Visualizzazione post con etichetta eli roth. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta eli roth. Mostra tutti i post

martedì 28 novembre 2023

Thanksgiving (2023)

Ci si stavano mettendo influenza, permanenza in sala di soli 5 giorni e weekend impegnati a farmi perdere Thanksgiving, scritto e co-sceneggiato da Eli Roth, ma io sono una testarda bimba di Eli e, soprattutto, il Bolluomo è un santo...


Trama: nell'anniversario di un black friday finito in tragedia, la cittadina di Plymouth viene scossa da una serie di omicidi compiuti da un assassino misterioso...


Correva l'anno 2007 e, su internet (ché all'epoca l'operazione Grindhouse era arrivata in Italia spezzata ed incompleta), si potevano trovare i fake trailer che accompagnavano i lungometraggi A prova di morte e Planet Terror. Ne rimasi talmente entusiasta che scrissi addirittura un post per il blog ma, siccome il post in questione è stato azzoppato dalle mille menate di ca**o di Youtube, vi faccio un brevissimo riassunto. In pratica, Tarantino e Rodriguez avevano deciso di creare una falsa "esperienza Grindhouse" facendo uscire in un'unica soluzione i loro due film e, durante le prime proiezioni (prima che l'operazione fosse un flop al botteghino), tra una pellicola e l'altra c'erano anche dei falsi trailer che erano, a mio avviso, uno più bello dell'altro: Machete, dello stesso RodriguezWerewolf Women of the SS di Rob Zombie, Don't di Edgar Wright,  Hobo with a Shotgun di Jason Eisener, John Davies e Rob Cotterill, e infine Thanksgiving, per l'appunto. Di questi, finora, erano stati realizzati solo Machete e Hobo with a Shotgun, quindi potete immaginare la mia gioia nel sapere che, dopo ben 16 anni, Roth aveva deciso di accontentarmi e dare vita a uno dei trailer più esilaranti del mucchio, ed ecco spiegato il motivo per cui ho rotto incessantemente la scatole al Bolluomo per accompagnarmi fino a Genova dopo che tutto ha congiurato per impedirmi di vedere il film a Savona. Dopo la visione, a Roth contesto solo la mancanza di coraggio legata all'iconica sequenza della cheerleader sul tappeto elastico (di questi tempi, ovviamente, capisco benissimo la sua scelta ma ci sono rimasta comunque male), per il resto mi sono molto divertita guardando Thanksgiving. Il film combina l'omaggio alla new wave horror di fine anni '90, che presentava tutta una serie di giovinetti più o meno caratterizzati costretti a scappare da un killer mascherato deciso a giurare loro vendetta per motivi più o meno condivisibili, a uno stile ben più gore rispetto ai film dell'epoca, legato in buona parte all'exploitation che aveva ispirato Grindhouse. La trama, che prende il via da una tragedia accorsa durante l'apertura di un grande magazzino in occasione di un black friday anticipato, inserisce in un contesto tipico dell'horror una critica all'acqua di rose (ma pur sempre presente, diciamolo) al consumismo sfrenato e al divario tra famiglie abbienti e poveracci, i quali possono o rimanere ancorati al loro squallore (soprattutto mentale) oppure tentare di "elevarsi" un minimo e scappare, sperando che la sfiga non ci metta lo zampino. Da par suo, la morte, incarnata dalla maschera antiquata del padre fondatore John "nomen omen" Carver, è anche in questo caso gran livellatrice e non guarda in faccia nessuno; tra un'accettata e l'altra, allo spettatore non resta che scoprire chi abbia deciso di esigere un giusto tributo per delle morti stupide e atroci, e quale rappresentante di un'umanità abbastanza cretina (anche quando si tratta di personaggi più o meno positivi) rimarrà vivo per raccontarlo.


Davanti a una serie di omicidi parecchio fantasiosi e sanguinolenti, un paio persino schifosi, le sequenze migliori del mucchio sono comunque quelle corali in cui Roth imbastisce un delirio cittadino fatto di dolore fisico quasi percepibile. La scena ambientata nel grande magazzino è angosciante, infatti, per un paio di motivi: intanto parte da presupposti anche troppo realistici e plausibili, e tiene lo spettatore col fiato sospeso nella consapevolezza della tragedia imminente, inoltre ogni singolo flash di morte porta a fare salti sulla sedia dalla sorpresa e dal male, aggiungendo, con una punta di sadismo, un odio strisciante per chi diventerà poi vittima del killer. Notevole anche la sequenza che riprende e amplia la scena della parata già presente nel fake trailer del 2007, diversissima per stile e morti da tutto il resto del film, con un mix di citazioni che spaziano da Killer Klowns from Outer Space ad Animal House, a riconferma di quanto Eli Roth sia un adorabile cialtronetto. Se così non fosse, ci si metterebbe un secondo a fare le pulci al film e trovare tutto ciò che non quadra, da stiracchiamenti di sceneggiatura sui quali non è facile sorvolare, per arrivare al cast. Ora, non so se hanno chiamato doppiatori italiani particolarmente svogliati perché pensavano di avere per le mani un horror da cestone, ma ho avuto difficoltà a capire se fossero gli attori ad essere cani in partenza o se la colpa fosse della versione italiana. Al momento, infatti, salvo solo Patrick Dempsey, perché dei ragazzetti protagonisti non ce n'è uno che mi abbia colpita favorevolmente (in compenso ci sono delle chicche esilaranti tra i personaggi secondari, tra metallari appassionati, animi sensibili dai pettorali scolpiti e gatti che si comportano da perfetti esponenti della loro razza maligna), ma aspetto di riguardarlo volentieri in lingua appena sarà disponibile in streaming, perché se c'è uno slasher divertente, ironico e sanguinoso quest'anno, è proprio Thanksgiving. Quindi rendiamo grazie ad Eli Roth, sperando che torni presto a percorrere la ritrovata via dell'horror! 


Del regista e co-sceneggiatore Eli Roth ho già parlato QUI mentre Patrick Dempsey, che interpreta lo Sceriffo Eric Newlon, lo trovate QUA.

Gina Gershon interpreta Amanda Collins. Americana, ha partecipato a film come Danko, Cocktail, I protagonisti, Showgirls, Bound - Torbido inganno, Face/Off, e a serie quali Ai confini della realtà, Melrose Place, Ellen e Chucky; come doppiatrice ha lavorato in I Griffin e American Dad!. Anche produttrice, sceneggiatrice e regista, ha 61 anni e cinque film in uscita. 


Per la cronaca, il favoloso micio presente nel film è lo stesso Tonic che ha partecipato a Pet Sematary e, all'epoca, si era persino presentato al red carpet. Con questo, se Thanksgiving vi fosse piaciuto, il consiglio è quello di recuperare la saga di Scream. ENJOY! 

venerdì 9 novembre 2018

Il mistero della casa del tempo (2018)

Mercoledì sono andata a vedere Il mistero della casa del tempo (The House with a Clock in its Walls), diretto dal regista Eli Roth e tratto dal libro omonimo di John Bellairs.


Trama: rimasto orfano, il piccolo Lewis va a vivere con lo zio Jonathan, il quale si rivela essere uno stregone. La vita di Lewis si arricchisce così di incredibile magia ma la casa di Jonathan nasconde anche un pericoloso segreto...


E così, dopo l'horror, il thriller sexy e l'action, Eli Roth è approdato al fantasy per ragazzini. Benché la notizia mi avesse fatto storcere abbastanza il naso, una volta visti i primi trailer la curiosità di vedere Il mistero della casa del tempo era indubbiamente salita e così, quando è uscito, sono corsa quasi subito al cinema. Prodotto dalla Amblin, il film è  un'avventura fantastica con tutti i crismi, che strizza l'occhio al vecchio L'apprendista stregone della Disney, alla saga di Harry Potter, al primo Piccoli Brividi e a cose un po' più di "nicchia" e lontane da un pubblico di ragazzini come Hugo Cabret, Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet e persino i capolavori di Wes Anderson. Da questi ultimi è stata sicuramente mutuata la natura weird e fondamentalmente stilosetta del piccolo protagonista, un topino di biblioteca munito di occhialoni e immancabile farfallino d'ordinanza, capitato a casa di un uomo che fa dello "strano", della diversità, i punti di forza dai quali ricavare le magie più folli. Al di là dell'aspetto magico, sul quale tornerò nel prossimo paragrafo, la trama de Il mistero della casa del tempo mette in scena una famiglia che più atipica non si può, composta da due "genitori" che tali non sono, amici di vecchissima data che si aiutano a vicenda a superare i rispettivi traumi del passato e si imbarcano nel difficile compito di tenere sott'occhio un ragazzino con tanti problemi e tantissime qualità positive; attraverso quest'ultimo, persino due maghi scafati impareranno che l'importante nella vita è non arrendersi mai, nemmeno di fronte alle tragedie più grandi (tra le righe, ci sono riferimenti ai campi di concentramento), mentre il piccoletto imparerà a fare tesoro delle proprie particolarità, per quanto possano risultare strane agli occhi degli altri, e a trovare la vera forza in se stesso. Un film per tutta la famiglia, quindi, reso più "pepato" da quel pizzico di horror inserito nella ricetta, tra necromanzia, morti che ritornano, omicidi, qualche goccia di sangue e momenti di genuino terrore a base di pupazzi meccanici e burattini semoventi che probabilmente ai bambini non diranno nulla ma porco schifo io volevo uscire di corsa dalla sala.


Piccoli tocchi alla Eli Roth, dunque? Mah. A parte il cameo del regista e la comparsa della ex (mwahaahahahaha!!! scusate) moglie Lorenza Izzo, la mano di cialtronetto Roth non si percepisce quasi, tanto il "ragazzo" ha ripulito il suo stile. La regia è classica che più non si può e, rispetto all'abilità dietro la cinepresa, quello che si apprezza maggiormente ne Il mistero della casa del tempo è l'immenso lavoro dietro le bellissime scenografie, con la favolosa casa di Jonathan che prende vita più grazie ai dettagli dell'infinità di orologi, arredi, affreschi, vetrate, scale e porte che ai pur validi effetti speciali, per non parlare dei gradevoli costumi, che danno un tocco di personalità in più ad ogni personaggio. Gli effetti speciali invece sono una delle note dolenti del film. Per la maggior parte della durata, il tocco della magia digitale non si avverte quasi o, meglio, è perfettamente amalgamata alle sequenze, le arricchisce con una delicatezza rara per questo genere di pellicola; purtroppo, verso il finale ci sono un paio di aberrazioni capaci di far venire i brividi e non parlo delle già citate bambole (splendide nella loro inquietante bruttezza) quanto piuttosto del povero Jack Black ridotto a infante col testone, picco trash che fa il paio con la scelta di far defecare di continuo la siepe-leone mentre Neil Marshall ringrazia per la citazione al suo The Bad Seed. Niente da dire invece per Jack Black e Cate Blanchett, entrambi bravissimi, palesemente divertiti e dotati di un'alchimia non comune, mentre il povero Kyle MacLachlan purtroppo compare davvero poco e, nonostante tutto ruoti attorno a lui, mi è parso un villain non troppo incisivo. Insomma, l'approccio di Eli Roth al fantasy per ragazzi ha portato a un film gradevole e simpatico, valido per passare un paio d'ore di svago, nulla più e nulla meno. Il rischio, se di rischio si può parlare, è che con questo andazzo Roth diventi uno dei mille registi senza infamia e senza lode che popolano Hollywood, privo di tratti distintivi e perfetto per assecondare i bisogni dei vari studios. Per carità, la gente così ci campa e Roth non è mai stato chissà quale Autore, però mi permetto di provare lo stesso un po' di tristezza.


Del regista Eli Roth, che compare anche nei panni di Compagno Ivan, ho già parlato QUI. Jack Black (Jonathan Barnavelt), Cate Blanchett (Florence Zimmerman), Kyle MacLachlan (Isaac Izard), Colleen Camp (Mrs. Hanchett) e Lorenza Izzo (Mamma) li trovate invece ai rispettivi link.


Sunny Suljic, che interpreta Tarby Corrigan, era l'inquietante figlio di Colin Farrel ne Il sacrificio del cervo sacro. Se Il mistero della casa del tempo vi fosse piaciuto recuperate Piccoli brividi. ENJOY!


martedì 13 marzo 2018

Il giustiziere della notte (2018)

Potevo forse esimermi dal guardare un film che vede l'alleanza di due miei ammori come Bruce Willis ed Eli Roth, rispettivamente protagonista e regista de Il giustiziere della notte? Ma neanche per sogno!


Trama: nel corso di una rapina andata male, la moglie e la figlia del chirurgo di un ospedale vengono aggredite, la prima muore e la seconda finisce in coma. Il chirurgo inizialmente lascia il caso nelle mani della polizia ma di fronte all'incompetenza delle forze dell'ordine decide di farsi giustizia da solo...


Eli Roth secondo me è impazzito. Quest'uomo sarà cialtrone quanto volete ma i suoi horror mi hanno sempre soddisfatta e il suo stile si è evoluto nel tempo, raffinandosi sempre di più; certo, non è mai arrivato ai livelli dei Grandi Maestri, anche perché le sceneggiature dei suoi film non sono mai state delle perle di raffinatezza, però a mio avviso Hostel 2 e The Green Inferno avevano il loro perché anche dal punto di vista della regia, al di là dello splatter. Poi, come ho detto, Eli Roth è impazzito e ha girato prima Knock Knock (filmucolo da Ciclo Alta Tensione buono solo per la presenza di due strappone che sarebbero diventate una sua moglie, l'altra il sogno erotico di chiunque abbia guardato Blade Runner 2049) poi il remake de Il giustiziere della notte, al quale seguirà per la cronaca The House With a Clock in its Walls, tratto da un fantasy-horror PER BAMBINI. La cosa mi fa un po' incazzare perché guardando Il giustiziere della notte mi sono resa conto che le scene realizzate meglio, salvo quelle in cui Bruce Willis fa Bruce Willis tirando fuori tutta la badasseria che nemmeno le rughe, l'espressione perenne di chi sta inghiottendo dei chiodi e la professione di allegro chirurgo sono riuscite a togliergli, sono quelle in cui il film si trasforma in un home invasion tout court, e dove nonostante lo spettatore sappia già quello che deve accadere, la tensione si taglia comunque col coltello, a prescindere dalla trama telefonata (d'altronde, altrimenti il protagonista non diventerebbe Il giustiziere!). Tutto questo sproloquio per dire che se Eli Roth tornasse sulla retta via invece di perdersi nel suo desiderio di fare soprattutto il produttore potrebbe cicciare fuori un horror coi controfiocchi invece del remake di una storia fatta uscire al cinema a fine anni '70 che oggi (forse più di allora) si presta ad essere fraintesa ammantandosi di minacciose auree Trumpiste-Salveeniane invece di venire presa come la supercazzola esagerata che è. E prima che mi cazziate per una "recensione" che non si sbatte a confrontare il giustiziere di oggi con quello di ieri, sappiate che la colpa è di papà Bolla che, affetto dal vizio dello zapping compulsivo (o probabilmente censurato da mia madre convinta che una bambina non dovesse vedere simili film), non mi ha mai permesso di vedere per intero il film di Bronson, finendo per lasciarmi in testa una confusione di segmenti presi dai vari capitoli e l'unico ricordo della brutta faccia del vecchio Charles con in mano una pistola. Punto.


Detto questo, Il giustiziere della notte dell'anno del Signore 2018 è, oltre che l'ennesima prova della follia galoppante di Roth (il quale pare abbia voluto girare un film imperniato sul concetto di "protezione della famiglia", non una tirata pro-armi), un film dove il protagonista cede al potere tutto americano del secondo emendamento davanti alla texanità del suocero e soprattutto alla reiterata imbecillità delle forze di polizia di Chicago, simbolizzata non a caso dalla presenza di Big Jim "Barbie Did It" Rennie; quando a un certo punto del film le due oloturie con distintivo assegnate al caso Kersey, pur avendo tutti gli indizi necessari per incastrare il chirurgo Paul, sbagliano clamorosamente indiziato, lo spettatore arriva a perdere anche quel minimo dubbio relativo alla moralità delle scelte del protagonista. E sì, un po' di critica sociale Roth la fa, mettendo in scena il momento più esilarante della pellicola, lo spot ammicante dell'armeria all'interno del quale una procace bionda smandrappata mostra i vantaggi di vivere in America e poter comprare fucili semi-automatici ottenendo il porto d'armi in due giorni (previo corso che tanto "passano tutti"), per non parlare del finale "con rimbrotto" del tipo "hai fatto bene, ora va e non peccare più", ma fondamentalmente fin dall'inizio la sceneggiatura parteggia smaccatamente per Bruce Willis. Il dibattito sociale "vigilantes sì, vigilantes no" è letteralmente solo un rumore di fondo affidato a speaker radiofonico-televisivi e alimentato da video o meme su internet (come in effetti succede al giorno d'oggi per qualsiasi evento, anche il più grave) mentre il protagonista tira dritto per la sua strada senza dubitare neppure per un secondo della sua missione. D'altronde, come potrebbe, anzi, come potremmo noi dubitarne dopo che Roth e Joe Carnahan ci hanno mostrato la quintessenza della famiglia upperclass modello, rigorosamente bianca, venire spazzata via da malviventi rigorosamente latinos, neCri e boh, probabilmente immigrati da qualche oscuro paese dell'Europa dell'Est? A ragionare su tutte le implicazioni sociali di un film simile fatto uscire al cinema in tempi come questi ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli, quindi meglio prenderlo come una semplice supercazzola in cui Bruce Willis, per l'occasione già vestito da David Dunn così da essere pronto per l'imminente Glass, si profonde in goduriose punizioni splatter per difendere la famiglia "come avrebbe fatto qualsiasi cittadino normale". Con un fucile d'assalto M-16, certo. Dai, Eli, stavolta mi sono divertita anche perché c'era Bruccino adorato ma quando torniamo a fare sul serio?


Del regista Eli Roth ho già parlato QUI. Bruce Willis (Paul Kersey), Vincent D'Onofrio (Frank Kersey), Elisabeth Shue (Lucy Kersey) e Len Cariou (Ben) li trovate invece ai rispettivi link.

Dean Norris interpreta il Detective Kevin Raines. Americano, famoso per i ruoli di Hank Schrader in Breaking Bad e di Big Jim Rennie in Anderdedoum, ha partecipato a film come Scuola di polizia 6: La città è assediata, Arma letale 2, Duro da uccidere, Atto di forza, Gremlins 2 - La nuova stirpe, Terminator 2 - Il giorno del giudizio, Il tagliaerbe, Il socio, Gattaca - La porta dell'universo, Starship Troopers - Fanteria dello spazio, Il negoziatore, The Cell - La cellula, Little Miss Sunshine, Lo spaccacuori, Viaggio in paradiso, The Counselor - Il procuratore e ad altre serie quali X-Files, ER - Medici in prima linea, Walker Texas Ranger, Millenium, Nash Bridges, Streghe, Jarod il camaleonte, Six Feet Under, 24, Tremors, Senza traccia, Cold Case, Nip/Tuck, Grey's Anatomy, Bones, Lost, True Bloods, Criminal Minds, Medium, CSI - Scena del crimine, CSI: NY  e The Big Bang Theory; come doppiatore ha lavorato nella serie American Dad!. Anche produttore, ha 55 anni e un film in uscita.


Beau Knapp interpreta Knox. Americano, ha partecipato a film come Super 8, Regali da uno sconosciuto - The Gift, The Nice Guys e a serie quali Bones. Ha 29 anni e quattro film in uscita.


Kirby Bliss Blanton, che interpreta Bethany, era una delle fanciulle catapultate nel Green Inferno, a occhio e croce direi la biondina vegana. Il giustiziere della notte ha una storia produttiva travagliata che risale a inizio millennio, quando Stallone avrebbe dovuto sia dirigere il film che interpretare il protagonista, prima di abbandonare il progetto per "divergenze creative"; dopo di lui, per il ruolo di Paul Kersey sono stati fatti i nomi di Liam Neeson (con Joe Carnahan alla regia) e Benicio Del Toro (diretto da Gerardo Naranjo) e persino i due registi di Big Bad Wolves avrebbero dovuto entrare in campo, ma hanno rinunciato quando non gli è stato permesso di modificare lo script del film. Il giustiziere della notte è ovviamente il remake dell'omonimo film del 1974, tratto dal libro di Brian Garfield, quindi se la pellicola vi fosse piaciuta potete recuperarlo e aggiungere i suoi sequel dal 2 al 5. ENJOY!

martedì 22 marzo 2016

Knock Knock (2015)

Due settimane fa Canale 5 ha mandato in onda, in prima serata e senza censure, il film Knock Knock, diretto e co-sceneggiato nel 2015 dal regista Eli Roth. Ovviamente riesco a parlarne solo ora, sorry!


Trama: rimasto solo per un weekend, Evan, architetto sposato e padre di famiglia, la prima notte fa entrare in casa due ragazze infreddolite, bagnate e bisognose di un passaggio per andare a una festa. Le due lo seducono e lo coinvolgono in una notte di sesso ma Evan avrà modo di pentirsene amaramente...



Siccome ormai sono passate praticamente due settimane non starò a perplimermi sulla scelta di Canale 5 di trasmettere un threesome abbastanza esplicito in prima serata e senza nemmeno un bollino rosso oltre a quella che, molto superficialmente, è la storia di due pazze che torturano (più psicologicamente che altro) un povero belinone, dico solo che negli anni '90 ci censuravano Sailor Moon e Rossana per molto meno e la chiudo lì, parliamo di Knock Knock e basta. L'ultimo film di Eli Roth è la sua ennesima rivisitazione di un sottogenere del thriller-horror, dopo i cannibali Deodatiani è toccato al thriller psicologico a sfondo erotico, laddove ovviamente l'erotismo si concentra solo nella prima mezz'ora di film. Il resto è, come ho detto, apparentemente una supercazzola fatta di torture, deliri delle due giovinette e punizioni inflitte al personaggio di Keanu Reeves, all'interno del quale lo spettatore stenta a trovare delle motivazioni che esulino da una semplice e gratuita follia. In realtà all'interno di Knock Knock scatta quel meccanismo che negli anni '70/'80 puniva quelle verginelle che si concedevano al fidanzato nel bel mezzo di un campo estivo, rendendole preda del mostro/maniaco di turno, solo che stavolta il destino si abbatte su un marito fedifrago sotto forma di gnocche spaventose. A dire il vero Genesis e Bel non sono paladine delle donne cornificate, forse le si potrebbe vedere piuttosto come ferventi antagoniste dell'ipocrisia borghese, di quelle famiglie "del Mulino Bianco" che sappiamo benissimo stare in piedi per miracolo. Evan e la moglie sono l'emblema della coppia di successo americana, quella che ha dovuto realizzarsi lavorando ma ANCHE mettendo al mondo due figli che, ovviamente, usano assieme agli impegni lavorativi come scusa per non fare mai sesso; il giorno della festa del papà, non a caso, la moglie oberata dallo stress da Mostra Artistica piglia i bambini e se ne va per un weekend al mare mentre lui decide di rimanere a casa a lavorare "perché è in ritardo" (ma invece di cazzeggiare, visto che lavori in proprio, non potevi pensarci prima?) quando entrambi avrebbero potuto parcheggiare i pargoli già grandini da nonni/amici e passarsi il fine settimana da soli.


Tutto questo per dire che se all'inizio Genesis e Bel stanno davvero sull'anima con quelle loro pose da puttanoni che sanno vivere, man mano che il film procede monta invece l'odio nei confronti di Evan e persino di sua moglie. Tolta la maschera da seduttrici, Genesis e Bel si rivelano due ronzini che mi hanno ricordato molto le gesta dei "Coinquilini di merda" dell'omonima pagina Facebook e la reazione di Evan, prima di trasformarsi in paura, è quella di uno che s'è beccato una sòla su un sito porno proprio quando pensava di godersi una bella lesbicata e si è accorto di aver pagato invece per un filmino di grannies o peggio. Il ragionamento "mi avete offerto della pizza gratis, come potevo rifiutare!" gli fa ancora più onore, soprattutto quando al terrore di venire scoperto dalla moglie si aggiunge il terribile sospetto di essersi scopato due minorenni e se da un lato si potrebbe accusare Knock Knock di misoginia, la verità è che da nessuna parte si evince l'assunto "tutte le donne sono tr**e" mentre viene affermato con prepotenza che quasi tutti gli uomini sono dei vecchi maiali. Eli Roth, Nicolás López e Guillermo Amodeo in primis, ovviamente, ché con tutta probabilità quella di venire "usati" da due donne gnocche da morire era anche un loro chiodo fisso e non a caso Roth almeno una se l'è sposata. A tal proposito, Lorenza Izzo e Ana de Armas sono fantastiche, nei limiti dei personaggi interpretati riescono a tirare fuori un dualismo niente male, passando da raffinate fatalone a mocciosette isteriche fin troppo simpatiche; Keanu Reeves invece è un cagnaccio ed offre un'interpretazione che più forzata non si può ma, come già accadeva a Ben Affleck in Gone Girl, per il personaggio di Evan calza davvero a pennello (uomo di mezza età, finto tonto, orgoglioso del suo passato di DJ vecchio, un burattino senza fichi nelle mani delle due sgnoccole... meraviglioso!). Rispetto ad altri film girati da Eli Roth questo però è davvero una belinata per famiglie (prima. serata. Canale. 5. No comment.) e io comincio a sospettare che la compagnia dei cileni non gli faccia proprio benissimo: Eli bello, quando torniamo alla cattiveria grezza di Cabin Fever e Hostel?


Del regista e co-sceneggiatore Eli Roth ho già parlato QUI. Keanu Reeves (Evan), Lorenza Izzo (Genesis) e Colleen Camp (Vivian) li trovate invece ai rispettivi link.


Aaron Burns, che interpreta Louis, compare anche in The Green Inferno e dovrebbe essere il primo a venire mangiato dai cannibali; allo stesso film ha partecipato anche Ignacia Allamand, che in Knock Knock interpreta la moglie di Evan mentre in The Green Inferno è la fidanzata di Alejandro, la bionda odiosa che viene subito uccisa dalle frecce degli indigeni. Nonostante nei credits compaiano solo i nomi di Eli Roth, Nicolás López e Guillermo Amodeo come sceneggiatori, Knock Knock è il remake del film Death Game che, non a caso, vedeva Colleen Camp nei panni di una delle due folli seduttrici (l'altra era Sondra Locke, tra l'altro co-produttrice di Knock Knock assieme alla Camp, mentre al posto di Reeves c'era Seymour Cassel); un altro remake non ufficiale della pellicola è lo spagnolo Viciosas al desnudo, del 1980. Se Knock Knock vi fosse piaciuto recuperate dunque l'originale e aggiungete Sex Crimes - Giochi pericolosi, Hostel, Hostel 2 e The Strangers. ENJOY!

domenica 4 ottobre 2015

The Green Inferno (2013)

Dopo lunghe e travagliate vicissitudini anch'io sono riuscita finalmente ad andare a vedere The Green Inferno, diretto e co-sceneggiato da Eli Roth nel 2013 ma rimasto a frollare in un limbo distributivo per due anni.


Trama: un gruppo di studenti universitari si reca in Ammazonia per salvare alcune tribù della foresta pluviale, minacciate dalle ruspe di una ditta senza scrupoli. A causa di un incidente aereo i ragazzi finiranno proprio persi nei territori di queste tribù che, ahiloro, si riveleranno cannibali...


Il ritorno dell'exploitation horror cannibale sul grande schermo dopo più di 30 anni bastava già di per sé a fomentarmi tantissimo, ancora prima della visione di The Green Inferno. Non prendetemi per pazza se vi dico che al primo pezzo di carnazza finito sotto i denti della vecchia capatribù ho frenato l'applauso, interamente dedicato alla faccia tosta di Eli Roth, che ha avuto l'ardire di riproporre un genere che, a ben vedere, non era mai sparito del tutto dalla scena horror ma era sempre stato mescolato a perversioni incestuose, ad ambienti degradati appena fuori dal passetto di casa, oppure completamente trasformato in una riflessione filosofica sull'homo homini lupus. E invece Eli ri-tira fuori dall'immaginario collettivo la tribù completamente sconosciuta agli occhi del mondo, tutta ossa nel naso e pelle colorata di rosso o giallo, che non aspetta altro che farsi una bella scorpacciata di buana bianchi e pronti a salvare un mondo al quale non frega una benemerita cippa di loro. Mancava solo il pentolone (ma c'è il forno!), per il resto The Green Inferno ha persino il sale e le erbe aromatiche da utilizzare per cucinare gli incauti bianchi, vittime di indigeni che non sono cattivi o pazzi ma seguono semplicemente i loro incomprensibili usi e costumi tribali, davanti ai quali l'uomo moderno può adattarsi oppure soccombere nel peggiore ed ingiusto dei modi. Con buona pace di maiali, mucche e galline che hanno imparato a fare loro il gesto dell'ombrello, ovviamente. The Green Inferno, con le motivazioni "innocenti" che spingono i mostri (o presunti tali), della pellicola, riporta al cinema l'horror ignorante che getta letteralmente in pasto allo spettatore dei bagni di sangue per il solo gusto di schifarlo e divertirlo e in questo do ragione a Stephen King, che ha definito il film di Roth "un ritorno al cinema da drive-in della sua giovinezza"; che potrebbe essere un complimento come no, ovviamente. Personalmente, come dicevo a Lucia (andate a leggere il suo post in merito, please!) trovo che il film più bello e maturo di Eli Roth sia Hostel 2, sia per il modo in cui il regista riusciva a farci affezionare alle protagoniste sia per la sua capacità di cambiare bruscamente e in maniera inaspettata le prospettive di tutti i coinvolti mostrando anche il punto di vista dei "torturatori", mentre The Green Inferno ha dei personaggi tagliati con l'accetta e mediamente insopportabili, oltre ad essere anche troppo lineare nel dipanarsi della trama.


La furberia di Eli Roth, quindi, non è tanto quella di mostrare macellate fuori dal comune (ero al cinema col mio ragazzo digiuno di horror e il suo commento è stato "il film non mi è piaciuto ma le immagini non mi hanno fatto così tanto schifo") quanto quella di saper creare l'attesa e fomentare l'aspettativa dello spettatore scafato, un'aspettativa che spesso, e per fortuna, rimane estremamente delusa; sinceramente, dopo il primo banchetto mi aspettavo cose fuori dalla grazia di Dio ma se riuscite a superare quello molto probabilmente potrete arrivare alla fine del film senza vomitare, piuttosto la cosa peggiore è stata per me "ricamare" e fare congetture sul destino delle tre donne superstiti, sopratutto dopo gli argomenti che vengono toccati a inizio film. La parte centrale di The Green Inferno è infatti una supercazzola quasi simpatica, con un paio di trucchi da cartone animato che sciolgono la tensione in un'inopportuna risata, nell'attesa che il personaggio più odioso della pellicola, l'infame Alejandro di quell'Ariel Levy che in Aftershock era invece una delle persone più gradevoli, faccia una fine devastante. Le uniche emozioni che The Green Inferno è in grado di suscitare sono in effetti un odio mortale per tale Alejandro e tanta, tanta pena per la povera Lorenza Izzo, ricca figlia di papà dal cuore d'oro, i cui occhioni terrorizzati testimoniano non tanto l'orrore celato nella foresta, quanto la malvagità insita nell'animo di chi si approfitta della bontà altrui ed è pronto a sacrificare chiunque per fare soldi e pubblicità. A parte queste considerazioni, c'è da dire che Eli, rimasto più o meno sempre uguale come sceneggiatore (qui è aiutato da Guillermo Amodeo, autore del già citato Aftershock e dell'imminente Knock Knock, sempre prodotto da Roth), è invece migliorato molto come regista, diventando in qualche modo più "riflessivo" e attento alla bellezza delle immagini; le panoramiche della foresta e le sequenze ambientate nel fiume, dove peraltro la Izzo ha rischiato davvero di annegare, sono piuttosto inusuali per il mio amato cialtronetto, così come alcune riprese della vita quotidiana dei veri indigeni, da me molto apprezzate. Se a questo aggiungete gli effetti splatter superiori di Nicotero & Berger avrete tra le mani un ottimo film di genere, non esagerato quanto vogliono fare credere giornalisti, divieti ai minori di 18 anni ecc., né sicuramente meritevole di entrare nella top 5 di fine anno ma sicuramente divertente e godereccio, almeno per gli amanti di questo tipo di horror.


Del regista e co-sceneggiatore Eli Roth ho già parlato QUI mentre Richard Burgi, che interpreta Charles, lo trovate QUA.

Lorenza Izzo (vero nome Lorenza Izzo Parsons) interpreta Justine. Fortunatissima moglie di Eli Roth, la ricordo per il film Aftershock e tornerà sul grande schermo con l'imminente Knock Knock. Cilena, ha 26 anni e due film in uscita. 


Ariel Levy interpreta Alejandro. Cileno, lo ricordo per il film Aftershock. Ha 31 anni e sei film in uscita. 


Anche Nicolás Martínez, che interpreta Daniel, e Matías López, Carlos, avevano partecipato al film Aftershock; quindi, se The Green Inferno vi fosse piaciuto recuperatelo e aggiungete Cannibal Holocaust, Cabin Fever, Hostel e Hostel 2. ENJOY!

venerdì 6 marzo 2015

Clown (2014)

A novembre succedeva questa cosa orribile. Clown, diretto e co-sceneggiato nel 2014 dal regista Jon Watts e prodotto da Eli Roth, veniva "distribuito" solo in Italia, primo ed unico Paese al mondo a godere di tale privilegio (in Inghilterra e USA il film esce ora straight to video). Mi spiace per i realizzatori della pellicola ma la distribuzione italiana è gestita da fessi e questo è il motivo per cui Clown l'avranno visto in quattro gatti e io riesco a parlarne solo adesso...


Trama: Kent, padre di famiglia, si traveste da clown per il compleanno del figlioletto. La sera non riesce più a togliersi né il costume né il trucco e lo stesso accade il giorno dopo, quando ulteriori tentativi portano l'uomo a ferirsi molto seriamente. Ma altri terribili cambiamenti aspettano Kent al varco...



I già citati quattro gatti che avevano avuto la fortuna di vedere proiettato Clown al cinema non erano stati molto teneri con la pellicola prodotta da Eli Roth. In questi giorni mi sono dunque accinta alla visione con animo gonfio di tristi presagi leggermente mitigati dall'atavico terrore che la figura del pagliaccio notoriamente mi suscita. Sinceramente, non so cos'ha visto la gente ma posso dire che a me Clown è piaciuto e anche molto. Intanto fa davvero paura perché costruisce l'orrore a poco a poco ma lascia comunque sempre intuire allo spettatore quello che succederà, lasciandolo costantemente sul chi va là ad aspettare il peggio. E il peggio, per una volta, arriva. Arriva di brutto. La dolorosa simbiosi tra Kent e il terribile costume da clown è solo l'inizio di un incubo che non guarda in faccia nessuno e che ravviva due dei più efficaci cliché horror della storia del cinema (la possessione demoniaca e il clown, appunto) mescolandoli tra loro con abbondanza di cattiveria, gore e un goccio di approfondimento psicologico che male non fa. Clown non racconta nulla di nuovo, però lo racconta molto bene; la pellicola di Watts soffre di qualche lungaggine nella parte centrale ma in generale dosa bene i tempi della suspance, non ricorre all'effetto "salto sulla sedia" e, soprattutto, per una volta i personaggi fanno cose credibili compiendo anche terribili errori coerenti col loro modo d'essere (sul finale, le scelte di Meg e di suo padre fanno accapponare la pelle quasi più del mostruoso pagliaccio) e persino escamotage come found footage, libri dall'aspetto antico ed "esperti" della maledizione in oggetto funzionano egregiamente senza puzzare di "deus ex machina" messo lì perché lo sceneggiatore non sapeva come mandare avanti la storia.


Ad avermi colpita durante la visione è stato però soprattutto il fatto che Clown è girato benissimo e la cosa mi ha stupita ancor più visto che Jon Kent viene dalla televisione. Fin dalla primissima immagine Clown si dichiara profondamente scorretto, di quella scorrettezza che un horroromane non può non amare: su un frenetico montaggio di immagini dolciotte fatte di torte e clown si sentono dei bimbi che strillano a più non posso. Di terrore? Di gioia? Lo spettatore lo scoprirà di lì poco ma l'impatto iniziale è già molto feroce, una sorta di invito ad aspettarsi qualunque cosa. Ci sono altre sequenze estremamente azzeccate e ben girate nel corso di Clown (la migliore, che ogni stronzo esordiente convinto di poter sbattere a destra e manca la cinepresa per girare un horror dovrebbe studiare inquadratura per inquadratura, riesce a trasformare in un ansiogeno labirinto una di quelle costruzioni fatte di tubi e scivoli e scusate se è poco), importantissimo pregio che va a braccetto con un'intelligente gestione del make up. L'attore Andy Powers "cambia" letteralmente sotto gli occhi dello spettatore, grazie anche a sapienti giochi di luci ed ombre che rendono il suo volto ancora più inquietante di quanto già non facciano trucco, protesi e lenti a contatto, inoltre lui ci mette del suo a rappresentare la sofferenza di un uomo consumato da un'entità incontrollabile, crudele e perennemente affamata. E' vero che il finale l'ho trovato, come spesso succede, un po' sbrigativo e in qualche modo banale ma almeno i realizzatori non hanno usato la CG per rendere le scene più "spettacolari" e, soprattutto, in generale l'intero film sembra uscito dritto dalla penna di uno Stephen King tornato in splendida forma: l'orrore che esplode all'improvviso, gettando a gambe all'aria la vita di persone normali. Ce ne fossero di pellicole così, gente. Stavolta il mio cialtronetto preferito ha davvero dato il bianco!


Di Peter Stormare (Karlsson), Eli Roth (Frowny il Clown) e Laura Allen (Meg) ho già parlato ai rispettivi link.

Jon Watts è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Probabilmente americano, ha all'attivo dei corti e altri lavori televisivi. Anche produttore, attore e animatore, ha in uscita il film Cop Car, un thriller con Kevin Bacon.


Andy Powers interpreta Kent. Probabilmente americano, ha partecipato a serie come Squadra emergenza, Taken, Oz, NYPD, CSI - Scena del crimine e E.R. Medici in prima linea. Ha un film in uscita.



Senza volerlo abbiamo pubblicato in contemporanea con Il giorno degli zombi! Check out il post di Lucia QUI!

mercoledì 5 giugno 2013

Il BollOspite: Aftershock (2012)

Dopo aver (quasi) letto le recensioni del Bradipo e di Lucia il film da vedere a tutti i costi questo mese è diventato Aftershock, diretto nel 2012 da Nicolás López. La presenza del mio amato Eli Roth come attore, produttore e co-sceneggiatore ha dato il via ad un’accesa discussione tra me e Beatrix di Cinquecentofilminsieme, fiera odiatrice dell’Orso Ebreo. Quindi abbiamo deciso di scambiarci le recensioni ed ecco il risultato scritto di pugno dalla BollOspite d'eccezione (la mia, ovviamente, la trovate sul suo blog)! ENJOY!


Trama: un gruppo di ragazzi in vacanza in Cile si ritrova coinvolto in un terribile terremoto. Ad essere davvero fatale, però, rischia di essere quello che li aspetta in superficie, durante le scosse di assestamento…


Allora, Eli mio caro. Sgombriam subito ogni dubbio. Tu, cinematograficamente, non mi piaci, anzi, mi stai proprio su gli zebedei. Umanamente sarai sicuramente una persona carina e simpatica, ma quando si tratta di film ti considero un cialtrone, furbo, tronfio e leggermente psicotico...oh...l'ho detto!Si, perche' non mi spiego come ad una persona normale  possa esser venuto in mente non dico "Cabin Fever" (dove, sostanzialmente, non hai inventato nulla) ma una porcheria come "Hostel". Ma siamo sostanzialmente qui per parlare del tuo ultimo capolavoro, si, perchè a dirigerlo ci sarà pure l'amichetto tuo, ma il film porta la tua impronta, al cento per cento. Dunque, Eliuccio, devi sapere che un annetto fa vicino a casa mia è venuto un terremoto. Certo, non terribile come quello in Cile, ma son morte delle persone, insomma, è stato un periodo non bellissimo...fermo...aspetta..giù le mani dal portatile....questo solo per comunicarti che ho trovato l'operazione "Aftershock", lo sfruttamento di una tragedia reale per farci un (brutto) horror, fastidiosa e moralmente riprovevole.  Lo sò, sono la solita italiana bacchettona e moralista,che non capisce il sottotesto sociale che si cela dietro i tuoi capolavori (eh...come no...) ma il tuo filmaccio mi ha irritata, e non poco. Analizzandolo poi dal punto di vista puramente cinematografico....fa schifo.  Debbo ammettere che tu, come attore non te la cavi malaccio. Al di là di riuscire bene quando diretto da Tarantino (che probabilmente farebbe anche di me una grande attrice), pure qui ti pigli il ruolo migliore, certo, i tuoi comprimari sono inguardabili, ma tu ne esci quanto meno  in maniera decente. L'amichetto tuo va bene giusto a dirigere horroracci di serie z, e ce ne faremo una ragione. Ma soprattutto, "Aftershock" è un film scritto in maniera indecente. Come?Lo hai scritto tu??Ecco, appunto...quando penso che tu ti proclami sceneggiatore come Mark Boal (che è pure più figo di te...) mi vengono i brividi; e poi scusa, non è perché sei amico di Tarantino che acquisisci automaticamente il suo talento. Lui sa scrivere i film, tu no. Per i primi 35 minuti "Aftershock" è noiosissimo. Non ne potevo più di vedere sederi e paesaggi. Ho capito che l'unica cosa che ti interessa è farci vedere quanto questi sei idioti patiranno e come moriranno male, ma sarebbe stato più carino rappresentarli come qualcosa di più di un branco di scimmie ammaestrate. Un barlume di speranza nei minuti dopo il terremoto ce l'avevi data, l'atmosfera è angosciante al punto giusto, ma poi, dopo, tutto si trasforma nella solita sequenza di gente morta male con cui lo spettatore non riesce ad empatizzare, e di sopravvissuti che, in attesa a loro volta di crepare in maniera atroce, si comportano da idioti patentati. Ti pensavo oltretutto misoginuccio, ed invece ci doni pure un prefinale alla "The Descent" (in versione coatta ovviamente) che in mezzo al marasma nemmeno tanto male ci stà. Poi arriva un finale a dir poco...scemo. Ecco. non so come altro definirlo. Un finale scemo per un film che, a quanto pare, questa volta non ha conquistato il box office, per fortuna.


Bene Eliuccio caro, credo che questa sarà l'ultima volta che le nostre strade si incroceranno,e, ovviamente, non te ne frega nulla, non sai manco che esisto, però se devi per forza continuare a fare cinema limitati a recitare nei film dell'amichetto tuo và...no, non Lopez, un certo Quentin...almeno con lui non fai grossi danni...

Ammazza, Beatrix, m'hai massacrato m'hai!!
Di Eli Roth, produttore, co-sceneggiatore e interprete dello sfigatissimo Ringo, ho già parlato qui.

Nicolás López è regista e co-sceneggiatore della pellicola. Cileno, ha diretto film come Promedio Rojo (apprezzatissimo da Tarantino), Santos e Que pena tu vida (seguito da Que pena tu boda e Que pena tu familia). Anche attore, ha 30 anni.


La maggior parte dei quasi sconosciuti membri del cast avevano già recitato nei vari film di López e sono così entrati a far parte dei vari progetti legati ad Eli Roth: Lorenza Izzo (Kiley) l’abbiamo già vista in Hemlock Grove e la ritroveremo nell’imminente The Green Inferno assieme a Nicolás Martínez (Pollo), Ariel Levy (Ariel) e Matías López (fratello minore del regista, in Aftershock interpreta Marito). Se il film vi fosse piaciuto, la Bolla consiglia la visione di Hostel, Hostel part II e dell’immancabile, vecchissimo Terremoto. ENJOY!!

lunedì 15 aprile 2013

Hostel (2005)

Mi sono resa conto di aver parlato ormai qualche anno fa di Hostel: Part II ma di non avere mai affrontato Hostel, diretto nel 2005 da Eli Roth. E' giunto il momento di rimediare.


Trama: tre giovinastri che viaggiano per l'Europa in cerca di sesso e droga finiranno per diventare vittime di un'organizzazione che fornisce ai ricconi annoiati l'occasione di torturare e uccidere le persone..


Adesso passerò per maniaca e pervertita, ma Hostel è un film che mi piace parecchio. Eli Roth è sicuramente uno dei peggiori cialtroni sulla faccia del pianeta (e lo dico con amore) ed è anche un piccolo raccomandato dal divino Quentin, ma non si può dire che non curi con attenzione le sue pellicole, che diventano man mano più interessanti ogni volta che le si riguarda. Mettendo un attimo da parte il modo all-american con cui viene descritta l'Europa, ovvero un luogo di depravazione e di depravati equamente ripartiti in zoccole, delinquenti, ignoranti e drogati (ma a noi italiani andrà peggio con Hostel II e con le aberranti scene ambientate sul treno!!), in quasi tutte le sequenze della pellicola vi sono infatti dei rimandi a alle scene che verranno e dei richiami a quelle passate in grado di formare nella loro totalità un cerchio perfetto e di mostrare una coerenza che raramente si può trovare in un horror. Il destino dei protagonisti, così come accadeva nel ben più ironico Cabin Fever, è segnato fin dall'inizio, fin dal loro trovarsi "così lontani da casa" e conseguentemente privi di freni: come in un terribile contrappasso dantesco, chi prima faceva il "guardone" nel girone del sesso è destinato a finire vittima o carnefice in quello della morte, con un azzardato parallelo tra i corridoi delle case d'appuntamenti di Amsterdam e quelli della fabbrica delle torture in Slovacchia. A differenza di altri film horror, inoltre, dove l'americano medio nasce e muore ignorante, qui il protagonista Paxton viene costretto a scrollarsi di dosso pregiudizi e lassismo e a tirare fuori tutta la sua intelligenza, la conoscenza delle lingue, la capacità di capire usi e costumi del luogo e persino una certa dose di sensibilità per salvarsi la vita. Non mi azzarderei a parlare di racconto di formazione, ma è innegabile che il protagonista si evolve parecchio nel corso della pellicola.


C'è da dire, altra cosa particolare di Hostel, che il protagonista si evolve anche e soprattutto in peggio. Non salta subito all'occhio, ma già guardandolo una seconda volta ci si rende conto che il film, per quanto annoverato tra le pellicole più sanguinarie del globo terracqueo, mostra sì qualche tortura (ampiamente superata da altri torture porn) ma, in definitiva, le uccisioni delle vittime urlanti avvengono tutte fuori dallo schermo, mentre quelle perpetrate da Paxton sono le uniche alle quali lo spettatore può davvero testimoniare. Se all'inizio il protagonista è uno dei tanti backpackers strepponi che invadono l'Europa, sul finale lo vediamo assomigliare parecchio anche nell'abbigliamento e nello sguardo ai membri dell'élite di assassini e torturatori, mentre le belle Natalya e Svetlana, dee slovacche del sesso e della trasgressione, verso la fine si mostrano tranquillamente sfatte e struccate, con una bruttezza esteriore che rispecchia finalmente quella interiore.


Per quanto riguarda la realizzazione, gli effetti speciali sono validissimi e molto realistici: ho detto che in quanto a torture Hostel risulta stranamente blando, ma la verità è che mi è impossibile guardare quella inflitta a Kana senza che mi scenda una lacrima, forse perché la poveretta urla in giapponese e la cosa mi strazia in maniera indicibile o forse perché il suo destino è particolarmente crudele. Stranamente, sono molto validi anche gli attori, soprattutto il già citato Jay Hernandez, ed è gradevole anche il gioco citazionista in cui indulge Eli Roth, inserendosi nel filone Tarantiniano quasi "con grazia", senza esagerare: abbiamo l'apparizione speciale di Takashi Miike, uno schermo che proietta Pulp Fiction in slovacco e un omaggio a chi è stato tanto malato da produrre una versione porno di Cabin Fever, inoltre gli italiani riconosceranno tranquillamente una cover ceca di Stella Stai di Umberto Tozzi tra i vari pezzi della colonna sonora (per la cronaca, Treti Galaxie di Michal David). E se quest'ultimo dettaglio non vi fa venire voglia di vedere l'ottimo Hostel, non so cos'altro potrebbe farlo!!


Del regista Eli Roth, che compare all’inizio a sballarsi nel coffee shop, ho già parlato qui mentre Takashi Miike, che interpreta il cliente giapponese della fabbrica delle torture, lo trovate qua.

Jay Hernandez (vero nome Javier Manuel Hernandez Jr.) interpreta Paxton. Americano, ha partecipato a film come World Trade Center, Grindhouse (fake trailer di ThanksGiving), Hostel: part II e Quarantena. Ha 34 anni e un film in uscita.


Derek Richardson interpreta Josh. Americano, ha partecipato a film come Scemo &  più scemo – Iniziò così…, Hostel: Part II e alle serie Dr. House e American Horror Story. Ha 37 anni.


Nel DVD c’è un finale alternativo, eliminato perché giudicato troppo cupo, in cui Paxton rapisce la figlioletta dell’uomo d’affari olandese (che mostrava in effetti la sua foto in treno ad Oli e agli altri) e le copre la bocca per impedirle di urlare. Nel trailer, inoltre, viene detto che Hostel è stato ispirato da eventi realmente accaduti: in verità, pare che Eli avesse trovato un sito Tailandese dove si faceva pubblicità a delle cosiddette “murder vacation” che offrivano agli utenti la possibilità di torturare e uccidere delle persone pagando 10.000 dollari. Il regista non ha mai capito se il sito fosse vero o no, ma la cosa gli aveva dato l’idea per un documentario su queste “murder vacation”… quando però ha capito che mettersi in contatto con i coinvolti era pressoché impossibile e che lui stesso avrebbe rischiato una fine poco simpatica, ecco che il documentario è diventato l’opera di finzione che tutti conosciamo. Hostel ha generato due seguiti, il pregevole Hostel: Part II, sempre diretto da Eli Roth, e Hostel III, uscito straight to video e diretto da Scott Spiegel. Non l’ho ancora visto ma chi lo ha fatto lo sconsiglia, quindi se Hostel vi fosse piaciuto cercate invece Saw, Borderland - Linea di confine, Wolf Creek e La casa del diavolo. ENJOY!!


domenica 30 dicembre 2012

The Man with the Iron Fists (2012)

Ieri sera mi sono stravaccata in poltrona per una serata all'insegna della tamarreide, che mi ha portata alla visione di The Man With the Iron Fists (che uscirà in Italia a febbraio col titolo - corretto ma orrendo - L'uomo con i pugni di ferro, che tanto ricorda la frase storica di un famoso film di Maccio Capatonda) del regista RZA.


Trama: nell'antica Cina, diversi clan di guerrieri si contendono un'incredibile quantità di monete d'oro. Ad andarci di mezzo sarà un fabbro, ex schiavo ed ex monaco, che per salvare sé stesso e la donna amata dovrà allearsi con un militare inglese ed il figlio di un capoclan tradito dai compagni ...


Per spiegare cosa sia questo The Man with the Iron Fists occorre ritornare ai tempi dell'infanzia. Dovete sapere che io sono sempre stata molto brava a disegnare, un po' meno a colorare, e che quando ad una mia amichetta erano stati regalati dei meravigliosi e costosissimi pastelli Caran D'Ache non facevo altro che chiederglieli in prestito, illudendomi che questi magici colori mi avrebbero fatta diventare brava come lei. Niente, capra ero e capra sono rimasta. Ma lo stesso ragionamento deve averlo fatto anche RZA che, forte di una non disprezzabile fantasia e una certa abilità in campo musicale (a me come genere fa hahare ma, de gustibus...), ha deciso di farsi prestare soldi, mezzi, stile, amici e soprattutto nome con marchio di fabbrica acchiappagonzi dal divino Quentin e qualche idea dal meno divino ma sempre meraviglioso Eli Roth per mettere su il suo film d'esordio, raggiungendo così un risultato che, purtroppo, altro non è che una copia mal riuscita dell'inimitabile blend di generi tanto amato da Tarantino. La trama di The Man with the Iron Fists, infatti, non è altro che un esilissimo canovaccio al quale attaccare un mix di wu xia, gore, ultraviolenza, musiche reppuse, vaghi accenni al western e topa. Che poi è tutto quello che sicuramente venerano quei tre debosciati di RZA, Tarantino e Roth, che in pratica si sono creati un film da guardare in compagnia facendosi grasse risate.


Per lo spettatore "normale" questo film invece risulterà un'accozzaglia di fuffa senza capo né coda; per chi, come me, è Bastardo Senza Gloria inside l'unica cosa da fare è mettere da parte l'ovvia irritazione causata dai maldestri tentativi di scopiazzare il Maestro e dare a Cesare quel che è di Cesare. Cominciamo con i pregi. The Man with the Iron Fists è coreografato benissimo, i combattimenti (ovviamente, se piace il genere wu xia) sono un trionfo di stilosissime acrobazie che vanno contro ogni regola della gravità e della fisica, inoltre l'abbondante uso di lame di qualsiasi foggia con conseguente profusione di sangue è qualcosa che trovo sempre assai affascinante. Molto belli anche i costumi e le scenografie, soprattutto per quanto riguarda i combattimenti finali tenuti all'interno del bordello, accompagnati da una delicata pioggia di petali di ciliegio, e per quel che concerne il duo di gemelli guerrieri, emblemi viventi dello ying e dello yang sia per le armi che per i vestiti. Come ben sapete, personalmente apprezzo anche il trash e la tamarreide, che qui vengono usate senza vergogna e come se non ci fosse un domani: il personaggio di Russell Crowe è talmente laido e piacione che farebbe passare la voglia di toccarlo anche a una ninfomane, i due villain sono uno più deficiente e imbarazzante dell'altro (Silver Lion pronuncia delle battute a dir poco pietose e Poison Dagger, un cinese con gli occhi di ghiaccio, nun se po' guardà!), il pistolotto zen che consente al fabbro di diventare "l'uomo coi pugni nelle mani" prima, Kenshiro poi e Supersayan di terzo livello sul finale rischia di annichilire lo spettatore e, infine, il taurissimo wrestler Dave Bautista come uomo d'ottone tocca l'apice della serie Z, al punto da risultare quasi commovente. Insomma, poteva essere un capolavoro.

E con che cosa fa rima "ottone"...? Hmmm....
Invece, il difetto del film è 'sto cavolo di RZA. Oddio, no, c'è anche la trama, una belinata fatta di luoghi comuni ed idee nerd, ma io mi immagino Eli Roth che ride e si emoziona come un bambino mentre butta giù la sceneggiatura e alla stupidità del mio futuro marito non posso resistere. Però, RZA, parliamone. Sei inespressivo come una patata lessa, mollo come la panissa, non sai parlare inglese, Cristo santo, NON puoi ritagliarti il ruolo del protagonista, non hai carisma! Quentin ed Eli sanno recitare, gigioneggiano, se lo possono permettere, tu NO. E uno. Due. Lo split screen. Cioccolatino mio bello, questa è una tecnica che innanzitutto bisogna sapere padroneggiare e poi, una volta acquisito tale virtuosismo, andrebbe usato con parsimonia. Dalla metà del film in poi non c'è una maledetta scena che non venga ripresa da trentadue angolazioni diverse e messa su uno schermo trasformato per l'occasione in scacchiera. E miseria, ma Kill Bill te lo sarai guardato, no? Sì, si capisce che la battaglia tra la Sposa e gli 88 Folli t'è piaciuta un casino, ma proprio non hai imparato nulla dal Maestro! Terzo. La Cina feudale con il rap di strada ci sta davvero come i cavoli a merenda. Potrei concederti una sola canzone, ma un'intera colonna sonora di questo tenore farebbe cadere tutti i bling dal collo persino a 50 Cents. Caro Robert Fitzgerald Diggs, a The Man with the Iron Fists do sicuramente la sufficienza per una questione di devianza mentale, ma mi aspettavo moolto meglio. Come dicono a scuola, potevi fare di più, soprattutto col materiale, il cast stellare e i soldi che ti sei indegnamente ritrovato tra le mani.


Di Russell Crowe (Jack Knife), Lucy Liu (Madame Blossom), Jamie Chung (Lady Silk), Eli Roth (inserito nei credits come membro del clan dei Lupi ma non sono riuscita a scorgerlo purtroppo!) e Pam Grier (Jane, la madre del fabbro) ho già parlato nei rispettivi link.

RZA (vero nome Robert Fitzgerald Diggs) è regista, cosceneggiatore della pellicola e interpreta il fabbro. Musicista americano, è al suo primo film ma ne sta per girare altri due. Anche produttore, ha 43 anni.


Rick Yune (vero nome Richard Yun) interpreta Zen Yi, The X-Blade. Americano, ha partecipato a film come Fast and Furious, La morte può attendere e a serie come Alias e CSI: Scena del crimine. Anche produttore e sceneggiatore, ha 41 anni e un film in uscita.


Gordon Liu (vero nome Jin-Hsi Shin) interpreta il monaco. Cinese, lo ricordo per film come Kill Bill - Volume I e Kill Bill - Volume II. Anche stuntman, regista e produttore, ha 57 anni e tre film in uscita.


Il film concluso era lungo ben quattro ore. Ringraziamo Eli Roth per aver inculcato (inaspettatamente!!) un po' di senno nell'arrogante RZA che avrebbe voluto dividerlo in due parti a mò di Kill Bill e per averlo convinto a tagliarlo fino ad ottenere i canonici 90 minuti. A prescindere da questo scampato pericolo, se The Man with the Iron Fists vi fosse piaciuto consiglio la visione di Kill Bill Voll. 1 e 2 e di Pronti a morire di Sam Raimi. ENJOY!!



Se vuoi condividere l'articolo