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martedì 20 maggio 2025

Il Bollalmanacco On Demand: Little Sister (2015)

Tra challenge e nuove uscite è davvero difficile trovare spazio per le rubriche "storiche" del blog. Oggi, però, torna il Bollalmanacco On Demand con un film scelto da Ross, ovvero Little Sister (うみまちダイアリー - Umimachi Diary), diretto e sceneggiato nel 2015 dal regista Hirokazu Koreeda a partire dal manga Our Little Sister - Diario di Kamakura, di Akimi Yoshida. Il prossimo film On Demand sarà The Gangster, the Cop, the Devil.


Trama: alla morte del padre che le aveva abbandonate da piccole, le sorelle Koda si recano al suo funerale, nel paese dove l'uomo si era risposato per la terza volta. Lì, scoprono di avere una sorellastra, la giovanissima Suzu, rimasta ormai orfana, e decidono di invitarla a vivere con loro...


Our Little sister
è un manga che ho adorato, forse perché l'ho acquistato poco dopo essere tornata dal mio secondo viaggio in Giappone e avere visto Kamakura, dov'è ambientato. Ero curiosa di vederne una trasposizione live action, tra l'altro diretta da un grande regista come Koreeda, ma mentirei se non dicessi che ne sono rimasta delusa. Prima di parlare del film, forse è meglio spiegare cos'è il manga, anche per capire le difficoltà che l'adattamento ha dovuto affrontare. Our Little Sister è uno slice of life e racconta le vicende quotidiane delle tre sorelle Koda che, un giorno, vengono convocate al funerale del padre che le aveva abbandonate da bambine. Lì incontrano Suzu, figlia di secondo letto dell'uomo, rimasta orfana di entrambi i genitori e costretta a affrontare la prospettiva di vivere con una terza donna che il padre aveva sposato dopo essere rimasto vedovo. Conquistate dalla maturità e dal contegno di Suzu, sentendosi in colpa per la natura scellerata del padre ("era uno stupido, ma buono"), le sorelle Koda invitano la ragazzina a vivere con loro nella grande casa materna, un edificio giapponese vecchio stile, a Kamakura, dove Suzu, letteralmente, rinasce. Il manga si concentra sulla carriera calcistica di Suzu e le vicende dei suoi compagni di scuola, sugli amori tormentati delle tre sorelle maggiori, sul loro legame con molti abitanti di Kamakura, cementati da attività "normali" come mangiare, preparare distillati, allenarsi, lavorare; attraverso questa quotidianità, l'opera tocca temi quali la morte (con tutto ciò che consegue, problemi economici e familiari in primis), la malattia, la capacità di tornare ad avere fiducia verso gli altri, l'importanza della famiglia, non necessariamente di sangue. E' un'opera che scorre lenta, una coccola quotidiana da leggere quando ci si sente malinconici, all'interno della quale ogni comprimario è importante. Purtroppo, date le premesse e la necessità di condensare una dozzina di volumi in due ore, il rischio di realizzare un film noioso e superficiale era dietro l'angolo, e purtroppo Little Sister è caduto nel tranello con tutte le scarpe. 


Il film di Koreeda è, infatti, un bignami del manga. Ci sono interi dialoghi riproposti parola per parola e situazioni identiche (ci sono persino i rafidoforidi nel bagno, con tanto di inquadratura sull'insetto!); a volte, questo approccio funziona, per esempio durante il funerale del padre delle sorelle o durante il duro confronto con la madre delle Koda, altre volte vien da pensare che la sceneggiatura avrebbe potuto approfondire un po' di più altri momenti, magari elaborando qualcosa di originale, invece di mostrare interminabili cene e pranzi in famiglia. Per accontentare i fan del manga sono stati inseriti alcuni personaggi che lì sono fondamentali, come il vecchio dello Yamanekotei oppure il giovane mantenuto di Yoshino, ma nel film si limitano, appunto, ad essere degli omaggi privi di carisma o utilità, che solo chi conosce l'opera della Yoshida potrebbe apprezzare; la loro importanza nella crescita delle sorelle, così come quella di alcuni eventi come la morte della signora della trattoria Umineko (indispensabile motore delle scelte lavorative di Sachi e della maturità emotiva e sentimentale di Yoshino), non viene percepita e risultano come tocchi di "colore", tanto per ravvivare la trama. Anche le quattro protagoniste non sono particolarmente memorabili. Little Sister si concentra soprattutto sul legame tra la sorella maggiore, Sachi, e la piccola Suzu, che oscilla tra la diffidenza iniziale e una lenta apertura, mentre Yoshino e Chika incarnano, rispettivamente, l'ubriacona umorale e la stramba di casa; a onor del vero, le due sorelle sono così anche nella prima parte del manga, e la loro crescita avviene nella seconda, però il film le rende due stereotipi monodimensionali, soprattutto Chika. Il problema di Suzu, invece, è l'attrice. Troppo remissiva, quasi inespressiva, brilla durante la sequenza della partita di calcio per poi spegnersi, lontana anni luce dalla Suzu matura ma vivace del manga. Per quanto mi riguarda, l'unico pregio di Little Sister sono le location, in particolare la casa dove vivono le sorelle Koda, una struttura in stile tradizionale con un ingresso splendido e degli interni che profumano di vecchio Giappone, perfetta per catturare le atmosfere del manga. Per il resto, un prodotto evitabile, che la scellerata Amazon Prime offre (peraltro solo a noleggio, quindi costringendo l'utente a pagare pur avendo l'abbonamento) solamente doppiato in italiano, il che rende il tutto ancora più piatto e monocorde. Un'occasione sprecata, peccato! 

 


Del regista e sceneggiatore Hirokazu Koreeda ho già parlato QUI.

martedì 22 dicembre 2015

Assassination Classroom (2015)

Sapete che amo il Giappone, vero? E sapete anche, nonostante purtroppo non abbia più l'età né il tempo per seguirli come una volta, che amo gli anime e i manga. Questo è il motivo per cui qualche sera fa mi sono imbarcata nella visione del live action Assassination Classroom (暗殺教室 - Ansatsu Kyoushitsu), diretto dal regista Eiichiro Hasumi e tratto dal manga omonimo di Yusei Matsui.


Trama: un essere dotato di tentacoli e capace di muoversi a velocità Mach 20 distrugge buona parte della Luna e minaccia di fare lo stesso con la Terra se, entro un anno scolastico, non verrà fatto fuori. L'essere chiede inoltre di poter insegnare nella classe E (come End) dell'istituto Kunugigaoka, i cui alunni vengono designati come potenziali killer del mostro, nel frattempo ribattezzato Korosensei: in caso di successo ai ragazzi spetterebbero ben dieci miliardi di yen!


L'anno scorso mi sono follemente innamorata di un essere dalla testa tonda, il corpo tentacolato e capace di cambiare colore a seconda dei suoi stati d'animo. Questa creatura peculiare, denominata Korosensei dall'unione delle parole giapponesi sensei e korosenai (insegnante che non si può uccidere), è il protagonista del manga Assassination Classroom, una delle cose più divertenti ed intelligenti che mi si capitato di leggere negli ultimi tempi. L'opera di Yusei Matsui unisce storie semplici di ordinaria quotidianità scolastica ad una situazione che di ordinario non ha proprio nulla: la classe E dell'istituto Kunugigaoka, composta da studenti delle medie espulsi ed allontanati dall'edificio principale in quanto "inferiori" agli alunni delle altre sezioni, non segue solo normali lezioni ma ha anche il difficile compito di uccidere una creatura apparentemente invincibile che ha volutamente scelto di insegnare in quella classe particolare nell'attesa di distruggere la Terra alla fine dell'anno scolastico. Dopo otto volumi il segreto che si cela dietro la decisione di Korosensei (nonché alle sue origini!!) è ancora avvolto nel mistero ma io ho avuto intanto un anno di tempo per innamorarmi di lui e disperarmi per non avere mai avuto un insegnante simile. La bellezza delle storie di Yusei Matsui, dotate di un'ironia spesso grottesca ma mai volgare, è infatti il modo in cui Korosensei riesce ad affinare le arti omicide dei suoi giovani protetti formandoli allo stesso tempo come studenti ed esseri umani, tirando fuori il meglio di loro in ogni situazione ed elevandoli dalla tragica ed umiliante condizione in cui sono stati gettati dal crudele preside dell'istituto Kunugigaoka. Non ho avuto tempo di recuperare l'anime, anche perché non amo molto le animazioni di quelli recenti, però ho voluto guardare a tutti i costi il film di Eiichiro Hasumi sperando che l'intelligenza del manga potesse risaltare con forza anche in un live action e invece...


E invece Assassination Classroom è stato un mezzo diludendo. La trama segue quasi pedissequamente quella del manga (cosa che conclude forzatamente il film con un finale aperto, nell'attesa che escano altri tankobon dell'opera cartacea) ma laddove i tempi ovviamente dilatati del fumetto consentono al lettore di conoscere i personaggi e gustarsi la loro evoluzione, in un adattamento cinematografico come questo l'impressione è quella di avere davanti tante piccole storie scollegate tra loro, noiosine e poco divertenti. Vista l'abbondanza di studenti  presenti nel manga, la trama del film si focalizza esclusivamente su quelli principali o più particolari (il mingherlino Nagisa, lo scavezzacollo Karma, il computer Ritsu e ovviamente il violento Itona), inglobati all'interno delle quattro/cinque "minisaghe" chiave concertate da Yusei Matsui finora, mentre personaggi fondamentali come i due professori Karasuma e Irina "Bitch Sensei" Jelavich paiono messi lì giusto per dovere di precisione e sono ben distanti dalle figure tridimensionali del manga. Più che emozionare, il film di Eiichiro Hasumi incuriosisce visivamente, nel senso che l'inizio è serissimo e non ha nulla da invidiare agli action horror occidentali, poi diventa un tripudio di assurdità colorate e combattimenti tentacolati; sinceramente, non ho ancora capito se l'impressionante (in senso positivo!) Korosensei sia stato realizzato in CGI oppure se si tratti di un mix di computer graphic e riprese dal vivo di un pupazzone con all'interno un attore! Purtroppo, questi ultimi sono un'altra nota negativa del film. L'intera classe E pare il tripudio del cosplay venuto male, il moccioso che interpreta Itona, con quella pelle abbronzata e i capelli semoventi , fa impressione, Karasuma dal figo che è nel manga è diventato un vecchiaccio privo di carisma e la povera Bitch Sensei, che a rigor di logica dovrebbe essere russa (Irina Jelavich), viene interpretata da una coreana con un'improbabile parrucca gialla in testa che fa più ridere del povero Korosensei (a proposito, bellissima la risata del doppiatore!!). Insomma, un mezzo sfacelo, via, nonché un film che vi consiglio di guardare solo se siete curiosi o avete un'insaziabile "fame" di Korosensei. In caso, sappiate che non siete soli nella vostra follia tentacolata!

Eiichiro Hasumi è il regista della pellicola. Giapponese, ha diretto un bel po' di film e serie che non conosco e sta per tornare con Assassination Classroom: Graduation, che dovrebbe uscire nel 2016. Ha 48 anni.


Se Assassination Classroom vi fosse piaciuto recuperate assolutamente il manga omonimo edito dalla Planet Manga e, nell'attesa che esca Assassination Classroom: Graduation, aggiungete la serie animata e live action come As the Gods Will o L'attacco dei giganti. ENJOY!

venerdì 21 agosto 2015

Il Bollodromo #10: Death Note di Tsugumi Ooba e Takeshi Obata

Dopo averne parlato con un amico, in queste settimane ho deciso di ripescare e rileggere il manga Death Note di Tsugumi Ooba e Takeshi Obata, pubblicato in Italia dalla Planet Manga e composto da 12 volumi più una sorta di compendio/guida alla lettura.


Di cosa parla?
Light Yagami è uno studente liceale molto dotato e brillante che, un giorno, entra in possesso di un Death Note, un quaderno che consente di uccidere le persone semplicemente scrivendoci sopra il loro nome. Il ragazzo comincia ad usare il quaderno (lasciato cadere sulla Terra per divertimento dal dio della morte Ryuk) per liberare il mondo dai criminali ma le sue buone intenzioni lo trasformano presto in un assassino privo di scrupoli...

Perché mi è piaciuto?
Cosa fareste voi se aveste tra le mani un quaderno capace di dare la morte a tutti coloro di cui conoscete volto e nome? Come può un essere umano rimanere tanto lucido davanti ad un simile potere da non cominciare ad usarlo per scopi poco nobili e decisamente personali? E qual è la differenza tra chi uccide per "giustizia" e chi per pura e semplice malvagità? Uccidere, a prescindere dalle motivazioni, non è già sbagliato di per sé? Questi sono i presupposti da cui parte Death Note, un manga che inizia come opera horror/fantastica e viene sviluppato con un approccio razionale ed estremamente logico, trasformando la caccia all'assassino in un'investigazione a tutti gli effetti (resa difficoltosa dal fatto che il protagonista ha ovviamente poteri ultraterreni assai difficili da provare empiricamente). Death Note è essenzialmente una sfida di intelligenza tra Light Yagami, ribattezzato dai media Kira come "killer" e l'abilissimo detective Elle e si snoda tra ininterrotti colpi di scena, cambi di schieramento, sacrifici di pedine, scazzatissimi interventi divini (gli Dei della morte sono in gran parte dei debosciati che giustamente non hanno alcun interesse per le umane vicende ma riescono a farsi manipolare da Light come fossero dei mocciosi) e ininterrotte elucubrazioni atte ad ingannare e prevenire le mosse del nemico. La sceneggiatura di Tsugumi Ooba mescola sapientemente i generi e anche i vari registri, passando dall'angosciante, al serio e persino al comico con invidiabile naturalezza e tenendo le fila di una storia incredibilmente complessa, zeppa di importantissimi personaggi secondari che, in qualche modo, l'autore riesce a rendere umani e complessi anche solo con un paio di dialoghi. I disegni di Takeshi Obata e il suo stile elegante e sobrio sono invece perfetti per raccontare attraverso le immagini le vicende di Light Yagami e compagnia; a rigor di logica, l'ambiente della polizia giapponese rischierebbe di risultare molto noioso sia da disegnare che da guardare ma Obata riesce a conferire ad ogni detective una caratteristica peculiare e un character design accattivante (Elle, Mello e Near sono graficamente assurdi, pur essendo esseri umani) e ovviamente si "sfoga" disegnando di tanto in tanto dei fantasiosi quanto darkettonissimi shinigami o gli stravaganti look della idol Misa Misa.

E quindi?
Quindi, come dimostra il fatto che a distanza di anni ho riletto l'opera almeno mezza dozzina di volte e ancora non mi sono stancata, Death Note è una piacevolissima lettura che consiglio senza remore. La prima parte a mio avviso è più incalzante, rapida ed esaltante, nella seconda diventa un po' più ripetitiva e i personaggi perdono un po' del carisma iniziale, inoltre ho trovato la conclusione leggermente "insapore" ma per il resto credo che il manga di Ooba e Obata meriti di fare bella mostra sugli scaffali di qualsiasi libreria!

Elle sfida pubblicamente Kira, per la gioia dello shinigami Ryuk!




martedì 14 luglio 2015

As the Gods Will (2014)

Salvo i film di Lupin che periodicamente recensisco, era già passato un po' di tempo dall'ultima volta in cui mi ero cimentata nella visione di una pellicola nipponica. Rimedio oggi con As the Gods Will (神さまの言うとおり - Kamisama no iu toori), diretto nel 2014 dal regista Takashi Miike e tratto dall'omonimo manga scritto da Muneyuki Kaneshiro e disegnato da Akeji Fujimura.


Trama: durante un normalissimo giorno di scuola, nelle classi dell'intero Giappone e di tutto il mondo compare un daruma che coinvolge gli studenti in un sanguinoso e mortale Daruma-san ga koronda (il nostro "un due tre stella"). Per i pochissimi sopravvissuti è solo l'inizio di un incubo...


Dopo aver visto l'assurdo trailer in cui un daruma faceva esplodere con la sola forza del pensiero le teste di alcuni studenti nulla avrebbe potuto dissuadermi dalla visione dell'ultimo film di Takashi Miike. Nell'attesa, già che la Star Comics lo aveva pubblicato, ho deciso anche di leggere il manga di As the Gods Will e sono rimasta catturata dalla faccia tosta con cui Muneyuki Kaneshiro e Akeji Fujimura mescolano l'umorismo grottesco ad una cattiveria gratuita, sanguinaria ed inaudita. Lo spirito dell'opera originale viene interamente rispettato dal regista giapponese (non avevo dubbi!) e la storia viene semplificata mantenendone tuttavia inalterati i punti fermi: As the Gods Will sfrutta il topos tanto caro agli autori nipponici dei comuni liceali che si lasciano vivere nell'inedia e nella noia e che, a un certo punto, si ritrovano costretti a lottare per sopravvivere, cosa che inevitabilmente li porta a tirare fuori le palle e qualità che, per un motivo o per l'altro, i giovani idioti tenevano nascoste. In questo caso, le scuole di tutto il mondo vengono attaccate da creature legate alla tradizione giapponese, come il daruma, il maneki neko, le bamboline kokeshi ecc. e gli studenti vengono messi alla prova da una presunta divinità, tanto da cominciare a venire chiamati dal popolo (che, ovviamente, assiste alle terribili prove attraverso la TV) "Figli di Dio"; queste prove sanguinose, una folle versione del famosissimo Takeshi's Castle o Mai dire banzai! che dir si voglia, mettono alla prova non solo le risorse fisiche degli studenti ma soprattutto la loro intelligenza, la capacità di adattarsi e collaborare, di accettare i propri difetti e in qualche modo superarli. Nel manga i riflettori vengono puntati a turno su alcuni liceali (ai quali non si fa in tempo ad affezionarsi che vengono subito uccisi nei modi peggiori, per inciso) tra i quali spiccano quelli che nella pellicola diventeranno i due poli, positivo e negativo, dell'intera vicenda, ovvero Shun Takahata e Amaya Takeru, entrambi diversissimi ma necessari ai compagni per poter sopravvivere. La pellicola mette invece in contrapposizione questi due ragazzi decidendo di renderli protagonisti assoluti e semplifica la fondamentale "amoralità" del manga in favore di una lotta tra bene e male, ribadendo comunque come entrambe le forze siano necessarie agli occhi di una divinità che si presume debba essere imparziale.


Pur avendo trovato molto interessante la trama mi rendo però conto che l'attrattiva principale per uno spettatore occasionale di As the Gods Will sarà inevitabilmente l'assurda, grottesca ed iperviolenta rappresentazione di questi mostri che uccidono i ragazzi, questo perché (uomo avvisato, mezzo salvato) la pellicola di Miike da per scontati molti eventi e personaggi che acquistano importanza solo dopo aver letto il manga o, meglio, la prima parte del manga. Il film si rifà infatti ai cinque tankobon che compongono la prima serie di As the Gods Will, seguendo quasi pedissequamente la trama dei primi due volumi giapponesi per poi concedersi qualche libertà nella seconda metà e lascia allo spettatore non solo un finale apertissimo ma anche il dubbio sull'effettiva utilità di Takumi, l'hikikomori che nel manga offre la chiave per cominciare a fare luce sull'identità del "Dio" e che invece nel film si limita ad osservare le prove continuando a borbottare tra sé "figli di Dio... figli di Dio". Lasciamo quindi da parte questi commenti da otaku e parliamo invece dell'assurda capacità di Miike di rendere bellissime ed inquietanti anche le immagini più becere e potenzialmente trash. Nelle mani di un Noboro Iguchi qualsiasi As the Gods Will sarebbe diventato un trionfo di urla scomposte ed effetti speciali d'accatto mentre nelle manine sante di Miike ogni prova affrontata dai protagonisti diventa un tremendo calvario di agitazione e suspance per lo spettatore che, vergognandosi un po', riesce allo stesso tempo a divertirsi e ad apprezzare comunque alcune scelte "grafiche" che rendono il film delirante e pop al punto giusto: davanti alla genialità del sangue che si cristallizza in perle rosse, alla vocina accattivante di un maneki neko assassino che chiede "grattini sulla schiena al micino assonnato, nyan!" (ascoltatelo in lingua originale e provate a non amarlo), alla canzoncina delle maledette bambole kokeshi assassine e alla tensione della "caccia alla bugia" non si può rimanere indifferenti o liquidare il tutto come una trashata ma si deve soltanto rimanere sbigottiti davanti alla qualità dell'effetto speciale nipponico e alla capacità di Miike di rendere l'intera operazione incredibilmente plausibile e realistica. Personalmente ho storto il naso solo davanti allo shirokuma, l'orso bianco assente dall'opera originale, una schifezzuola spigolosa e finta che a tratti mi ha ricordato la pubblicità di un Winner Taco, ma all'idea che avrebbe potuto esserci un putto col vizio di mastruzzarsi il pirillo al suo posto ho tirato un sospiro di sollievo e ho lo stesso adorato As the Gods Will, uno dei migliori horror nipponici degli ultimi anni, forse l'opera più fantasiosa ed ambiziosa del 2014! Se siete stufi di mostre senza faccia e capelli lunghi, questo è sicuramente il film che fa per voi!


Del regista Takashi Miike ho già parlato QUI.

Ryuunosuke Kamiki interpreta Amaya Takeru. Giapponese, ha doppiato film come La città incantata, Il castello errante di Howl e Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento. Ha 22 anni e due film in uscita.


Mio Yuki, che interpreta Shoko Takase, sta girando la serie live action di Death Note e ha partecipato al film dedicato al mio adorato Assasination Classroom, che devo assolutamente recuperare!!! Se vi fosse piaciuto As the Gods Will vi consiglierei innanzitutto il recupero del manga, diviso in due parti (la prima in 5 tankobon e la seconda, ancora in corso, al momento ha toccato i 12 numeri), edito dalla Star Comics e tuttora facilmente reperibile, poi aggiungerei magari il film Battle Royale! ENJOY!

mercoledì 4 dicembre 2013

Oldboy (2003)

Questa settimana dovrebbe uscire in Italia il remake di Oldboy (Oldeuboi), diretto da Spike Lee. Per dovere di completezza ho quindi recuperato l’originale del 2003, diretto da Park Chan-Wook e tratto dal manga omonimo di Nobuaki Minegishi e Garon Tsuchiya.


Trama: Oh Dae-Su viene rapito una sera e tenuto prigioniero in una stanza per 15 anni. Una volta liberato, dovrà rimettere assieme i pezzi del puzzle e capire chi lo abbia imprigionato e perché…


Dopo aver visto Oldboy il primo pensiero che mi è passato per la testa è stato “Capolavoro!”, il secondo è stato una domanda, ovvero come diamine avrà fatto Spike Lee a riportare su pellicola non tanto le immagini dell’originale (ho visto il trailer e più o meno le scene chiave mi pare vengano rispettate) quanto, innanzitutto, il terribile colpo di scena finale e, secondo ma non meno importante, l’atmosfera che permea l’intera opera. Sì perché, se volessimo proprio essere superficiali, Oldboy potrebbe essere etichettato come l’ennesima, violenta storia di vendetta costruita su un intricato thriller.. ed effettivamente, se la cosa si fermasse qui, qualunque streppone potrebbe permettersi di girarne un remake e a nessuno verrebbe in mente di scandalizzarsi. Il problema però è che Oldboy non è affatto un disturbante e violento fumettone, bensì una pellicola complessa, composta da molteplici sfumature ed impossibile da ascrivere ad un solo genere, capace di mescolare in una sola sequenza commedia e tragedia, momenti grotteschi e altri assolutamente commoventi, pietà per il protagonista ma anche per il suo aguzzino, fastidio verso l'uno e verso l'altro. Lungi da me rivelare alcunché della trama perché è importante assaporare ogni singolo fotogramma e godere delle emozioni contrastanti che colpiscono dritte al cuore e allo stomaco finché il tempo sembra quasi fermarsi; posso solo dire che, nonostante tutto, Oh Dae-Su non è un personaggio positivo né un eroe, piuttosto è uno sciocco ridimensionato solo dalla sofferenza e dal desiderio di vendetta, mentre il suo antagonista è un debole schiacciato dal dolore che finge di essere più forte e "cool" di quanto non sia, entrambi resi meno umani dalla solitudine e dalla mancanza di qualcosa di positivo per cui vivere.


Questa trama così articolata viene ancor più impreziosita dalla fantasia e dalla bravura di Park Chan-Wook, che riesce a trasformare ogni sequenza in un poema in movimento, dalla più semplice alla più complessa, arrivando persino a "saccheggiare" registi occidentali come Buñuel e Cronenberg. Il regista alterna, senza soluzione di continuità, momenti di ultraviolenza mirabilmente condensati in un lunghissimo piano sequenza dove il protagonista armato di martello affronta gli scagnozzi del suo aguzzino, momenti surreali, scene poetiche immerse nella natura, flashback virati nei caldi e nostalgici toni del marrone, flash splatter quasi insostenibili. Il suo affresco, straniante e spesso difficile da comprendere per un occidentale, ha un unico filo conduttore, incarnato nell'incredibile fisicità dell'attore Min-Sik Choi (già apprezzato, nonostante l'istintivo disgusto, nel devastante I Saw the Devil), che si annulla completamente nel personaggio di Oh Dae-Su e arriva a toccare vertici di bravura quasi inconcepibili, soprattutto nel devastante e drammatico prefinale. Degna spalla di questo protagonista così intenso è la dolce e pazza Mi-Do che, con la sua innocenza e i modi di fare infantili (non posso parlare della mia scena preferita perché sarebbe uno spoiler enorme!!), rende ancora più tragica la pellicola e straziante il finale, girato in Nuova Zelanda e accompagnato da un delicato walzer che aiuta lo spettatore a conservare nell'animo un amaro senso di ineluttabilità e sconfitta sino alla fine dei titoli di coda. Prima di buttarvi nel probabile piattume di un inutile remake americano, fatevi un favore e recuperate questo capolavoro; probabilmente non dormirete per un paio di notti ma ne sarà valsa la pena.


Del regista Chan-Wook Park ho già parlato qui mentre Min-Sik Choi, che interpreta Oh Dae-Su, lo trovate qua.

Ji-Tae Yu interpreta Lee Woo-Jin. Coreano, ha partecipato a film come Into the Mirror e Lady Vendetta. Anche regista e sceneggiatore, ha 37 anni e un film in uscita.


Hye-jeong Kang interpreta Mi-Do. Coreana, ha partecipato a film come Three... Extremes e Lady Vendetta. Ha 31 anni.


Oldboy è il secondo capitolo dell’ideale trilogia della Vendetta cominciata con Mr. Vendetta e conclusa con Lady Vendetta ed è l’unico finora ad avere ispirato un remake (anzi due, contando anche la versione non ufficiale indiana, Zinda). Aspettando (con un fortissimo presagio di diludendo) che esca, nel caso Oldboy vi fosse piaciuto consiglio la visione di I Saw the Devil e Stoker. ENJOY!

venerdì 10 luglio 2009

Lupin e la strana strategia psicocinetica (1974)

E’ ufficiale: io amo i giapponesi. Non esiste nulla di più trash del tentativo giapponese di fare un live action delle serie animate più famose anche perché, intendiamoci: voi ce lo vedreste un film di Sailor Moon con attori in carne ed ossa e per di più dagli occhi a mandorla, con le sgrargiantissime divisine, a saltellare a destra e manca? Beh, con Dragonball è successo anche prima dell’orrenda versione USA e, come ho scoperto neppure un mese fa, nel 1974 un regista di nome Takashi Tsuboshima decise di far diventare “umano” anche il personaggio più famoso di Monkey Punch, girando il live action Lupin e la strana strategia psicocinetica (Rupan Sansei: Nenrikichan Sakusen).

 


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La trama: Lupin è un giovane perdigiorno, a volte ladro, molto spesso donnaiolo, ignorante riguardo al glorioso passato dei suoi antenati. Un giorno vede una splendida galeotta su un furgoncino della polizia, se ne innamora e la libera, cercando per tutto il film di compiacerla per portarsela a letto. Ovviamente la donna in questione altri non è se non la Fujiko Mine dell’anime. Nel frattempo, l’ispettore Zenigata con i suoi assurdi aiutanti cerca di arrestarlo, anche senza prove, un nostalgico, bolso e vecchio Jigen cerca di indottrinarlo per far tornare in vita l’impero dei Lupin e un’organizzazione gestita dal bieco Macaroni (!) cerca di farlo fuori.


 


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La trama, come si può vedere, è solo un pretesto, del fumetto c’è poco, del cartone animato quasi nulla. Lupin è poco più che un ragazzino senza nessun interesse per i complicati e divertenti piani che hanno accompagnato i telespettatori fin dagli anni ’70 e l’unico suo scopo è ottenere l’amore sfruttando la sua psicocinesi… e qui apro una parentesi: sta fantomatica psicocinesi, tanto nominata nel film, non si capisce chi la possieda, che diamine sia, perché dia addirittura il titolo al film e soprattutto perché alla fine venga citata per introdurre delle assurde pietre di probabile origine aliena! Ma torniamo a ciò che abbonda invece nel film, oltre all’incoerenza: il trash che lo rende così meraviglioso, sostenuto da abiti al limite del kitch ed effetti speciali che avrebbero fatto ribrezzo ai Power Rangers (però le musichette sono stupende!).




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Lupin si palesa fin dall’inizio del film in un’improbabile completo bianco, lanciando bacetti a destra e manca, e con una meravigliosa quanto zamarra “L” tatuata sul petto. Fujiko, provetta “occhio di gatto” ha come arma una carta da gioco in grado, credo, di tagliare persino l’adamantio e si esibisce assieme a Lupin in siparietti comico/amorosi degni di una puntata di Love Bugs. Jigen veste un orrido completo color cammello (capace di nascondere un arsenale da far invidia a Deadpool) e in una scena riesce a mangiare usando come tavolino la tazza del cesso, unico complemento d’arredo presente in salotto, che diventa ovviamente un comodo cestino per i rifiuti una volta finito il pasto: basta tirare la catena e via!! Zenigata è la quintessenza della comicità giapponese, un omaccione infuriato ed isterico che urla ai suoi dementi aiutanti, la tipica coppia alla Fichi d’India che non capirebbe una fava neppure guardando i Teletubbies. Il buon ispettore tra l’altro manifesta una verve erotica che nel cartone gli manca, e cerca di palpeggiare una poliziotta compiacente proprio mentre guida la macchina d’ordinanza. Altre prodezze “erotiche” del film, che farebbero impallidire quelle di Lando Buzzanca (e che mi hanno fatto piegare in due dalle risate): una donnina che alla sola vista di Lupin orgasma al grido di Yamete! mentre lui la osserva esterrefatto, il rapporto tra i due, troppo esplicito per la legge giapponese e quindi “mimato” dai simboli universali del sesso maschile e di quello femminile che interagiscono tra loro, il gruppo di killer travestite da suore che imbastiscono un “sensualissimo” balletto davanti ad un Lupin particolarmente perplesso che alla fine decide di accontentarle sfoderando letteralmente gli attributi e facendole fuggire inorridite (ovviamente l’astuto Lupin riconosce la vera natura dei killer con la frase: “Siete troppo belle per essere delle suore!” … no, povero minchione, è che non esistono suore con la zeppa di 15 cm!!). Sorvolo sull’italiano di Macaroni, sul prete francese e su mille altre prodezze trash, che lascio allo spettatore il gusto di trovare… dico solo: guardatelo! Anche se Jigen non si può guardare e Goemon manca, questo è puro kitch giapponese anni ’70, neppure Mike Myers con Austin Powers avrebbe osato tanto!


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Takashi Tsuboshima è il regista della pellicola. A quel che capisco la sua carriera, che spazia dagli anni ’60 ai ’70 è costellata da film avventurosi (alcuni al limite dell’exploitation) e divertenti con qualche punta di demenzialità. E’ morto nel 2007 per cancro ai polmoni.




Yuki Meguro interpreta Lupin. L’attore ha avuto un suo momento di gloria “occidentale” ed è stato nominato addirittura agli Emmy nel 1980 per la sua interpretazione in un film televisivo, Shogun (con Richard Chamberlain e lo storico Toshiro Mifune). Ha 62 anni.


 


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Kunie Tanaka interpreta Jigen. Attore assai attivo sia nella tv che nel cinema, in quasi tutti i generi, ancora ai nostri giorni, ha partecipato alla trasposizione cinematografica di un altro manga, Maison Ikkoku di Rumiko Takahashi ed ha persino lavorato con un regista del calibro di Akira Kurosawa. Ha 77 anni.


 


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Shiro Ito interpreta l’ispettore Zenigata. Attore meno prolifico di Tanaka, ma pur sempre attivo ai giorni nostri, come ogni giapponese che si rispetti è assai versatile e alcuni suoi film sono arrivati anche in Italia, come La donna contro il racket dell’estorsione e I delitti della maschera No. Ha 72 anni.


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Hideko Ezaki, che interpreta Fujiko, ha cominciato e finito la carriera di attrice con questo film e di lei si sono perse le tracce. E ora vi lascio con quello che parrebbe il trailer della pellicola... ENJOY the trash!!




giovedì 16 aprile 2009

Dragonball Evolution (2009)

La scorsa settimana il buon Dio si è vendicato. Il giorno del Venerdì Santo invece di andare alla Via Crucis come tutti i bravi bambini timorati del Signore sono andata a vedere Dragonball Evolution (2009) di James Wong… e uno dei Bolla Wannasee si è trasformato in un Bolla WannaPUKE.

 


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Andiamo con ordine… la trama: in un’epoca e in una città imprecisata vive uno sbarbatello sfigato di nome Goku, i cui unici interessi sono le ragazze e le arti marziali che il nonno Gohan gli insegna. Il giorno del suo compleanno il nonno gli regala una delle Sfere del Drago che, si dice, riuscirebbero a sconfiggere Lord Piccolo in caso tornasse dopo aver quasi distrutto la Terra epoche addietro ed essere stato imprigionato grazie ad un incantesimo. Peccato che Piccolo ha trovato modo di liberarsi e si rimette a cercare anche lui le Sette Sfere, cominciando intanto a far secco il buon nonno. Parte così per Goku la ricerca delle Sfere, della vendetta e delle donne all’urlo di “Sii te stesso”, con apparizioni più o meno speciali di Bulma, Muten, Yamcha e Chi Chi.


 


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Diceva il buon Kurtz in Apocalypse Now: “Aah… l’orrore. L’orrore.”. E l’orrore è l’unica sensazione che rimane dopo aver visto questo film senza né capo né coda, senza rispetto per l’opera del buon Toriyama che da buon giapponese tamarro non ha capito una mazza di come si costruisce un buon film d’azione e senza rispetto per gli spettatori che han dovuto spendere soldi per questa ciofeca. Analizziamo il film a partire dalla trama che, seppur semplice, ha più buchi che il groviera. Innanzitutto gli sceneggiatori si sono guardati troppe puntate di OC e troppi pochi episodi di Dragonball. Goku non toccherebbe una donna nemmeno ne andasse della sua stessa esistenza, è un campagnolo burino, ignorante e buzzurro con la sola fissa del cibo e delle arti marziali. Nel film il buon Goku cosa fa? Smania per aver la ragazzetta, va a scuola (!) e la sua vita prosegue identica a quella di Peter Parker finché non compare Chichi che lo attizza in mille e più modi (sapevate che la Kamehameha aumenta di potenza di pari passo con l’eccitazione sessuale? No? Sapevatelo, su Rieduchescional Channel!).


Tutto cambia quando compare di nuovo Lord Piccolo. Domanda: come ha fatto a tornare? Chi rammenta bene la saga sa che il colpo Ma Fu Ba (imbottiglia il Demone) viene utilizzato da Dio in persona per imbottigliare Piccolo in una boccetta. Al di là del fatto che qui il Ma Fu Ba viene eseguito su una teiera di ghisa da un certo Si Fu Norris (bonzo nero di origini indiane col un cognome affatto casuale… ma come si fa?!) il bello è che non viene spiegato come fa Piccolo a liberarsene. Forse è stato tirato fuori dalla zoccolona senza nome che lo accompagna? Mistero della fede. Alla fine lo spettatore verrà a scoprire chi è il demone mai sentito nominare che accompagnava Piccolo prima di venire imprigionato, ma è un colpo di scena che porta i fan a rivoltarsi sulle poltrone e tuttora non spiega la liberazione del nostro amatissimo Namecciano (sapevate che i Namecciani sono una razza GUERRIERA che minacciava di distruggere la Terra? No? Sapevatelo, su Rieduchescional Channel!).


Ma torniamo alla morte di Gohan e alle Sfere del Drago: queste sono diventati dei Palantir di Tolkeniana memoria, fanno vedere presente, passato e futuro e ci collegano anche al regno dei morti. Meglio di Sky! Ovviamente si possono trovare col Dragon Radar creato da una Bulma che ha imparato pure ad usare le armi manco fosse un agente segreto. Peccato che questo Dragon Radar trovi le sfere quando ne ha voglia: se un secondo prima lei e Goku provavano a trovare Muten cercando l’indirizzo sull’elenco telefonico, un secondo dopo, immobili nello stesso posto, sentono suonare il radar che indica loro in una botta sola casa di Muten e sfera posseduta dal vecchiaccio. Ora, a meno che la Sfera non goda di vita propria non poteva essersi mossa. Ma, al di là di questo, come diamine fai a non trovare l’unico demente che vive in un Castello diroccato su un isolotto al centro esatto di una città futuristica? Almeno nel manga viveva su un’isola sperduta nell’oceano..


Ma la scena assolutamente più allucinante è quella in cui Piccolo, incarognito a bestia, decide di punire i nostri con dei mostri creati col suo sangue. Premesso che questi mostri non si vedono ma si intuiscono (maledizioni del low budget?), l’unico loro utilizzo è quello di far da passerella di cadaveri affinché Goku possa attraversare la lava di un vulcano al centro del quale si trova la sfera. Peccato che lo sbattimento del nostro eroe si rivela inutile visto che, una volta presa la Sfera, ritorna dai suoi amici… seguendo un sentiero? Volando? Teletrasporto? Ma se è così pippa che non riesce nemmeno a sparare la Kamehameha.. (ah, sapevate che la Kamehameha viene usata anche come defibrillatore e pacemaker? No? Sapevatelo, su Rieduchescional Channel!).


 


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I personaggi e gli attori sono delle barzellette. Justin Chatwin, ovvero Goku, è un bamboccio monoespressivo, mollo come la panissa, incapace di opporsi al nonno e al Maestro Muten (dialogo tipo, ripetuto almeno 10 volte nel film assieme alla frase fatta Credi in te stesso: “Eh, Goku, tu dovresti usare la Kamehameha… ma no, non sei ancora pronto” “….va bene.”). Quest’ultimo è ovviamente ridicolo. Al di là del fatto che Chow Yun Fat è troppo giovane per la parte ma tutta la carica maniaca e porcella di Muten è andata a farsi friggere, inoltre le mosse per richiamare la Kamehameha e quelle per attuare la Masenko fanno schifo, nemmeno Japino avrebbe coreografato cose così trash per la Carrà! Joon Park, che interpreta Yamcha, è forse l’essere più orrendo sulla faccia della Terra, l’unico uomo al mondo con le labbra naturalmente bordeaux. Come direbbe Elio, un tamarro dietro un angolo che voleva in***armi la Sfera del Drago. Sorvolerò sul fatto che Emmy Rossum ha un bozzo sulla faccia grande quanto il Monte Fuji e che gli altri comprimari femminili hanno il carisma di due bambole gonfiabili per concentrarmi su lui: Piccolo!! Niente antenne, un verde che pare più tendente al vomito che ad altro, un trucco orrendo che lascia intravedere sotto la calotta di gomma usata per simulare una testa pelata i capelli di James Marsters.. che poverino, è fico, d’accordo. Ma me lo fanno vedere solo 10 minuti in tutto il film e pure male!! Cacca su di loro!


 


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Cacca: la parola chiave per indicare la fotografia e gli effetti speciali. Un mal di testa continuo con quel vizio maledetto di creare sfondi e nebbie al computer, tutto caotico e sfocato. Dell’orrendo trucco ho già parlato, così come degli inutili mostri che non si vedono ma ci sono. Ma è interessante vedere che in un film che dovrebbe essere di arti marziali queste ultime non ci sono, e le coreografie delle battaglie sono qualcosa di raccapricciante, roba da far rimpiangere i vecchi film con Bud Spencer e Terence Hill (almeno lì si picchiavano…). Bella la scena finale della trasformazione, l’arrivo di Shenron e l’utilizzo improprio che viene fatto delle famose Capsule, che diventano degli enormi oggetti contundenti, ma questi sprazzi di bellezza impallidiscono di fronte alla battaglia finale tra Piccolo e Goku: come ben ha detto il mio compagno di sventura, “Sembra che sia scoppiata una fabbrica di fuochi d’artificio a Napoli” ed infatti c’è uno scambio pressoché ininterrotto di scintille colorate e fischianti, che si conclude in una sboronata conclusiva luminosa difficile da sopportare. Del finale “aperto” tenuto per dopo i titoli di coda non parlo, perché sarebbe come sparare sulla croce rossa. Simpatico il regista, che spera di poter avere un seguito a quest’immondizia. Così simpatico che dopo avervi consigliato di non vedere il film andrò a pregare la Morte affinché lo perseguiti e infine lo colga come nel film Final Destination… sperando che ad Eiichiro Oda non venga mai in mente di lasciare agli americani un’eventuale trasposizione cinematografica di One Piece e confidando che lo Yattaman di Takashi Miike mi mostri un raggio di luce.


James Wong è il regista di codesta ciofeca. Oddio, non che la sua carriera sia stata sfolgorante, ma alcuni suoi film non sono male. Non ho mai visto The One, con Jet Li, ma Final Destination non era male (anche se il terzo episodio, sempre diretto da lui, mi manca.) Ha diretto anche un episodio di X-Files. Nato ad Hong Kong, ha 50 anni ed è anche produttore e sceneggiatore.


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Justin Chatwin interpreta Goku. Poveraccio, il ragazzo è pessimo, ma non a caso è reduce da piccole particine, comparsate insignificanti, seppur in grandi produzioni televisive e cinematografiche americane. Tra i suoi film figurano Identità violate e La guerra dei Mondi, mentre per il piccolo schermo ha lavorato in Taken, Lost, Weeds e Smallville. Ha 28 anni e un film in uscita. 


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James Marsters... è figo, ed interpreta Piccolo. Per me costui rimarrà sempre quel grand'uomo di Spike in Buffy The Vampire Slayer, vampiro sexy e tamarro come pochi, da bava alla bocca ancora adesso a riguardar le puntate. Non che il resto della sua carriera sia stata così fortunata, anche lui perso in piccole particine. Tra i suoi film rammento Il mistero della casa sulla collina mentre per la tv ha partecipato a Millenium, Angel, Senza traccia, Smallville, Numb3rs. Ha 46 anni e due film in uscita.


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Chow Yun - Fat interpreta il Maestro Muten. Nato ad Hong Kong, è uno dei più famosi interpreti del cinema d'azione asiatico ed internazionale, ed è un peccato vederlo così sacrificato. Tra i suoi film ricordo The Killer, Anna and The King, La tigre e il dragone, Il monaco, Pirati dei Caraibi - Ai confini del mondo. Ha 54 anni e tre film in uscita.


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Emmy Rossum interpreta Bulma. Un vero peccato che la Christine de Il Fantasma dell'Opera si sia abbassata a fare questo filmetto che la sgrazia un totale. L'attrice Newyorchese ha recitato anche nello splendido Mystic River e in L'alba del giorno dopo. Ha 22 anni.


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Joon Park lo nomino solo per mostrare ai fedeli lettori la faccia orrenda con cui interpreta Yamcha. Ha partecipato solo a Speed Racer per ora, è cresciuto in America, ha 30 e se Dio vuole nessun altro film in uscita. Si prega di confrontare la bellezza di un cartone animato con la mostruosità di un essere vivente...


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E ora, dopo siffatto scempio, gustatevi il VERO combattimento tra Goku e Piccolo. La finale del Torneo Tenkaichi, e la sconfitta del verde e meraviglioso Namecciano. ENJOY! soprattutto voi che, come me, avete avuto la sfiga di vedere l'Evolution!



 



mercoledì 28 gennaio 2009

Bolla Wannasee: Dragonball Evolution

Ultimamente non sono troppi i film che vorrei vedere, sia perché sono tutti più o meno uguali (vedi Il Mai Nato oppure Il Sussurro del Diavolo, solo per citarne due di prossima uscita dai trailer ispiranti ma che già temo siano banali e già visti…) sia perché in effetti nessuno merita di essere discusso.



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Ma Dragonball Evolution, in uscita questa primavera beh… promette di essere abbastanza trash e contemporaneamente attesissimo!

Per chi non conoscesse il manga Dragonball di Akira Toriyama e la serie televisiva che ne è nata, lunga come la Quaresima e replicata su Italia Uno ininterrottamente dai lontani anni ’90, composta da Dragonball, Dragonball Z e relativo orrendo spin-off Dragonball GT, questa è, in breve, la trama, possibilmente priva di spoiler: Son Goku è un bambino dotato di coda da scimmia e una forza sovraumana. Dopo la morte del nonno adottivo incontra una ragazza di nome Bulma, alla ricerca di sette oggetti misteriosi chiamati Sfere del Drago (Dragonball appunto). La leggenda narra che queste sette sfere riunite tutte assieme possano richiamare il Drago ed esaudire un desiderio.. e da questo semplice presupposto nasce una trama che si sviluppa tra ricerche, pericoli, duelli, arti marziali, eserciti, mostri, alieni e quant’altro, seguendo la crescita di Goku, Bulma e degli altri personaggi che a mano a mano verranno introdotti.






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Premesso che a partire dalla Saga dei Sayan quello delle sfere e del Drago diventa un mero pretesto per raccontare una storia di guerrieri esperti in arti marziali, la prima parte del manga/anime è fresca ed innocente come può essere la mente fantasiosa di un bambino. E dal trailer che ho visto mi pare che il periodo che gli sceneggiatori hanno deciso di mostrare al pubblico USA sia questo, a partire dall’incontro con Bulma. Un’introduzione, quindi, sebbene Goku sia già adulto (sarebbe stato assurdo, a mio avviso, fare il film con un bambino…) o comunque ragazzo, che mescola i primi episodi del manga agli ultimi della prima serie, con l’avvento di un Grande Mago Piccolo in gran forma e giovine, interpretato nientemeno che da quel gran pezzo di Ubaldo che è James Marsters (Spike in Buffy The Vampire Slayer).






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Il cast, oltre al suddetto gran fico, conta attori del calibro di Chow Yun Fat nel ruolo del maestro Roshi (il Genio delle Tartarughe? Un po’ troppo giovane…), dragonball-fat-roshiEmily Rossum, ovvero la Christine del Phantom Of The Opera diretto da Joel Shumacher, sarà una Bulma con le extention e senza capelli color acquamarina. untitled

Nei panni di Goku uno sbarbatello semisconosciuto che risponde al nome di

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mentre il regista è James Wong, che ci ha già regalato Final Destination e il suo terzo seguito. Tra gli altri personaggi presenti e presi paro paro dal manga ci sono Chi Chi, Yamcha e il nonno di Goku, mentre mancano gli animaletti Pual e Olong, così come il fido Crilin.

 

La cosa buona è che costumi e make up sono stati aggiornati al buongusto comune e resi meno pacchiani, come già è successo per gli X-Men, Spiderman, Fantastici 4 ecc., a differenza del vecchio Dragonball – Il film (Dragonball: The Magic Begins), una produzione taiwanese del 1989 che prima o poi recensirò perché davvero trash… vedere per credere!!







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Insomma un film che attendo con trepidazione, se non altro per farmi due risate. A voi il trailer… ENJOY!




 

giovedì 26 aprile 2007

Battle Royale (2000)

Nel blog di una cinefila mangadipendente non poteva mancare un'incursione nel cinema nipponico, meglio se apocalittico e malato, come questo Batoru Rowaiaru di Kinji Fukasaku.



La trama è questa: in un futuro prossimo, il Giappone è in balia della violenza studentesca. Onde fermare questa ondata di teppismo giovanile il governo emana una legge chiamata Battle Royale, per la quale, ogni anno, ad estrazione, viene selezionata una classe di studenti che verranno portati su un isola deserta e costretti ad eliminarsi l'un con l'altro finché non resterà un solo vincitore, pena la morte di tutti i coinvolti.

Già dalla trama allucinante, si capisce come lo spettatore si trovi davanti un film non per tutti i gusti, decisamente crudele, un colpo allo stomaco. Le atmosfere sono debitrici di un certo tipo di manga underground e violento, come Fortified School di Takeshi Narumi e Shinichi Hiromoto del 1995, nel quale gli studenti problematici venivano rinchiusi in un istituto correttivo e sottoposti alle più brutali violenze, financo la morte, per mano di insegnanti ed orridi mostri.

 

La pellicola è decisamente ben diretta, intervallata da flashback poetici e momenti di nera ironia che alleggeriscono i momenti di tensione. Viene ben rappresentata la struttura tipica della scuola Giapponese, con studenti frustrati da mille incombenze associate all'incertezza riguardante futuro, amore, se stessi. Mille storie d'amore adolescente s'intrecciano nella trama, da quelle tra studenti più smaliziati che sfociano in passione e perversione, quindi in odio, a quelle timide e sussurrate, più vicine all'idea che mille shojo manga hanno instillato al pubblico occidentale. E' interessante poi la divisione non proprio nettissima tra coloro che mai ucciderebbero i compagni se non costretti, e quelli che si adattano al ruolo di killer con noncuranza, approfittandone per sfogare rancori maturati all'interno della scuola.

La narrazione del film, preceduta da un prologo scritto e parlato in cui si narra la genesi della legge, è scandita dal countdown delle vittime rimaste (ad ogni morte sullo scermo compaiono nomi e numero degli studenti defunti), dalle parole del protagonista, dai flashback che ricordano momenti felici della vita studentesca (che poi verranno ripresi nel Requiem finale) e da scritte che riprendono i pensieri dei protagonisti, quasi come fossero vari titoli delle diverse parti in cui è composto il film. Ci sono anche due sogni che intervallano la pellicola, uno del protagonista maschile che rievoca il miglior amico morto, e quello della protagonista, sogno o ricordo in comune col sadico ex professore; un sogno muto, le cui importanti parole si potranno sentire solo alla fine del film, durante il requiem.

La colonna sonora del film è splendida, il film è percorso dalle opere di Verdi, Bach, Strauss e Schubert. Esilarante l'inizio, dove agli sconvolti studenti viene presentato uno stupidissimo video ove si vede la più burikko (oca) delle Idol a presentare come verranno uccisi i partecipanti di Battle Royal e in cosa consiste la gara... allucinante nella sua stupida crudeltà. Ovviamente, il quadro che si vede alla fine, che ritrae gli studenti morti, è di Takeshi Kitano, il cui stile particolarissimo è molto difficile da dimenticare.

In definitiva, un film spiazzante e particolare, ma da vedere.

Il regista, Shinji Fukazaku, è un veterano della macchina da presa, attivo fin dagli anni 60, morto di cancro alla prostata nel 2003. Tra i mille film da lui diretti, moltissimi mai arrivati in Italia, ricordo il seguito di Battle Royale, Battle Royale II: Requiem. 



Tatsuya Fujiwara interpreta Shuya Nanahara, ovvero il ragazzo numero 15 (tutti hanno un numero in Battle Royale). La sua filmografia è molto breve e comprende Battle Royale II: Requiem, ove ha lo stesso ruolo. Ha 27 anni.



Aki Maeda interpreta Noriko Nakagawa, la Ragazza numero 15. Anche la sua filmografia è molto breve e composta da titoli che difficilmente hanno raggiunto la penisola, e come il suo collega di cui sopra ha partecipato a Battle Royale II: Requiem con lo stesso ruolo che aveva nel primo film. Ha 22 anni.



Chiaki Kuriyama interpreta Takako Chigusa, la ragazza numero 13. E voi direte, perché con tutti i ragazzi presenti nel film tu proprio questa vai a tirar fuori, tanto i giapponesi son tutti uguali? Eeeh ma perché costei è stata baciata dal mitico Quentin, che l'ha voluta nei panni della splendida Go Go Yubari in Kill Bill. Doveva anche interpretare la gemellina di Go Go, sopravvissuta per vendicare la sorella, ma ahimé hanno deciso di tagliare la sequenza. La Chiaki è anche legata al mondo di Ai Yazawa. Infatti ha avuto la fortuna di partecipare, nel ruolo della protagonista Mizuki Mochizuki nello splendido Kagen No Tzuki (Ultimi raggi di luna) tratto dall'omonimo manga.  Ha partecipato anche al primo Ju-On ed MPD Psycho. Ha 22 anni.

 Eccola in Kill Bill....

Ed ecco come si presenta il personaggio da lei interpretato in Kagen No Tsuki disegnato dalla divina Ai Yazawa..



Ed ultimo ma non per questo meno importante colui che ha creato il mito di Mai Dire Banzai col suo Takeshi's Castle... "Beat" Takeshi Kitano, prolifico produttore, attore, regista, pittore e chi più ne ha più ne metta. Nel film interpreta il prof Kitano appunto, e la sua filmografia è piena di pellicole divertenti, surreali, poetiche, violente. Violent Cop, Getting Any?, Sonatine, Boiling Point, lo splendido Hana-Bi, e in ultimo Brother e Zatoichi, per non parlare di produzioni internazionali come Johnny Mnemonic. Un genio, signori. Ha 60 anni e un film in uscita.

 

E per i nostalgici, in onore di Takeshi... Una parte di puntata di Mai dire Banzai! Memorabile!

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