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mercoledì 29 aprile 2026

Bolla Loves Bruno: Attacco al potere (1998)


Non so per quanto ancora continuerò a mantenere questa miracolosa costanza ma, finché dura, andiamo avanti con la rubrica Bolla Loves Bruno e parliamo di Attacco al potere (The Siege), diretto e co-sceneggiato nel 1998 dal regista Edward Zwick.

Trama

New York viene scossa da terribili attacchi terroristici e l'agente speciale dell'FBI Hubbard deve allearsi con una donna misteriosa per evitare che la situazione precipiti ulteriormente...

RECENSIONE

Non è stata proprio una passeggiata guardare Attacco al potere, film che nel 1998, prima del fatidico 11 settembre, sembrava quasi fantascienza. Anzi, coi venti di guerra che tirano, un film simile mette ancora più angoscia e, col senno di poi, sottolinea ulteriormente (se ancora ce ne fosse bisogno) quanto la situazione in Medioriente non solo sia complessa e sedimentata nel tempo, ma anche fomentata dalle politiche scellerate, sconsiderate ed egoiste dei salvatori del Mondo, i nostri cari amici americani. Per carità, la critica di Attacco al potere è molto blanda, perché per un generale freddo come il ghiaccio ed incurante del male "minore" (leggi: le vite di innocenti cittadini) c'è un agente dell'FBI integerrimo e pronto a farsi portavoce di valori universali quali onore, correttezza, rispetto di ogni vita umana, legge, ordine, ecc. Però, tant'è, nonostante il finale a tarallucci e vino, a farla da padrone per tutto il film è un'inquietudine sottile, l'attesa di qualcosa di orribile e vicino, che non può venire evitato nemmeno con tutto l'impegno e il buon cuore del mondo. All'interno della filmografia di Bruce Willis, un film come Attacco al potere è, almeno fino al 1998, una specie di mosca bianca. Bruno non ha mai evitato i ruoli da villain, ma in essi c'erano sempre degli aspetti fascinosi, eleganti, talvolta eclettici. Il generale Deveraux di Attacco al potere, invece, è un freddo automa, la perfetta macchina da guerra che agisce per un distorto amore per la Patria; Deveraux, dietro le sue medaglie, è un perfetto signor nessuno, che avrebbe potuto venire interpretato da qualsiasi attore con la faccia da duro e l'espressione anonima, in quanto il focus della trama è altrove. Lo stesso regista, Edward Zwick, ha dichiarato che il casting di Bruce Willis era stato preteso dai dirigenti della Fox, per assicurare al film un volto premiato al box office che potesse giustificare un budget sempre più alto, e di essere rimasto deluso dalla scelta. A detta di Zwick, Willis dava l'idea di non essere a suo agio col personaggio né preparato per il ruolo, il che avrebbe indebolito il terzo atto del film, quello che vede l'attore maggiormente presente. In realtà, come ho scritto sopra, Deveraux non è un personaggio particolarmente ficcante (è vero, è l'eminenza grigia che scatena tutto ma, in quanto tale, rimane nelle retrovie per buona parte del film), e trovo giusto che Willis si sia adattato a ciò che il generale richiedeva, anche perché il cuore della trama è il rapporto di amore-odio che lega l'agente dell'FBI Hubbard e l'agente della CIA Elise. Al limite, si può dire sicuramente che Bruce è sprecato in Attacco al potere, ma comunque vederlo in divisa mentre rigurgita un contenuto disprezzo sul mondo non mi ha fatto proprio schifo, anzi. Di sicuro, il poveraccio non meritava di vincere il Razzie per ben tre dignitosissimi film nello stesso anno, ovvero questo, Armageddon e Codice Mercury, ma si sa che la gente è miope e pure un po' stronza.

Tornando ad Attacco al potere, il film si focalizza su una corsa contro il tempo che vede l'agente Hubbart impegnato a sventare attacchi terroristici sempre più tragici. Se la sceneggiatura, vero punto debole del film e invecchiata abbastanza male, pecca di una superficialità che rischia di fomentare ancora di più eventuali fobie razziste degli spettatori, la regia di Edward Zick rifugge invece la maggior parte dei mezzucci tipici di buona parte del cinema action, e alla spettacolarizzazione degli attentati (che pure sono realizzati con maestria e trasmettono un desolante senso di violenza e tragedia) preferisce una costruzione attenta e precisa della tensione. Sequenze come quella dell'autobus, interamente giocate sull'attesa e sul silenzio, con le inquadrature che si alternano tra il volto teso di Denzel Washington e il veicolo infestato dai terroristi, trovano un naturale sfogo in momenti più concitati, in cui i personaggi sono costretti a sfidare i limiti di tempo e traffico cittadini per sventare le minacce terroristiche, e questo costante cambio di registro e ritmo fa sì che le quasi due ore di durata non si sentano neppure. Ancora oggi, tra l'altro, sono impressionanti (e inquietanti) le immagini dell'enorme campo di contenimento ai margini della città, le parate di carri armati e soldati nel bel mezzo della legge marziale, o i tortuosi cunicoli sotterranei in cui, nel cuore stesso di quella che dovrebbe essere la nazione democratica per eccellenza, vengono torturati e uccisi i prigionieri. Per quanto riguarda gli attori, del povero Bruno sacrificato in un personaggio a lui ben poco confacente ho già parlato. Per fortuna, Denzel Washington è un protagonista carismatico che riesce a tenere a freno una strabordante "piacioneria", visto l'argomento trattato dal film, senza che ciò gli impedisca di avere una fortissima alchimia con la Elise di Annette Bening, semplicemente splendida e sensuale nonostante il suo personaggio sia privo degli elementi caratteristici delle spie "fatali". Fondamentale anche Tony Shalhoub, che rappresenta il punto di vista di chi è riuscito ad integrarsi con fatica e si impegna per evitare di perdere tutto ciò che ha conquistato per lui e la propria famiglia, dopo una vita all'insegna della violenza e della guerra. Anzi, dovessi dire, il personaggio di Shalhoub mi è piaciuto molto più del protagonista, l'ho trovato più sfaccettato e particolare dell'eroe all-american incarnato da Denzel Washington, ed è uno degli aspetti che ho maggiormente apprezzato di un film che ricordavo poco, ma che comunque ha superato con la sufficienza il recupero "col senno di poi". 

CAST

Di Denzel Washington (Anthony Hubbard), Annette Bening (Elise Kraft/Sharon Bridger), Bruce Willis (Generale William Devereaux), Tony Shalhoub (Frank Haddad), David Proval (Danny Sussman), Lance Reddick (Agente FBI Floyd Rose), Chris Messina (Caporale) ho parlato ai rispettivi link.

  • Edward Zwick è il regista e co-sceneggiatore del film. Americano, ha diretto film come Vento di passioni, L'ultimo samurai, Blood Diamond - Diamanti di sangue e Jack Reacher: Punto di non ritorno. Anche produttore e attore, ha 74 anni. 

CURIOSITà

Jodie Foster ha rifiutato il ruolo di Elise. Se Attacco al potere vi è piaciuto, recuperate Nemico pubblico e Codice Mercury. ENJOY!


martedì 8 ottobre 2013

L'uomo che non c'era (2001)

In questi giorni ho riguardato, dopo un sacco di anni, L'uomo che non c'era (The Man Who Wasn't There), diretto nel 2001 da Joel ed Ethan Coen. La recensione che segue sarà un po' atipica e vi spiegherò meglio il perché...


Trama: Ed Crane, un silenzioso barbiere sposato ad una moglie infedele, per ottenere denaro ricatta l'amante di lei e mette in moto una serie di tragici eventi...


Prima di cominciare la recensione dovete sapere che io, tutte le mattine, mi concedo mezz'ora di film da guardare mentre faccio colazione. Vivendo ancora con i miei, capita che mmadree sia ancora a letto mentre io sono già in piedi e ovviamente tengo basso il volume per non disturbare. La decisione, inoltre, di acquistare DVD in Inghilterra a causa del prezzo notevolmente più basso e l'assenza di spese di spedizione fa sì che, spesso, la traccia audio preveda solo la lingua inglese e, ahimé, l'assenza di sottotitoli. Questo è stato il caso di L'uomo che non c'era, di cui ho ovviamente capito gli aspetti salienti della trama perdendo però almeno il 50% del costante monologo del protagonista Ed Crane, che accompagna come nella migliore tradizione noir le immagini della pellicola. Premesso che, prima o poi, riguarderò per la terza volta L'uomo che non c'era in condizioni migliori, l'inconveniente mi ha fatta però concentrare sulle tre cose che rendono questo film l'ennesimo capolavoro dei Fratelli Coen e cioé la bellezza delle immagini, la delicatezza della colonna sonora e l'incredibile bravura di un Billy Bob Thornton praticamente perfetto.


L'uomo che non c'era è un bellissimo omaggio al cinema degli anni '50, girato in un bianco e nero talmente nitido che ogni dettaglio risalta alla perfezione, dai capelli tagliati dal barbiere al fumo di sigaretta che avvolge costantemente Ed Crane, sia nelle riprese esterne, che siano notturne o diurne, sia in quelle girate in interni. La colonna sonora è composta da una semplice ma intensa partitura per pianoforte, che comincia ad insinuarsi maggiormente nelle orecchie dello spettatore dopo l'arrivo di Birdy, la ragazzina pianista interpretata da una giovanissima Scarlett Johansson, mescolandosi alla voce roca e monocorde del protagonista e sottolineando i momenti più amaramente tragici e riflessivi della vicenda. Come quasi tutte le opere dei Coen, infatti, il film racconta la tragica banalità delle quotidiane vicende umane e quello che accade quando persone prive di nerbo decidono (o si trovano costrette a) di cambiare, seppur brevemente, il loro modo di essere: quando Crane, il laconico, passivo e rassegnato Crane decide di investire soldi in quella che è palesemente una fregatura "moderna", mette in moto eventi ampiamente prevedibili e per questo ancora più grotteschi e a loro modo tristi, sanguinosi. L'assurdità dell'intera faccenda viene sottolineata da riferimenti costanti a quei terribili giornaletti come Life magazine, a credenze popolari legate agli alieni e da personaggi sopra le righe come l'avvocato di Tony Shalhoub, profittatore e pieno di sé, perfetta incarnazione di una giustizia a dir poco kafkiana.


Billy Bob Thornton, come ho detto, è perfetto e avrebbe meritato l'Oscar. Sono ben pochi i moti di sorpresa o dolore che donano espressività al volto del suo personaggio, che diventa così un perfetto "Uomo che non c'era": Crane è inesistente sia per la moglie, una scazzata e bravissima Frances McDormand, sia per il logorroico cognato, sia per il padre di Birdy che si assopisce in sua presenza come se non avesse nessuno in salotto, sia per l'avvocato che non crede alla sua confessione di colpevolezza. Le uniche tre persone che si accorgeranno della presenza di Crane (tra le quali spicca il mio adorato James Gandolfini) saranno, molto ironicamente, quelle che poi lo porteranno alla rovina definitiva, chi in un modo chi in un altro... ma la verità è che, come tutti i perdenti del cinema dei Coen, Crane era già destinato ad una vita (o una morte) come minimo insignificante o insoddisfacente. L'uomo che non c'era, dunque, è un film particolare, forse uno dei più assurdi e di difficile interpretazione dei fratelli Coen ma anche uno dei più belli ed eleganti, dei più tristi e definitivi. Recuperatelo e, magari, ascoltate bene i dialoghi, non fate come me!


Dei registi e sceneggiatori Joel ed Ethan Coen ho già parlato qui mentre Billy Bob Thornton (Ed Crane), Frances McDormand (Doris Crane), Michael Badalucco (Frank), Scarlett Johansson (Birdy Abundas), Richard Jenkins (Walter Abundas) e Tony Shalhoub (Freddy Riedenschneider) li trovate ai rispettivi link.

James Gandolfini (vero nome James Joseph Gandolfini Jr.) interpreta Big Dave Brewster. Grandissimo attore purtroppo prematuramente scomparso, ha raggiunto il successo con la serie I Soprano ma lo ricordo anche per film come L’ultimo boyscout – Missione sopravvivere, Una vita al massimo, Get Shorty, She’s So Lovely – Così carina, Mezzanotte nel giardino del bene e del male, Il tocco del male, 8MM – Delitto a luci rosse, The Mexican, Il castello, Cogan – Killing Them Softly e Zero Dark Thirty. Anche produttore, è morto quest’anno all’età di 51 anni ma ha ancora un film in uscita. 


Jon Polito (vero nome John Polito) interpreta Creighton Tolliver. Americano, lo ricordo per film come Highlander – L’ultimo immortale, Il corvo – The Crow, Il grande Lebowski, Stuart Little – Un topolino in gamba e Gangster Squad, inoltre ha partecipato alle serie Miami Vice, La signora in giallo, Innamorati pazzi, NYPD, Pappa e ciccia, Millennium, Nash Bridges, Una mamma per amica, Scrubs, Tutto in famiglia, Desperate Housewives, Masters of Horror, Medium, Ghost Whisperer, Two and a Half Men e Monk. Ha 63 anni e due film in uscita tra cui Big Eyes, l’ultima pellicola di Tim Burton.


Nel cast figura anche, nei panni di Ann Brewster, l’attrice Katherine Borowitz, moglie di John Turturro. Il film, candidato all’Oscar per la miglior fotografia, è stato girato a colori e poi virato in bianco e nero ma, per errore, ne era stata distribuita una copia “non trattata” che è finita poi, in alcuni Paesi, nell’edizione speciale del DVD. A prescindere da questa curiosità, se L’uomo che non c’era vi fosse piaciuto consiglio la visione di Sin City, Blood Simple e l’originale Il postino suona sempre due volte. ENJOY!

giovedì 16 agosto 2012

1408 (2007)

Siccome al cinema danno poco o nulla, urge buttarsi sulla collezione di DVD. E in questi giorni, dopo tanto tempo, sono finalmente riuscita a guardare un film che ero curiosa di vedere da parecchio, 1408, diretto nel 2007 dal regista Mikael Håfström e tratto dall'omonimo racconto di Stephen King (che potete trovare nella raccolta Tutto è fatidico).


Trama: Mike Enslin è uno scrittore famoso per le sue recensioni di luoghi infestati. Un giorno riceve una misteriosa cartolina che lo invita a NON entrare nella camera 1408 del Dolphin Hotel di New York. Lo scrittore decide allora di indagare, inconsapevole di stare per andare incontro all'esperienza più terribile della sua vita...


Avendone letto meraviglie, mi aspettavo che l'adattamento cinematografico di 1408 fosse un horror con i cosiddetti, così inquietante da non dormirci la notte. La cosa, in effetti, mi insospettiva, perché trovavo difficile che si potesse rendere in quasi due ore un racconto molto più breve del normale, fatto di suggestioni, anticipazioni, dettagli inquietanti e ancor più inquietanti frammenti di pensieri alla deriva, ma considerato che sia John Cusack che Samuel L. Jackson erano della partita in qualche modo mi sono tranquillizzata. E invece, come temevo, 1408 si è rivelato nulla più che un normalissimo film poco horror e molto fantastico, ben diretto e ben recitato, spettacolare in alcune sequenze ma assai banale per molti altri aspetti. Il racconto omonimo viene "seguito" fino a un certo punto, giusto per l'introduzione e qualche elemento verso il finale, per il resto gli sceneggiatori hanno ricamato sul breve canovaccio Kingiano aggiungendo elementi che, a mio avviso, hanno rallentato e appesantito la storia, come il freddo rapporto tra Mike e l'anziano padre oppure il dolore dello scrittore per la perdita dell'amata figlioletta. Laddove King rappresentava un orrore alieno, che colpisce da subito senza lasciare scampo e, cosa ancor più inquietante, senza apparente motivo, nel film parrebbe che la stanza si alimenti dei sensi di colpa e di perdita del protagonista, offrendo così allo spettatore una classica ghost story con un twist finale che non possiede neppure la metà della potenza dell'opera scritta.


A fronte di questo,  devo comunque ammettere che 1408 è confezionato molto bene. Se Samuel L. Jackson si limita a offrire poco più di una comparsata, l'interpretazione di John Cusak è invece magistrale, una lenta discesa dall'iniziale scetticismo alla follia e disperazione più totali, sottolineata dallo sguardo allucinato dell'attore. Per quanto riguarda la regia e gli effetti speciali, mi è molto piaciuta l'idea di sottolineare la pericolosità della stanza riprendendo dall'interno delle cassette di sicurezza sia il momento in cui Mike recupera la cartolina che segnerà il suo destino, sia quello in cui Olin prende la chiave della stanza stessa. L'aspetto della stanza, inoltre, è allo stesso tempo elegante e "sbagliato", quasi claustrofobico, progressivamente sempre più ostile e cadente mano a mano che la storia prosegue; Håfström non lesina topoi tipici dell'horror come maniaci armati di armi contundenti che spuntano alle spalle del protagonista quando meno se lo aspetta, fantasmi che si inseriscono nelle conversazioni via Skype (!!), mummie che strisciano nei condotti, punti di ripresa distorti, specchi ingannevoli e quant'altro, arriva persino a girare una grandiosa sequenza in cui la stanza viene completamente allagata, come se fosse scoppiata una tempesta all'interno, ma sinceramente avrei apprezzato maggiormente qualcosa di molto più semplice e al contempo visionario. Insomma, 1408 non è un film che vi sconsiglio di vedere, perché tecnicamente è ineccepibile, ma se avete amato il racconto di Stephen King sono pronta a dirvi di evitare la visione senza rimpianti.


Del regista Mikael Håfström ho già parlato qui, mentre John Cusak (Mike Enslin), Samuel L. Jackson (Mr. Olin), Tony Shalhoub (Sam Farrell) e Len Cariou (il padre di Mike) li trovate ai rispettivi link.

Mary McCormack interpreta Lily. Americana, ha partecipato a film come Miracolo sulla 34esima strada, Due padri di troppo, Deep Impact, K - PAX - Da un altro mondo e a serie come E.R. - Medici in prima linea. Anche sceneggiatrice e produttrice, ha 43 anni e un film in uscita.


Attenzione SPOILER: quello che ho guardato io è il Director's Cut che si conclude, a differenza del racconto di Stephen King, con la morte di Mike nell'incendio da lui stesso causato. Nella versione cinematografica, invece, Mike sopravvive all'incendio e, riascoltando il nastro registrato nel corso dell'esperienza, sente la voce della figlia, convincendosi così finalmente dell'esistenza di una vita dopo la morte. Se il film vi fosse piaciuto, ovviamente, vi consiglio la visione del capolavoro Shining. ENJOY!!

domenica 18 marzo 2012

Galaxy Quest (1999)

Oggi parlerò di un film atipico, che ho guardato principalmente per curiosità, visto che non lo conoscevo affatto. Il film in questione è Galaxy Quest, diretto nel 1999 dal regista Dean Parisot.


Trama: gli attori protagonisti di una serie di fantascienza anni ’80, Galaxy Quest, vengono scambiati da un popolo di alieni per veri eroi e trascinati nello spazio per combattere contro un malvagio che progetta di conquistare il loro pianeta…


Il motivo che mi ha spinta a cercare e guardare questo filmetto per adolescenti è stata principalmente la curiosità di vedere uno dei miei attori preferiti, il divino Alan Rickman, interagire con Sigourney Weaver e una strana creatura come Tim Allen. Quello che risulta da questa interazione non è stato però all’altezza delle mie aspettative. Speravo di trovarmi davanti ad una seria parodia del genere fantascientifico, qualcosa di più cinico e grottesco, invece Galaxy Quest è un’innocua pellicola che strizza l’occhio principalmente ai fan che si sono visti ogni episodio di Star Trek e ne conoscono persino i retroscena legati ad attori e scene tagliate, visto che molte gag sono imperniate proprio sulla presa in giro della famosissima serie. Io, che non ne ho vista nemmeno una puntata, rido un po’ a denti stretti e non posso fare altro che notare come proprio Alan Rickman, di tutti i coinvolti, sembri rispecchiare veramente lo scazzo atavico del suo personaggio, come se pensasse continuamente: “Ma io qui come ci sono finito???”.


A dire il vero Galaxy Quest non è completamente da buttare. L’idea del gruppo di attori scambiati per eroi e trascinati in un pianeta di fan talmente all’ultimo stadio da aver progettato una vera navetta spaziale in base alle puntate della serie televisiva è simpatica e particolare, purtroppo però alla lunga diventa ridicola. Gli attori ricadono naturalmente nei ruoli della serie (il personaggio di Sigourney Weaver, per esempio, si limita a ripetere le parole dette dal computer a prescindere che si trovi in pericolo di morte o in panciolle a limarsi le unghie…) nonostante li odino, basta che il ragazzino di colore si ricordi i movimenti con cui pilotava la navicella nel telefilm per riuscire a guidarne una vera, ogni situazione, anche la più difficile, viene risolta a tarallucci e vino grazie alla piacioneria di Tim Allen oppure ricorrendo al gruppetto di ragazzini in attesa sul pianeta Terra. Insomma, di situazioni assurde è un po’ moscerelle ce ne sono purtroppo parecchie, l’unica cosa che si salva davvero è l’ormai trita critica alle convention e ai nerd, oppure il “dietro le quinte” che mostra come gli attori apparentemente così affiatati sul set si odino senza riserva alcuna. Rimanendo in tema attori, a dispetto del mio amore per Rickman l’unico che davvero merita la mia stima in questa circostanza è Tony Shalhoub, che, nonostante compaia poco rispetto alle grandi “star”, interpreta un personaggio talmente stordito, serafico e dolce da eclissare tutti gli altri. Gli alieni buoni invece sono un misto tra il patetico e il ridicolo, con quella terrificante vocetta monocorde da idiota del villaggio. Peccato, perché gli effetti speciali non sono male considerata la natura del film. Insomma, un’occasione sprecata buona solo per i fan accaniti di Star Trek.


Di Tim Allen (Jason), Sigourney Weaver (Gwen), Alan Rickman (Alexander) e Sam Rockwell (Guy) ho già parlato nei rispettivi link.

Dean Parisot (vero nome Aldo Luis Parisot) è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Dick & Jane operazione furto ed episodi delle serie E.R. Medici in prima linea e Monk. Anche produttore e sceneggiatore, ha un film in uscita.


Tony Shalhoub (vero nome Anthony Marcus Shalhoub) interpreta Fred. Attore famosissimo per la sua interpretazione del detective ossessivo compulsivo Monk, lo ricordo per film come La famiglia Addams 2, Men in Black, Gattaca – La porta dell’universo, Paulie – Il pappagallo che parlava troppo, Attacco al potere, Spy Kids, L’uomo che non c’era, I 13 spettri e Men in Black II; inoltre, ha partecipato a un episodio della serie X – Files e doppiato personaggi della serie Gargoyles e dei film Cars – Motori ruggenti e Cars 2. Anche produttore e regista, ha 58 anni e due film in uscita.


Missi Pyle (vero nome Andrea Kay Pyle) interpreta l’aliena Laliari. Americana, la ricordo per film come Qualcosa è cambiato, Big Fish, … e alla fine arriva Polly, Dodgeball, Anchorman: The Legend of Ron Burgundy e La fabbrica di cioccolato; inoltre ha partecipato a serie come Innamorati pazzi, Friends, Roswell, My Name is Earl, Heroes, Numb3rs, Grey’s Anatomy, Due uomini e mezzo e doppiato un episodio di American Dad!. Anche cantante, ha 39 anni.


Justin Long interpreta Brandon, il capo dei ragazzini nerd. Americano, lo ricordo per film come Jeepers Creepers, Jeepers Creepers 2, Dodgeball, Die Hard – Vivere o morire, Drag Me to Hell e Alvin Superstar con i suoi due seguiti, dove presta la voce in originale ad Alvin. Ha partecipato anche a That’s 70’s Show. Ha 33 anni e quattro film in uscita.

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