclamatosi otaku Quentin è un altro modo trovato da Takashi Miike per ribadire la dualità della sua opera e il modo in cui occidente e oriente si mescolano continuamente all'interno della trama. Sukiyaki Western Django, in effetti, è sì un omaggio al film di Corbucci (tanto che un personaggio viene impalato con la stessa croce che si vede nel finale di Django) e un ringraziamento a Tarantino per il suo Kill Bill (che viene citato più volte, per la firma di Bloody Benten e per il rapporto tra il pistolero Piringo e una giovane Ruriko, che tanto ricorda quello tra Bill e La Sposa) ma è anche un film che si basa sull'epico Heike Monogatari, opera giapponese che racconta appunto della battaglia tra i due clan rivali Taira e Minamoto. Tra riferimenti alla guerra delle due rose, cosa che porta il capo dei rossi a ribattezzarsi, molto shakespearianamente, Henry, e un improbabile retroscena sull'infanzia del nostrano Django, l'animo del film si riconferma quindi nipponico e richiama alla mente La sfida del samurai, uno dei tanti capolavori di Akira Kurosawa, poi rifatto in chiave western da Sergio Leone con Per un pugno di dollari.
Per quanto riguarda la realizzazione di Sukiyaki Western Django, bisognerebbe tapparsi le orecchie per non sentire parlare gli attori e sopportare stoicamente un paio di fastidiosissime scene di stupro... ma regia, fotografia e montaggio sono un trionfo. Molto vivaci ed importantissimi i colori, sia per distinguere ovviamente i due clan rivali (dotati anche di un diverso stile di abiti, con i bianchi più "fighetti" e i rossi più straccionati) che per una sorta di simbologia: soprattutto verso il finale, una stupenda quanto improbabile nevicata ricopre di bianco, il colore della morte per i giapponesi, l'intero villaggio e da il la all'ultimo duello, dove le macchie di sangue sembrano fiori rossi. Il rosso è il colore del sangue, dell'amore e delle rose striate di bianco che diventeranno l'eredità del piccolo Heiachi, mentre quella favoleggiata montagna d'oro per cui il villaggio è stato stretto nella morsa della disperazione e della morte assume un colore giallo quasi malato, ininfluente e disgustoso come una macchia di pipì sulla neve. Stupendamente coreografati i combattimenti, sia che abbiano per protagonisti il pistolero misterioso e la furiosa Bloody Benten, sia che mostrino le persone crivellate dai colpi della storica mitragliatrice nascosta nella bara, sia che prevedano l'utilizzo (anche troppo breve, ahimé!) di un'elegante katana... e voto undici anche alla scelta di raccontare il passato di Bloody Benten come se ci trovassimo di fronte ad un trailer grindhouse o ad un violentissimo e cupo anime giapponese, come già aveva fatto Tarantino per l'infanzia di O-Ren Ishii. Insomma, senza rovinarvi ulteriormente la visione con degli spoiler; questo Sukiyaki Western Django è da vedere assolutamente, sia che siate fan di Tarantino, sia che siate fan di Takashi Miike e del suo incredibile modo di fare cinema. Alla fine anche voi, come ho fatto io, piangerete commossi all'udire il tema portante di Django cantato in lingua giapponese!
Del regista e co-sceneggiatore Takashi Miike ho già parlato qui, mentre Quentin (che interpreta l’improbabile pistolero Piringo!) lo trovate qua.
Masanobu Andô interpreta Yoichi. Giapponese, ha partecipato ai film Battle Royale e Kids Returns. Ha 37 anni e un film in uscita.
Kaori Momoi interpreta Ruriko. Giapponese, ha partecipato a film come Kagemusha – L’ombra del guerriero e Memorie di una geisha. Anche regista, sceneggiatrice e produttrice, ha 60 anni.
Alle mangofile come me il nome Kôichi Satô, l’attore che interpreta Kiyomori/Henry, non dovrebbe risultare nuovo. Non scervellatevi, vi aiuto io. Ricordate il gestore del Jackson Hole, il pub preferito da Hachi e soci nello stupendo Nana di Ai Yazawa? Ecco, è un personaggio comparso pochissimo ma sicuramente “bucava la pagina”, per così dire, e si chiamava proprio così! Facezie a parte, se Sukiyaki Western Django vi fosse piaciuto (e spero vivamente che la Dynamic faccia uscire in DVD la versione integrale perché quella internazionale ha parecchie scene tagliate, tra cui quella in cui Benkei concupisce Yoshitsune) consiglierei la visione di Django, Django Unchained e Per un pugno di dollari. ENJOY!!
Trama: in un villaggio conteso tra due bande rivali arriva un abilissimo e solitario pistolero. Ovviamente entrambe le fazioni cercheranno di accaparrarsi il suo aiuto promettendogli oro e ricchezze...
Ogni volta che finisco di vedere un film diretto da Takashi Miike rimango letteralmente a bocca aperta. Sconvolta, perplessa, indecisa se urlare al capolavoro o strillare alla ca**ata trash. Il mio animo occidentale si ribella al japanenglish utilizzato dagli attori, alla loro recitazione caricaturale ed impostata, ai rumori da comica, agli abiti e alle capigliature da zingari portati con disinvoltura dai membri delle due bande e a tutto il corollario di scene al limite del grottesco che infarciscono Sukiyaki Western Django... ma d'altra parte il mio cuore giapponese esulta proprio davanti a queste stesse cose e mi ricorda che i bambini nipponici crescono ascoltando e vedendo di continuo pacchianate come questa quindi cerco di mettermi nei panni di questo meraviglioso popolo che tanto amo e trovare la normalità dove la mia cultura mi impone di percepire solo stranezza. Ovviamente, se non riuscite a sopportare l'idea di vedere uno sceriffo che parla con le sue due diverse personalità e si prende a schiaffi da solo, dei proiettili che colpiscono i nemici in base a come soffia il vento, un balletto sensuale scandito dal suono di un didgeridoo, un guerriero che ci prova col boss travestendosi da donna dopo che un colpo di pistola gli ha fatto saltare gli zebedei e tante, tante altre cosette più o meno trash, non andate avanti a leggere la recensione, tanto Sukiyaki Western Django non fa per voi!
Il film, come si evince dal titolo, è un incredibile e sfacciatissimo melting pot di generi e stili narrativi. Il sukiyaki infatti è un piatto giapponese dove viene messo praticamente di tutto, a partire dagli spaghetti (appunto!) giapponotti, carne, funghi, un mix di verdure, tofu, salsa di soia, mirin, uova sbattute e zucchero. All'inizio del film vediamo il "muso" ispiratore Tarantino ingegnarsi abilmente per procurarsi l'uovo nel bel mezzo di un selvaggio west che sembra proprio il palco di un teatro giapponese (con tanto di fondale dipinto) e durante un esilarante flashback lo sentiamo lamentarsi del fatto che il piatto è troppo dolce... ma questo, al di là dell'immenso piacere di vedere recitare l'autoproclamatosi otaku Quentin è un altro modo trovato da Takashi Miike per ribadire la dualità della sua opera e il modo in cui occidente e oriente si mescolano continuamente all'interno della trama. Sukiyaki Western Django, in effetti, è sì un omaggio al film di Corbucci (tanto che un personaggio viene impalato con la stessa croce che si vede nel finale di Django) e un ringraziamento a Tarantino per il suo Kill Bill (che viene citato più volte, per la firma di Bloody Benten e per il rapporto tra il pistolero Piringo e una giovane Ruriko, che tanto ricorda quello tra Bill e La Sposa) ma è anche un film che si basa sull'epico Heike Monogatari, opera giapponese che racconta appunto della battaglia tra i due clan rivali Taira e Minamoto. Tra riferimenti alla guerra delle due rose, cosa che porta il capo dei rossi a ribattezzarsi, molto shakespearianamente, Henry, e un improbabile retroscena sull'infanzia del nostrano Django, l'animo del film si riconferma quindi nipponico e richiama alla mente La sfida del samurai, uno dei tanti capolavori di Akira Kurosawa, poi rifatto in chiave western da Sergio Leone con Per un pugno di dollari.
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| クエンチン・チャンはかわいいです! |
Del regista e co-sceneggiatore Takashi Miike ho già parlato qui, mentre Quentin (che interpreta l’improbabile pistolero Piringo!) lo trovate qua.
Masanobu Andô interpreta Yoichi. Giapponese, ha partecipato ai film Battle Royale e Kids Returns. Ha 37 anni e un film in uscita.
Kaori Momoi interpreta Ruriko. Giapponese, ha partecipato a film come Kagemusha – L’ombra del guerriero e Memorie di una geisha. Anche regista, sceneggiatrice e produttrice, ha 60 anni.
Alle mangofile come me il nome Kôichi Satô, l’attore che interpreta Kiyomori/Henry, non dovrebbe risultare nuovo. Non scervellatevi, vi aiuto io. Ricordate il gestore del Jackson Hole, il pub preferito da Hachi e soci nello stupendo Nana di Ai Yazawa? Ecco, è un personaggio comparso pochissimo ma sicuramente “bucava la pagina”, per così dire, e si chiamava proprio così! Facezie a parte, se Sukiyaki Western Django vi fosse piaciuto (e spero vivamente che la Dynamic faccia uscire in DVD la versione integrale perché quella internazionale ha parecchie scene tagliate, tra cui quella in cui Benkei concupisce Yoshitsune) consiglierei la visione di Django, Django Unchained e Per un pugno di dollari. ENJOY!!
giovedì 5 febbraio 2009
The Happiness of the Katakuris (2001)
Correva l’anno 2006, e una sera come tante altre, in quel di Mildura, Australia, la sottoscritta costrinse il povero Toto, compagno di mille sventure, a piazzarsi innanzi al televisore preso ovviamente in prestito come la metà del mobilio e a guardarsi, alle 11 di sera, un film di Takashi Miike intitolato The Happiness of The Katakuris (Katakuri-ne no kofuku). Fermo restando che metà film, complice l’ora tarda, la lingua ostica, i sottotitoli inglesi, me lo hanno fatto vedere a metà (rammento che alla fine mi svegliò un Toto decisamente sconvolto), è rimasto impresso nella mente come uno dei film più assurdi che io abbia mai visto. E ovviamente, questa è la mia prima recensione “a richiesta”, tanto bramata proprio dal mio compagno di sventura ( e tanto complicata da scrivere…).
Proviamo intanto a definire la trama: La famiglia Katakuri, composta da un nonno folle ma tradizionalista, un padre ottimista quasi per imposizione, una madre decisamente devota al marito e alla famiglia, una figlia innamorata dell’amore, un figlio malvivente da redimere, una nipotina la cui voce da adulta narra l’intera storia, e ovviamente un cane di nome Pochi, decide di mettere su una Guest House in uno sperduto villaggio giapponese. Inutile dire che nonostante le migliori intenzioni i clienti scarseggiano, finché un giorno arriva un distinto signore, in una notte di pioggia, che sceglie proprio la pensioncina per… suicidarsi. Per evitare la cattiva pubblicità la famigliola decide di nascondere il fattaccio e seppellire il cadavere, ma la sfiga si accanisce sui Katakuri che cercano semplicemente di trovare la felicità, ed ottengono solo morte e rovina.
La trama è già di per sé esilarante, ma la realizzazione è frutto di una mente perversa. Innanzitutto è bene specificare che questa pellicola non ha un genere ben definito: visto l’inizio e l’alone di inquietudine e morte che permea la vicenda potrebbe essere un horror. Ma è esilarante anche per un pubblico occidentale, quindi andrebbe forse definita commedia… se non fosse per gli abbondanti e trashissimi siparietti musicali, che lo renderebbero, appunto, un musical. In realtà The Happiness of the Katakuris è tutto questo e niente di ciò, ricorda un po’ i primi film di Kitano, gli incubi di ogni spettatore occidentale (tipo Getting Any), ma è assai più curato e in qualche modo lineare, e io penso che ad un pubblico nipponico non crei neppure troppi scompensi psichici.
Andando più nello specifico, parte del film è girata in claymation (la stessa di Wallace & Gromitt oppure Pingu), con dei pupazzetti di creta dalle fattezze inquietanti che, se ad un certo punto della pellicola sostituiscono i protagonisti nel corso di un paio di scene (soprattutto nel finale, che sarebbe stato difficilissimo da girare con pochi mezzi), all’inizio raccontano invece la storia di una specie di demonietto goloso di ugole, che viene mangiato da un corvo e rinasce come uovo, una sorta di “cerchio della vita” che introduce il film. Una specie di Coro forse, come quello delle tragedie greche :il tema del corvo torna per tutta la pellicola come una sorta di entità che deride la famiglia Katakuris delle sue disgrazie; tuttavia ogni volta loro rinascono più uniti e consapevoli della loro unione nella ricerca dell’osteggiata felicità.
Picchi di delirio trash vengono toccati a ogni scena musicale: dal ritrovamento del primo cadavere, la parodia di un videoclip horror unito ai modi esagerati del teatro giapponese, all’arrivo dell’essere più kitch della storia del cinema, Richard Sagawa, NIPOTE della Regina Elisabetta d’Inghilterra, agente segreto nonché membro della marina militare americana, che cerca con queste panzane di spillare soldi a Shizue Katakuri, con conseguente balletto strappalacrime colmo di coppiette danzanti e innamorati volanti, passando poi per il duetto (con tanto di sottotitoli per consentire al pubblico di fare karaoke, ovviamente) moglie-marito novelli Al Bano e Romina, catafratto di stelline e abiti glamour, per finire con il balletto degli zombie. Inutile dire che la maggior parte delle coreografie sono da mani nei capelli e dilettantesche (appositamente?) e i testi delle canzoni quanto di più melenso e banale si possa ascoltare. Del travestito che canta in TV e della setta spiritica in viaggio, un gruppo di pazze urlanti con gli occhiali da sole, non voglio nemmeno parlare, sono esilaranti.
Da sinistra in alto: padre, madre, figlio, figlia, Richard Sagawa e nonno!
Al di là della realizzazione decisamente “pesante” per un pubblico non abituato, l’amara ironia che pervade la pellicola segue una filosofia ben precisa, che si palesa in tutta la sua durezza nel commovente finale. L’uomo tende a concentrarsi su sé stesso, cercando di piegare la vita, la natura, a sua immagine e somiglianza, ignorando che esistono forze ben più grandi di lui. La ricerca della felicità è legittima e assolutamente necessaria, ma per vivere felici bisogna tenere anche conto che nulla possiamo contro i capricci del destino e della natura, e che la morte, alla fine, arriverà per tutti… l’importante è vivere appieno, tenendosi stretti ciò che più si ama nel breve tempo che ci viene concesso. Ed imparare a ridere, superando il dolore per coloro che invece ci hanno lasciati, vivendo anche per loro.
Spero che la mia recensione non sia stata assolutamente chiara, e che faccia venire voglia di vedere questo film ai naviganti di passaggio: merita, merita davvero, se non altro per vedere qualcosa di assolutamente diverso e una delle prime opere di un regista tra i migliori ed inquietanti in circolazione. Alla fine me lo sono visto due volte, quindi qualcosa, indubbiamente, resta.
Takashi Miike è forse il più famoso e “cool” dei registi giapponesi sdoganati anche in Occidente (lo dimostra il cameo in Hostel di Eli Roth) . Famosissimi e molto amati sono i suoi film dalle trame e dalle scene decisamente estreme, a cominciare da Audition, per poi continuare con la serie MPD Psycho, Ichi The Killer, The Call: non rispondere (di cui ho parlato in riferimento al remake USA, One Missed Call), un episodio di Masters of Horror. Ha 49 anni e due film in produzione, tra cui la trasposizione cinematografica del famosissimo anime Yattaman!
Non essendo affatto esperta, mio malgrado, sorvolo sulle filmografie dei pur bravissimi attori: non saprei quali film consigliare e quali no. Se qualcuno è più esperto, però, accetto consigli!!
Vi lascio con le scene d'inizio di questo assurdo film... se avrete il coraggio di proseguire la visione questo post sarà servito a qualcosa! ENJOY!
martedì 19 agosto 2008
One Missed Call (2008)
La trama e persino alcune scene sono speculari alla versione giapponese, eppure ci sono alcune particolarità che rendono l'originale nettamente superiore. Innanzitutto il remake è, ovviamente, semplificato, come a dire che il pubblico americano non abbisogna di sottigliezze ma solo di fatti.
Chakushin Aari comincia "in medias res", ovvero quando la prima vittima è già bella che andata, e con una sequenza introduttiva di vari personaggi il cui ruolo lì per lì non è ben definito; in particolare il detective da l'idea di essere un necrofilo quando cava dalla bocca di un cadavere, con fare furtivo, una caramella rossa, e viene scoperto da uno dei medici. Nel remake tutto è ben definito e lineare: c'è una prima morte che nell'originale viene solo suggerita ed intravista, e la rivelazione del segreto del detective, che lo colloca nel gruppo degli "eroi" fin da subito. E così via per tutto il film, senza lasciare dubbi o inquietudine che non sia "visibile", palese nelle immagini.
Per quanto riguarda l'orrore, nell'originale bastano una suoneria e la morte delle vittime per incutere ansia. Il remake si avvale invece di visioni di inquietanti personaggi, bambole e pupazzi assortiti che precedono ogni morte, quasi a voler richiamare il finale decisamente bizzarro ed onirico della pellicola di Miike. Purtroppo sono immagini fine a sé stesse, prive di significato alcuno che non sia quello di fare una blanda paura. Anche la paura della protagonista dei "buchi", legata ad un trauma infantile, perde di significato in questa pellicola, diventando un mero accessorio, una particolarità di un personaggio che più piatto non si può.
Nella pellicola originale c'è un sottile e malato filo di perversione che si tende dall'inizio fino al finale, un happy ending decisamente e paradossalmente negativo. Verrebbe quasi da dire che la morale della pellicola giapponese sia che ognuno mostra affetto nel modo che ritiene opportuno, e sta a noi accettarlo. Da qui il perdono dato a colei che, fino alla fine, sembra essere la responsabile della maledizione, ovvero una donna che gode a torturare le proprie figlie, così come faceva un tempo la madre della protagonista. Un universo tutto al femminile, fatto di donne prede di psicosi, terrorizzate dai propri figli e dai legami familiari (da qui l’orrore dato dai feti nell’ultima sequenza dell’originale giapponese) perché non bastano questi ultimi per proteggerci dalla pazzia e per darci la sicurezza di conoscere chi ci circonda. Volete ricercare una simile sottigliezza filosofica nel remake americano? Per carità di Dio.
Sugli attori, poche parole da spendere, anzi nulla. Scialbi e reduci da produzioni televisive, i soliti banali 40enni che recitano la parte di 25enni. Interessante vedere le differenze sociali tra le due versioni, le diverse abitudini dei giovani, il sesso e l’alcool che la fanno da padroni nella società Americana, mentre in quella giapponese i rapporti anche tra coetanei sono sempre tenuti su un profilo assai più basso. Poi la cultura dei cellulari, impossibile stare senza, con i ragazzi giapponesi che al tavolo si scambiano i numeri e i telefoni al posto dei nomi come fosse uno status simbol quello di avere la rubrica piena. Si vede che amo il Giappone? Sì, lo ammetto. Lo amo, e un giorno andrò a Tokyo vestita come una Gothic Lolita. I have a dream…
Eric Valette è il regista di questa pellicola. Francese, ha all’attivo alcuni film di genere ed episodi di alcune serie TV. Ha 31 anni e un film in uscita.
Shannyn Sossamon, Hawaiana, interpreta Beth, la protagonista traumatizzata dell’ancor più traumatico remake. Ha partecipato a film come Le regole dell’attrazione, Il destino di un cavaliere, e alcuni episodi di Law & Order. Ha 30 anni e due film in uscita.
E dulcis in fundo concludo con Ray Wise. E chi è, direte voi? Blasfemi!! Nessun figlio degli anni 90 è mai andato a letto senza farsi la fatidica domanda: chi ha ucciso Laura Palmer? Ecco, parte della risposta è nella faccia di costui, protagonista memorabile del Twin Peaks televisivo. In questo film interpreta Ted Summers, imbonitore televisivo pseudoreligioso che non si fa scrupolo a sfruttare la maledizione per fare audience (un novello Costanzo?). Il nostro ha una filmografia sterminata: ha partecipato a un episodio di Charlie’s Angels, Dallas, Riptide, A-Team, Hunter, Moonlighting, Walker Texas Ranger, Star Trek, Beverly Hills 90210, Streghe, Dawson’s Creek, 24, CSI, Bones, al remake de Il Bacio della Pantera, Robocop, Twin Peaks: fuoco cammina con me e Jeepers Creepers II. Ha 61 anni e 4 film in uscita.
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