Visualizzazione post con etichetta william forsythe. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta william forsythe. Mostra tutti i post

martedì 30 aprile 2013

La casa del diavolo (2005)

Continuiamo con l'omaggio a Rob Zombie, che dopo aver firmato la regia de La casa dei 1000 corpi, nel 2005 girava questo La casa del diavolo (The Devil's Rejects), filmone di ben altra caratura.


Trama: dopo gli eventi accorsi nel primo film lo Sceriffo Wydell e una squadra di poliziotti attaccano casa Firefly, riuscendo ad arrestare Mother Firefly. Baby ed Otis riescono a fuggire e, assieme al padre Capitan Spaulding, cominciano una sanguinosa fuga...


Se La casa dei 1000 corpi era un coloratissimo e grottesco divertissement horror, con La casa del diavolo il bravo Rob Zombie cambia completamente marcia ed incomincia un drammatico cammino legato all'umanizzazione dei suoi personaggi, inserendoli nella cornice di un road movie brutto, sporco e cattivo, dove non c'è speranza di redenzione per nessuno. Il regista decide di concentrarsi solo su tre membri chiave della famiglia Firefly, connotandoli (anche grazie ad un make-up più "realistico" se vogliamo) meglio di quanto avesse fatto nel film precedente: Baby diventa la figlia da vezzeggiare e coccolare, Capitan Spaulding un patriarca che darebbe un braccio per i suoi figli e il folle Otis si ammanta di un'aura quasi "cristologica", diventando a tutti gli effetti l'antitesi del Salvatore e progenie dell'inferno, seppur reietta. L'umanizzazione, come avrete capito, non coincide con un ravvedimento dei tre protagonisti, ed è questa la cosa più devastante della pellicola. Se in La casa dei 1000 corpi non potevamo provare alcuna empatia per i rozzi, caricaturali maniaci che imperversavano con le loro mattanze, in questo sequel atipico arriviamo ad un punto della pellicola in cui proviamo quasi pena per loro e per le torture che il cattivissimo Sceriffo Wydell infligge ai tre. L'effetto transfert viene ottenuto grazie a delle sequenze in cui possiamo testimoniare il distorto sentimento di amicizia e amore che lega i "Reietti" tra loro e ad altri personaggi come il peculiare Charlie e grazie all'efficace espediente di rendere il "buono" stronzo e mentalmente deviato (provate a fare un confronto tra il momento in cui Adam bastona Otis e quello in cui lo Sceriffo lo tortura e vedrete a chi andranno i vostri incitamenti a uccidere...). Il risultato è quasi insostenibile e il meraviglioso finale al ralenti, sulle splendide note di Freebird ha il sapore di un'amara, triste sconfitta.


La casa del diavolo è un horror atipico anche per la scelta di girare la maggior parte delle sequenze di giorno, con il sole che spilla gocce di sudore dai corpi dei protagonisti e che non riesce a proteggere le ignare vittime dall'uomo nero. Fotografia e montaggio sembrano quelli di un western più che di un horror e anche molte delle uccisioni e delle torture (soprattutto quelle commesse dai "Reietti") avvengono fuori dall'inquadratura, per quanto tutto ciò che viene mostrato rimanga comunque adatto ad un pubblico preparato e con un bel po' di pelo sullo stomaco. Zombie non si fa mancare neppure il citazionismo cinefilo, che sia quello smaccato legato ai film dei Fratelli Marx (il confronto tra lo sceriffo e il critico è esilarante, soprattutto quando quest'ultimo va a insultare Elvis) o quello più sottile e dedicato ai fan, come quando il regista ripropone la fuga notturna di La casa dei 1000 corpi con Baby nei panni del coniglietto che fugge impaurito. Impeccabili, infine, sia gli attori principali che i caratteristi, tra i quali spiccano Michael Barryman e il "solito" Danny Trejo, ma la mia eterna stima va ovviamente a Sid Haig e, soprattutto, Bill Moseley: per quanto Otis sia uno dei personaggi più abietti del cinema recente, l'attore riesce a conferirgli una dignità e un carisma tali da rendere difficile non ammirarlo, se non altro per la coerenza delle sue convinzioni e per il terribile, triste e sconfitto sguardo sul finale. All'amica che, all'epoca, si beccò degli insulti per aver definito "Figo" Marilyn Manson durante un concerto porgo le mie più sentite scuse, perché mi sono ritrovata più di una volta a mormorare un "che spreco, ma perché è così cattivo...?" davanti all'occhio azzurro di Moseley, indegnamente sepolto sotto la sporcizia, il sangue, i capelli e il barbone. E dopo questa vergognosa ammissione di devianza, vi invito caldamente a vedere questo splendido La casa del diavolo.


Del regista e sceneggiatore Rob Zombie ho già parlato qui, mentre Sid Haig (Capitan Spaulding), Bill Moseley (Otis), Sheri Moon Zombie (Baby), William Forsythe (sceriffo Wydell), Danny Trejo (Rondo), Michael Berryman (Clevon), P.J. Soles (la tizia a cui Spaulding ruba la macchina) e Tyler Mane (Rufus) li trovate ai rispettivi link. 

Ken Foree (vero nome Kentotis Alvin Foree) interpreta Charlie. Americano, ha partecipato a film come Zombi, Non aprite quella porta - Parte 3, The Dentist, L’alba dei morti viventi, Halloween – The Beginning e l’imminente Le Streghe di Salem, oltre a serie come Il tenente Kojak, Hazzard, A-Team, Santa Barbara, Alfred Hitchcock presenta, Supercar, Moonlightning, Hunter, Otto sotto un tetto, Hunter, Flash e X-Files; come doppiatore ha lavorato per un episodio di Angry Beavers. Anche produttore e sceneggiatore, ha 65 anni e tre film in uscita. 


Leslie Easterbrook interpreta Mother Firefly al posto di Karen Black, che chiedeva troppi soldi per tornare nel seguito. Ora sono davvero sconcertata! Vi ricordate il bellissimo e tostissimo Sergente Callaghan di Scuola di polizia (episodi dall’1 al 7 meno il secondo capitolo)? Eccola, con una 90ina buona di chili in più addosso! Tra gli altri film a cui ha partecipato l’attrice americana segnalo Halloween – The Beginning e Lo spaccacuori, inoltre ha partecipato alle serie Love Boat, Hazzard, Hunter, Baywatch e La signora in giallo. Anche produttrice, ha 64 anni e nove film in uscita.


Geoffrey Lewis interpreta Roy. Americano, ha partecipato a film come Il mio nome è nessuno, Le notti di Salem, Pink Cadillac, Tango & Cash, Il tagliaerbe, Mezzanotte nel giardino del bene e del male, Blueberry e alle serie Missione impossibile, Kung Fu, Starsky e Hutch, Hunter, Mork & Mindy, A-Team, Magnum P.I., MacGyver, L’ispettore Tibbs, La signora in giallo, X-Files, Dawson’s Creek, Nip/Tuck, Coldcase,  My Name is Earl, Criminal Minds e Dr. House. Anche sceneggiatore e regista, ha 78 anni e un film in uscita.


Priscilla Barnes interpreta Gloria. Americana, ha partecipato a film come 007 – Vendetta privata, Tre giorni per la verità, Generazione X, Mumford e a serie come Colombo, Wonder Woman, Starsky & Hutch, Il tenente Kojak, Tre cuori in affitto, Love Boat e La signora in giallo. Anche produttrice, ha 55 anni e tre film in uscita. 


Dave Sheridan, che interpreta l’agente Dobson, era il tristissimo ed esilarante Doofy del primo Scary Movie mentre il povero, sfigatissimo Lew Temple (ovvero il “coraggioso”, vomitoso Adam) avrebbe poi fatto una brutta fine nei panni del galeotto Axel nella terza serie di The Walking Dead. Continuiamo a parlare di “morti” e tiriamo un po’ fuori l’argomento Dottor Satana, il villain di La casa dei 1000 corpi. Inizialmente Zombie aveva girato delle sequenze legate al personaggio, nelle quali doveva comparire brevemente anche Rosario Dawson, tuttavia ragionando è arrivato alla conclusione che “mostrare il Dr. Satana in questa storia sarebbe come mostrare Chewbacca in Gangster Story”, quindi tutto il materiale è stato tagliato. Comunque sia, se La casa del diavolo vi fosse piaciuto consiglio innanzitutto il recupero di La casa dei 1000 corpi e poi di altri film come Borderland, Le colline hanno gli occhi, L’ultima casa a sinistra e l’immancabile Non aprite quella porta. ENJOY!!

mercoledì 3 aprile 2013

C'era una volta in America (1984)

In aereo, durante il ritorno a casa, sono riuscita ad imbarcarmi nella titanica impresa di affrontare per quella che penso sia la ventesima volta uno dei film più belli che abbia mai visto, ovvero C’era una volta in America (Once Upon a Time in America), diretto nel 1984 da Sergio Leone e tratto dal libro The Hoods di Harry Grey.


Trama: ormai vecchio, l’ex gangster Noodles torna nei luoghi dell’infanzia e della giovinezza dopo essere stato convocato dalla misteriosa lettera di un facoltoso uomo politico che gli chiede di sbrigare un ultimo lavoro per lui…


Come si fa a recensire un capolavoro sul quale eminenti critici e saputi competenti cinefili hanno ormai detto di tutto e di più? Semplice, come al solito mi sottrarrò all’ingrato compito e mi limiterò ad elencare qui mille motivi per cui C’era una volta in America è diventato, subito dopo la prima visione, uno di quei film che non mi stancherei mai di vedere nonostante la lunghezza e la complessità (la versione vista in aereo era quella nuova presentata l’anno scorso a Cannes, quasi 4 ore, ma per me già quella “classica” rappresenta l’assoluta perfezione). Chissà che, così, non venga voglia a chi legge il post di recuperare, se non l’avesse mai vista, una di quelle pellicole che mi rende assolutamente orgogliosa di essere italiana.


Il mio amore per C’era una volta in America nasce innanzitutto dal suo raccontare una storia di gangster, genere che ovviamente adoro, e dal fatto che buona parte dell’azione si concentri sull’infanzia scellerata dei protagonisti, altro escamotage narrativo tra i miei preferiti. Sergio Leone riesce abilmente ad equilibrare le due anime del film, la violenza spesso triviale di questi criminali che parrebbero mafiosi italiani ma sono in realtà figli del quartiere ebraico e la poesia del loro difficile passaggio da ragazzini ad adulti, confezionando delle sequenze che mi emozionano ad ogni visione. La mia preferita in assoluto è quella in cui il giovane Patsy non resiste al desiderio di mangiarsi il dolcetto zeppo di panna che avrebbe dovuto dare alla prostituta in erba Peggy come pagamento per l’eventuale prestazione: in questa scena si può percepire palpabile tutta l’inadeguatezza di questi mocciosetti che giocano a fare i grandi, la loro innocenza repressa a forza per poter sembrare più adulti ed affrontare da sbruffoni una realtà pericolosissima e spesso ingrata. Noodles, Max, Patsy, Cockey, Deborah, sono tutti nomi che arriviamo a sentire familiari verso la fine del film, perché sono diventati quelli di amici che ci sembra di conoscere da sempre, che abbiamo visto crescere, sbagliare, lottare e soffrire, ognuno impegnato a seguire le proprie aspirazioni, discutibili o meno. Delle persone, rese vive dall'incredibile bravura di tutti gli interpreti coinvolti, per cui il tempo è passato, per alcuni più che per altri. E qui arriviamo a parlare del personaggio protagonista dell'intera vicenda, il povero Noodles.


Se per Deborah e Max ho sempre provato un odio incredibile, incapace di accettare la loro perfidia e il loro egoismo (sebbene il modo in cui la ragazza legge a Noodles la sua versione del Cantico dei Cantici sia a dir poco geniale), verso Noodles ho sempre nutrito sentimenti contrastanti. Il primo aggettivo che mi viene in mente per definire il personaggio di De Niro è "perdente", ma lo dico con un senso di pietà, non di disgusto. Noodles è quello che, diciamocelo pure, se la prende sempre nel pertugio perché totalmente inadatto alla vita di gangster. E' il romantico del gruppo (e dico romantico in senso lato, ché le scene dei due stupri non le dimentico, ma diciamo che il primo è praticamente indotto e il secondo causato dalla disperazione per l'ennesimo rifiuto...), quello che darebbe la vita per i suoi compari, quello per cui il gruppo è innanzitutto una famiglia e solo dopo un mezzo per ottenere soldi, quello che mollerebbe tutto se solo Deborah rinunciasse alla sua carriera di attrice per lui, quello che si fa sempre fregare dal geloso e megalomane Max, fin dal loro primo incontro, e che nonostante tutto continua ad amarlo come un fratello. E' il personaggio che prima ha perso l'innocenza della gioventù nel modo peggiore, finendo in prigione dopo aver giustamente vendicato il piccolino della banda, e poi si è visto rubare amici, soldi, giovinezza, amore e vita da una mano ignota. "Noodles, che cosa hai fatto in tutti questi anni? - Sono andato a letto presto". Cosa c'è di più triste e definitivo di questa battuta, che mi provoca sempre, inevitabilmente, una malinconia incredibile? Dopo la morte degli amati Max, Patsy e Cockeye, uccisi dalla polizia per una sua soffiata (fatta a fin di bene, ma purtroppo è il risultato che conta), Noodles scopre che qualcuno lo ha incastrato e gli ha rubato i soldi messi da parte in tutti gli anni di attività, di conseguenza è costretto a fuggire per salvarsi la vita, ma quale vita rimane quando alla perdita di identità si aggiungono il senso di colpa, il dubbio e la solitudine? A cosa serve il tempo, quando l'esistenza si è fermata trent'anni prima? E la tristezza, il senso di pietà verso il personaggio aumentano più ci si avvicina verso il finale, crudele e devastante... ma anche ambiguo, perché come ci insegnano i libri di cinema tutta la vicenda potrebbe essere solo un'allucinazione di Noodles, che all'inizio del film troviamo sconvolto e strafatto all'interno di una fumeria d'oppio.


Arrivati a questo punto, vogliamo anche parlare (brevemente perché, lo ripeto, non oso!!) della regia, del montaggio e della colonna sonora? Leone è un genio, non offre soluzioni facili né un'interpretazione lineare dell'intera vicenda. Prende il tempo e lo dilata all'infinito, giocandoci come se non esistessero limiti di durata, ci rintrona per i primi minuti con un trillo del telefono che suona come una condanna a morte, ci costringe a infilare le unghie nella poltrona per la tensione mentre De Niro lentamente gira il caffé col cucchiaino, ci porta a spalancare gli occhi per lo stupore fondendo passato e presente nella magistrale sequenza della stazione (accompagnata da Yesterday dei Beatles!!), ci fa entrare a forza nei sogni romantici di un ragazzino che vede la sua amata ballare e denudarsi come una Dea, ci sconvolge alternando tutta questa poesia alla crudezza inusitata del pestaggio iniziale, dello stupro in macchina, della rozza parlata di Burt Young e degli uomini riconosciuti dai loro membri. In tutto questo, Ennio Morricone ci sguazza e crea una delle colonne sonore più belle di tutti i tempi, uno score diventato, nel tempo, così famoso che credo ogni italiano conosca "a orecchio" la melodia fischiettata continuamente dal piccolo Dominic. Personalmente, non riesco a non tirare fuori il fazzoletto e a non commuovermi ascoltando Poverty o la Canzone di Deborah, ma direi proprio che tutta la musica che accompagna le immagini del film meriti la definizione di capolavoro indimenticabile. E con questo, siccome mi è tornata una voglia pazza di mettere su il CD e chiudere gli occhi senza pensare a nulla, chiudo... sperando che invece a voi sia venuta voglia di vedere o recuperare questo trionfo.


Di Robert De Niro (David “Noodles” Aaronson), James Woods (Maximilian “Max” Berkovitcz), Burt Young (Joe), Treat Williams (James Conway O’Donnell), Danny Aiello (Il capo della polizia), William Forsythe (Philip “Cockeye” Stein) e Jennifer Connelly (Deborah da ragazzina) ho già parlato ai rispettivi link.

Sergio Leone è il regista e co-sceneggiatore della pellicola. Originario di Roma, ha diretto film come Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo e C’era una volta il west. Anche attore e produttore, è morto per un attacco cardiaco nel 1989, all’età di 60 anni.


Elizabeth McGovern interpreta Deborah. Americana, ha partecipato a film come Ragtime, Johnny il bello e Kick-Ass. Anche sceneggiatrice, ha 52 anni.


Joe Pesci (vero nome Joseph Frank Pesci) interpreta Frankie Manoldi. Parlando di Joe sconfiniamo nel mito, perché si tratta di uno dei miei attori preferiti, uno che non mi stancherei mai di vedere e rivedere, che mi ha regalato perle soprattutto in ambito scorse siano, con le sue magistrali interpretazioni in Quei bravi ragazzi (non a caso ha vinto l’Oscar come miglior attore non protagonista) e Casinò. Lo ricordo inoltre per film come Toro scatenato, Arma letale 2, Mamma ho perso l’aereo, JFK – Un caso ancora aperto, Mio cugino Vincenzo, Arma letale 3, Mamma ho riperso l’aereo, Bronx e Arma letale 4. Americano, ha 70 anni.


Tuesday Weld (vero nome Susan Ker Weld) interpreta Carol. Americana, ha partecipato a film come In cerca di mr.Goodbar (nomination all’Oscar come miglior attrice non protagonista), Un giorno di ordinaria follia e Due mariti per un matrimonio. Ha 70 anni.


Mario Brega interpreta Mandy. Originario di Roma, ha partecipato a film come Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo, Anche gli angeli mangiano fagioli, Un sacco bello, Bianco, rosso e Verdone, Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio e Vacanze di Natale. Anche produttore, è morto nel 1994 all'età di 71 anni.


Brian Bloom interpreta il giovane Patsy. Tra i ragazzini che interpretavano i giovani protagonisti è l'unico ad "avercela fatta". Assai impegnato come doppiatore, ha partecipato anche ai film The Stuff - Il gelato che uccide, A-Team e alle serie 21 Jump Street, Melrose Place, La tata, CSI: Scena del crimine, CSI: Miami, CSI: NY, Cold Case, Senza traccia e Dollhouse. Anche sceneggiatore, ha 43 anni e un film in uscita.


James Russo intepreta Bugsy. Americano, ha partecipato a film come Beverly Hills Cop - Un piedipiatti a Beverly Hills, Trauma, Occhi di serpente, Donnie Brasco, La nona porta, Django Unchained e alle serie Miami Vice, CSI: Scena del crimine, CSI: Miami e Numb3rs. Anche sceneggiatore, ha 60 anni e sei film in uscita.


Pare che alla fine delle riprese il film durasse quasi 10 ore. Sergio Leone e Nino Baragli erano riusciti a tagliarlo fino a raggiungere le 6 ore, con l’idea di distribuire C’era una volta in America in due parti, ma davanti all’opposizione dei distributori sono stati costretti ad effettuare ulteriori tagli fino ad arrivare alla durata attuale (che peraltro varia in base alle versioni). Nonostante tutto, in America la pellicola era però stata distribuita originariamente con altri 90 minuti di tagli e rimontata in ordine cronologico, una roba indecente che per fortuna risulta ora introvabile e che, come si può ben immaginare, aveva ricevuto critiche negativissime, mentre nel 2012 al Festival di Cannes è stata presentata invece la versione restaurata di 256 minuti, che poi è quella che ho visto in aereo, con una buona mezz’ora di interessante girato reinserito dove  avrebbe voluto il regista. Passiamo ora a parlare degli attori. Il povero Joe Pesci voleva il ruolo di Max, ma Leone non lo riteneva adatto; per rispetto dell’amicizia che legava il buon Joe a De Niro, però, il regista gli ha concesso di scegliersi liberamente un altro personaggio da interpretare e la scelta è caduta su Frankie, la cui parte doveva essere ben più consistente di quanto effettivamente è poi risultato nel film. A parte questo, comunque, Pesci è stato della partita, ma vediamo chi non ce l’ha fatta, per un motivo o per l’altro: nel 1975 Leone aveva dichiarato che del cast avrebbero fatto parte Gerard Dépardieu (Noodles), Richard Dreyfuss (Max), James Cagney e Jean Gabin (rispettivamente i due personaggi da vecchi), ma alla fine il progetto è stato completamente stravolto e già nel 1980 si facevano ben altri nomi, tra i quali quelli di Paul Newman come vecchio Noodles, Dustin Hoffman, John Malkovich, Harvey Keitel o Jon Voight come Max, Liza Minelli come Deborah e Claudia Cardinale come Carol. Brooke Shields, Jodie Foster e Daryl Hannah hanno invece direttamente rifiutato la proposta di partecipare al film col ruolo della giovane Deborah, a cui la Hannah per esempio ha preferito quello di Madison in Splash! Una sirena a Manhattan. Gran rifiuto anche da parte di Al Pacino e Jack Nicholson, ai quali era stato offerto il ruolo di Noodles, e da parte di Clint Eastwood per quello di O’Donnell, mentre il povero John Belushi, a cui era stata proposta la parte di Max, è morto prima che cominciassero le audizioni (e giuro che avrei voluto vederlo, sarebbe stata la sua consacrazione da attore serio!!). E dopo questa marea di informazioni, ecco le pellicole che vi consiglio di guardare se avete amato C’era una volta in America: Bronx, La 25sima ora, Mean Streets, Gangs of New York, Quei bravi ragazzi e la trilogia de Il padrino. Come vedete, avrete di che sbizzarrirvi, quindi… ENJOY!!

venerdì 14 dicembre 2012

Cosa fare a Denver quando sei morto (1995)

Con il tempo che scarseggia per scrivere recensioni e queste ultime che si cancellano dagli hard disk (sì, vi perderete La spada nella roccia e soprattuttamente After Death di Fragasso, ché non ho voglia di riscriverle, sorry...) non so sinceramente come verrà fuori quella dedicata ad uno dei miei film preferiti, Cosa fare a Denver quando sei morto (Things To Do in Denver When You're Dead, diretto nel 1995 da Gary Fleder), visto che è una settimana che macera nel mio cervello. Siate indulgenti e via che si va...


Trama: Jimmy "il santo" è un ex gangster impegnato in un'attività particolare, quella di registrare videomessaggi che le persone in punto di morte lasceranno ai loro cari rimasti in vita. Quando il suo ex capo deciderà di affidargli un'ultima missione, il rischio che sia lo stesso Jimmy a finire dietro una telecamera sarà molto concreto...


Negli anni '90 gli emuli di Pulp Fiction e, in generale, del cinema "di maniera" tarantiniano si sprecavano. Cosa fare a Denver quando sei morto è uno degli esempi più mirabili del genere perché è uno dei pochi che non cerca di fare il verso al mio adorato QT, bensì cerca di crearsi una propria personalità all'interno di questo sfruttatissimo filone. Niente arditi giochi di macchina, dialoghi interminabili e campati in aria (in questo caso, l'unico vezzo è quello del vecchietto che racconta la storia dei protagonisti agli avventori del bar o il fatto che uno dei due tirapiedi di Christopher Walken usi un linguaggio molto forbito) o citazionismo dispensato come se non ci fosse un domani: Cosa fare a Denver quando sei morto ha un taglio e una regia molto classici, quasi un po' retrò, il difficile slang che utilizzano i personaggi sembrerebbe un mix di modi di dire da galera, gergo del Vietnam e dialetto di strada e, per quanto riguarda la trama, ha davvero poco di scanzonato e "trendy", per così dire.


Come si evince dal titolo, infatti, il film porta avanti una malinconica e particolare riflessione sulla vita e la morte. All'inizio vediamo il protagonista, Jimmy il Santo, come un uomo apparentemente pacato, sicuro di sé, perfettamente in grado di controllare la sua vita dopo essersi lasciato il passato di criminale alle spalle. L'attività che conduce è infinitamente triste e poco remunerativa, ma ancor più tristi sono le vite del suo ex capo, di quelli che un tempo erano i suoi compagni di "sventura", della prostituta Lucinda e del figlio ormai folle del cosiddetto Man with a plan. Davanti a questi personaggi patetici Jimmy, con i suoi modi garbati, i capelli e gli abiti impeccabili, sembrerebbe svettare come chi guarda alle vite altrui con distacco e una blanda commiserazione, ma tutto cambia drasticamente quando nella sua esistenza entra il vero amore... proprio quando il fallimento dell'ultima missione, accettata banalmente per bisogno di soldi, decreta la sua condanna a morte. Il film racconta gli ultimi giorni di un uomo che ha finalmente trovato una cosa per cui vivere e cerca disperatamente di recuperare il tempo perduto lasciando un ricordo di sé e, parallelamente, racconta il modo in cui le persone decidono di affrontare la morte: chi non ha rimpianto alcuno e si prepara ad affrontare il momento fatidico con dignità, chi pensa soprattutto alla moglie e ai figli, chi si prepara a dare una folle battaglia, chi non rispetta la vita neppure quando è ormai ad un passo dal concluderla.


Per rendere più incisiva questa riflessione, il film si avvale di attori a dir poco superbi. I migliori sono senza dubbio Christopher Lloyd che, per una volta, interpreta un personaggio stranamente pacato e dignitoso, diverso da quelli folli e nevrastenici a cui siamo abituati, il pazzo e detestabile (per quanto è deficente il suo Critical Bill) Treat Williams, l'inquietantissimo Christopher Walken in sedia a rotelle e, soprattutto, Steve Buscemi e il suo Mr. Shh: l'incarnazione stessa della morte, freddo, silenzioso, sparuto e insignificante nella sua faccetta di uomo qualunque.. perché d'altronde anche una morte violenta non deve essere necessariamente spettacolare o strana. Insomma, se non lo avete mai visto e avete perso i radi passaggi televisivi di Cosa fare a Denver quando sei morto, cercate di recuperarlo perché ne vale veramente la pena.


Di Christopher Lloyd (Pieces), William Forsythe (Franchise), Treat Williams (Critical Bill), Steve Buscemi (Mister Shhh), Christopher Walken (The man with the plan), Bill Cobbs (Malt), Don Cheadle (Rooster) e Jenny McCarthy (l'infermiera bionda) ho già parlato nei rispettivi link.

Gary Fleder è il regista della pellicola. Americano, ha diretto film come Il collezionista ed episodi di serie come Racconti di mezzanotte. Anche produttore, ha 47 anni e due film in uscita.


Andy Garcia (vero nome Andrés Arturo García Menéndez) interpreta Jimmy il santo. Cubano, lo ricordo per film come The Untouchables - Gli intoccabili, Black Rain - Pioggia sporca, Il padrino - Parte III, Ocean's Eleven - Fate il vostro gioco, Ocean's Twelve, Ocean's Thirteen e La Pantera Rosa 2, inoltre ha partecipato alle serie La signora in giallo, Alfred Hitchcock presenta, Will & Grace e doppiato un episodio de I Simpson. Anche produttore, regista, compositore e sceneggiatore, ha 56 anni e sei film in uscita.


Bill Nunn (vero nome William G. Nunn) interpreta Easy Wind. Americano, ha partecipato a film come Cadillac man, A proposito di Henry, Sister Act - Una svitata in abito da suora, Palle in canna, L'inferno nello specchio (Candyman 2), Extreme Measures - Soluzioni estreme, Il collezionista, La leggenda del pianista sull'oceano, Spider - Man, Spider - Man 2, Spider - Man 3 e alla serie Millenium. Anche produttore, ha 59 anni.


Jack Warden (vero nome John H. Lebzelter) interpreta Joe Heff. Americano, ha partecipato a film come Tutti gli uomini del presidente, Assassinio sul Nilo, Giallo in casa Muppet, Piccola peste, Piccola peste torna a far danni, Toys - Giocattoli, Piccola peste s'innamora e alle serie Ai confini della realtà e Vita da strega. E' morto nel 2006, all'età di 85 anni.


Fairuza Balk (vero nome Fairuza Alejandra Feldthouse) interpreta Lucinda. Benché poco "sfruttata", quest'attrice americana è una delle mie preferite e la ricordo per film come Nel fantastico mondo di Oz, Giovani streghe,Valmont, L'isola perduta, American History X e Quasi famosi, inoltre ha partecipato alle serie I Soprano, Masters of Horror e doppiato alcuni episodi de I Griffin. Ha 38 anni e due film in uscita.


Gabrielle Anwar interpreta Dagney. Inglese, ha partecipato a film come Scent of a Woman - Profumo di donna, Ultracorpi - L'invasione continua, I tre moschettieri e alle serie Beverly Hills 90210, I Tudors e Burn Notice. Anche produttrice, ha 42 anni.


Marshall Bell (vero nome Archibald Marshall Bell) interpreta Atwater. Americano, ha partecipato a film come Nightmare 2: la rivincita, Stand by Me - Ricordo di un'estate, Manhunter - Frammenti di un omicidio, I gemelli, Atto di forza, Dick Tracy, Oscar - Un fidanzato per due figlie, Amore all'ultimo morso, il geniale e meraviglioso Il silenzio dei prosciutti, Airheads - Una banda da lanciare, Natural Born Killers, Starship Troopers - Fanteria dello spazio, Identità, Capote e alle serie X - Files, Millenium, Jarod il camaleonte, CSI e Dr. House. Ha 70 anni e due film in uscita.


Se Cosa fare a Denver quando sei morto vi fosse piaciuto, consiglio un paio di film forse poco conosciuti ma molto carini, Insoliti criminali e Compagnie pericolose. ENJOY!!






martedì 18 settembre 2012

Halloween - The Beginning (2007)

Nonostante non ami molto lo slasher fine a sé stesso, nella mia collezione di DVD è finito anche Halloween – The Beginning (Halloween), diretto nel 2007 dal regista Rob Zombie.


Trama: il film racconta la “leggenda” di Michael Myers cominciando dall’infanzia, passando per lo sterminio della famiglia per poi arrivare al presente, quando lo spietato killer evade dal manicomio criminale per uccidere anche la sorella minore…


So che è brutto da dire per una persona che cura un blog di cinema e si dichiara appassionata di horror, ma l’Halloween di Carpenter non l’ho mai visto. Avevo beccato moltissimo tempo fa, a tarda sera, il secondo capitolo (senza capirci una beneamata mazza, ovviamente, visto che comincia direttamente dalla fine del primo film) e anche il moscerello Vent’anni dopo, ma in generale non mi avevano entusiasmata troppo. Quindi, non dovrete stupirvi se il mio giudizio nei confronti di Halloween – The Beginning sarà molto positivo, per il semplice fatto che non sono mai stata fan dell’originale e non potrò quindi fare un confronto. Aggiungo inoltre che il maledetto Rob Zombie mi ha catturata fin dal suo primo, imperfetto film d’esordio, La casa dei 1000 corpi, grazie al suo stile particolare, all’incredibile generosità nel regalare indimenticabili scene splatter e all’impeccabile uso di grandi caratteristi e azzeccatissime colonne sonore. In questo, Halloween – The Beginning non fa eccezione, sebbene sia sicuramente più debole delle due pellicole “zombiane” che lo hanno preceduto.


Ad essere sinceri, il film patisce di una sorta di divisione in due parti distinte, ovvero l’infanzia di Michael Myers e la seguente evasione dal manicomio con ricerca della sorellina sopravvissuta. Io ho sicuramente apprezzato molto di più la prima parte, nonostante anch’essa soffra di qualche piccolo difetto: personalmente, avrei trovato molto più interessante vedere il bimbo Michael che sviluppava la sua follia all’interno di una famiglia amorevole, non nella solita squallida casetta con madre amorevole ma spogliarellista, patrigno ubriacone e fancazzista, sorella maggiore zoccola e odiosa. Per fortuna Zombie non attribuisce tutta la colpa della malattia di Michael all’ambiente familiare, e ci mostra chiaramente come il ragazzino fosse già nato psicopatico ma con la faccetta (grassoccia) d’angelo, tuttavia è difficile biasimare il pargolo armato di coltello mentre taglia la gola al sacco di brenno accozzato sul divano o mentre bastona a morte un compagno di scuola simpatico come una cacca nel letto. Interessante, sebbene un po’ prolissa, anche la parte in cui il regista sviluppa il rapporto che si instaura tra il Dr. Loomis e il piccolo paziente, con Michael sempre più silenzioso, tetro ed inquietante man mano che le sue maschere di cartapesta (spettacolari!) diventano più elaborate. E’ alla fine di questo percorso, tra l’altro, che viene mostrata con forza inaudita la definitiva vittoria della follia sull’innocenza; prima della melodrammatica scena che porta alla morte fisica di Deborah, infatti, Zombie ci permette di vedere il momento in cui la donna muore davvero, una sequenza agghiacciante e magistrale in cui il figlio, ormai più bestia che essere umano, le urla in faccia dopo l’ultimo omicidio commesso.


Da qui in poi il film ridiventa uno slasher tout court, introdotto dalla scritta in sovrimpressione “Trick or Treat”. A differenziare Halloween – The Beginning da altri film simili spiccano personaggi particolarmente odiosi e stupidi, di una demenza che sconfina nella cattiveria (allucinante la scena dello stupro ai danni di una delle pazienti del manicomio, quasi insostenibile nella sua brutalità) e che per questo meritano ogni sevizia del gigantesco ed inquietante Michael, e, ovviamente, una cura dei dettagli quasi maniacale accompagnata da un sadico gusto gore. Zombie, infatti, riesce a regalare sia allo spettatore “normale” che al fan momenti a dir poco epici come quello in cui Michael ritrova nella casa abbandonata la maschera che diventerà il suo marchio di fabbrica, oppure sanguinosissime macellate come quella del camionista in bagno e dei genitori di Laurie. In tutto questo, comunque, la mia sequenza preferita è forse quella che precede l’ambiguo finale, in cui la sorellina ormai cresciuta cerca di fuggire al fratellone all’interno della loro vecchia casa, dove il regista si sbizzarrisce con arditissime inquadrature e un montaggio talmente serrato che la tensione non cala nemmeno per un secondo. Altra particolarità da me molto apprezzata è l’abbondante uso di caratteristi d’eccezione a fare da “spalla” a interpreti stranamente validi per il tipo di pellicola in questione: vedere Udo Kier, Danny Trejo, Clint Howard e Brad Dourif è sempre un piacere immenso, a prescindere dal poco tempo che viene loro concesso, Sheri Moon Zombie è adorabile e brava come al solito, Malcom McDowell parte male (quell’orrida parrucchetta all’inizio non si può vedere) ma poi riesce con la solita dignità a raccogliere lo scomodo scettro di Donald Pleasence, il piccolo Daeg Faerch non è all’altezza dei classici bambini malvagi del cinema horror ma il suo visetto inespressivo è sufficientemente inquietante per essere credibile, infine Scout Taylor – Compton ci mette tutta la sua capacità polmonare nell’interpretare la scream queen di turno e, soprattutto nel finale, mette i brividi. Per farla breve, avendo solo questo Halloween – The Beginning come punto di partenza della saga, mi sento di consigliarlo caldamente ai fan dell’horror, tuttavia se amate il film originale di Carpenter non saprei dire se l’operazione zombiana potrebbe o meno essere di vostro gusto.


Di Malcom McDowell (Dott. Samuel Loomis), Danny Trejo (Ismael Cruz), Bill Moseley (si vede solo nella versione cinematografica nei panni di una delle guardie, ma io a casa ho il DVD unrated, quindi me lo sono perso, sigh!), Brad Dourif (lo sceriffo Lee Brackett), Clint Howard (Dott. Koplenson), Udo Kier (Morgan Walker) e Dee Wallace (Cynthia Strode) ho già parlato nei rispettivi link.

Rob Zombie (vero nome Robert Bartleh Cummings) è regista e sceneggiatore della pellicola. “Nato” come musicista, lo ricordo per aver girato film come La casa dei 1000 corpi, La casa del Diavolo, il trailer Werewolf Women of the S.S. per il film Grindhouse, Halloween II, The Haunted World of El Superbeasto e un episodio di CSI:Miami. Anche compositore, produttore e attore, ha 47 anni e un film in uscita, l’imminente e attesissimo Lords of Salem.


Scout Taylor – Compton (vero nome Desariee Starr Compton) interpreta Laurie Strode. Americana, ha partecipato a film come Halloween II e a serie come Allie McBeal, E.R. Medici in prima linea, Una mamma per amica, Cold Case, Streghe, Bones, CSI, CSI:NY e Grey’s Anatomy. Ha 23 anni e quattro film in uscita.


Tyler Mane (vero nome Daryl Karolat) interpreta Michael Myers da adulto. Ex wrestler, lo ricordo per avere interpretato il francamente orribile Sabretooth di X – Men, inoltre ha partecipato ad altri film come Troy, La casa del Diavolo e Halloween II. Canadese, anche produttore e sceneggiatore, ha 46 anni e un film in uscita.

Con tutto il rispetto, ciccio, ma è meglio Liev Schreiber..!
Sheri Moon Zombie (vero nome Sheri Lyn Skurkis) interpreta Deborah Myers. Moglie di Rob Zombie, la ricordo per film come La casa dei 1000 corpi, La casa del Diavolo, il trailer Werewolf Women of the S.S. per il film Grindhouse, Halloween II e The Haunted World of El Superbeasto (dove dava la voce a uno dei personaggi); inoltre ha partecipato a una puntata di CSI: Miami. Americana, anche produttrice, ha 42 anni e un film in uscita, Lords of Salem.


William Forsythe interpreta Ronnie White. Americano, ha partecipato a film come C’era una volta in America, Dick Tracy, Cosa fare a Denver quando sei morto, The Rock, La casa del diavolo e a serie come Chips, Saranno famosi, Masters of Horror, CSI: Miami e Boardwalk Empire. Anche produttore e sceneggiatore, ha 57 anni e quattro film in uscita.


Danielle Harris interpreta Annie Brackett. Americana, ha partecipato a film come Halloween 4: il ritorno di Michael Myers, Halloween 5, Scappo dalla città – la vita, l’amore e le vacche, Non dite a mamma che la babysitter è morta, L’ultimo boyscout – missione sopravvivere, Free Willy: Un amico da salvare, Daylight – Trappola nel tunnel, Urban Legend e Halloween II, oltre a serie come Genitori in blue jeans, Pappa e ciccia, E.R. – Medici in prima linea, Streghe e Cold Case. Anche regista e produttrice, ha 34 anni e otto film in uscita.


Nella miriade di comparse d’eccezione segnalo anche Sid Haig, qui nei panni del becchino che indica al Dr. Loomis dov’è sepolta la madre di Michael Myers. Non avendo mai visto Halloween II, diretto nel 2009 sempre da Rob Zombie (si vocifera l’uscita di un terzo capitolo ad opera di Patrick Lussier), se Halloween – The Beginning vi fosse piaciuto consiglio di recuperare assolutamente La casa dei 1000 corpi e il suo seguito, il bellissimo La casa del Diavolo. Da parte mia, cercherò invece di guardare finalmente il primo Halloween di Carpenter. ENJOY!

Se vuoi condividere l'articolo