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venerdì 17 dicembre 2021

Il potere del cane (2021)

Dopo un po' di convalescenza si torna a scrivere, almeno ci si prova. Arrugginita come sono potrei anche non riuscire ad esprimermi bene per quanto riguarda Il potere del cane (The Power of the Dog), film diretto e sceneggiato dalla regista Jane Campion partendo dal romanzo omonimo di Thomas Savage


Trama: Phil Burbank è un ranchero rude e tutto d'un pezzo che vede il mondo crollare sotto i suoi piedi quando il fratello si sposa, portando a casa una donna e suo figlio. Phil decide di rendere la vita impossibile ai due nuovi arrivati, ma qualcosa comincia a cambiare...


Sono rimasta stupita quando ho visto che Il potere del cane era già disponibile su Netflix dopo nemmeno due settimane dall'uscita al cinema d'élite di Savona e mi dispiace dire che ho gioito della cosa, vista l'impossibilità che avevo avuto di sfruttare anche uno solo dei tre giorni di programmazione. Di base, credo però che un film come quello della Campion vada necessariamente visto su un grande schermo in quanto, a livello di "potenza" registica, è un trionfo di paesaggi naturali brulli e campi lunghissimi in perfetto stile western e dà proprio l'idea di praterie sconfinate e distanze difficili da percorrere in tempi brevi, elementi che accrescono quell'enorme senso di solitudine da cui vediamo venire schiacciati uomini dotati di moltissima terra e discrete ricchezze ma sicuramente privi di contatti umani. A scanso di equivoci, posso dire che per quanto mi riguarda (ma contate che mi hanno operata due giorni prima, quindi forse non ero proprio dell'umore giusto per apprezzare appieno un film simile) la bellezza della regia, l'incredibile fotografia e la bravura di Benedict Cumberbatch sono le uniche  cose che "salvano" Il potere del cane dall'essere un lavoro freddo e a mio avviso superficiale, che inanella un cliché dietro l'altro e non consente allo spettatore di empatizzare con nessuno dei personaggi che compaiono sullo schermo, men che meno a provare qualsiasi tipo di umana pietà nei loro confronti; l'idea di questa "distanza", fisica e mentale ma anche temporale, dal mondo e dagli affetti (questi ultimi, almeno per Phil, irraggiungibili per ovvi motivi), che crea rocce in guisa di uomini, esseri stundai che basta un niente per mandare in frantumi, è ben chiara nella mente della regista e sicuramente comprensibilissima per lo spettatore, eppure non penetra nel cuore quanto dovrebbe.


L'idea che mi ha dato Il potere del cane, premettendo che non ho letto l'opera da cui è stato tratto, è quella di un film anche troppo trattenuto nei momenti dove avrebbe dovuto correre un po' più a briglia sciolta, e inutilmente melodrammatico in altri punti, come quando Rose comincia a darsi all'alcoolismo per "sopravvivere" alle cattiverie di Phil, che in una scala da uno ad Iriza Legan non arriva neppure a baciare le scarpe della perfida nemesi di Candy Candy; per contro, l'idea di poter anche solo pensare di provare pena per Phil in quanto represso, privo di amore e condannato a ripensare quotidianamente alla leggendaria figura dell'adorato Bronco Henry, si scontra con la natura di inutile(mente) stronzo del personaggio in questione. Ci si ritrova così davanti a un'accozzaglia di personaggi solitari, muti, paurosi o crudeli (sicuramente una scelta voluta ma, cribbio, penso che un minimo di evoluzione sarebbe servita in tal senso) che verrebbe voglia di lasciare lì, ad annegare nel loro brodo di disagio, tra i quali forse si salva vagamente giusto il Peter di Kodi Smit-McPhee per la sua distaccata visione del mondo e la capacità di fare fessi uomini fatti e finiti che si riempiono la bocca di paroloni e "consigli su come si sta al mondo". Di sicuro, come finale ho preferito quello de Il filo nascosto, che almeno dalla sua aveva un minimo di nerissima ironia, mentre Il potere del cane a me è sembrato algido e represso come il pur bravissimo Cumberbatch. So però che molti lo hanno adorato, quindi dategli un'occhiata e sentitevi liberi di mandarmi a quel paese!


Di Benedict Cumberbatch (Phil Burbank), Jesse Plemons (George Burbank), Kodi Smit-McPhee (Peter Gordon), Kirsten Dunst (Rose Gordon), Thomasin McKenzie (Lola), Frances Conroy (Old Lady) e Keith Carradine (Il Governatore) ho parlato ai rispettivi link.

Jane Campion è la regista e sceneggiatrice del film. Neozelandese, ha diretto film come Lezioni di piano (per il quale ha vinto l'Oscar per la miglior sceneggiatura), Ritratto di signora, Holy Smoke e In the Cut. Anche produttrice e attrice, ha 67 anni. 


George Burbank avrebbe dovuto essere interpretato da Paul Dano, purtroppo già impegnato come Enigmista nell'imminente Batman mentre Elizabeth Moss ha dovuto rinunciare al ruolo di Rose perché impegnata nelle riprese del prossimo film di Taika Waititi. Ciò detto, se vi fosse piaciuto Il potere del cane, recuperate Lezioni di piano. ENJOY!

mercoledì 10 novembre 2021

Ultima notte a Soho (2021)

Ho pregato ogni divinità perché Ultima notte a Soho (Last Night in Soho), l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da Edgar Wright, uscisse anche a Savona e, per una volta, sono stata esaudita, anche perché sarebbe una bestemmia non godersi questa meraviglia al cinema!


Trama: Eloise, orfana di genitori che vive con la nonna in un paesino della campagna inglese, riesce finalmente a coronare il suo sogno di andare a studiare come stilista in una prestigiosa accademia di design londinese. A Londra, però, comincia ad avere delle visioni legate agli anni '60 e alla vita sregolata di una ragazza di nome Sandie...


Ah, i bei tempi andati! Quando tutto era più glamour, più chic, più facile e bello. Chi non ha mai voluto essere nella Londra di fine anni '60, scoppiettante e alla moda, piena di possibilità? Lo sa bene Eloise, stilista in erba cresciuta in campagna che vive letteralmente nel mito di una Londra vissuta ai tempi dalla bellissima madre e che, quando le si presenta l'occasione sotto forma di borsa di studio per una prestigiosa scuola di moda, riempie una valigia di vinili e ricordi e corre nella capitale inglese, pronta a cominciare una nuova, rosea esistenza. Non ci mette molto la fanciulla a capire che la Londra di oggi è un casino popolato da orribili persone, in primis la sua simpatica compagna di stanza, ed è lì che le viene in soccorso il potere ereditato dalla madre e che le consente, letteralmente, di "rivivere il passato", entrando in risonanza con chi non c'è più; invece di affrontare la sua difficile esistenza presente, Eloise si appoggia agli agognati anni '60 scappando prima in un monolocale vintage e poi nel passato di Sandie, bionda che vorrebbe sfondare come cantante e che trova la sua occasione quando conosce Jack, di professione manager e habitué di locali. Ispirata, affascinata dal carattere forte di Sandie e coinvolta dalla storia d'amore tra lei e Jack, Eloise si abbandona al flusso del passato, abbandonando pezzi importanti della sua personalità per diventare un'imitazione di Sandie e cercare di vivere come lei, finendo letteralmente inghiottita da tutta l'oscurità che le "leggende" non raccontano. Ultima notte a Soho è dunque il racconto allucinante e allucinato di un sogno che va in frantumi e una pesante critica a chi infila la testa sotto la sabbia e rifiuta la realtà che lo circonda, nonché un bellissimo racconto di formazione che parte come un cliché e si trasforma in qualcosa di più profondo e oscuro, capace di parlare a chi non smette di disprezzare il presente e di dire "ah, non sono più i tempi di una volta, signora mia!".


Lo fa, neanche a dirlo, con un senso del ritmo, un gusto per i dettagli e una bravura che credo possiedano solo tre o quattro autori moderni, non di più. Ultima notte a Soho è una gioia per gli occhi e per le orecchie, uno di quei film che, una volta finiti, si vorrebbe riguardare in loop per ore, innanzitutto per godere del meccanismo ad orologeria della trama e poi per apprezzare ancor più ogni aspetto della messa in scena, quella bellezza tutta cinematografica per cui servono necessariamente uno schermo gigante, una sala buia e un impianto sonoro adeguato. La prima parte di Ultima notte a Soho ha lo stesso fascino senza tempo di un musical, è gioiosa ed affascinante anche nei momenti in cui Eloise decide di averne abbastanza del dormitorio, e porta per mano lo spettatore in una dimensione da sogno nel momento esatto in cui la ragazza scivola nel passato, con una sequenza deliziosa che riversa nei nostri occhi tutta l'affascinata incredulità di una persona che ha realizzato ogni suo desiderio. Anya Taylor-Joy, così diversa da Thomasin McKenzie (ma quest'ultima non è meno brava, eh), ci viene presentata come una dea scesa in terra e tale rimane per tutta la durata del film, in ogni circostanza, perché come ogni divinità non le è dato di dispensare solo bene e bellezza, ma anche terribile oscurità, incarnata in quell'alternanza di colori primari che mettono angoscia fin da subito, come ben insegnano Maestri come Bava, Argento e Roeg, ai quali Wright si è sicuramente ispirato. 


Le luci e i colori che scandiscono la vicenda di Eloise e Sandie sono importanti quanto la colonna sonora perfetta, contribuiscono assieme alla regia e al montaggio a creare sequenze indimenticabili, di una raffinatezza rara (e, a tratti, terrificanti), ma fondamentali sono anche i costumi e il trucco. Dopo Promising Young Woman, la pellicola di Wright è la seconda tra quelle che ho visto quest'anno dove anche gli abiti di scena si caricano di significati profondi, basta vedere la trasformazione non tanto di Sandy, le cui mise diventano sempre meno eleganti/romantiche e più sexy, ma soprattutto quella di Eloise; all'inizio la ragazza ha uno stile personalissimo, fatto di rimandi vintage cuciti su capi comunque giovanili, anzi, quasi da ragazzina, che vengono abbandonati però in favore di abbinamenti più adulti e sofisticati ma impersonali, poiché identici a quelli di Sandie, quando l'influenza di quest'ultima è al suo apice. Poco prima della terribile serata di Halloween, la psiche di Eloise è in pezzi e la protagonista non riesce più non solo a capire qual è il suo posto nel mondo, ma nemmeno a restare ancorata alla realtà, e ciò che indossa si appiattisce nella banalità di un bianco e nero (più nero che bianco, in realtà) fatto di abiti basic, sciatti, che la trasformano in una delle tante facce anonime destinate a perdersi in una Londra spietata, che accoglie moltissimi sogni ma non li custodisce, anzi, spesso li schiaccia. Non fatevi schiacciare voi, invece, da eventuali recensioni perplesse sul web, perché Ultima notte a Soho è un film splendido, l'ennesima conferma del valore di Wright come regista e sceneggiatore, un'opera che travalica i generi e che potrà appassionare tranquillamente sia i cultori dell'horror sia chi, "semplicemente", è innamorato perso della Settima Arte. 


Del regista e co-sceneggiatore Edgar Wright ho già parlato QUI. Terence Stamp (l'uomo coi capelli grigi), Anya Taylor-Joy (Sandie) e Matt Smith (Jack) li trovate invece ai rispettivi link.

Thomasin McKenzie interpreta Eloise. Neozelandese, ha partecipato a film come Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate, Jojo Rabbit e Old. Ha 21 anni. 


Diana Rigg
, alla quale il film è dedicato, interpreta Miss Collins. Assurta alla fama per il ruolo di Emma Peel nel serial TV Agente speciale e, più recentemente, per quello di Olenna in Game of Thrones, ha partecipato a film come Agente 007 - Al servizio segreto di Sua Maestà, Oscar insanguinato e ad altre serie quali Doctor Who. Inglese, è morta l'anno scorso, all'età 82 di anni.


Michael Ajao
, che interpreta Paul, era già nel cast di Attack the Block, mentre tra le guest star segnalo la presenza dei gemelli Phelps, alias Fred e George Weasley, al guardaroba. E ora, se Ultima notte a Soho vi è piaciuto, perché non recuperate qualcuno dei film che hanno ispirato Wright prima e durante la sua realizzazione, come L'occhio che uccide, 6 donne per l'assassino, Blow-Up e Repulsion? ENJOY!  

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