Visualizzazione post con etichetta elizabeth mcgovern. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta elizabeth mcgovern. Mostra tutti i post

domenica 3 febbraio 2019

The Wife - Vivere nell'ombra (2017)

Un altro film che mi ero persa e che ho recuperato in vista degli Oscar è The Wife - Vivere nell'ombra (The Wife), diretto nel 2017 dal regista Björn Runge, tratto dall'omonimo romanzo di Meg Wolitzer e candidato all'Oscar per la Miglior Attrice Protagonista, Glenn Close.


Trama: quando lo scrittore Joe Castleman vince il Premio Nobel per la letteratura, lui e la moglie volano a Stoccolma ma l'evento felice si trasforma fin da subito in un crogiolo di risentimento...



Di The Wife mi avevano detto peste e corna ed effettivamente non sarà mai un film particolarmente memorabile, soprattutto per la carriera di una Glenn Close candidata per un ruolo meno interessante rispetto ad altri da lei interpretati (ricordiamoci che la Close ha mancato l'Oscar per Le relazioni pericolose e ho capito che l'ha battuta Jodie Foster ma, insomma, un po' di vergogna), tuttavia l'ho trovato una pellicola gradevole e angosciante, graziata da due attori bravissimi. Quella di The Wife è una storia che gioca di sottrazione. Ciò che è importante, infatti, non sono i dialoghi ma quello che non viene detto, gli sguardi degli attori, le loro espressioni che stridono con quello che dovrebbe, di regola, essere il momento più felice per i due protagonisti. Joe Castleman ha appena vinto il Premio Nobel per la letteratura ed è innamoratissimo della moglie Joan. Quest'ultima è la sposa che tutti vorrebbero avere: premurosa, pratica, gestisce marito e famiglia come fosse la cosa più facile del mondo, sostiene la carriera dello sposo rimanendo defilata, in rispettoso silenzio. Eppure, c'è qualcosa nello sguardo e nell'atteggiamento di Joan che spinge lo spettatore a non credere all'illusione di un matrimonio e una vita perfetti. Si potrebbe banalmente pensare alla stanchezza di dover sopportare un ego grande come quello di Joe, di fare da balia a un uomo incapace di gestirsi e già vittima di diversi infarti, di essere sempre considerata solo "la moglie dello scrittore famoso", un oggetto o un cucciolo carino che quest'ultimo si porta appresso come un trofeo, e non le si potrebbe dare torto per questo, anche se l'invidia è sempre un sentimento biasimevole. Ovviamente, la questione è un po' più complicata e The Wife scopre le sue carte a poco a poco così che, anche se il segreto di Joan viene intuito fin dal primo flashback e rivelato definitivamente a metà film, è comunque interessante vedere come le parole taciute esplodono nelle mani consapevoli dei personaggi e di tutti quelli che, senza saperlo, sono stati toccati e afflitti da questo oscuro mistero.


Glenn Close e Jonathan Pryce sono entrambi molto bravi e sicuramente lei si accolla il personaggio più difficile, offrendo un'interpretazione misurata e silente, defilata, quasi lo spettatore si trovasse davanti una pentola che ribolle di una furia lasciata trapelare da occhiate gelide, da un contegno eccessivamente composto, da un'ironia in qualche modo triste; non nego che, per quanto abbia trovato superiore Olivia Colman, l'interpretazione di Glenn Close non mi è affatto dispiaciuta, anzi, l'ho trovata molto emozionante, soprattutto nei momenti di interazione col sottovalutato Jonathan Pryce, attore che a me è sempre piaciuto moltissimo e che si ritrova per le mani un personaggio codardo e fanfarone ma fondamentalmente, in qualche modo, odiosamente "buono", vittima di inettitudine e noncuranza più che di reale cattiveria. A mio avviso i due attori si equivalgono per quel che riguarda la bravura, l'unico vero difetto di The Wife è, piuttosto, la scelta di inserire dei flashback (per quanto indispensabili) caricati sulle spalle di due interpreti non particolarmente meritevoli, tra i quali figura peraltro la figlia di Glenn Close. Onestamente, per il resto la realizzazione generale del film non è granché degna di nota e The Wife si conferma semplicemente un prodotto ordinario, gradevole dall'inizio alla fine, capace di far emozionare sul finale (ammetto di avere pianto, cosa che non è successa con A Star Is Born, guarda un po') e anche di fare un po' riflettere sul trattamento riservato alle donne in campo artistico, con gli esponenti del cosiddetto sesso debole troppo spesso costretti a scegliere tra ciò che la società ritiene più opportuno per loro (famiglia, figli, matrimonio) e le proprie aspirazioni, ritenute frivole ed inutili. Un film non da Oscar e sicuramente non memorabile ma che lo stesso sono stata contenta di vedere.


Di Glenn Close (Joan Castleman), Jonathan Pryce (Joe Castleman), Christian Slater (Nathanial Bone), Harry Lloyd (Joe da giovane) ed Elizabeth McGovern (Elaine Mozell) ho già parlato ai rispettivi link.

Björn Runge è il regista della pellicola. Svedese, ha diretto film come Daybreak. Anche sceneggiatore e produttore, ha 58 anni e un film in uscita.


Max Irons, che interpreta David Castleman, è figlio dell'attore Jeremy Irons mentre Annie Starke, che interpreta Joan da giovane, è figlia della stessa Glenn Close. Quest'ultima, per inciso, avrebbe voluto Gary Oldman nel ruolo di Joe ma l'attore purtroppo non era disponibile. ENJOY!



mercoledì 3 aprile 2013

C'era una volta in America (1984)

In aereo, durante il ritorno a casa, sono riuscita ad imbarcarmi nella titanica impresa di affrontare per quella che penso sia la ventesima volta uno dei film più belli che abbia mai visto, ovvero C’era una volta in America (Once Upon a Time in America), diretto nel 1984 da Sergio Leone e tratto dal libro The Hoods di Harry Grey.


Trama: ormai vecchio, l’ex gangster Noodles torna nei luoghi dell’infanzia e della giovinezza dopo essere stato convocato dalla misteriosa lettera di un facoltoso uomo politico che gli chiede di sbrigare un ultimo lavoro per lui…


Come si fa a recensire un capolavoro sul quale eminenti critici e saputi competenti cinefili hanno ormai detto di tutto e di più? Semplice, come al solito mi sottrarrò all’ingrato compito e mi limiterò ad elencare qui mille motivi per cui C’era una volta in America è diventato, subito dopo la prima visione, uno di quei film che non mi stancherei mai di vedere nonostante la lunghezza e la complessità (la versione vista in aereo era quella nuova presentata l’anno scorso a Cannes, quasi 4 ore, ma per me già quella “classica” rappresenta l’assoluta perfezione). Chissà che, così, non venga voglia a chi legge il post di recuperare, se non l’avesse mai vista, una di quelle pellicole che mi rende assolutamente orgogliosa di essere italiana.


Il mio amore per C’era una volta in America nasce innanzitutto dal suo raccontare una storia di gangster, genere che ovviamente adoro, e dal fatto che buona parte dell’azione si concentri sull’infanzia scellerata dei protagonisti, altro escamotage narrativo tra i miei preferiti. Sergio Leone riesce abilmente ad equilibrare le due anime del film, la violenza spesso triviale di questi criminali che parrebbero mafiosi italiani ma sono in realtà figli del quartiere ebraico e la poesia del loro difficile passaggio da ragazzini ad adulti, confezionando delle sequenze che mi emozionano ad ogni visione. La mia preferita in assoluto è quella in cui il giovane Patsy non resiste al desiderio di mangiarsi il dolcetto zeppo di panna che avrebbe dovuto dare alla prostituta in erba Peggy come pagamento per l’eventuale prestazione: in questa scena si può percepire palpabile tutta l’inadeguatezza di questi mocciosetti che giocano a fare i grandi, la loro innocenza repressa a forza per poter sembrare più adulti ed affrontare da sbruffoni una realtà pericolosissima e spesso ingrata. Noodles, Max, Patsy, Cockey, Deborah, sono tutti nomi che arriviamo a sentire familiari verso la fine del film, perché sono diventati quelli di amici che ci sembra di conoscere da sempre, che abbiamo visto crescere, sbagliare, lottare e soffrire, ognuno impegnato a seguire le proprie aspirazioni, discutibili o meno. Delle persone, rese vive dall'incredibile bravura di tutti gli interpreti coinvolti, per cui il tempo è passato, per alcuni più che per altri. E qui arriviamo a parlare del personaggio protagonista dell'intera vicenda, il povero Noodles.


Se per Deborah e Max ho sempre provato un odio incredibile, incapace di accettare la loro perfidia e il loro egoismo (sebbene il modo in cui la ragazza legge a Noodles la sua versione del Cantico dei Cantici sia a dir poco geniale), verso Noodles ho sempre nutrito sentimenti contrastanti. Il primo aggettivo che mi viene in mente per definire il personaggio di De Niro è "perdente", ma lo dico con un senso di pietà, non di disgusto. Noodles è quello che, diciamocelo pure, se la prende sempre nel pertugio perché totalmente inadatto alla vita di gangster. E' il romantico del gruppo (e dico romantico in senso lato, ché le scene dei due stupri non le dimentico, ma diciamo che il primo è praticamente indotto e il secondo causato dalla disperazione per l'ennesimo rifiuto...), quello che darebbe la vita per i suoi compari, quello per cui il gruppo è innanzitutto una famiglia e solo dopo un mezzo per ottenere soldi, quello che mollerebbe tutto se solo Deborah rinunciasse alla sua carriera di attrice per lui, quello che si fa sempre fregare dal geloso e megalomane Max, fin dal loro primo incontro, e che nonostante tutto continua ad amarlo come un fratello. E' il personaggio che prima ha perso l'innocenza della gioventù nel modo peggiore, finendo in prigione dopo aver giustamente vendicato il piccolino della banda, e poi si è visto rubare amici, soldi, giovinezza, amore e vita da una mano ignota. "Noodles, che cosa hai fatto in tutti questi anni? - Sono andato a letto presto". Cosa c'è di più triste e definitivo di questa battuta, che mi provoca sempre, inevitabilmente, una malinconia incredibile? Dopo la morte degli amati Max, Patsy e Cockeye, uccisi dalla polizia per una sua soffiata (fatta a fin di bene, ma purtroppo è il risultato che conta), Noodles scopre che qualcuno lo ha incastrato e gli ha rubato i soldi messi da parte in tutti gli anni di attività, di conseguenza è costretto a fuggire per salvarsi la vita, ma quale vita rimane quando alla perdita di identità si aggiungono il senso di colpa, il dubbio e la solitudine? A cosa serve il tempo, quando l'esistenza si è fermata trent'anni prima? E la tristezza, il senso di pietà verso il personaggio aumentano più ci si avvicina verso il finale, crudele e devastante... ma anche ambiguo, perché come ci insegnano i libri di cinema tutta la vicenda potrebbe essere solo un'allucinazione di Noodles, che all'inizio del film troviamo sconvolto e strafatto all'interno di una fumeria d'oppio.


Arrivati a questo punto, vogliamo anche parlare (brevemente perché, lo ripeto, non oso!!) della regia, del montaggio e della colonna sonora? Leone è un genio, non offre soluzioni facili né un'interpretazione lineare dell'intera vicenda. Prende il tempo e lo dilata all'infinito, giocandoci come se non esistessero limiti di durata, ci rintrona per i primi minuti con un trillo del telefono che suona come una condanna a morte, ci costringe a infilare le unghie nella poltrona per la tensione mentre De Niro lentamente gira il caffé col cucchiaino, ci porta a spalancare gli occhi per lo stupore fondendo passato e presente nella magistrale sequenza della stazione (accompagnata da Yesterday dei Beatles!!), ci fa entrare a forza nei sogni romantici di un ragazzino che vede la sua amata ballare e denudarsi come una Dea, ci sconvolge alternando tutta questa poesia alla crudezza inusitata del pestaggio iniziale, dello stupro in macchina, della rozza parlata di Burt Young e degli uomini riconosciuti dai loro membri. In tutto questo, Ennio Morricone ci sguazza e crea una delle colonne sonore più belle di tutti i tempi, uno score diventato, nel tempo, così famoso che credo ogni italiano conosca "a orecchio" la melodia fischiettata continuamente dal piccolo Dominic. Personalmente, non riesco a non tirare fuori il fazzoletto e a non commuovermi ascoltando Poverty o la Canzone di Deborah, ma direi proprio che tutta la musica che accompagna le immagini del film meriti la definizione di capolavoro indimenticabile. E con questo, siccome mi è tornata una voglia pazza di mettere su il CD e chiudere gli occhi senza pensare a nulla, chiudo... sperando che invece a voi sia venuta voglia di vedere o recuperare questo trionfo.


Di Robert De Niro (David “Noodles” Aaronson), James Woods (Maximilian “Max” Berkovitcz), Burt Young (Joe), Treat Williams (James Conway O’Donnell), Danny Aiello (Il capo della polizia), William Forsythe (Philip “Cockeye” Stein) e Jennifer Connelly (Deborah da ragazzina) ho già parlato ai rispettivi link.

Sergio Leone è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Originario di Roma, ha diretto film come Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo e C’era una volta il west. Anche attore e produttore, è morto per un attacco cardiaco nel 1989, all’età di 60 anni.


Elizabeth McGovern interpreta Deborah. Americana, ha partecipato a film come Ragtime, Johnny il bello e Kick-Ass. Anche sceneggiatrice, ha 52 anni.


Joe Pesci (vero nome Joseph Frank Pesci) interpreta Frankie Manoldi. Parlando di Joe sconfiniamo nel mito, perché si tratta di uno dei miei attori preferiti, uno che non mi stancherei mai di vedere e rivedere, che mi ha regalato perle soprattutto in ambito scorse siano, con le sue magistrali interpretazioni in Quei bravi ragazzi (non a caso ha vinto l’Oscar come miglior attore non protagonista) e Casinò. Lo ricordo inoltre per film come Toro scatenato, Arma letale 2, Mamma ho perso l’aereo, JFK – Un caso ancora aperto, Mio cugino Vincenzo, Arma letale 3, Mamma ho riperso l’aereo, Bronx e Arma letale 4. Americano, ha 70 anni.


Tuesday Weld (vero nome Susan Ker Weld) interpreta Carol. Americana, ha partecipato a film come In cerca di mr.Goodbar (nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista), Un giorno di ordinaria follia e Due mariti per un matrimonio. Ha 70 anni.


Mario Brega interpreta Mandy. Originario di Roma, ha partecipato a film come Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo, Anche gli angeli mangiano fagioli, Un sacco bello, Bianco, rosso e Verdone, Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio e Vacanze di Natale. Anche produttore, è morto nel 1994 all'età di 71 anni.


Brian Bloom interpreta il giovane Patsy. Tra i ragazzini che interpretavano i giovani protagonisti è l'unico ad "avercela fatta". Assai impegnato come doppiatore, ha partecipato anche ai film The Stuff - Il gelato che uccide, A-Team e alle serie 21 Jump Street, Melrose Place, La tata, CSI: Scena del crimine, CSI: Miami, CSI: NY, Cold Case, Senza traccia e Dollhouse. Anche sceneggiatore, ha 43 anni e un film in uscita.


James Russo intepreta Bugsy. Americano, ha partecipato a film come Beverly Hills Cop - Un piedipiatti a Beverly Hills, Trauma, Occhi di serpente, Donnie Brasco, La nona porta, Django Unchained e alle serie Miami Vice, CSI: Scena del crimine, CSI: Miami e Numb3rs. Anche sceneggiatore, ha 60 anni e sei film in uscita.


Pare che alla fine delle riprese il film durasse quasi 10 ore. Sergio Leone e Nino Baragli erano riusciti a tagliarlo fino a raggiungere le 6 ore, con l’idea di distribuire C’era una volta in America in due parti, ma davanti all’opposizione dei distributori sono stati costretti ad effettuare ulteriori tagli fino ad arrivare alla durata attuale (che peraltro varia in base alle versioni). Nonostante tutto, in America la pellicola era però stata distribuita originariamente con altri 90 minuti di tagli e rimontata in ordine cronologico, una roba indecente che per fortuna risulta ora introvabile e che, come si può ben immaginare, aveva ricevuto critiche negativissime, mentre nel 2012 al Festival di Cannes è stata presentata invece la versione restaurata di 256 minuti, che poi è quella che ho visto in aereo, con una buona mezz’ora di interessante girato reinserito dove  avrebbe voluto il regista. Passiamo ora a parlare degli attori. Il povero Joe Pesci voleva il ruolo di Max, ma Leone non lo riteneva adatto; per rispetto dell’amicizia che legava il buon Joe a De Niro, però, il regista gli ha concesso di scegliersi liberamente un altro personaggio da interpretare e la scelta è caduta su Frankie, la cui parte doveva essere ben più consistente di quanto effettivamente è poi risultato nel film. A parte questo, comunque, Pesci è stato della partita, ma vediamo chi non ce l’ha fatta, per un motivo o per l’altro: nel 1975 Leone aveva dichiarato che del cast avrebbero fatto parte Gerard Dépardieu (Noodles), Richard Dreyfuss (Max), James Cagney e Jean Gabin (rispettivamente i due personaggi da vecchi), ma alla fine il progetto è stato completamente stravolto e già nel 1980 si facevano ben altri nomi, tra i quali quelli di Paul Newman come vecchio Noodles, Dustin Hoffman, John Malkovich, Harvey Keitel o Jon Voight come Max, Liza Minelli come Deborah e Claudia Cardinale come Carol. Brooke Shields, Jodie Foster e Daryl Hannah hanno invece direttamente rifiutato la proposta di partecipare al film col ruolo della giovane Deborah, a cui la Hannah per esempio ha preferito quello di Madison in Splash! Una sirena a Manhattan. Gran rifiuto anche da parte di Al Pacino e Jack Nicholson, ai quali era stato offerto il ruolo di Noodles, e da parte di Clint Eastwood per quello di O’Donnell, mentre il povero John Belushi, a cui era stata proposta la parte di Max, è morto prima che cominciassero le audizioni (e giuro che avrei voluto vederlo, sarebbe stata la sua consacrazione da attore serio!!). E dopo questa marea di informazioni, ecco le pellicole che vi consiglio di guardare se avete amato C’era una volta in America: Bronx, La 25sima ora, Mean Streets, Gangs of New York, Quei bravi ragazzi e la trilogia de Il padrino. Come vedete, avrete di che sbizzarrirvi, quindi… ENJOY!!

Se vuoi condividere l'articolo