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venerdì 17 giugno 2022

Bolla Loves Bruno: Trappola di cristallo (1988)

L'appuntamento (mensile? Quindicinale?) con l'amato Bruno entra oggi nel vivo col film che lo ha consacrato all'Olimpo del cinema action, ovvero Trappola di cristallo (Die Hard), diretto nel 1988 dal regista John McTiernan e tratto dal romanzo Nulla è eterno, Joe di Roderick Thorp.



Trama: La vigilia di Natale, il poliziotto John McClane decide di fare una sorpresa alla moglie e presentarsi al suo party aziendale, ma rimane vittima della follia criminale di un gruppo di terroristi che hanno preso i dipendenti in ostaggio...


Scrivere qualcosa di nuovo o interessante su un capolavoro come Trappola di cristallo, con tutti i siti specializzati che ci sono oggi e con tutti i critici competenti che hanno trattato l'argomento su libri e monografie, sarà impossibile, me ne rendo conto. Infatti, mentre scrivo ho la stessa ansia da prestazione che mi prende al momento di affrontare Kubrick, Scorsese o Lynch, perché d'altronde il primo Die Hard è un caposaldo del cinema di genere e ha definito non solo la carriera di Bruce Willis ma anche un certo modo di fare action ironico ed intelligente. Permettetemi dunque di cominciare riprendendo le due righe meravigliate che ho scritto su Facebook. Non sono arrivata a 41 anni senza aver mai visto Trappola di cristallo, anzi. Me ne ero già innamorata da bambina, dopo averlo visto per caso una sera in TV, confondendone il titolo con quello di uno dei film che preferivo, ovvero L'inferno di cristallo; da quel giorno di amore a prima vista (non solo per Bruce Willis, ma ci torniamo su Bruno, ovvio) ho smesso di contare le volte in cui, intero o a spezzoni, mi è capitato di guardare il film di McTiernan, ma era davvero passato parecchio tempo dall'ultima volta in cui avevo prestato davvero attenzione. In occasione della stesura del post mi sono presa una sera di calma, stupendomi innanzitutto della durata. Due ore e dodici. Al giorno d'oggi se non si sforano le due ore i film non li fanno neppure uscire, all'epoca era strano che questo genere di pellicola durasse così tanto, e mentirei se dicessi di non aver cominciato a sudare freddo, reduce da un lunedì di fuoco e vittima di una stanchezza abissale. Eppure. L'attenzione non è calata neppure per un istante, la palpebra men che meno. Dal primo scambio di battute sull'aereo tra l'esperto di voli e un Bruce Willis stanco ma sornione, con quell'aura al tempo stesso cool e dimessa di chi potrebbe avere tutte le donne che vuole ma anche no, troppa sbatta, preferisco l'azione e le sigarette, si rimane catturati dall'archetipo di tutte le storie action degne di venire raccontate: poliziotto dalla vita famigliare a pezzi si riscatta agli occhi della moglie dimostrando al mondo di essere un eroe. Perché noi, signori, non vogliamo il principe azzurro. Noi vogliamo il ruzzo working class hero in canotta che sgomina da solo, tra una battuta e una posa epica, dei pericolosi terroristi. E, ovviamente, pretendiamo che la sua storia venga tramandata senza sciatteria.


In Trappola di cristallo, per l'appunto, non c'è NIENTE di sciatto (a partire dalla colonna sonora che unisce allo score tipico di un action le melodie natalizie). A livello di sceneggiatura non ci sono mai tempi morti o momenti di noia e neppure un personaggio sprecato, perché anche le semplici comparse che si vedono per qualche secondo hanno una spiccata personalità e qualcosa da dire (fateci caso. Molti dei terroristi si somigliano eppure sono tutti facilmente riconoscibili e, soprattutto, non si dimenticano!); il registro del film si compone di elementi comici, romantici, drammatici e thriller mescolati assieme con un equilibrio invidiabile, senza che mai uno prevalga sull'altro o, cosa ancor peggiore, senza che la comicità snaturi il dramma della situazione estrema in cui viene a trovarsi McClane, il quale a sua volta dispone dell'indistruttibilità del tipico eroe senza risultare inverosimile, neppure per un istante. La regia di McTiernan è curatissima, anche qui non c'è mai un'inquadratura banale o anonima. La "trappola di cristallo" del titolo italiano, il Nakatomi Plaza, si fa lui stesso protagonista fin dalle prime inquadrature, che riprendono i terroristi dal basso oppure dall'alto, perché il regista riesce a sfruttare corridoi, scale, intercapedini, angoli morti ed ombre di un edificio enorme che riesce a diventare claustrofobico e stretto, una trappola senza via d'uscita, dove la tecnologia non è amica di chi non sa usare il cervello e trovare soluzioni alternative per sopravvivere. Questo, parlando solo delle sequenze "tranquille", perché tra vetri che si disintegrano, corpo a corpo violentissimi ed esplosioni, Trappola di cristallo è un trionfo di scene action che lasciano ancora oggi, dopo più di trent'anni, a bocca aperta.


E a proposito di bocca aperta, non si può non parlare di Bruce Willis, d'altronde questi post sono dedicati a lui. Bruccino in Trappola di cristallo è bello da far paura. Non esistono altri action, per quanto zeppi di manzi, a crearmi scompensi ormonali, perché onestamente ho sempre provato abbastanza repulsione per Stallone, Schwarzy e compagnia picchiante e, parliamoci chiaro, Chris Hemsworth è un babbalone belloccio ma la personalità dov'è quando abbandona il ruolo di Thor? Meh. Willis invece ha trovato qui la sua ragione d'essere, con quel mix di muscolo e panzotta (i costumisti qui sono da ringraziare, così come la generosità di una sceneggiatura che a un certo punto, oh cheppeccato, vuole che la canotta scompaia!), il sorriso obliquo e la battuta pronta, quel minimo di tenerezza paterna e di marito innamorato ma totalmente clumsy, l'aria misteriosa di chi nella vita ne ha viste di stronzate eppure rimane lo stesso umile. In una parola, perfetto. D'altronde anche tutti gli altri attori sono in stato di grazia. Spendo giusto due parole per il mai troppo compianto Alan Rickman al suo primo ruolo "internazionale" eppure già in grado di dare vita a un personaggio iconico, in bilico tra eleganza e pazzia, con quella voce che a perdersela in originale si fa peccato, e all'adorabile Reginald VelJohnson, che l'anno dopo sarebbe diventato l'ancor più adorabile papà Winslow della serie Otto sotto un tetto e che non mi stanco mai di vedere, con la sua espressività e il suo sorriso. Insomma, la visione di Trappola di cristallo mi ha dato gioie a non finire e adesso aspetto di rimettere le manine sul sequel, che onestamente ricordo molto meno.


Del regista John McTiernan ho già parlato QUI. Bruce Willis (John McClane), Bonnie Bedelia (Holly Gennaro McClane), Alan Rickman (Hans Gruber) e Robert Davi (Big Johnson) li trovate invece ai rispettivi link. 

Reginald VelJohnson interpreta il Sergente Al Powell. Americano, lo ricordo per film come Ghostbusters (Acchiappafantasmi), Mr. Crocodile Dundee, Turner e il casinaro, 58 minuti per morire - Die Harder e per serie quali 8 sotto un tetto, I racconti della cripta, CSI - Scena del crimine, Will & Grace, Raven, Ghost Whisperer, Monk e Bones. Anche sceneggiatore e produttore, ha 70 anni.



Il ruolo di John McClane era stato proposto a Richard Gere, Sylvester Stallone, Harrison Ford, Mel Gibson, Arnold Schwarzenegger, Clint Eastwood, Robert De Niro, Charles Bronson, Don Johnson, Burt Reynolds e Michael Madsen (John Travolta era tra i papabili ma era già considerato demodé) ma tutti hanno rifiutato e lo stesso vale per Sam Neill per quanto riguarda il ruolo di Hans Gruber; tra le prescelte per interpretare Holly c'erano Linda Hamilton, Geena Davis, Debra Winger, Michelle Pfeiffer, Jamie Lee Curtis e Carrie Fisher. Tra i registi che hanno preferito dedicarsi ad altri progetti, invece, c'erano Richard Donner e Paul Verhoeven. Le differenze principali tra libro e film è che, nel primo, John McClane (che però si chiama Joe Leland, ha almeno 30 anni più del personaggio di Trappola di cristallo e ha una relazione con la hostess che si vede a inizio film, che diventerà la sua interlocutrice telefonica nel corso del romanzo) non va a trovare la moglie, bensì la figlia, la quale sul finale muore cadendo dal grattacielo assieme al villain, mentre John/Joe rimane permanentemente invalido. I seguiti ufficiali di Trappola di cristallo, di cui spero di poter parlare nel prossimo futuro, sono 58 minuti per morire - Die Harder, Die Hard - Duri a morire, Die Hard - Vivere o morire e Die Hard - Un buon giorno per morire, ma se cercate film dalla trama simile, negli anni '90 ne sono usciti a bizzeffe, tra cui Trappola in alto mare, Air Force One, Con Air e Trappola sulle montagne rocciose. ENJOY!


mercoledì 20 gennaio 2016

Le regole del caos (2014)

La maratona di giovedì scorso mi ha portata a vedere anche Le regole del caos (A Litte Chaos), diretto e co-sceneggiato da Alan Rickman nel 2014.


Trama: Re Luigi XIV commissiona al famoso progettatore di gardini André Le Notre i lavori per la nuova reggia di Versailles. Quest’ultimo rimane folgorato dalle idee intraprendenti di Madame De Barra, che viene coinvolta attivamente nei lavori…


Probabilmente sapete quanto ami la storia francese del periodo della Rivoluzione e quanto, di conseguenza, mi affascinino anche i secoli immediatamente precedenti o successivi nonché tutto ciò che riguarda luoghi “topici” come la reggia di Versailles. Le regole del caos, per quanto viziato da un’incredibile inesattezza storica, ha solleticato inevitabilmente queste mie passioni e mi ha spinta ad un gradito ripasso di tutte le storie dinastiche legate alla monarchia Francese, ramificate in un’infinita serie di figli illegittimi, dipartite premature, incroci di nazionalità e quant’altro, quindi in tal senso mi è piaciuto molto. Dall’altra parte però si tratta di una pellicola abbastanza banalotta per quel che riguarda la trama, con una protagonista emancipata e tuttavia propensa a viversi una telefonatissima storia d’amore col belloccio (moscio ma pur sempre belloccetto) di turno, stufo di venire cornificato dalla moglie vecchia, brutta, insensibile e pure vajassa. Madame De Barra è una donna intraprendente e dalle idee rivoluzionarie, ferma sostenitrice del “pizzico di caos” necessario anche nell'ambito dei progetti più regolari; la sua presenza all’interno della Corte desta scandalo ed ammirazione in egual modo in quanto non derivante da uno status nobiliare, bensì dai meriti acquisiti col duro lavoro e la bravura nell'eseguirlo. Madame De Barra è quindi il “canonico” elemento di caos che si può trovare spesso nelle opere in costume come questa e, come tale, affronta tutta una serie di esperienze positive e negative in grado di caratterizzarlo maggiormente e renderlo unico agli occhi dello spettatore, come per esempio l’incontro inaspettato con un Re “in borghese”, la quasi disfatta per mano di un’antagonista invidiosa, l’iniziale diffidenza dei colleghi uomini, il progressivo innamoramento del suo superiore, ecc. ecc. Per quel che riguarda la trama, dunque, non c’è nulla di particolarmente esaltante all’interno de Le regole del Caos, salvo un paio di momenti commoventi legati non tanto al tragico passato della protagonista, quanto alla triste (benché privilegiata) posizione delle dame a Corte, alle quali veniva fatto divieto di parlare di esperienze strazianti come la morte dei figli così da preservare l’atmosfera “solare” voluta dal Sovrano.


Alan Rickman, da parte sua, pare trovarsi molto a suo agio negli ambienti ricchi e raffinati della Corte ed azzecca un paio di sequenze di incredibile bellezza girate all’interno degli elegantissimi e colorati giardini (la fotografia di Le regole del caos è soprattutto molto bella); eppure, mancano quella sensibilità e quel minimalismo quasi intimista che tanto avevo apprezzato ne L’ospite d’inverno, tanto che la personalità del regista non solo non traspare dalla trama, ma neppure dalle immagini da lui girate né dall’interpretazione di Luigi XIV, priva della forza necessaria per renderlo carismatico quanto avrebbe dovuto. L’idea generale data da Le regole del caos è che, a dispetto del titolo, sia un compitino gradevole ed elegante ma privo di mordente in quanto anche troppo codificato e quest’impressione viene ulteriormente avvallata dal lavoro degli attori coinvolti. La Winslet, con la sua bellezza “terrena” ed imperfetta, è l’ideale per incarnare la temprata Madame De Barra, sia nei suoi aspetti più mascolini che in quelli prettamente femminili, eppure l’attrice non riesce a toccare l’animo dello spettatore neppure durante i momenti più drammatici della pellicola; d’altra parte il coprotagonista maschile, Matthias Schoenaerts, è talmente mollo ed insipido che la Winslet riuscirebbe a rubargli la scena anche solo spazzolandosi via la polvere dal vestito. Ad inghiottire tutto e tutti col suo carisma, però, è Stanley Tucci nei panni del Principe D’Orleans, il vero “caos” della pellicola nonostante la breve durata della sua permanenza sullo schermo, ahimé. Per quel che vale, comunque, Le regole del caos è un gradevole film in costume che piacerà molto agli amanti di un certo tipo di cinema romantico e sognatore, quindi non mi sento di sconsigliarlo del tutto, sebbene avrei preferito congedarmi da Alan Rickman con qualcosa di molto più travolgente!!


Del regista e co-sceneggiatore Alan Rickman, che interpreta anche Luigi XIV, ho già parlato QUI. Kate Winslet (Sabine De Barra), Stanley Tucci (Il duca d'Orleans) e Phyllida Law (Suzanne) li trovate invece ai rispettivi link.

Matthias Schoenaerts interpreta André Le Notre. Belga, ha partecipato a film come La meute, Un sapore di ruggine e ossa e The Danish Girl. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 39 anni e un film in uscita.


La bimba che si vede sedere da sola durante le scene ambientate al Louvre è Mia, figlia di Kate Winslet, all'epoca delle riprese incinta di un altro figlio. Per quel che riguarda il personaggio della Winslet, Sabine De Barra non è mai esistita mentre Le Notre sì ed è colui che ha progettato anche gli Champs-Elysées; il vero André Le Nôtre tra l'altro era più vecchio di Luigi XIV di 25 anni e, ai tempi in cui è ambientato il film, ne aveva 70, di cui più di 20 già passati a lavorare ai giardini di Versailles. Detto questo, se Le regole del caos vi fosse piaciuto recuperate Ragione e sentimento, L'intrigo della collana ed Orgoglio e pregiudizio. ENJOY!


martedì 19 gennaio 2016

L'ospite d'inverno (1997)

E così, dopo David Bowie, se n'è andato anche Alan Rickman. Per affrontare la tristezza io e il mio amico Toto abbiamo intrapreso la sera stessa della sua triste dipartita una maratona di film che vedevano l'attore inglese impegnato dietro la macchina da presa. Il primo è stato L'ospite d'inverno (The Winter Guest), diretto da Alan Rickman nel 1997 e tratto dall'omonima pièce teatrale di Sharman MacDonald, madre dell'attrice Keira Knightley.


Trama: Frances è una fotografa depressa e da poco vedova, madre di un figlio adolescente. L'anziana madre decide di farle visita una mattina d'inverno, mentre nel piccolo paesino in riva al mare dove abitano le due donne si intrecciano le storie di altre tre coppie di personaggi...


Nonostante fosse uno dei film preferiti di Toto, non avevo mai avuto occasione di vedere L'ospite d'inverno e purtroppo il triste evento è stato propizio. Tolto l'ovvio dolore per la dipartita di Rickman sono stata molto contenta di avere visto L'ospite d'inverno perché è una pellicola di una delicatezza incredibile, che si prende tutto il tempo di indagare nell'animo dei protagonisti ed immergerli in un'atmosfera malinconica, dal sapore antico, utilizzando come sfondo una cittadina di mare che, invece di accentuare i legami dei personaggi a causa delle sue dimensioni ridotte, pare quasi aumentare a dismisura la loro solitudine. La storia si focalizza su quattro coppie, eterogenee sia per sesso che per età: la principale è formata da Frances, fotografa da poco tempo vedova e in crisi depressiva, e la madre chiacchierona ma affetta da alcuni problemi (fisici e mentali) di senilità, la seconda vede il figlio di Frances alle prese con una misteriosa ragazza, la terza due vecchiette amanti dei funerali e la quarta due ragazzini che hanno marinato la scuola. Queste coppie talvolta incrociano gli altri protagonisti ma il più delle volte non interagiscono tra loro e si confrontano singolarmente con un aspetto particolare dell'esistenza e una fase della vita con tutti i pro e i contro che ne conseguono, a volte parlandone animatamente, altre rifugiandosi in un silenzio che vale più di mille parole. Quello che salta all'occhio dalle varie interazioni tra i personaggi è lo struggente desiderio di non rimanere da soli e la necessità di avere accanto qualcuno (amante, amico, genitore) per affrontare tutte le sfide della vita, da quelle più terribili causate dalla morte, la malattia o la vecchiaia, alle più semplici e fanciullesche ma non per questo meno complicate; la MacDonald par voler dire che non esiste fase dell'esistenza priva di problemi e che purtroppo il nostro egoismo e il nostro terrore talvolta ci rendono ciechi di fronte alla mano tesa di chi sta cercando di venirci in aiuto, magari goffamente ma comunque in modo sincero, tanto da rischiare di pentirci quando ormai è troppo tardi.


Rickman affronta la pièce di Sharman MacDonald con incredibile eleganza per un regista alla prima esperienza e utilizza il paesaggio desolato che circonda i personaggi trasformandolo in un protagonista indispensabile ai fini della storia. Le lunghe panoramiche del mare ghiacciato, la misteriosa sequenza finale ambientata nelle nebbie, quella iniziale in cui Phyllida Law affronta un percorso pericolosissimo per raggiungere la figlia, le panoramiche di quella che parrebbe un'isola completamente separata dal mondo esterno sono tutte molto suggestive e poetiche, inoltre rafforzano la caratterizzazione dei vari protagonisti aiutando lo spettatore a capire meglio ciò che li muove o li frena. Il rapporto burrascoso tra Emma Thompson e Phyllida Law, madre e figlia anche nella realtà, viene richiamato dalle immagini della terra dura e inospitale che paiono voler riecheggiare il carattere indomito e testardo delle due, così come gli altri personaggi si muovono all'interno di ambienti fatti apposta per loro: luoghi familiari come cimiteri, autobus e bar per le due vecchiette (simpatiche ma anche tenerissime nel loro essere turbate da ogni "anormalità" che dovesse turbare la loro incrollabile certezza che saranno le ultime a morire), una casa vuota e zeppa di ricordi dolorosi per due ragazzi pronti ad affrontare la loro prima esperienza sentimentale, una grotta nascosta e un mare sconfinato per due bambini che vogliono fuggire dagli adulti e conquistare la loro libertà. I tempi dilatati ricercati dal regista e dall'autrice dell'opera non rovinano minimamente la visione del film, anzi, ogni parola non detta e ogni sequenza spesa per celebrare l'inverno del titolo alimentano la voglia di conoscere meglio i personaggi e la sensazione di riconoscersi in almeno una delle piccole, grandi paure che inevitabilmente attenderanno chiunque, prima o poi. Personalmente, spero di arrivare all'età delle due arzille vecchiette avendo accanto un amico o un'amica con i quali condividere la gioia di essere ancora viva e la consapevolezza di non dovere affrontare i disagi della senilità da sola... nel frattempo, inserisco L'ospite d'inverno nell'elenco dei miei film preferiti e ringrazio con tutto il cuore Alan Rickman per aver lasciato al mondo questo gioiellino.


Del regista Alan Rickman ho già parlato QUI mentre Emma Thompson, che interpreta Frances, la trovate QUA.

Phyllida Law interpreta Elspeth. Madre di Emma Thompson anche nella realtà, ha partecipato a film come Molto rumore per nulla, Junior, Emma, Nanny McPhee - Tata Matilda, Albert Nobbs e a serie come Il giovane Indiana Jones. Anche costumista, ha 84 anni.


Sean Biggerstaff, che interpreta il piccolo Tom, sarebbe poi finito sul set di Harry Potter ad interpretare Oliver Baston. Se L'ospite d'inverno vi fosse piaciuto provate a guardare anche Le regole del caos. ENJOY!

giovedì 14 gennaio 2016

Alan Rickman (1946 - 2016)


Where's the happy ending, Jason? "Never give up, never surrender"? 

mercoledì 22 gennaio 2014

The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca (2013)

Ispirata più dall'idea che lo avesse sceneggiato Danny Strong che dall'argomento del film in sé, in questi giorni ho guardato The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca (The Butler), diretto nel 2013 dal regista Lee Daniels.


Trama: il film racconta la storia di Cecil Gaines, diventato uno dei maggiordomi di colore della Casa Bianca ai tempi del mandato di Eisenhower e ritiratosi durante la presidenza di Reagan, dopo anni di soddisfazioni lavorative e dolori in seno alla famiglia...


"I'm merely a humble butler, sir." "And what do you do?" "I buttle". Così parlava il geniale Tim Curry nell'esilarante Signori, il delitto è servito. Mentre Forrest Gump diceva "La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita". Se unite queste due storiche frasi avrete la filosofia completa e definitiva dell'ambizioso The Butler, un film in cui l'odioso Forest Withaker (non posso farci niente, lo trovo mollo e privo di carisma, inoltre quell'occhio perennemente a mezz'asta fa calare la palpebra anche a me!) perlappuntamente serve i suoi padroni e racconta la sua storia come un novello Gump, inframmezzando a eventi strettamente personali degli stralci di nera storia americana, nera sia perché legata alla comunità di colore sia, soprattutto, perché vergognosa e disdicevole, segnata da segregazione, stupidità, soprusi e violenze di ogni tipo. Sulla carta, quindi, The Butler sarebbe indubbiamente interessante, considerando anche il suo essere tratto dalla vera storia di Eugene Allen, che ha lavorato alla Casa Bianca per più di trent'anni. Il problema è che condensare in due ore questi trent'anni di storia americana, le mentalità di mezza dozzina di presidenti, quattro o cinque diversi modi di combattere la segregazione razziale e il dramma di una famiglia allo sbando significa offrire allo spettatore un bignami colmo di buchi, piatto, didascalico e sbrigativo, che non lascia nemmeno il tempo di simpatizzare con le persone rappresentate. Si arriva alla fine della pellicola con un gigantesco punto interrogativo sulla testa e la consapevolezza di dover tirare fuori i vecchi libri dell'università o del liceo per riuscire ad apprezzare appieno la visione appena terminata e ciò, se da un lato è ammirevole, dall'altro rischia di condannare The Butler al dimenticatoio dopo un giorno o due.


Un po' deprimente anche lo spreco di grande potenziale attoriale. Se, come ho detto, Forest Withaker è di una mollezza rara, la sua famiglia (secondogenito a parte, un minorato mentale sotto mentite spoglie, probabilmente) e i suoi colorati colleghi offrono interpretazioni sentite e coinvolgenti mentre i grandi nomi chiamati per ruoli che dureranno sì e no dieci minuti a testa sono decisamente superflui e valgono giusto per richiamare la maggior parte del pubblico. Per chi, come me, è fan scatenata di Alan Rickman, John Cusack o Liev Schreiber è quasi una bestemmia vederli relegati in un angolo per fare spazio a Withaker e, soprattutto, quello di Cusack è un esempio di aberrante miscasting: vederlo sudato e con quel naso posticcio scatenerebbe la risata isterica a chiunque visto che la somiglianza con Nixon è praticamente inesistente. E' incredibile, quindi, come un film che aspettavo con abbastanza trepidazione si sia rivelato così una sòla o, meglio, talmente insapore da non ispirarmi nemmeno una recensione di media lunghezza; posso capire il didascalismo e la banalità della sceneggiatura, d'altronde secondo me Danny Strong deve ancora farsi le ossette, soprattutto per quel che riguarda i lungometraggi, ma visti i nomi degli altri coinvolti qualcosina in più si poteva fare. E adesso capisco anche perché The Butler è stato snobbato ai Golden Globe e non ha ricevuto nomination per l'Oscar nonostante il patriottismo che ne impregna ogni fotogramma. Comunque, se siete degli irriducibili appassionati di storia americana guardatelo perché alcune performance, soprattutto quelle di Oprah Winfrey e David Oyelowo, sono davvero notevoli.


Del regista Lee Daniels ho già parlato qui. Forest Whitaker (Cecil Gaines), Vanessa Redgrave (Annabeth Westfall), David Oyelowo (Louis Gaines), Terrence Howard (Howard), Cuba Gooding Jr. (Carter Wilson), Robin Williams (Dwight D. Eisenhower), John Cusack (Richard Nixon), James Marsden (John Fitzgerald Kennedy), Liev Schreiber (Lyndon Johnson) e Alan Rickman (Ronald Reagan) li trovate invece ai rispettivi link.

Danny Strong (vero nome Daniel William Strong) è lo sceneggiatore della pellicola e interpreta un giornalista all'interno dell'autobus durante l'attacco del KuKluxKlan. Da Buffy addicted non potevo non dedicargli un trafiletto perché il ragazzo, assieme ai compari Tom Lenk ed Adam Busch, faceva parte del trio di archenemesisses della bionda eroina conosciuto come Troika. Come attore, lo ricordo per pellicole quali L'angelo del male, Pleasantville, Shriek - Hai impegni per venerdì 17? e Seabiscuit, inoltre ha partecipato alle serie Bayside School - La nuova classe, Una famiglia del terzo tipo, Clueless, Nip/Tuck, Una mamma per amica, How I Met Your Mother e Grey's Anatomy. Americano, anche produttore, ha 39 anni.


Jane Fonda (vero nome Lady Jayne Seymour Fonda) interpreta Nancy Reagan. Americana, la ricordo per film come A piedi nudi nel parco, Tre passi nel delirio, Barbarella, Una squillo per l'ispettore Klute e Tornando a casa (queste due pellicole le sono valse l'Oscar come migliore attrice protagonista). Anche produttrice, ha 76 anni e due film in uscita.


Tra le altre guest star presenti nella pellicola troviamo inoltre un’irriconoscibile Mariah Carey (Hattie Pearl, la madre di Cecil), la conduttrice Oprah Winfrey (Gloria Gaines) e Lenny Kravitz (James Holloway). Nella "sala tagli" è invece rimasta una scena in cui Cecil avrebbe dovuto incontrare personalmente Barack Obama e quelle in cui Melissa Leo compare nei panni di Mamie Eisenhower, mentre tra gli attori che non hanno partecipato alla pellicola segnalo Matthew McConaughey e James Franco, entrambi interpellati per il ruolo di Kennedy, Mila Kunis (come Jackie Kennedy) e Liam Neeson (come Lyndon Johnson). Anche Nicole Kidman, Zac Efron e Hugh Jackman avrebbero dovuto essere presenti ma i loro ruoli sono rimasti sconosciuti. Detto questo, se The Butler vi è piaciuto recuperate anche The Help e Il colore viola. ENJOY!

domenica 18 marzo 2012

Galaxy Quest (1999)

Oggi parlerò di un film atipico, che ho guardato principalmente per curiosità, visto che non lo conoscevo affatto. Il film in questione è Galaxy Quest, diretto nel 1999 dal regista Dean Parisot.


Trama: gli attori protagonisti di una serie di fantascienza anni ’80, Galaxy Quest, vengono scambiati da un popolo di alieni per veri eroi e trascinati nello spazio per combattere contro un malvagio che progetta di conquistare il loro pianeta…


Il motivo che mi ha spinta a cercare e guardare questo filmetto per adolescenti è stata principalmente la curiosità di vedere uno dei miei attori preferiti, il divino Alan Rickman, interagire con Sigourney Weaver e una strana creatura come Tim Allen. Quello che risulta da questa interazione non è stato però all’altezza delle mie aspettative. Speravo di trovarmi davanti ad una seria parodia del genere fantascientifico, qualcosa di più cinico e grottesco, invece Galaxy Quest è un’innocua pellicola che strizza l’occhio principalmente ai fan che si sono visti ogni episodio di Star Trek e ne conoscono persino i retroscena legati ad attori e scene tagliate, visto che molte gag sono imperniate proprio sulla presa in giro della famosissima serie. Io, che non ne ho vista nemmeno una puntata, rido un po’ a denti stretti e non posso fare altro che notare come proprio Alan Rickman, di tutti i coinvolti, sembri rispecchiare veramente lo scazzo atavico del suo personaggio, come se pensasse continuamente: “Ma io qui come ci sono finito???”.


A dire il vero Galaxy Quest non è completamente da buttare. L’idea del gruppo di attori scambiati per eroi e trascinati in un pianeta di fan talmente all’ultimo stadio da aver progettato una vera navetta spaziale in base alle puntate della serie televisiva è simpatica e particolare, purtroppo però alla lunga diventa ridicola. Gli attori ricadono naturalmente nei ruoli della serie (il personaggio di Sigourney Weaver, per esempio, si limita a ripetere le parole dette dal computer a prescindere che si trovi in pericolo di morte o in panciolle a limarsi le unghie…) nonostante li odino, basta che il ragazzino di colore si ricordi i movimenti con cui pilotava la navicella nel telefilm per riuscire a guidarne una vera, ogni situazione, anche la più difficile, viene risolta a tarallucci e vino grazie alla piacioneria di Tim Allen oppure ricorrendo al gruppetto di ragazzini in attesa sul pianeta Terra. Insomma, di situazioni assurde è un po’ moscerelle ce ne sono purtroppo parecchie, l’unica cosa che si salva davvero è l’ormai trita critica alle convention e ai nerd, oppure il “dietro le quinte” che mostra come gli attori apparentemente così affiatati sul set si odino senza riserva alcuna. Rimanendo in tema attori, a dispetto del mio amore per Rickman l’unico che davvero merita la mia stima in questa circostanza è Tony Shalhoub, che, nonostante compaia poco rispetto alle grandi “star”, interpreta un personaggio talmente stordito, serafico e dolce da eclissare tutti gli altri. Gli alieni buoni invece sono un misto tra il patetico e il ridicolo, con quella terrificante vocetta monocorde da idiota del villaggio. Peccato, perché gli effetti speciali non sono male considerata la natura del film. Insomma, un’occasione sprecata buona solo per i fan accaniti di Star Trek.


Di Tim Allen (Jason), Sigourney Weaver (Gwen), Alan Rickman (Alexander) e Sam Rockwell (Guy) ho già parlato nei rispettivi link.

Dean Parisot (vero nome Aldo Luis Parisot) è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Dick & Jane operazione furto ed episodi delle serie E.R. Medici in prima linea e Monk. Anche produttore e sceneggiatore, ha un film in uscita.


Tony Shalhoub (vero nome Anthony Marcus Shalhoub) interpreta Fred. Attore famosissimo per la sua interpretazione del detective ossessivo compulsivo Monk, lo ricordo per film come La famiglia Addams 2, Men in Black, Gattaca – La porta dell’universo, Paulie – Il pappagallo che parlava troppo, Attacco al potere, Spy Kids, L’uomo che non c’era, I 13 spettri e Men in Black II; inoltre, ha partecipato a un episodio della serie X – Files e doppiato personaggi della serie Gargoyles e dei film Cars – Motori ruggenti e Cars 2. Anche produttore e regista, ha 58 anni e due film in uscita.


Missi Pyle (vero nome Andrea Kay Pyle) interpreta l’aliena Laliari. Americana, la ricordo per film come Qualcosa è cambiato, Big Fish, … e alla fine arriva Polly, Dodgeball, Anchorman: The Legend of Ron Burgundy e La fabbrica di cioccolato; inoltre ha partecipato a serie come Innamorati pazzi, Friends, Roswell, My Name is Earl, Heroes, Numb3rs, Grey’s Anatomy, Due uomini e mezzo e doppiato un episodio di American Dad!. Anche cantante, ha 39 anni.


Justin Long interpreta Brandon, il capo dei ragazzini nerd. Americano, lo ricordo per film come Jeepers Creepers, Jeepers Creepers 2, Dodgeball, Die Hard – Vivere o morire, Drag Me to Hell e Alvin Superstar con i suoi due seguiti, dove presta la voce in originale ad Alvin. Ha partecipato anche a That’s 70’s Show. Ha 33 anni e quattro film in uscita.

mercoledì 20 luglio 2011

Harry Potter e i doni della morte - parte II (2011)

Avete ripassato tutti i libri? Avete riguardato tutti i film o, perlomeno, il penultimo? Sarebbe meglio, visto che sto per imbarcarmi nella recensione di Harry Potter e i doni della morte – parte II (Harry Potter and the Deathly Hollows – part II), il finale della saga del maghetto creato da J.K.Rowling, diretto dall’ormai veterano David Yates.



Trama: avevamo lasciato Harry, Ron ed Hermione a Villa Conchiglia, salvi grazie al sacrificio dell’elfo Dobby, mentre il buon Lord Voldemort, dopo aver profanato la tomba di Silente, si appropriava dell’invincibile bacchetta di Sambuco. Ora i nostri devono penetrare alla Gringott, dove sicuramente è nascosto un altro Horcrux, e tornare a Hogwarts per la battaglia finale…



Lasciatemi subito dire una cosa: sono soddisfatta di questo ultimo capitolo, sicuramente uno dei pochi che è riuscito a mantenere un miracoloso equilibrio tra fedeltà all’opera originale ed esigenze cinematografiche. La saga di Harry Potter si è così degnamente conclusa con un film che, effettivamente e purtroppo, approfondisce poco e si distacca quasi completamente dalle spiegazioni filosofiche e morali della Rowling, ma che nel compenso ci regala delle splendide immagini e, finalmente, una battaglia conclusiva degna di questo nome, dopo le clamorose mancanze del sesto episodio.



All’ingresso del cinema, avevo “solo” tre punti fermi che regista e sceneggiatori avrebbero dovuto mantenere, a costo di partire per gli USA e fare sommaria giustizia: il duello tra Bellatrix e Molly, il tanto atteso bacio tra Ron ed Hermione e, soprattutto, una degna rappresentazione del passato di Piton. Sono stata esaudita in parte perché, se è vero che la sequenza dedicata a Severus è commovente, poetica e molto dolorosa (splendide le immagini delle foglie tramutate in mille piccoli uccellini e quella, straziante, della scoperta del cadavere di Lily, che mi ha fatto versare copiose lacrime) e il bacio tanto bramato è stato accolto in sala da un’ovazione da stadio, il duello che la Rowling è riuscita a rendere toccante ed emozionante in due parole viene invece trattato nel film come una mera postilla, quasi un riempitivo. Per il resto, sufficienza piena con qualche riserva. La trama viene sfoltita parecchio, semplificata ma non impoverita, vengono aggiunte nuove scene, trovate nuove soluzioni per descrivere quello che già ci aveva mostrato la scrittrice inglese, la figura di Silente viene quasi completamente “ripulita” (per la serie: che ci frega che, in fin dei conti, fosse un uomo di mmmm…? D’altronde, chi se l’è mai filato?!? Però magari qualche parola in più sul passato di Aberforth, Ariana e Grindelwald potevano spenderla a beneficio di chi è digiuno dai romanzi…) e il parallelo con Gandalf viene infine reso in tutta la sua ovvietà, trasformando il barbuto mago in una sorta di Yoda che elargisce al povero Harry dei consigli inutili quanto il sostegno dei defunti che lo accompagnano al confronto finale con Voldemort.



E che confronto!! Le scene della battaglia, come ho detto, sono epiche. Dopo un’introduzione da brivido, con agghiaccianti urla femminili ad accompagnare la voce di Voldemort, alla faccia dei 300 e di Hero i Mangiamorte salutano Hogwarts con una pioggia di scintille manco fosse il quattro luglio, prima di una corsa mozzafiato su un ponte in pieno stile action movie e, per tornare in tema Signore degli Anelli, arrivano anche giganti armati di falci e statue di pietra semoventi. Il ritmo del film diventa così talmente frenetico che, prima della pausa tra un attacco e l’altro, sembra siano passati solo una ventina di minuti dall’irruzione dei nostri alla Gringott, altra sequenza diretta magistralmente, con una vorticosa discesa nelle segrete della banca e un’impressionante fuga a dorso di Drago (non di Draco. A quello ci arriviamo dopo!). Dopo averci mostrato, comunque, il destino di Piton, il film giustamente e necessariamente rallenta per introdurci nella parte più “riflessiva”, per darci il tempo di piangere i defunti (punto a sfavore: la morte di Fred manca assolutamente di pathos, un altro episodio “di passaggio”, messo tanto per dare un contentino) e prepararci alla necessaria riflessione con morale annessa e inevitabile nostalgia per il tempo che fu, accompagnata alla consapevolezza che questa (a meno che la Rowling non ci ripensi) sarà l’ultima volta che vedremo Harry, Ron ed Hermione, ormai cresciuti e pronti a congedarsi dal pubblico (lacrimuccia, lacrimuccia). Rimane giusto il tempo per uno stacco temporale che ci porta in avanti di 19 anni, ma qui subentriamo nei difetti del film e nei momenti esilaranti. Apriamo quindi un altro paragrafo!



Lucius... vabbé, lo sai cosa mi necessita... :Q______


Ah, l’ironia, la sublime ironia. A volte volontaria, e questo Harry Potter e i doni della Morte – Parte II è molto più ironico del cupo libro della Rowling, ricco di momenti esilaranti affidati ad un Ron che, come sempre, è mattatore ma stavolta anche fichissimo eroe, ad un Neville che viene schernito dai Mangiamorte manco fossimo in un film dei Vanzina e si profonde in dichiarazioni amorose ad una perplessa (e meravigliosa) Luna Lovegood, ad una splendida Minerva MacGrannitt che manda a spigolare il povero Gazza (costretto a pulire fino all’ultimo) e ad un incazzosissimo Voldemort che per ogni “Mio Signore…” pigolato da uno dei suoi lacché risponde con un inequivocabile “AVADA KEDAVRA!!” che fa a pugni con la sua vocina dolce e sommessa (il doppiatore italiano in questo caso merita voto 10). Per quanto riguarda l’ironia involontaria sconfinante nel trash la palma d’oro va invece all’inutile ultimo capitolo, quel “19 anni dopo” che è commovente ed indispensabile nel libro della Rowling, ma che al cinema mette solo una gran tristezza. Colpa dei truccatori, gente. Un conto è sbattersi per rendere credibile Brad Pitt in un film come Il curioso caso di Benjamin Button, dove gli effetti speciali e il make – up per ringiovanire o invecchiare il protagonista dovevano essere al top pena la rovina dell’intera pellicola, ma qui si vede che han fatto proprio un lavoro a tirar via. Ma io mi chiedo QUALE trentottenne andrebbe in giro conciato come i protagonisti da adulti???? Gli unici che se la cavano sono Harry ed Hermione, ma Ron con la buzza che gli tende un’orrenda camicia di flanella non si può guardare, e Ginny versione Desperate Housewife con capello rosso cotonato e calza 90 denari viola è semplicemente imbarazzante, anche se il peggio conciato è lo stempiatissimo Draco Malfoy, che dimostra più o meno 90 anni (i geni di Lucius non hanno attecchito pare. Oddio, ho detto Lucius. Scusate, la bava, ehm…). Inguardabile anche il ringiovanimento al computer di Piton durante i flashback, salvato solo dall’innegabile bravura di Alan Rickman. E fu così che arrivammo a parlare degli attori…



Ovviamente, in un film così corale ci possono essere poche figure di spicco (nonostante il protagonista, Daniel Radcliffe, sia sempre espressivo come un gatto di marmo…) e tante piccole parti che invece non sviluppano appieno il loro potenziale, ma lasciatemi levare il cappello davanti alla misurata, dolce interpretazione di Evanna Lynch nei panni di Luna Lovegood, troppo poco sullo schermo, ahimé, ma abbastanza per entrare nel cuore. Sempre bravissimi Rupert Grint ed Emma Watson, che qui duettano in modo superbo nel mostrare il nuovo legame nato tra Ron ed Hermione; magistrale Alan Rickman nel suo ambiguo, profondissimo ruolo, che purtroppo perde sempre nel doppiaggio italiano (la sua vera voce è insostituibile, sorry); stupenda Helena Bonham Carter nel doppio ruolo di un’Hermione sotto effetto della pozione polisucco, impacciata sui tacchi ed imbarazzata, e in quello della solita, perfida e affascinante Bellatrix; immancabile Jason Isaacs, a confermare come non importa quanto il suo personaggio sia abbruttito, sfigato e vessato da Voldemort (un po’ deludente, per essere il villain, lo ammetto, anche se Ralph Fiennes è sempre bravo!!), perché basta il sangue puro a rendere sexy un mago, anche quando fugge a gambe levate dalla battaglia! Infine, un applauso a Matthew Lewis che, dopo sette film, ha finalmente l’occasione di mostrare tutta la bellezza del suo sottovalutato Neville Paciock, l’anima umile e sfigata di ogni spettatore che avrebbe voluto andare a Hogwarts. Compresa la sottoscritta, ovvio.



Ho già parlato, e più volte, sia del regista David Yates che di quasi tutti gli attori che recitano in questo film, quindi metterò il loro nome linkabile, in caso voleste saperne di più: Daniel Radcliffe (Harry Potter), Rupert Grint (Ron Weasley), Emma Watson (Hermione Granger), Alan Rickman (Severus Piton), Helena Bonham Carter (Bellatrix Lestrange), Julie Walters (Molly Weasley), Jason Isaacs (Lucius Malfoy), Robbie Coltrane (Hagrid), Ralph Phiennes (Voldemort), Michael Gambon (Albus Silente), Emma Thompson (la professoressa Sibilla Cooman), Gary Oldman (Sirius Black) e per finire John Hurt (il fabbricante di bacchette, Olivander).

Maggie Smith (vero nome Margaret Natalie Smith) interpreta la professoressa Minerva McGrannitt. Una delle più grandi attrici inglesi viventi, vincitrice di due Oscar, la ricordo, oltre che per tutti i film della serie Harry Potter, per pellicole come Invito a cena con delitto, Camera con vista, Hook – Capitan Uncino, Sister Act – Una svitata in abito da suora (e seguito) e Gosford Park. Ha 77 anni e due film in uscita.



Kelly MacDonald interpreta il fantasma di Helena Corvonero. Scozzese, la ricordo per film come Trainspotting, Elizabeth, Gosford Park, Neverland – Un sogno per la vita e Non è un paese per vecchi, inoltre ha partecipato ad un episodio della serie Alias. Ha 35 anni e tre film in uscita.



Ciarán Hinds interpreta Aberforth Silente. Irlandese, ha partecipato a film come Excalibur, Mary Reilly, Il mistero dell’acqua, Era mio padre, Calendar Girls, Il fantasma dell’Opera e Il rito. Ha 58 anni e cinque film in uscita, tra cui il seguito dell’orrendo Ghost Rider, che uscirà nel 2012 (speriamo il mondo finisca prima!!) e che avrà per protagonista sempre Nicolas Cage. Orrore.



David Thewlis (vero nome David Wheeler) interpreta Remus Lupin. Inglese, ha partecipato a film come Poeti dall’inferno (ma poveraccio, non se lo ricorderà nessuno visto che gli occhi delle bimbeminkia dell’epoca erano tutti per Leonardo Di Caprio..), Dragonheart, Sette anni in Tibet, Il grande Lebowski, Gangster N°1 e The Omen. Anche regista e sceneggiatore, ha 48 anni e tre film in uscita.



Warwick Davis interpreta sia il professor Vitious che il folletto Unci Unci. Voi forse non lo sapete, ma ci siete cresciuti con il nanetto inglese, e lo capirete scorrendo i titoli dei film a cui ha partecipato, cose come Il ritorno dello Jedi, Labirynth dove tutto è possibile, Willow e soprattutto Leprechaun (e tutti i seguiti, gente, il Leprechaun è LUI!!). Anche sceneggiatore e produttore, ha 41 anni e due film in uscita.



E con questo si concludono sia la recensione che la serie di Harry Potter. Grazie a J.K.Rowling per avere creato un mondo così fantasioso popolato da personaggi così reali. Grazie a tutti gli attori e i registi che, tra alti e bassi, si sono adoperati per rendere immortale la saga del maghetto anche su pellicola. Per parafrasare Silente: “Certo, tutto questo è solo nelle nostre teste… ma perché diavolo dovrebbe essere meno reale?” Vi lascio con un piccolo tributo a tutti questi anni di avventure cinematografiche, se ne trovate uno migliore fatemelo sapere, provvederò a metterlo. ENJOY!!!

martedì 30 novembre 2010

Harry Potter e i Doni della Morte - parte 1 (2010)

E’ cominciata qualche giorno fa, almeno per me, la lunga attesa che si protrarrà fino a giugno/luglio 2011, periodo in cui uscirà la seconda e ultima parte di Harry Potter e i Doni della Morte (Harry Potter and the Deathly Hallows), diretto da David Yates. Se il buongiorno si vede dal mattino posso ben sperare, visto che finora questo è il film della saga che mi è piaciuto di più, anche se ovviamente il libro è molto superiore.

Harry Potter and the Deathly Hallows Part I Poster 1

Trama: dopo la morte di Silente il mondo della magia è nel caos. Mentre Voldemort prende il potere, sia in Inghilterra che a Hogwarts, Harry, Ron ed Hermione partono alla ricerca degli Horcrux, oggetti incantati nei quali Colui che non deve essere nominato ha nascosto pezzi della sua anima. Il compito, ovviamente, è molto meno facile di quanto si aspettassero…

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Dopo anni passati a vedere gli splendidi libri della Rowling sacrificati in due ore e passa di film, penalizzati da tagli, approssimazioni, buchi e quant’altro, finalmente all’ultimo romanzo viene dato il trattamento che merita e si è deciso di dividerlo in due film parecchio lunghetti e pregni di indizi, rimandi ai precedenti, momenti di approfondimento e quant’altro. Per chi, come me, rasenta il fascismo quando si tratta di adattamenti cinematografici, una cosa simile è una manna dal cielo, ma nonostante questo, credetemi, avrò qualcosa per cui lamentarmi, più o meno verso la fine del post. Per ora, parliamo delle (molte) cose positive: innanzitutto, complimenti agli sceneggiatori, al regista, agli scenografi e ai costumisti perché questo Harry Potter e i Doni della Morte è curatissimo soprattutto nei dettagli. Nonostante manchino gli ambienti grandiosi e fantastici tipici dei film precedenti, come la Gringott o Hogwarts, il senso di meraviglia viene mantenuto vivo innanzitutto dagli spettacolari paesaggi che vengono utilizzati come sfondo per i vari spostamenti del trio durante la ricerca degli Horcrux, dai pochi ma degnissimi inseguimenti e scontri a base di incantesimi, dalle stilosissime mise che indossano i protagonisti e, soprattutto, dai piccoli gesti che, più di qualsiasi dialogo, mostrano allo spettatore i legami di amicizia o amore che legano i vari personaggi: commovente l’inizio con Hermione che cancella sé stessa dalla mente dei genitori, da vera wakka wakka il gesto di Ginny che, a schiena nuda, chiede a Harry di tirarle su la zip dell’abito, stupendo il faccione rapito di Ron che contempla Hermione impegnata ad insegnargli a suonare Fur Elise al pianoforte, molto carina la scena in cui Harry cerca di tirare su il morale ad Hermione facendola ballare (anche se il tutto risulta un barbatrucco per trarre in inganno gli sprovveduti che, non avendo letto i libri, potevano pensare ad una liaison tra i due…); ma quello che ho amato di più, oltre al bellissimo cartone animato che racconta la storia dei Doni della Morte (esemplare, quasi più bello dello stesso film e con un impatto grafico che mi ricordava tantissimo le Totentanzen e, per estensione, Il settimo sigillo), è come il regime di Voldemort influenzi il ministero, che si trasforma in una fabbrica di pamphlet anti-babbani in perfetto stile stalinista pattugliata da camicie nere e decorata da statue che rappresentano Babbani schiacciati dalla potenza dei maghi.

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Nonostante questa quasi perfezione, però, ho provato uno strano senso di “fretta”, di mancanza di sentimento (il che è paradossale, visto quello che ho scritto prima). Gli sceneggiatori, molto intelligentemente, hanno gettato qualche spiegazione che rammentasse gli eventi passati, hanno snellito qualche punto che nel libro era troppo lungo e ripetitivo e hanno ovviamente eliminato parecchi utilizzi della Pozione Polisucco, che ci avrebbero fatto assistere ad un film praticamente privo degli attori principali, però a tratti mi è sembrato di trovarmi davanti un film a microepisodi il cui unico scopo è esaurirsi puntando al finale necessariamente sospeso. Un’altra cosa che mi ha fatta storcere il naso è l’assoluta assenza di un elemento fondamentale come il Mantello dell’Invisibilità e che, nonostante l’abbondanza di episodi particolarmente significativi dal punto di vista “psicologico”, ci si sia dimenticati di far recuperare ad Harry l’occhio di Moody, incastonato nella porta dell’ufficio della Umbridge, e soprattutto che non si sia fatta menzione della foto strappata nella camera di Sirius; questo mi fa temere che nel secondo episodio si sorvolerà parecchio sulla vita di Piton, il che mi fa notevolmente irritare. Cerchiamo di non pensarci, e di apprezzare quello che abbiamo. Per fortuna gli attori sono tutti in gran forma (tutti tranne il solito Daniel Radcliffe che, nei panni di Harry, ormai è proprio arrivato alla frutta: l’unico momento in cui è realmente credibile, paradossalmente, è quando interpreta qualcun altro!!) nonostante debba lamentarmi del fatto che Piton e, soprattutto, Lucius, si vedano poco e che Helena Bonham Carter sia leggermente sottotono rispetto ai film precedenti. Tra l’altro ho adorato l’attore che, per una decina di minuti, sostituisce Radcliffe nelle scene ambientate al ministero: duro come un bacco ma con un’espressività esilarante! Molto bella anche la vena horror che, fin dall’inizio, percorre il film (pare che per evitare ulteriori divieti la scena della tortura di Hermione sia stata pesantemente tagliata), ma perdonate se alla fine, di fronte alla morte del pupazzo CG più mollo che la storia ricordi, non è riuscita a scendermi nemmeno una lacrima. Insomma, alla fine, do al film la sufficienza piena con un paio di virgole confidando che facciano ancora meglio nell’ultimo capitolo.

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"Lucius... mi NECESSITA la bacchetta...." GENIALE XD



Ho già parlato, e più volte, sia del regista David Yates che di quasi tutti gli attori che recitano in questo film, quindi metterò il loro nome linkabile, in caso voleste saperne di più: Daniel Radcliffe (Harry Potter), Rupert Grint (Ron Weasley), Emma Watson (Hermione Granger), Alan Rickman (Severus Piton), Helena Bonham Carter (Bellatrix Lestrange), Bill Nighy (Il ministro della magia Rufus Scrimgeour), Julie Walters (Molly Weasley), Timothy Spall (Codaliscia), Brendan Gleeson (Malocchio Moody) e per finire John Hurt (il fabbricante di bacchette, Olivander).

Jason Isaacs interpreta *sbava copiosamente* Lucius Malfoy. Attore inglese che la Bolla apprezza particolarmente per la beltade che lo caratterizza, lo ricordo in film come Dragonheart, Armageddon, Resident Evil, Lo Smoking, Harry Potter e la camera dei segreti, Peter Pan, Harry Potter e il Calice di fuoco, Grindhouse e Harry Potter e l’Ordine della Fenice. Ha 47 anni e quattro film in uscita tra cui, ovviamente, la seconda parte de I doni della Morte.

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Ralph Fiennes interpreta nientemeno che Voldemort. Attore inglese tra i più bravi, più volte nominato per l’Oscar, fratello del meno famoso Joseph Fiennes (quello che ha fatto Shakespeare in Love, per intenderci…), lo ricordo per film come Schindler’s List, Strange Days, Il paziente inglese, The Avengers – Agenti speciali, Spider, Red Dragon, Harry Potter e il Calice di fuoco e Harry Potter e l’Ordine della Fenice, e per aver prestato la voce ne Il principe d’Egitto e Wallace & Gromit – La maledizione del coniglio mannaro. Ha 48 anni e tre film in uscita, tra cui la seconda parte de I doni della Morte.

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Robbie Coltrane interpreta Hagrid. L’attore scozzese ha partecipato a tutti i film della serie Harry Potter, e tra le sue altre pellicole ricordo Flash Gordon, la versione tv di Alice nel paese delle meraviglie, From Hell – La vera storia di Jack lo squartatore, Van Helsing e Ocean’s Twelve. Ha 60 anni e due film in uscita.   

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Rhys Ifans è la new entry del film ed interpreta Xenophilius Lovegood, il papà di Luna. Attore gallese, ha recitato in Twin Town, Notting Hill, The Shipping News – Ombre dal passato, Hannibal Lecter – Le origini del male, Elizabeth: The Golden Age e il geniale I Love Radio Rock. Ha 42 anni e cinque film in uscita, tra cui il reboot di Spiderman (GIA?????) dove interpreterà, probabilmente, Lizard, e una versione televisiva di Peter Pan dove vestirà il ruolo di Capitan Uncino.

Rhys-Ifans

E ora, un paio di curiosità. Quasi all’inizio del film vengono introdotti due personaggi che sarebbero dovuti spuntare già nei film precedenti, ed uno di questi è Bill Weasley che, guarda caso, è interpretato da Domnhall Gleeson, figlio di quel Brendan Gleeson che incarna degnamente lo sfortunato Malocchio Moody. Pare, inoltre, che sia Shyamalan che Guillermo del Toro si fossero offerti di dirigere il film. Peccato che il secondo sia stato lasciato fuori, ma se il maledetto Sciabadà avesse anche solo sfiorato la cinepresa credo gli avrei amputato le mani. E ora vi lascio con il trailer che unisce i due film... vi dico la verità, non vedo l'ora che esca l'ultimo!! ENJOY!

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