Trama: Hana, studentessa di medicina con problemi di peso, scopre l'esistenza di pillole dimagranti miracolose. Dopo averle provate, viene a conoscenza del tremendo segreto del suo ingrediente principale...
Che poi, l'ingrediente principale delle pillole non è nemmeno il problema principale di Saccharine, e funge più da shock value e da asticella atta a misurare il livello di disperazione raggiunta dalla protagonista. E in realtà, Saccharine non è nemmeno un body horror, come il suo argomento lascerebbe supporre, ma è un film che si concentra molto sull'aspetto psicologico e sociale della percezione del corpo in generale e di quelli in sovrappeso in particolare. Alzi la mano chi non si è mai visto grasso, a ragione o a torto, soprattutto per quanto riguarda chi ha avuto la sventura di crescere negli anni '90, che non lasciavano passare nulla a nessuno e che sono arrivati al punto da definire grassa persino Kate Winslet in Titanic, rea di avere un fisico normalissimo e di non rientrare nella categoria "scheletri". Io stessa, oggettivamente, credo di essere all'interno di un range di peso normale, eppure non posso saperlo con certezza, perché non vedo una bilancia da almeno 25 anni e, a seconda di quanto sia più o meno depressa, non mi guardo allo specchio nemmeno per sbaglio, di sicuro non in intimo e neppure nuda. Se lo chiedete a me, sono una cicciona sfondata, ma fidanzato (forse per non essere ucciso) e madre (forse per evitarmi traumi) negano con fermezza. Questo per dire, e sicuramente è una banalità ma è così, che la nostra società ha standard talmente elevati da stravolgere completamente le nostre percezioni e farci sentire in colpa se solo ingurgitiamo qualcosa di più calorico di mezzo bicchiere d'acqua. Nel caso particolare di Hana, protagonista di Saccharine, c'è di mezzo una vita di disordini alimentari causati dai due poli familiari, con un padre pronto per una puntata di Vite al limite e una madre dedita a rinfacciare ogni giorno alla figlia di non essere una silfide. In realtà, Hana è una ragazza normalissima, ma ha un rapporto malsano con ciò che poi, di fatto, è il responsabile di ogni variazione di peso corporeo, ovvero il cibo. Il fulcro di Saccharine è proprio il cibo, visto come salvezza, droga, condanna, maledizione. Fin dai geniali titoli di testa, che mostrano donne nell'atto di divorare con foga quasi sessuale il cibo, ma in rewind, dando quindi l'idea che se lo stiano togliendo dalla bocca, se non addirittura lo vomitino, si capisce che la "colpa" di Hana è proprio quella di provare piacere mangiando, di preferire il junk food all'ammazzarsi di palestra. Hana è una studentessa di medicina, quindi ha una mente razionale in grado di identificare il problema, di tenere diari dettagliatissimi con i suoi (scarsi) progressi, le cause e le conseguenze del suo modo di vivere, eppure non riesce, povera Crista, a liberarsi di un disturbo alimentare che di razionale non ha proprio nulla.
Allo stesso modo, la meticolosità e la curiosità che la portano ad identificare fin da subito il contenuto "proibito" delle miracolose capsule per perdere peso regalate da una vecchia amica, non la salvano dalle conseguenze della loro assunzione, anzi. A mo' di contrappasso dantesco, più Hana dimagrisce più la sua fame aumenta, e più lo stomaco si contorce dai crampi, più l'inquietante presenza che ha preso a perseguitarla si rafforza, imponendole la sua volontà. Con un ribaltamento di prospettiva allucinante, l'unico modo che Hana ha di non morire o di non venire posseduta da uno spirito incazzatissimo è mangiare fino a sfondarsi, cancellando con un colpo di spugna tutti gli sforzi fatti nel corso della vita per non venire giudicata per le sue abitudini alimentari. Hana, fin dall'inizio, cerca di integrarsi, di uniformarsi a quello che la società giudica come sano e vincente, forse anche per una questione di "credibilità" legata alla sua scelta di intraprendere la professione medica, ma più va contro la sua natura più diventa infelice e stressata, conseguentemente vittima del suo smodato desiderio di cibo. La possessione di cui finisce vittima (che, da brava praticante di medicina, Hana considera legata a qualcosa di "fisico") in realtà è più una questione di affinità spirituale, la vendetta di una donna condannata dalla società per la sua incapacità di smettere di mangiare e, per questo, abbandonata, lasciata morire e presa in giro persino dopo la morte. Bertha, questo il nome del fantasma, è stata "divorata" dalla società per le sue colpe e allo stesso modo non solo divora Hana dall'interno, ma ne accresce la fame fino ad annullare ogni confine tra bisogno reale e desiderio vorace; lo splendido, sconcertante finale di Saccharine, seguito da titoli di coda che sono belli e carichi di significato quanto quelli iniziali, ci dice che l'unico modo per sopravvivere in un mondo che ci tratta come cibo da divorare fino all'osso, è mangiare a nostra volta, diventando dei mostri "felici", mossi solo da desideri egoisti. Non è una conclusione positiva, così come non è liberatorio né positivo Saccharine, il quale non offre scappatoia da questo infinito circolo di masochismo e fotografa una realtà soffocante in cui la peer pressure e la diet culture la fanno da padrone. In sostanza, un film molto bello e interessante, ma da maneggiare con un po' di cautela.





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