Un altro On Demand a così breve distanza di tempo? Sono forse matta? Oppure è un regalo di Pasqua? Tutto può essere ma uno dei buoni propositi per il 2018 è quello di curare un po' di più questa rubrica, magari facendo uscire un post una volta al mese... chi può dirlo! Voi intanto chiedete film che qui le richieste languono! Oggi esaudisco quella di Franco che parecchio tempo fa ha chiesto il recupero di Déjà vu - Corsa contro il tempo (Deja Vu), diretto nel 2006 dal regista Tony Scott. Il prossimo film On Demand DOVREBBE essere I racconti della luna pallida d'agosto. ENJOY!
Trama: a seguito di un attentato terroristico, un agente dell'ATF viene coinvolto nelle indagini sperimentali di una branca dell'FBI, i cui metodi sfruttano una tecnologia particolare, capace di vedere nel passato recente...
Déjà Vu è uno di quei film che avevo già visto un paio di volte di sfuggita durante i suoi passaggi televisivi senza mai prestargli sul serio attenzione. Devo anche averne visto la fine, benché la ricordassi solo vagamente, ma è solo in occasione dell'On Demand di oggi che ho notato il nome che campeggia dietro la macchina da presa, quello della bonanima di Tony Scott, vituperato da molti ma adorato da queste parti. Se allo stile cinetico di Scott si aggiunge la produzione del "raffinatone" Jerry Bruckheimer, non è difficile fare due più due e capire che Déjà Vu, benché dotato della trama di un sci-fi cervellotico, gode soprattutto nel mostrare esplosioni devastanti (all'inizio e alla fine sicuramente ma non solo), inseguimenti in macchina fracassoni e gente che muore male crivellata di proiettili, lasciando che la suspension of disbelief dello spettatore rimanga obnubilata dal casino, con l'encefalogramma piatto di chi ormai ha rinunciato a capire tutti i paradossi temporali di cui è infarcito il film. E ce ne sono, eh. Quello che comincia come un thriller a sfondo poliziesco-investigativo con il protagonista impegnato a dare la caccia a un dinamitardo si sviluppa a poco a poco in una pellicola hi-tech che mostra il fianco al fantascientifico, mettendo in campo una tecnologia che riesce a mostrare scene del passato recente, nella fattispecie "quattro giorni prima"; alla faccia dei moniti che recitano "non bisogna interferire col passato", il protagonista Doug Carlin intraprende un percorso che lo porterà ad utilizzare la tecnologia in questione come nessuno ha mai fatto prima, causando più di una perplessità allo spettatore rompiscatole al quale non basta il vago senso di déjà vu provato dai personaggi e riportato anche nel titolo per giustificare il tutto. Dovessi proprio fare le pulci alla trama, infatti, non avrei da ridire solo sul rapporto che si instaura tra Doug e Paula, damsel in distress che bisogna assolutamente salvare "perché sì" (cioè solo perché ha avuto la fortuna di venire concupita dal protagonista, ma a tutte le altre persone che potenzialmente potrebbero schiattare quello stesso giorno non ci pensiamo?), ma anche sulla selettività di alcuni eventi che si ripetono (causando ovviamente cambiamenti nel futuro) mentre di altri non vi è traccia. Il problema, peraltro già riscontrato dagli sceneggiatori che hanno disconosciuto il film dando tutta la colpa a Tony Scott (il quale ha dato la colpa ai pochi giorni di riprese messi a disposizione), è che se si riflette troppo sui film imperniati sui paradossi temporali si rischia di perdere la testa e già qui ne abbiamo poca, ahimé, quindi facciamo finta di nulla.
Come dicevo, basta chiudere gli occhi (o meglio, tenerli bene aperti per godere di tutto il delirio visivo del film), mettere a tacere le vocine da Puffo Quattrocchi e Déjà vu diventa un film godibilissimo, intrigante ed ansiogeno, ché l'impegno del povero Denzel in effetti si trasmette dritto allo spettatore coinvolgendolo in questa storia incasinata dove, alla fine, si arriva a fare il tifo per il protagonista no matter what. Tony Scott avrà anche riconsiderato Déjà Vu come uno dei peggiori film della sua carriera ma a mio avviso l'intera operazione è figlia di un certo tipo di cinema di quegli anni e non ne è neppure uno dei più brutti esempi: tra ralenti messi un po' a casaccio, smarmellamenti in verde, sequenze allucinogene e un montaggio schizoide benché attentissimo ai dettagli, le due ore di durata passano in un attimo senza lasciare aleggiare nella stanza la terribile domanda "cosa diamine ho visto?" e non credo che il merito vada attribuito alla performance "convinta" ma nella norma di Washington, agli effetti speciali o alla trama zeppa di buchi logici. E nemmeno alla parata di facce amichevoli che spuntano qui e là, come quella di un Foggy Nelson giovane, quella del Jason Lee meno figo ma più bravo Adam Goldberg, quella di un Bruce Greenwood sempre molto UILF e quella all'epoca già gonfia di un Val Kilmer che aveva cominciato ad allontanarsi a grandi passi dalla sua bellezza giovanile. Diciamo che tutto ciò, unito sotto l'egida del blockbuster, ha concorso a consegnare ai posteri un film non memorabile ma comunque divertente, l'ideale per una serata ad alto tasso d'ignoranza zamarra con in più quel pizzico di technobabble fantascientifico in grado di non far sentire troppo in colpa noi cVitici cinefili. Pensatela come volete ma per me Tony Scott ha lasciato un grande vuoto sugli schermi e la visione di questo Déjà vu non ha fatto che confermarmelo.
Del regista Tony Scott ho già parlato QUI. Denzel Washington (Doug Carlin), Paula Patton (Claire Kuchever), Val Kilmer (Agente Pryzwarra), Adam Goldberg (Denny), Bruce Greenwood (Jack McCready) ed Elle Fanning (Abbey) li trovate invece ai rispettivi link.
Jim Caviezel (vero nome James Patrick Caviezel) interpreta Carroll Oerstadt. Americano, lo ricordo per film come Belli e dannati, Wyatt Earp, The Rock, Soldato Jane, La sottile linea rossa, Frequency - Il futuro è in ascolto, Un sogno per domani e La passione di Cristo, inoltre ha partecipato a serie quali La signora in giallo. Ha 50 anni.
Elden Henson interpreta Gunnars. Più conosciuto ultimamente come Foggy Nelson delle serie Marvel/Netflix Daredevil, The Defenders e Jessica Jones, lo ricordo per film come Turner e il "casinaro", Giovani diavoli e Hunger Games: Il canto della rivolta - Parte I e II, inoltre ha partecipato ad altre serie quali Saranno famosi, E.R. Medici in prima linea e Grey's Anatomy. Ha 41 anni.
Se Déjà vu - Corsa contro il tempo vi fosse piaciuto recuperate Source Code. ENJOY!
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domenica 1 aprile 2018
venerdì 20 ottobre 2017
L'uomo di neve (2017)
Pur non avendo mai letto nulla di Jo Nesbø, il potere di Fassbender mi ha portata in sala per vedere L'uomo di neve (The Snowman), diretto dal regista Tomas Alfredson e tratto appunto dal romanzo omonimo dello scrittore norvegese. NO SPOILER, tranquilli.
Trama: Harry Hole, investigatore alcoolizzato, viene sfidato da un serial killer che firma i suoi delitti lasciando sulla scena del crimine un pupazzo di neve.
Come ho specificato all'inizio, di Jo Nesbø e del suo personaggio Harry Hole non so assolutamente nulla, quindi ho affrontato L'uomo di neve con lieta ignoranza, spinta da un trailer accattivante e sottilmente horror oltre che dalla presenza del bel Fassbender (che, per inciso, a un certo punto viene mostrato gratuitamente a torso nudo. Punto per lui!). Il nome Tomas Alfredson mi ha un po' spaventata, sono sincera. Dopo lo splendido Lasciami entrare il regista mi aveva annichilita con La talpa, formalmente ineccepibile e sontuoso ma anche una discreta mattonata sulle palle, siamo sinceri, e non so perché temevo che L'uomo di neve potesse seguire sentieri talpiani e tramortirmi sulla poltrona del cinema. Come sempre, la verità sta nel mezzo, almeno per quel che mi riguarda. L'uomo di neve non è un thriller dinamico zeppo di scene d'azione, non è neppure una pellicola dalla narrazione lineare o benedetta/maledetta da un bello spiegone prima della risoluzione finale, né un giallo dalla logica a prova di bomba; è, piuttosto, un film che si prende i suoi tempi e chiede allo spettatore molta attenzione, una certa sensibilità e, soprattutto, la disponibilità a seguire un percorso investigativo quasi "sottotono", privo di rivelazioni eclatanti o superdetective, zeppo di dettagli talvolta fuorvianti ma spesso importantissimi e, soprattutto, una vicenda che interseca un passato e un presente non separati da una linea netta e facilmente comprensibile. Il protagonista, Harry Hole, è sì dotato di un curriculum prestigioso ma è anche disilluso e piagato da un passato al quale si accenna appena, giusto in modo da fornirgli un minimo di profondità, e i suoi metodi investigativi non sono quelli geniali di uno Sherlock Holmes, quanto piuttosto quelli di un uomo taciturno ed introverso, che predilige l'osservazione e il silenzio allo sfoggio di intelligenza in grado di scioccare l'audience. La sua Watson, d'altra parte, è ancora più ambigua di lui benché molto più irruenta e la sua presenza punta a "sdoppiare" la trama, ramificando la rete di sospetti ed accuse così da impegnare lo spettatore nel più classico dei "whodunnit" mentre ci si domanda quanto marcio ci possa essere in Danim... Norvegia. Il pubblico paziente viene ripagato non solo da una storia cupa ed angosciante ma anche da un killer particolarmente efferato ed insidioso, silenzioso come i fiocchi di neve che cadono ogni volta in cui decide di agire e uccidere una donna "colpevole", e sapete bene quanto me che il rosso del sangue sul bianco della neve ci sta sempre molto bene.
La vena horror percepita nel trailer viene sviluppata anche nel film. Di nuovo, non si tratta di un'atmosfera horror scioccante, bensì qualcosa di sottile e capace di mettere brividi di inquietudine. Spesso, guardando L'uomo di neve, ho pensato che Dario Argento ci sarebbe andato a nozze (anche perché il povero Val Kilmer sembra Adrien Brody in Giallo. Il problema è che Brody era truccato, Kilmer è così al naturale, giusto Cielo...) ma l'approccio del regista italiano e quello di Alfredson non avrebbero potuto essere più diversi; le bufere di neve, l'oscurità e soprattutto l'abbondanza di vetrate e finestre prive di imposte, così che chiunque possa vedere cosa accade all'interno delle case svedesi, sono elementi che uniti provocano un tremendo senso di vulnerabilità, fanno sentire nudi davanti all'occhio nascosto del killer e dei suoi macabri pupazzetti di neve, eppure Alfredson gioca di sottrazione piuttosto che far saltare le coronarie agli astanti con qualche morte grandguignolesca preceduta da vetri spaccati o labirintiche fughe nell'oscurità. Prendiamo il killer, per esempio: figura oscura e mai mostrata non dico in viso ma quasi nemmeno a figura intera, "l'uomo di neve" uccide fuori campo ma allo spettatore vengono mostrati comunque i risultati delle sue azioni e se le fucilate in pieno volto appaiono finte come i soldi del Monopoli, così non è per gli arti che vengono recisi e dati in pasto ai pennuti, che qui abbondano più che in altri film. E poi, quei meravigliosi paesaggi innevati, santo Cielo, cosa non sono. Quelle grandiose panoramiche ad abbracciare ponti sospesi nel vuoto, montagne, sterminate distese di neve, laghi ghiacciati, paesini arroccati, il tutto splendidamente fotografato, instillano nel cuore dello spettatore mediterraneo un senso di straniamento, un'istintiva ritrosia (al cinema eravamo dieci persone: una si è infilata il maglione, altri due la giacca, due dietro di me hanno cominciato a starnutire come ascari e io, arrivata a casa, mi sono infilata sotto il plaid) e una desolazione infinita, al punto che questi personaggi costretti a vivere in zone simili appaiono, erroneamente, freddi come il paesaggio che li circonda. Il killer, con tutte le sue discutibili motivazioni, sembra quasi voler scuotere le coscienze addormentate dal gelo, i sentimenti trattenuti, lo sguardo triste di un Fassbender perfetto, persino il glamour raffinato e quasi regale di persone che sotto l'eleganza della neve fanno cose turpi, nascondendo segreti e perversioni. Il problema de L'uomo di neve, che leggo stroncato da più parti, forse è proprio quello di essere troppo "trattenuto" per il pubblico medio mentre invece Alfredson si riconferma maestro nel trasformare l'ovattato terrore nascosto nella neve in qualcosa che colpisce e fa sanguinare. E ora scusate ma dopo tutto questo parlare di gelo ho proprio bisogno di una cioccolata calda!
Del regista Tomas Alfredson ho già parlato QUI. Michael Fassbender (Harry Hole), Rebecca Ferguson (Katrine Bratt), Chloë Sevigny (Sylvia Ottersen e Anne Pedersen), Charlotte Gainsbourg(Rakel), J. K. Simmons (Arve Støp), James D'Arcy (Filip Becker), Toby Jones (Investigatore Svensson) e David Dencik (Idar Vetlesen) li trovate invece ai rispettivi link.
Val Kilmer interpreta Gert Rafto. Americano, lo ricordo per film come Top gun, Willow, The Doors, Una vita al massimo, Batman Forever, Heat - La sfida, L'isola perduta, Spiriti nelle tenebre e Déjà vu - Corsa contro il tempo, inoltre ha partecipato a serie quali Numb3rs e lavorato come doppiatore per Il principe d'Egitto e serie come Robot Chicken. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 58 anni e un film in uscita.
L'uomo di neve avrebbe dovuto originariamente venir diretto da Martin Scorsese ma il regista alla fine è rimasto solo come produttore. Detto questo, se L'uomo di neve vi fosse piaciuto recuperate magari Seven. ENJOY!
Trama: Harry Hole, investigatore alcoolizzato, viene sfidato da un serial killer che firma i suoi delitti lasciando sulla scena del crimine un pupazzo di neve.
Come ho specificato all'inizio, di Jo Nesbø e del suo personaggio Harry Hole non so assolutamente nulla, quindi ho affrontato L'uomo di neve con lieta ignoranza, spinta da un trailer accattivante e sottilmente horror oltre che dalla presenza del bel Fassbender (che, per inciso, a un certo punto viene mostrato gratuitamente a torso nudo. Punto per lui!). Il nome Tomas Alfredson mi ha un po' spaventata, sono sincera. Dopo lo splendido Lasciami entrare il regista mi aveva annichilita con La talpa, formalmente ineccepibile e sontuoso ma anche una discreta mattonata sulle palle, siamo sinceri, e non so perché temevo che L'uomo di neve potesse seguire sentieri talpiani e tramortirmi sulla poltrona del cinema. Come sempre, la verità sta nel mezzo, almeno per quel che mi riguarda. L'uomo di neve non è un thriller dinamico zeppo di scene d'azione, non è neppure una pellicola dalla narrazione lineare o benedetta/maledetta da un bello spiegone prima della risoluzione finale, né un giallo dalla logica a prova di bomba; è, piuttosto, un film che si prende i suoi tempi e chiede allo spettatore molta attenzione, una certa sensibilità e, soprattutto, la disponibilità a seguire un percorso investigativo quasi "sottotono", privo di rivelazioni eclatanti o superdetective, zeppo di dettagli talvolta fuorvianti ma spesso importantissimi e, soprattutto, una vicenda che interseca un passato e un presente non separati da una linea netta e facilmente comprensibile. Il protagonista, Harry Hole, è sì dotato di un curriculum prestigioso ma è anche disilluso e piagato da un passato al quale si accenna appena, giusto in modo da fornirgli un minimo di profondità, e i suoi metodi investigativi non sono quelli geniali di uno Sherlock Holmes, quanto piuttosto quelli di un uomo taciturno ed introverso, che predilige l'osservazione e il silenzio allo sfoggio di intelligenza in grado di scioccare l'audience. La sua Watson, d'altra parte, è ancora più ambigua di lui benché molto più irruenta e la sua presenza punta a "sdoppiare" la trama, ramificando la rete di sospetti ed accuse così da impegnare lo spettatore nel più classico dei "whodunnit" mentre ci si domanda quanto marcio ci possa essere in Danim... Norvegia. Il pubblico paziente viene ripagato non solo da una storia cupa ed angosciante ma anche da un killer particolarmente efferato ed insidioso, silenzioso come i fiocchi di neve che cadono ogni volta in cui decide di agire e uccidere una donna "colpevole", e sapete bene quanto me che il rosso del sangue sul bianco della neve ci sta sempre molto bene.
La vena horror percepita nel trailer viene sviluppata anche nel film. Di nuovo, non si tratta di un'atmosfera horror scioccante, bensì qualcosa di sottile e capace di mettere brividi di inquietudine. Spesso, guardando L'uomo di neve, ho pensato che Dario Argento ci sarebbe andato a nozze (anche perché il povero Val Kilmer sembra Adrien Brody in Giallo. Il problema è che Brody era truccato, Kilmer è così al naturale, giusto Cielo...) ma l'approccio del regista italiano e quello di Alfredson non avrebbero potuto essere più diversi; le bufere di neve, l'oscurità e soprattutto l'abbondanza di vetrate e finestre prive di imposte, così che chiunque possa vedere cosa accade all'interno delle case svedesi, sono elementi che uniti provocano un tremendo senso di vulnerabilità, fanno sentire nudi davanti all'occhio nascosto del killer e dei suoi macabri pupazzetti di neve, eppure Alfredson gioca di sottrazione piuttosto che far saltare le coronarie agli astanti con qualche morte grandguignolesca preceduta da vetri spaccati o labirintiche fughe nell'oscurità. Prendiamo il killer, per esempio: figura oscura e mai mostrata non dico in viso ma quasi nemmeno a figura intera, "l'uomo di neve" uccide fuori campo ma allo spettatore vengono mostrati comunque i risultati delle sue azioni e se le fucilate in pieno volto appaiono finte come i soldi del Monopoli, così non è per gli arti che vengono recisi e dati in pasto ai pennuti, che qui abbondano più che in altri film. E poi, quei meravigliosi paesaggi innevati, santo Cielo, cosa non sono. Quelle grandiose panoramiche ad abbracciare ponti sospesi nel vuoto, montagne, sterminate distese di neve, laghi ghiacciati, paesini arroccati, il tutto splendidamente fotografato, instillano nel cuore dello spettatore mediterraneo un senso di straniamento, un'istintiva ritrosia (al cinema eravamo dieci persone: una si è infilata il maglione, altri due la giacca, due dietro di me hanno cominciato a starnutire come ascari e io, arrivata a casa, mi sono infilata sotto il plaid) e una desolazione infinita, al punto che questi personaggi costretti a vivere in zone simili appaiono, erroneamente, freddi come il paesaggio che li circonda. Il killer, con tutte le sue discutibili motivazioni, sembra quasi voler scuotere le coscienze addormentate dal gelo, i sentimenti trattenuti, lo sguardo triste di un Fassbender perfetto, persino il glamour raffinato e quasi regale di persone che sotto l'eleganza della neve fanno cose turpi, nascondendo segreti e perversioni. Il problema de L'uomo di neve, che leggo stroncato da più parti, forse è proprio quello di essere troppo "trattenuto" per il pubblico medio mentre invece Alfredson si riconferma maestro nel trasformare l'ovattato terrore nascosto nella neve in qualcosa che colpisce e fa sanguinare. E ora scusate ma dopo tutto questo parlare di gelo ho proprio bisogno di una cioccolata calda!
Del regista Tomas Alfredson ho già parlato QUI. Michael Fassbender (Harry Hole), Rebecca Ferguson (Katrine Bratt), Chloë Sevigny (Sylvia Ottersen e Anne Pedersen), Charlotte Gainsbourg(Rakel), J. K. Simmons (Arve Støp), James D'Arcy (Filip Becker), Toby Jones (Investigatore Svensson) e David Dencik (Idar Vetlesen) li trovate invece ai rispettivi link.
Val Kilmer interpreta Gert Rafto. Americano, lo ricordo per film come Top gun, Willow, The Doors, Una vita al massimo, Batman Forever, Heat - La sfida, L'isola perduta, Spiriti nelle tenebre e Déjà vu - Corsa contro il tempo, inoltre ha partecipato a serie quali Numb3rs e lavorato come doppiatore per Il principe d'Egitto e serie come Robot Chicken. Anche produttore, regista e sceneggiatore, ha 58 anni e un film in uscita.
L'uomo di neve avrebbe dovuto originariamente venir diretto da Martin Scorsese ma il regista alla fine è rimasto solo come produttore. Detto questo, se L'uomo di neve vi fosse piaciuto recuperate magari Seven. ENJOY!
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