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martedì 25 novembre 2025

The Running Man (2025)


Temevo me lo sarei perso per via dell'influenza, ma martedì scorso sono riuscita a vedere The Running Man, diretto e co-sceneggiato dal regista Edgar Wright a partire dal romanzo L'uomo in fuga di Richard Bachman.

Trama

In una società distopica dove le televisioni detengono il potere effettivo, Ben Richards si ritrova a dover partecipare al mortale gioco a premi The Running Man, per poter curare la figlioletta malata...

Recensione

L'uomo in fuga è un romanzo del 1982, scritto da Stephen King sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. Senza scendere troppo nei dettagli, Bachman era la "scommessa" di uno scrittore già famoso che voleva capire se sarebbe riuscito a scalare le classifiche anche privo di un nome importante, e che voleva essere libero di sperimentare, sfogarsi con opere un po' più grezze, rimaste magari nel cassetto per anni. Mi ritengo una kinghiana di ferro ma ammetto che tendo a dimenticarmi de L'uomo in fuga, perché è un romanzo scoperto in età più tarda e non è tra i miei preferiti dell'autore; non voglio essere antipatica ma è l'equivalente di uno di quei romanzetti di fantascienza mordi e fuggi, da Autogrill se vogliamo, ed è zeppo di situazioni surreali e personaggi tagliati con l'accetta, con qualche intuizione interessante che si perde in una trama abbastanza ordinaria, almeno per il mio gusto. Ritengo giusto che Edgar Wright abbia aggiornato il materiale di partenza, pur rimanendogli comunque molto fedele, calcando il pedale sul lato più grottesco ed umoristico della vicenda, perché così The Running Man diventa uno specchio della superficialità di cui siamo costantemente circondati. Il pugno di ferro pessimista, il nichilismo che governa il romanzo, qui viene diluito (ma, attenzione, non completamente cancellato!) accentuando la natura ridicola e baracconesca degli spettacoli vomitati addosso alle masse per addomesticarle attraverso la promessa di soldi facili, dando loro uno sfogo perverso verso chi "sta peggio" e muore in TV. Lo stesso Ben Richards, incazzato col mondo e duro come l'acciaio, accentua nel film quelle caratteristiche latenti di showman ed eroe suo malgrado che gli erano proprie anche nel romanzo, diventando più plausibile rispetto ad un superuomo malnutrito che riesce a fare fessa un'intera nazione. Il film punta il dito in maniera non banale sia sulla sovraesposizione mediatica che sulla facilità con cui le masse possono venire manipolate, ma anche sul pericolo dell'AI e dei deepfake, e lo fa con la leggerezza di un ottimo film d'azione, che non offre il fianco neppure a un minuto di noia e, pur seguendo la struttura di base del romanzo, reinventa ed arricchisce le "tappe" della corsa mortale di Ben Richards. 

La riuscita di The Running Man poggia, per buona parte, sulle larghe spalle di Glenn Powell, che aveva già dimostrato con Hitman - Killer per caso di saper reggere quasi da solo un intero film, grazie a un mix tra l'effettivo phisique du role, un'ottima versatilità e, soprattutto, quell'umorismo che me lo ha fatto adorare fin da subito in Scream Queens (mi spiace ma, per me, Powell sarà sempre il "Chad"). Qui l'attore riceve lo scomodo scettro di Arnold Schwarzenegger e poi se ne va per la sua strada, eclissando tutti gli altri pur bravi attori che lo affiancano, ad eccezione di Michael Cera, che mi da l'occasione per parlare di un altro aspetto del film, ovvero la regia di Wright. Ecco, il vero difetto di The Running Man è che è un po' anonimo. Questo non nel senso di "brutto" o "piatto",  quanto piuttosto che risulta quasi impossibile percepire la mano di Edgar Wright, se non per la cura dedicata alla colonna sonora, al montaggio e ad alcune sequenze in particolare come, appunto, quella ambientata nella casa di Perrakis. Nonostante la maggior parte delle scene siano notevoli, anche a livello di effetti speciali e ambientazioni (in particolare, spiccano la sede dell'emittente televisiva e, ovviamente, il palcoscenico dello show, ma anche l'aereo non scherza), tutto il segmento che coinvolge Parrakis e la madre è un mix perfetto di umorismo e azione, con booby traps dai risultati esplosivi e una fantastica sinergia tra la colonna sonora e quello che passa sullo schermo secondo dopo secondo. Insomma, The Running Man è un buon action distopico, ma privo di quella zampata autoriale perfettamente riconoscibile che riusciva a rendere indimenticabili le opere più famose del regista. A mio avviso, è un ottimo adattamento, perfetto per i tempi attuali, e smussa un paio di caratteristiche del romanzo che, ad oggi, sarebbero non solo anacronistiche, ma anche irricevibili. Di sicuro, anche se so di essere una brutta persona ad ammetterlo, l'ho apprezzato molto più de L'implacabile, di cui spero di parlare nei prossimi giorni. 

Cast

Del regista e co-sceneggiatore Edgar Wright ho già parlato QUI. Glen Powell (Ben Richards), Karl Glusman (Frank), Lee Pace (Evan McCone), Sean Hayes (Gary Greenbacks), Josh Brolin (Dan Killian), Colman Domingo (Bobby T), William H. Macy (Molie) e Michael Cera (Elton Perrakis) li trovate invece ai rispettivi link. 

Curosità

Jayme Lawson, che interpreta Sheila, ha partecipato a I peccatori nei panni di Pearline. Prima che Glen Powell venisse scelto come protagonista, la rosa di candidati per il ruolo di Ben Richards comprendeva Ryan Gosling, Chris Evans e Chris Hemsworth. ENJOY!

mercoledì 10 novembre 2021

Ultima notte a Soho (2021)

Ho pregato ogni divinità perché Ultima notte a Soho (Last Night in Soho), l'ultimo film diretto e co-sceneggiato da Edgar Wright, uscisse anche a Savona e, per una volta, sono stata esaudita, anche perché sarebbe una bestemmia non godersi questa meraviglia al cinema!


Trama: Eloise, orfana di genitori che vive con la nonna in un paesino della campagna inglese, riesce finalmente a coronare il suo sogno di andare a studiare come stilista in una prestigiosa accademia di design londinese. A Londra, però, comincia ad avere delle visioni legate agli anni '60 e alla vita sregolata di una ragazza di nome Sandie...


Ah, i bei tempi andati! Quando tutto era più glamour, più chic, più facile e bello. Chi non ha mai voluto essere nella Londra di fine anni '60, scoppiettante e alla moda, piena di possibilità? Lo sa bene Eloise, stilista in erba cresciuta in campagna che vive letteralmente nel mito di una Londra vissuta ai tempi dalla bellissima madre e che, quando le si presenta l'occasione sotto forma di borsa di studio per una prestigiosa scuola di moda, riempie una valigia di vinili e ricordi e corre nella capitale inglese, pronta a cominciare una nuova, rosea esistenza. Non ci mette molto la fanciulla a capire che la Londra di oggi è un casino popolato da orribili persone, in primis la sua simpatica compagna di stanza, ed è lì che le viene in soccorso il potere ereditato dalla madre e che le consente, letteralmente, di "rivivere il passato", entrando in risonanza con chi non c'è più; invece di affrontare la sua difficile esistenza presente, Eloise si appoggia agli agognati anni '60 scappando prima in un monolocale vintage e poi nel passato di Sandie, bionda che vorrebbe sfondare come cantante e che trova la sua occasione quando conosce Jack, di professione manager e habitué di locali. Ispirata, affascinata dal carattere forte di Sandie e coinvolta dalla storia d'amore tra lei e Jack, Eloise si abbandona al flusso del passato, abbandonando pezzi importanti della sua personalità per diventare un'imitazione di Sandie e cercare di vivere come lei, finendo letteralmente inghiottita da tutta l'oscurità che le "leggende" non raccontano. Ultima notte a Soho è dunque il racconto allucinante e allucinato di un sogno che va in frantumi e una pesante critica a chi infila la testa sotto la sabbia e rifiuta la realtà che lo circonda, nonché un bellissimo racconto di formazione che parte come un cliché e si trasforma in qualcosa di più profondo e oscuro, capace di parlare a chi non smette di disprezzare il presente e di dire "ah, non sono più i tempi di una volta, signora mia!".


Lo fa, neanche a dirlo, con un senso del ritmo, un gusto per i dettagli e una bravura che credo possiedano solo tre o quattro autori moderni, non di più. Ultima notte a Soho è una gioia per gli occhi e per le orecchie, uno di quei film che, una volta finiti, si vorrebbe riguardare in loop per ore, innanzitutto per godere del meccanismo ad orologeria della trama e poi per apprezzare ancor più ogni aspetto della messa in scena, quella bellezza tutta cinematografica per cui servono necessariamente uno schermo gigante, una sala buia e un impianto sonoro adeguato. La prima parte di Ultima notte a Soho ha lo stesso fascino senza tempo di un musical, è gioiosa ed affascinante anche nei momenti in cui Eloise decide di averne abbastanza del dormitorio, e porta per mano lo spettatore in una dimensione da sogno nel momento esatto in cui la ragazza scivola nel passato, con una sequenza deliziosa che riversa nei nostri occhi tutta l'affascinata incredulità di una persona che ha realizzato ogni suo desiderio. Anya Taylor-Joy, così diversa da Thomasin McKenzie (ma quest'ultima non è meno brava, eh), ci viene presentata come una dea scesa in terra e tale rimane per tutta la durata del film, in ogni circostanza, perché come ogni divinità non le è dato di dispensare solo bene e bellezza, ma anche terribile oscurità, incarnata in quell'alternanza di colori primari che mettono angoscia fin da subito, come ben insegnano Maestri come Bava, Argento e Roeg, ai quali Wright si è sicuramente ispirato. 


Le luci e i colori che scandiscono la vicenda di Eloise e Sandie sono importanti quanto la colonna sonora perfetta, contribuiscono assieme alla regia e al montaggio a creare sequenze indimenticabili, di una raffinatezza rara (e, a tratti, terrificanti), ma fondamentali sono anche i costumi e il trucco. Dopo Promising Young Woman, la pellicola di Wright è la seconda tra quelle che ho visto quest'anno dove anche gli abiti di scena si caricano di significati profondi, basta vedere la trasformazione non tanto di Sandy, le cui mise diventano sempre meno eleganti/romantiche e più sexy, ma soprattutto quella di Eloise; all'inizio la ragazza ha uno stile personalissimo, fatto di rimandi vintage cuciti su capi comunque giovanili, anzi, quasi da ragazzina, che vengono abbandonati però in favore di abbinamenti più adulti e sofisticati ma impersonali, poiché identici a quelli di Sandie, quando l'influenza di quest'ultima è al suo apice. Poco prima della terribile serata di Halloween, la psiche di Eloise è in pezzi e la protagonista non riesce più non solo a capire qual è il suo posto nel mondo, ma nemmeno a restare ancorata alla realtà, e ciò che indossa si appiattisce nella banalità di un bianco e nero (più nero che bianco, in realtà) fatto di abiti basic, sciatti, che la trasformano in una delle tante facce anonime destinate a perdersi in una Londra spietata, che accoglie moltissimi sogni ma non li custodisce, anzi, spesso li schiaccia. Non fatevi schiacciare voi, invece, da eventuali recensioni perplesse sul web, perché Ultima notte a Soho è un film splendido, l'ennesima conferma del valore di Wright come regista e sceneggiatore, un'opera che travalica i generi e che potrà appassionare tranquillamente sia i cultori dell'horror sia chi, "semplicemente", è innamorato perso della Settima Arte. 


Del regista e co-sceneggiatore Edgar Wright ho già parlato QUI. Terence Stamp (l'uomo coi capelli grigi), Anya Taylor-Joy (Sandie) e Matt Smith (Jack) li trovate invece ai rispettivi link.

Thomasin McKenzie interpreta Eloise. Neozelandese, ha partecipato a film come Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate, Jojo Rabbit e Old. Ha 21 anni. 


Diana Rigg
, alla quale il film è dedicato, interpreta Miss Collins. Assurta alla fama per il ruolo di Emma Peel nel serial TV Agente speciale e, più recentemente, per quello di Olenna in Game of Thrones, ha partecipato a film come Agente 007 - Al servizio segreto di Sua Maestà, Oscar insanguinato e ad altre serie quali Doctor Who. Inglese, è morta l'anno scorso, all'età 82 di anni.


Michael Ajao
, che interpreta Paul, era già nel cast di Attack the Block, mentre tra le guest star segnalo la presenza dei gemelli Phelps, alias Fred e George Weasley, al guardaroba. E ora, se Ultima notte a Soho vi è piaciuto, perché non recuperate qualcuno dei film che hanno ispirato Wright prima e durante la sua realizzazione, come L'occhio che uccide, 6 donne per l'assassino, Blow-Up e Repulsion? ENJOY!  

mercoledì 13 settembre 2017

Baby Driver - Il genio della fuga (2017)

L'ultimo film scritto e diretto da Edgar Wright è uscito persino a Savona! Potevo quindi perdermi Baby Driver - Il genio della fuga (Baby Driver)? Assolutamente no!


Trama: a seguito di un incidente stradale accorsogli da bambino, Baby è affetto da acufene, cosa che lo costringe ad andare in giro con la musica perennemente sparata nelle orecchie. Questa sua particolarità lo rende anche un autista provetto, nonché il migliore alleato di un ladro professionista, Doc, che lo utilizza sempre per i suoi colpi.


Baby Driver è un film che Edgar Wright si rigirava nella mente fin dagli anni '90 e che è riuscito brevemente a fare capolino in un video diretto proprio dal regista, Blue Song dei Mint Royale, uscito nel 2004 e avente tra gli attori protagonisti anche ciccio Nick Frost (il video si può vedere brevemente in una sequenza di Baby Driver); il progetto era talmente caro a Wright da spingerlo a fare persino il gesto dell'ombrello alla Marvel e al loro Ant-Man, con buona pace di noi spettatori amanti dello stile del regista britannico e di film realizzati col cuore più che col portafoglio. E' un bene che esistano ancora Autori con la A maiuscola anche in ambito "commerciale" perché Baby Driver, nonostante la natura di film un po' supercazzola tutto stunt automobilistici (favolosi) e malviventi spacconi (o forse proprio in virtù di questo), è un'opera che titilla tutti i sensi dello spettatore, almeno quelli utilizzati per la recezione di una pellicola, e dalla quale traspaiono interamente la bravura, la perizia e l'impegno di chi l'ha realizzata. La trama di Baby Driver, a dirla tutta, non brilla di originalità: la storia di un animo fondamentalmente candido costretto suo malgrado a compiere brutte azioni, vuoi per necessità economiche vuoi perché ricattato da chi è davvero malvagio (forse), che arriva a compiere determinate scelte per amore, è stata raccontata mille e una volta, eppure come al solito il tocco leggero di Edgar Wright riesce a non rendere banale né il racconto in generale né la caratterizzazione dei vari personaggi. Baby, con tutti i suoi tic quasi autistici e quell'atteggiamento tra il buffo e l'esasperante col quale letteralmente fugge dalla realtà che lo circonda, è un protagonista assai carino, col quale lo spettatore può facilmente empatizzare, ma ogni personaggio viene reso vivo ed indimenticabile anche quando gli vengono concessi poco più di alcuni minuti sullo schermo, si vedano il duro interpretato da Jon Bernthal ("Se non mi rivedrete vorrà dire che sarò morto"), il nipotino di Kevin Spacey, la commessa dell'ufficio postale e persino la vecchina derubata della macchina. E poi c'è quel protagonista unico ed indispensabile che è la musica, punto fermo di una pellicola che rischiava di essere il tipico "videoclip" stilosetto ma freddo e invece proprio grazie ad essa trova una sua personalità tutta particolare, un calore difficile da trovare al giorno d'oggi.


Baby è la musica, e la musica è Baby. Il ragazzo vive di Ipod, campiona i dialoghi di chi lo circonda per creare una nuova melodia, cammina a ritmo di ciò che in quel momento passa nelle sue cuffie, parla riportando brani di canzoni o film a seconda dell'occasione ed è talmente innamorato di questa forma d'arte da riuscire a trasmettere la sua passione persino al nonno adottivo, sordomuto. La realtà della vita criminale non lo tange, almeno fino a un certo punto, perché tutto ciò che gli capita viene filtrato dalle cuffiette dell'Ipod e finché il fanciullo è libero di fare quel che più gli piace e c'è da guidare e rubare senza fare male a nessuno, tutto bene; lo stesso vale per la storia d'amore con Debora e per il suo destino finale, al punto che sembra quasi che la realtà stessa si plasmi a seconda di ciò che ascolta Baby, tra graffiti che riportano interi testi di canzoni e arcobaleni che spuntano all'improvviso come in un brano di Dolly Parton, a ricordarci che la felicità arriva solo dopo l'inevitabile pioggia e il temporale chissà quanti anni potrà durare. E la musica scandisce non solo il ritmo della vita di Baby ma anche quello della struttura stessa del film, con Edgar Wright che si permette di ri-citare se stesso e una delle scene più famose di Shaun of the Dead seguendo Ansel Elgort con un elegante piano sequenza mentre il protagonista va a prendere il caffé, per poi cominciare a giocare col montaggio e i suoni degli spari o delle portiere sbattute, che seguono letteralmente il ritmo della colonna sonora. E quando quest'ultima non c'è, ecco che lo spettatore si ritrova a dover sentire quel fastidioso ronzio che porta Baby a cercare riparo nella musica, cosa che crea ancora più empatia col personaggio. A completare il tutto c'è infine un cast d'eccezione, con due premi Oscar come Kevin Spacey e Jamie Foxx pronti a gigioneggiare senza ritegno, una Eiza Gonzáles particolarmente gnocca e un Jon Hamm che definirlo figo è poco visto lo sviluppo a cui va incontro il suo personaggio, ribaltando decisamente le aspettative del pubblico benché molte cose vengano prefigurate da tutti i piccoli dettagli che meriterebbero a Baby Driver una seconda visione e persino una terza. Ovviamente in lingua originale, ché l'adattamento italiano fa perdere non solo alcuni giochi di parole e le citazioni delle canzoni, ma a un certo punto mi ha portata anche a non capire una mazza di ciò che dice Doc e giuro che è la prima volta che mi accade al cinema!


Del regista e sceneggiatore Edgar Wright ho già parlato QUI. Jon Bernthal (Griff), Jon Hamm (Buddy), Lily James (Debora), Kevin Spacey (Doc) e Jamie Foxx (Pazzo) li trovate invece ai rispettivi link.

Ansel Elgort interpreta Baby. Americano, ha partecipato a film come Lo sguardo di Satana - Carrie, Divergent, Insurgent e The Divergent Series - Allegiant. Ha 23 anni e tre film in uscita.


Walter Hill non si vede ma è la voce originale dell'interprete in tribunale. Famosissimo regista, ha diretto film come Driver l'imprendibile (una delle fonti di ispirazione del film, ovviamente), I guerrieri della notte, 48 ore, Danko, Johnny il bello, Ancora 48 ore, Ancora vivo ed episodi di serie come I racconti della cripta. Anche produttore e sceneggiatore, ha 75 anni.


Eiza Gonzáles, che interpreta Darling, era la Santanico Pandemonium della serie Dal tramonto all'alba e dovrebbe tornare sul grande schermo con l'uscita di Alita: Battle Angel di Robert Rodriguez, a luglio dell'anno prossimo mentre la cantante Sky Ferreira, già vista in Twin Peaks, è la mamma di Baby e il bassista dei Red Hot Chili Peppers, Flea, intepreta Eddie; l'attore CJ Jones, che interpreta Joseph, è invece davvero sordo ed è molto attivo nel promuovere e realizzare spettacoli proprio per i portatori di questo handicap. Emma Stone era stata scelta per il ruolo di Debora ma ha rinunciato per partecipare a La La Land (ecco forse perché il look delle due è molto simile in una scena) mentre Michael Douglas era stato preso in considerazione per il ruolo di Doc ed è stato proprio Edgar Wright ad assegnargli quello di Hank Pym prima di abbandonare il set di Ant-Man. Detto questo, se Baby Driver vi fosse piaciuto recuperate Grindhouse - A prova  di morte, Driver, l'imprendibile, Mad Max: Fury Road, The Blues Brothers, Hudson Hawk - Il mago del furto e Una vita al massimo. ENJOY!

venerdì 27 settembre 2013

The World's End (2013)

Finalmente è arrivato il momento di vedere conclusa una delle trilogie “non ufficiali” più amate del mondo! La Blood and Cornetto Trilogy si congeda dai suoi fan con The World’s End, sempre diretto e co-sceneggiato, come i suoi fratellini, dal regista Edgar Wright. Segue recensione SENZA SPOILER, giuro.


Trama: il disadattato Gary riunisce, dopo 20 anni, lo storico gruppo di amici con i quali era quasi riuscito a fare il giro completo dei pub nel loro sonnolento paesino natale. Le cose però, dopo 20 anni, sono molto cambiate e quella che comincia come una serata normale diventa presto una corsa per la sopravvivenza…


I film che prevedono la collaborazione tra Wright, Pegg e Frost sono un po' l'antitesi del diludendo: ci può essere magari quello un pochino meno bello degli altri, ma in generale si sa che saranno delle pellicole favolose e The World's End non fa eccezione, collocandosi nella scala del Cornettometro appena sotto Shaun of the Dead e sopra Hot Fuzz. D'altronde, ormai la sinergia del trio è tale che sono loro i primi a divertirsi girando i film e, di conseguenza, lo spettatore non può fare a meno di rimanerne influenzato e apprezzare ogni gag, ogni riferimento agli altri due episodi della trilogia (ormai un marchio di fabbrica, assieme al Cornetto, il salto degli steccati), ogni battuta e ogni momento commovente, senza dimenticare di avere comunque davanti un film a sé stante. Che, in questo caso, pesca a piene mani dalla fantascienza maccartista e la mescola con quei film apocalittici che stanno andando tanto per la maggiore in questi ultimi anni, risultando però nettamente migliore nel descrivere la fine del mondo del titolo italiano. La sceneggiatura, scritta a quattro mani da Pegg e Wright, è infatti un cerchio perfetto dove ogni avvenimento o particolare insignificante non è messo a caso: The World's End andrebbe guardato almeno due volte solo per riuscire ad apprezzare appieno come, per esempio, tutto ciò che viene detto e fatto all'inizio prefiguri in qualche modo l'intero film, così come i nomi dei dodici pub dove il protagonista, Gary King (il Re affiancato da Cavaliere, Ciambellano, Paggio, Ministro e Principe), decide di prendersi l'epica sbronza e rinverdire i fasti di gioventù. The World's End è un film "di congedo", un'amara e malinconica riflessione sul tempo che passa impietoso, sul diventare adulti e sulle speranze infrante e, di conseguenza, un'ulteriore evoluzione dei due fancazzisti di Shaun of the Dead: lì Shaun ed Ed avevano una trentina d'anni (appena a inizio carriera?) ed erano ancora "recuperabili" mentre Gary è un triste e squallido quarantenne che ha deciso di non crescere e di rimanere ancorato all'ultimo giorno in cui si è sentito giovane, vivo ed invincibile.


Simon e Nick questa volta si scambiano quindi i ruoli e quello che un tempo era lo streppone Ed si ritrova oggi nei panni di un personaggio "antipatico" e precisino come il vecchio Pete, almeno per i primi 20 minuti. Il risultato è esilarante, Pegg con la tinta nera, i vestiti GGiovani e il viso pieno di rughe dell'adulto sfatto è divertentissimo ma allo stesso tempo triste e pietoso e tutti i comprimari che compongono il gruppo dei "cinque moschettieri" interagiscono tra loro in maniera divina. Tolti "i soliti due" (anche Nick Frost da il bianco e mi chiedo come abbia fatto a non farsi venire un infarto visto che corre di lungo!!), ho apprezzato molto la deliziosa, malinconica faccetta di un Eddie Marsan sempre più ubriaco e svampito mano a mano che il film prosegue e a tal proposito, prima di passare agli aspetti tecnici, vorrei spendere due parole sul doppiaggio. Mi rendo conto che in Italia le sale che proiettano i film in lingua originale sono mosche bianche (da me non è nemmeno arrivato doppiato...), tuttavia questo è il motivo per cui mi sarei comunque rifiutata di andare a vedere The World's End al cinema: ho conosciuto Pegg e Frost in Australia, non ho mai visto un loro film "di coppia" in italiano e questo vale soprattutto per quelli della Trilogia, quindi non riuscirei a sopportare la mancanza delle loro voci e il modo in cui si accompagnano alle loro espressioni (una su tutte: Simon Pegg spara una cazzata qualsiasi davanti alla ragazza e fa quell'incredibile smorfia da cagnetto bastonato, con la bocca piegata all'ingiù)... ma a maggior ragione in The World's End più i protagonisti si ubriacano più la loro parlata diventa biascicata, rapida, sincopata ed esilarante, per non parlare poi dei giochi di parole come "He was new! Like a baby! Like a man baby!" "Like a maybe". Quindi, ci siamo capiti, recuperatelo in lingua appena potete e preparatevi a ridere di più.


Delirio linguistico a parte, come gli altri due film della Trilogia anche The World's End è curatissimo per quel che riguarda regia ed effetti speciali. Devo ammettere che questi ultimi all'inizio mi hanno lasciata perplessa (non ricordo se nel trailer si vedevano, però il primo impatto è scioccante...) ma concorrono a dare al film un piglio più grottesco che risulta ancora più divertente a fronte di scene da combattimento veramente serie e ben fatte. Le entità contro cui devono combattere i nostri cinque moschettieri a tratti mettono davvero paura soprattutto per gli urlacci accompagnati da fasci di luce che ricordano tanto L'invasione degli ultracorpi e il finale, teso e mozzafiato, ha proprio poco da invidiare ai "veri" film di fantascienza. E detto questo, siccome ho promesso di non fare spoiler, conviene chiudere qui la recensione prima che il delirio e l'amore mi travolgano e vi racconti tutto questo spazialissimo, adorabile The World's End come avrei voglia di fare finché l'onda dell'entusiasmo, che dura ormai da due giorni e mi accompagnerà per mesi (lo riguarderei già ora!!!), è ancora lì a travolgermi. Correte in sala e ringraziate l'Inghilterra per averci dato questi tre geni e il loro assurdo modo di fare cinema!


Del regista e co-sceneggiatore della pellicola Edgar Wright ho già parlato qui. Simon Pegg (co-sceneggiatore, Gary King), Nick Frost (Andy Knightley), Martin Freeman (Oliver Chamberlain), Eddie Marsan (Peter Page), Pierce Brosnan (Guy Shephard) e Bill Nighy (in originale presta la voce al Network) ho già parlato nei rispettivi link. 

Paddy Considine interpreta Steven Prince. Inglese, ha partecipato a film come Cinderella Man, Hot Fuzz e The Bourne Ulimatum – Il ritorno dello sciacallo. Anche sceneggiatore e regista, ha 39 anni e due film in uscita.


Rosamund Pike interpreta Sam Chamberlain. Inglese, ha partecipato a film come La morte può attendere, The Libertine, Orgoglio e pregiudizio, La versione di Barney, Johnny English - La rinascita e Jack Reacher - La prova decisiva. Ha 34 anni e cinque film in uscita.


Tra gli altri attori, segnalo la presenza di David Bradley, ovvero l’uomo che ogni fan di Harry Potter conosce come Gazza, lo scorbutico custode di Hogwarts, qui nei panni del folle Basil. Anche Rafe Spall e i due protagonisti di Killer in viaggio compaiono come guest star, il primo ed Alice Lowe come avventori di un pub, mentre Steve Oram è riconoscibilissimo nei panni del poliziotto in moto. Infine, se il film vi fosse piaciuto (e non vedo come non potrebbe!!) consiglio il recupero di Shaun of the Dead e Hot Fuzz. ENJOY!!

giovedì 3 settembre 2009

Hot Fuzz (2007)

Non sempre quando si riunisce una squadra che ha dato vita ad un film che può essere giustamente definito cult si raggiunge un risultato identico o perlomeno simile. Tenendo bene a mente questa premessa, ho guardato Hot Fuzz (diretto nel 2007 da Edgar Wright), memore della perfezione assoluta di Shaun of the Dead. Per fortuna non sono stata delusa e, anche se la romzomcom per eccellenza è impossibile da eguagliare, questo film è altrettanto divertente e perfettamente confezionato.


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La trama: Nicholas Angel è un superpoliziotto di stanza a Londra. La sua eccessiva perfezione però fa sì che i superiori, che non lo sopportano tanto quanto i colleghi, lo mandino a prestare servizio in uno sperduto villaggio inglese nel quale i suoi metodi si scontrano con l’apparente pace e tranquillità del luogo. Apparente, perché una serie di morti comincia a turbare la piccola comunità. Con il solo aiuto dell’ingenuo collega Danny, e nonostante lo scetticismo dell’intera polizia che vede queste morti solo come “incidenti”, Angel comincia ad indagare…


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Se Shaun era una parodia degli horror di serie B, Hot Fuzz è una parodia degli sboronissimi action USA, che vengono ampiamente citati e messi in ridicolo grazie ad un umorismo assolutamente british: macchine “volanti”, solitari superpoliziotti con problemi esistenziali e dalle strane abitudini (Angel, a differenza dei vari Bruce Willis e compagnia bella è assolutamente ligio al dovere e non beve, ma passa le serate annaffiando il suo Japanese Peace Lily perché impossibilitato ad interagire con le altre persone), inseguimenti ed esplosioni al limite della ragionevolezza umana, il tutto infilato nella cornice più improbabile, ovvero un piccolo paesetto della campagna inglese, dove ogni cosa può trasformarsi in arma impropria e i “campi di battaglia” sono fiere di paese o supermercati. La chiave comica di questo film sta proprio in questo contrasto, e nelle esilaranti caratterizzazioni dei personaggi. Paradossalmente, Angel e Danny fanno ridere più nelle scene che li vedono interagire con gli altri abitanti del villaggio piuttosto che nelle scene “di coppia” (che a tratti sono volutamente ambigue, al di là dell’amicizia virile). C’è il capo della polizia locale, un vecchietto che risolve tutto “punendo” chi si comporta male facendogli offrire dolci e gelati, l’agente vegliardo che parla un dialetto tutto suo, i geniali Andies, i due caustici e bastardissimi investigatori che prendono subito in odio Angel, l’ambiguo gestore del supermercato, il giornalista illetterato, i due attorucoli e il loro omaggio al Romeo + Juliet di Baz Luhrmann (da applauso il siparietto sulle note di “Love me, love me, say that you love me”), un mimo invadente e persino… un cigno. Anzi, IL cigno. Ognuno di questi elementi si incastrano perfettamente nella storia e rimangono impressi anche più dei personaggi secondari di Shaun of the Dead, al punto che se facessero un telefilm basato sul villaggetto di Hot Fuzz credo che non me ne perderei una puntata.


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Il bello dei film diretti da Wright è che, oltre ad essere scritti e recitati splendidamente, sono anche diretti benissimo. Non c’è un attimo di pausa tra una scena e l’altra, il finale di una richiama l’inizio dell’altra con quegli stacchi senza soluzione di continuità che già si trovavano in Shaun of The Dead. Gli effetti speciali sono curatissimi, si è fatto ricorso stavolta ad un grande impiego della CGI, soprattutto nelle esplosioni ma anche nelle morti ad effetto (una su tutte, quella del tizio schiacciato da una delle guglie della chiesa): si può dire che Hot Fuzz non è una semplice parodia, come non lo era Shaun. La caratteristica degli “spoofs” in effetti, come nel caso dello storico Hot Shots!, o più recentemente Superhero Movie è anche quella di essere realizzati in modo artigianale, senza curare troppo i dettagli, anzi, puntando proprio sulla messa in scena rozza. I film di Wright sono invece curati fino all’inverosimile, e non hanno niente da invidiare ai generi che parodiano. Anzi, sono fatti anche meglio.


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E come Shaun conteneva rimandi alle serie tv che in Inghilterra hanno fatto la fortuna di Peggs e Wright, anche Hot Fuzz contiene rimandi al film che li hanno consacrati agli occhi del pubblico internazionale: in una scena viene mostrato il dvd di Shaun of the Dead, in un’altra si ripropone l’idea di prendere una “scorciatoia” saltando gli steccati (e a differenza di Shaun, Angel ci riesce, anche se Danny fa una ben magra figura) e, soprattutto, viene citato l’immancabile Cornetto come cibo delle brame di chi è troppo scazzato per vivere; non a caso, a detta di regista e attori, Hot Fuzz è solo il secondo episodio di un’ideale trilogia chiamata “Blood and Ice Cream Trilogy”, il cui terzo capitolo si spera uscirà a breve. Aguzzate inoltre la vista: la ex fidanzata di Angel è nientemeno che Cate Blanchett (la riconoscerete dagli occhi e dalla voce, se guarderete il film in originale), mentre Peter Jackson è il babbo natale che traumatizza Angel all’inizio del film, accoltellandolo. Ah, per la cronaca: Hot Fuzz non vuol dire proprio nulla, è solo l’unione di due parole messe a caso che omaggiano gli storici action americani, come Point Break (ampiamente citato), Die Hard o Arma letale.


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Di Edgar Wright, Simon Pegg e Nick Frost ho ampiamente parlato qui, e la loro situazione dall’epoca del post su Shaun of the Dead non è cambiata. Di Jim Broadbent, che qui interpreta il capo della polizia, ho parlato qui. Di Bill Nighy, che qui ha un cameo come ispettore capo della polizia di Londra, ho invece parlato qui.


Timothy Dalton interpreta Simon Skinner, il bieco direttore del supermercato. L’affascinante attore inglese, uno degli ultimi portatori di un’eredità tipicamente teatrale, è stato James Bond in due episodi della saga negli anni ’80 (007 zona pericolo e 007 vendetta privata). Ha inoltre recitato in Cime Tempestose, Flash Gordon, Le avventure di Rocketeer, l’orrenda rivisitazione de La bella e la bestia con Fran Drescher de La Tata, L’amore è un trucco, Looney Tunes: back in action. Per la TV, ha partecipato ad episodi di Charlie’s Angels, Racconti di mezzanotte e Doctor Who. Ha 65 anni.


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E ora, se non avete il doppio, splendido DVD (e per l'amor di Dio, compratelo!!!!!), ecco a voi le papere dal set!! ENJOY!!




martedì 14 luglio 2009

Shaun of The Dead (2004)

Che il demone calderiano maledica in eterno la distribuzione italiana. Quale persona sana di mente andrebbe al cinema a vedere, o affitterebbe, un film dallo sciagurato titolo “L’alba dei morti dementi”? Pochi o nessuno, sicuramente, perché quello che il pubblico si aspetterebbe sarebbe un’orrenda parodia all’americana dei film di zombie, dunque perché spendere soldi per una simile schifezza? Ma per fortuna, esistono mezzi per conoscere ed apprezzare i film nella loro purezza, senza lasciarsi fuorviare da titoli immondi, che impedirebbero di scoprire piccole perle come questo Shaun of the Dead, diretto nel 2004 dall’inglese Edgar Wright.

La trama: Shaun è un impiegatucolo trentenne con la sindrome da Peter Pan e mille problemi relazionali. Passa le sue giornate vegetando al pub Winchester in compagnia del suo migliore amico, Ed, più sfigato e disadattato di lui, per la disperazione della fidanzata, della mamma e del patrigno. Proprio quando la ragazza, Liz, decide di farla finita con lui e di lasciarlo, il mondo viene colpito da un’epidemia di zombie e Shaun si deciderà a rimettere a posto la sua vita… ma dovrà cercare di sopravvivere per riuscirci! 
Ora verrò tacciata di eresia dai più, ma per me Shaun of the Dead, seppur non faccia affatto paura, è l’horror perfetto. O meglio, è il più bel film di zombie che abbia mai visto, e mi perdonino i fan di Romero; gli attori sono bravissimi, la storia fila scorrevole e piacevole come raramente accade, i personaggi sono delineati in modo perfetto e sono talmente umani che oltre a strappare risate fanno anche scendere qualche lacrimuccia, gli zombie non sono delle macchiette come potrebbe succedere in film simili, ma sono davvero pericolosi e realizzati con un makeup splendido, i dialoghi sono credibili e divertentissimi, non mancano scene splatter (per non parlare di quelle cult!) e il tutto è scandito da una colonna sonora, composta da omaggi horror come la colonna sonora di Zombie di Romero e successi decisamente più “ballabili”, che definire azzeccata è dir poco. E’ innegabile che dopo anni di omaggi italiani, di questi tempi siano gli inglesi a poter essere considerati i degni eredi di Romero e Fulci, visto che le migliori pellicole sugli zombie degli ultimi anni provengono tutte dal Regno unito (basti pensare a Dead Set e 28 giorni dopo…). Certo, non sono “puri” film di zombie, sono pellicole atipiche, contaminate dai generi più disparati, ma non per questo sono meno valide di quelle degli storici predecessori.
Andiamo più nello specifico: la genialata di un simile film, e non mi stancherò mai di ripeterlo, è quella di seguire il modello di illustri predecessori e la lezione dello zio King, ovvero quella di inserire all’interno di una storia “normale” l’elemento horror. Come dice la locandina, Shaun of The Dead è “una commedia romantica… con gli zombie”. L’inizio trae in inganno, mostrando allo spettatore il passo strascicato ed i lamenti di un uomo che non è altro che il povero Shaun dopo una levataccia. Ma da lì in poi, mentre lo spettatore viene attirato dai problemi del protagonista, dalla sua vita inconcludente, dalla rozza simpatia del demenziale Ed, gli zombie vengono introdotti come piccoli fatterelli marginali che sconvolgono la vita della città tutta… ma ce ne vuole prima che Shaun ed Ed si rendano conto della loro presenza! Ciò da il via a siparietti esilaranti, come la spesa di Shaun al supermercato, lo zombie che fa il coro alla canzone White Lines, i due “amanti focosi” all’uscita del pub che, in realtà, non sono altro che un morto vivente e la sua preda sbocconcellata. Splendido poi il modo in cui, una volta messi di fronte alla dura realtà, i due amici si impegnino ad affrontare la situazione, in parte approfittando di inaspettate libertà (poter guidare la macchina dell’odioso inquilino Pete su tutte…) e in parte cercando modi per risolvere problemi inimmaginabili: l’ingenuità e i sogni ad occhi aperti di Shaun ricordano molto quelli del JD di Scrubs (“Usciamo, andiamo dalla mamma, ci togliamo dalle balle Phillip, prendiamo la mamma, andiamo da Liz, ci facciamo una tazza di tè, e aspettiamo che tutto questo finisca” è un mantra ripetuto per ben tre volte, ogni volta con una modifica quando Shaun si rende conto che non è poi così facile rimanere normali davanti alla fine del mondo..) ma è proprio l’assurdità della vicenda a far crescere le palle al nostro, che si arma di vinili e mazza da cricket, affronta gli zombie per salvare mamma e fidanzata, alla fine si trasforma persino nel “Cacciatore” ed ottiene rispetto anche dagli amici di Liz .
Ovviamente tutto questo viene supportato da una fotografia splendida, da interpreti bravissimi e da una regia azzeccatissima che riesce ad unire i clichè degli horror (le sagome degli zombie che si intravedono a frotte dietro la porta , per esempio) alle innovazioni regalate dalla musica, elemento fondamentale del film: la scena cult, assolutamente, è quando il gruppo di amici, all’interno del Winchester, sfonda di mazzate uno zombie al ritmo di Having A Good Time dei Queen, mentre i morti viventi all’esterno, attirati dalla musica e dalle luci, sembrano ballare come se fossero a un concerto. Inutile da parte mia segnalare altre battute e scene che mi sono rimaste nel cuore: sono troppe e lascio a chi verrà invogliato leggendo questo post a vedere (o Rivedere!!) questo splendido film!!! E se poi vi impallerete come me, vi ricordo che esiste un bellissimo cd con tutte le canzoni, una graphic novel tratta dal film, scritta da Chris Ryall e disegnata da Zach Howard, un DVD colmo di speciali che merita di essere comprato anche solo per le “papere” e le quattro piccole storie a fumetti che ci mostrano i “buchi” presenti nel film (rispettivamente la storia di Ed, degli zombie che seguono Shaun, della morta Mary e della fuga di Dianne) ed infine un sacco di merchandising (io ho la spilletta di Ed a casa XDXD) fico. Che aspettate a portare avanti lo shopping compulsivo??!! 
Edgar Wright è il regista e primo sceneggiatore del film. Lo sceneggiatore inglese si è fatto le ossa ed ha raggiunto la fama, come già Simon Pegg, lavorando per la tv britannica, in particolare in una serie di cui Shaun of The Dead riprende alcune gag, situazioni e personaggi: Spaced. Dopo il successo internazionale raggiunto con Shaun, il regista è diventato talmente “cult” da potersi permettere di realizzare come guest director uno dei finti spezzoni per il film Grindhouse, il fulciano Don’t e ha diretto un’altra pellicola con Pegg e Nick Frost, Hot Fuzz. Ha 35 anni e quattro film in uscita.
Simon Pegg interpreta Shaun, ed è anche sceneggiatore della pellicola. Apprezzatissimo attore della tv britannica, tanto da meritarsi un omaggio fumettistico prima ancora di diventare universalmente famoso (il Piccolo Hughie del divino The Boys di Garth Ennis, è dichiaratamente identico a lui), è ora molto attivo anche nel cinema americano, che lo ha accolto come una simpatica mascotte di culto. Tra i suoi film: La terra dei morti viventi, Mission: Impossibile III, Hot Fuzz, il falso trailer Don’t, Le cronache dei morti viventi, Star Trek, L’era glaciale 3 – L’alba dei dinosauri (a cui ha prestato la voce). Per la TV, oltre al già citato Spaced, ha recitato in Band of Brothers e Doctor Who. Ha 39 anni e tre film in uscita.
Simon Pegg (a sinistra) e il Piccolo Hughie (a destra): la somiglianza è impressionante!!
Nick Frost interpreta l’esilarante Ed. Migliore amico di Simon Pegg, anche nella realtà, ha lavorato quasi sempre in coppia con lui, fin dai tempi di Spaced, pur avendo ottenuto minor successo rispetto al compare. Tra i suoi film ricordo Hot Fuzz, il falso trailer Don’t, I Love Radio Rock. Per la TV ha partecipato alla serie Twisted Tales. Ha 37 anni e, in uscita, gli stessi film di Pegg.
E ora vi lascio con le gag del film!! A proposito di gag… se guarderete il film, fate attenzione alla scena in cui Pete e Shaun discutono se mandare via di casa Ed oppure no. Noterete che l’attore dovrebbe interpretare uno scazzatissimo Pete, ma dopo il saluto e i gesti di Nick Frost non riesce, proprio alla fine della ripresa, a trattenere le risate, e un angolo del labbro s’incurva all’insù come se avesse un tic. ENJOY!!

mercoledì 18 aprile 2007

Aggiornamento GrindHouse

Aspettando Grindhouse di Tarantino & Rodriguez ho trovato on line i

FALSI TRAILER

che intervallano i due film... Ora, io li trovo geniali. Uno spettacolo trash. Partiamo da quello di

ROB ZOMBIE ovvero Women Werewolves of the S.S. <Holy moly!!!>

Attori: Udo Kier (!!!) Sheri Moon Zombie e una guest star esilarante!! Meglio di Maccio Capatonda...



Ecco quello di ELI ROTH ovvero Thanksgiving <esilarante a livelli inauditi...>





E per ultimo... EDGHAR WRIGHT ovvero il regista di Shaun Of The Dead con Don't





Questo farebbe onore a Lucio Fulci...

Ragazzi, non vedo l'oraaaaaaaaaaaaaa *___________*

E spero che sti film vengano effettevamente diretti e prodotti un giorno...

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